Intervista al Nodo Gordiano

Un caro benvenuto ad Andrea De Luca (A.D.L.) e Davide Guidoni (D.G.) del Nodo Gordiano.

A.D.L.: Ciao Donato e grazie a te per la possibilità di raccontare un po’ questa bella avventura.

D.G.: Ciao Donato!

Andrea, iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nasce il progetto Nodo Gordiano e cosa c’è prima del Nodo Gordiano nella tua vita?

A.D.L.: Il progetto Nodo Gordiano nasce dall’incontro di un gruppo di ventenni appassionati di rock che si divertono a suonare musica non vincolata alla forma canzone. La mia personale esperienza di band comincia, invece, ai tempi del liceo Cavour, negli anni ’80. A Roma esisteva un circuito di scambio tra gli istituti superiori e di organizzazione di eventi musicali piuttosto nutrito e a 15 anni ho cominciato a calcare i palchi insieme a tanti altri miei coetanei, suonando blues e hard rock, fino ad arrivare a festival di rilevanza nazionale come Emergenza Rock. Contemporaneamente mi divertivo a sperimentare composizioni e collages musicali su un registratore multitraccia a cassetta. Erano tempi molto diversi dagli odierni per quanto riguarda la disponibilità e le caratteristiche di attrezzature e strumentazione, ma anni pieni di entusiasmo e partecipazione, fondamentali per la mia formazione in questo ambito.

Nodo Gordiano: come cade la scelta sul nome?

A.D.L.: Il nome fu una trovata di Fabio D’Andrea, primo tastierista della band, e piacque subito a tutti.

Nati nel 1994, dopo un primo periodo dedicato all’esecuzione di cover Progressive Rock, ecco giungere, nel 1999, l’esordio discografico: “Nodo Gordiano”. Quando nasce la “necessità” di iniziare a scrivere materiale proprio? Mi narri la genesi dell’album?

A.D.L.: In realtà sono stati due processi paralleli. Fare cover è ovviamente il modo più immediato per sviluppare una coesione musicale tra persone che non si conoscono, ma, essendo l’improvvisazione elemento centrale in questo progetto, alternavamo le due fasi. Questo ci ha permesso di sviluppare un sound che fosse nostro e non la replica di quello dei nostri beniamini, consentendoci di fare cover adeguate dei King Crimson, dei Genesis, dei Pink Floyd con il sound Nodo Gordiano. Inoltre, per noi era divertente salire su un palco ed eseguire versioni sempre diverse ed in qualche modo uniche dei brani. L’album nasce, per così dire, per gemmazione. Una raccolta di brani strumentali generati in sede di improvvisazione e perfezionati nel corso di un paio di anni. Brani che eseguivamo sempre in modo differente, quindi le versioni presenti sull’album sono soltanto una delle loro tante possibili incarnazioni. Una caratteristica del lavoro sulle improvvisazioni è sempre stata quella di cercare le soluzioni meno immediate, insomma di estrarre ed organizzare le caratteristiche più insolite ed inattese. Discorso a parte per “Il Conformista”, che portai scritta per voce e chitarra e poi venne arrangiata ed estesa in sala con un lavoro collettivo, ed è più vicina alla forma canzone. Decidemmo di registrare questo materiale nel 1997 per avere un demo del nostro repertorio, ma poi piacque al punto da arrivare alla pubblicazione ufficiale.

La qualità e l’originalità della vostra proposta non è sfuggita a “mostri sacri” quali John Wetton, Vittorio Nocenzi, Francesco Di Giacomo, Mauro Pagani, Gianni Leone, Rodolfo Maltese e Furio Chirico. Come avete accolto questi apprezzamenti? E sul fronte del pubblico, c’è stata una simile risposta?

A.D.L.: Li abbiamo accolti ovviamente con gioia, per dei musicisti di tale importanza è piuttosto immediato cogliere i meccanismi sottesi alla creazione dei brani. Sul fronte del pubblico abbiamo rapidamente acquistato una certa popolarità, soprattutto grazie al grande lavoro di promozione che Radio Rock ci ha dedicato, permettendoci di esibirci in eventi di rilevanza mediatica. Inoltre, la seconda metà degli anni ‘90 è stata un periodo di forte ripresa del genere ed era frequente avere centinaia di spettatori ad un concerto, e a volte di più.

A poco più di venti anni di distanza dalla sua uscita, cosa pensi di quel lavoro?

A.D.L.: Penso che rappresenti perfettamente nella metodologia, nella musica, nelle parole e nelle suggestioni extramusicali l’essenza del progetto, nel preciso momento storico in cui è stato realizzato.

Facciamo un piccolo passo indietro, anzi due: 1997, avete l’onore di accompagnare dal vivo John Wetton eseguendo cover dei King Crimson; 1998, collaborate con il Banco del Mutuo Soccorso e vi esibite live con Di Giacomo e Maltese. Non solo, sempre nel ’98 siete ospiti dello speciale Rai dedicato al Banco e, dal vivo, riproponete “La conquista della posizione eretta”. Che ricordo hai di queste esperienze?

A.D.L.: Ricordi bellissimi, ovviamente. Quando ti piacciono i King Crimson, ritrovarti a 25 anni ad eseguire la tua personale interpretazione di “Starless” con John Wetton lì con te, che canta davanti a più di duemila persone, è un’emozione indescrivibile. Stessa cosa per la collaborazione con il Banco. Alessandro aveva stretto un rapporto di amicizia personale con Francesco, Vittorio e Rodolfo, che ci permise di partecipare agli eventi che hai ricordato e che fu il prodromo al suo ingresso nel Banco.

E quando tutto sembra girare a vostro favore, qualcosa si “inceppa”, Papotto e Zito lasciano il progetto e sei costretto a ripartire da capo. Come mai questa “crisi” nel progetto?

A.D.L.: In realtà Alessandro e Tony già nel 1997 avevano avviato un progetto parallelo al Nodo Gordiano, la Periferia del Mondo, nel quale realizzare in modo più compiuto la loro personale idea di musica, anche alla ricerca di un pubblico meno, diciamo, radicale. Il Nodo Gordiano è stato sempre un progetto avente come obiettivo la ricerca musicale più che il consenso e questo è considerato un pregio da un certo tipo di ascoltatore ed un limite da parte di un altro. Per me non è mai stato un problema convivere con la Periferia del Mondo, anche perché credo che ognuno debba fare quello che gli è più congeniale. Quando poi Alessandro è entrato in pianta stabile nel Banco, il Nodo Gordiano era diventata la terza opzione, quindi nel 2000 hanno deciso di abbandonare la nave perché non più interessati.

Con una formazione a tre, il 2004 vi vede tornare con un nuovo album: “Alea”, da voi stessi definito una raccolta di improvvisazioni per sintetizzatori, basso e batteria. “Alea” sembrerebbe, quindi, un lavoro piuttosto diverso dal vostro esordio. Come mai questa scelta “controcorrente”? E com’è cambiato, se è cambiato, dunque, il vostro modo di approcciarsi alla musica rispetto a “Nodo Gordiano”?

A.D.L.: Sì, può sembrare molto diverso dal primo, ma in realtà è soltanto una sua estremizzazione. Mentre nel primo le improvvisazioni che lo compongono sono state raffinate e perfezionate per anni, quelle di “Alea” non hanno ricevuto anni di attenzioni, né mesi, né giorni e neppure direi ore. Né tantomeno arrangiamenti. Si tratta di materiale totalmente estemporaneo brutalmente messo su supporto. Materiale neppure destinato in origine a diventare un album che, però, Mauro Moroni ha insistito nel voler pubblicare senza modifiche. In fondo rappresenta un manifesto programmatico più che un’opera in senso tradizionale e quando negli anni ho incrociato appassionati che lo preferivano agli altri lavori del Nodo ho trovato la cosa divertente, seppur paradossale. Non che sia totalmente privo di momenti per me rilevanti, “Gate Zero”, ad esempio, mi sorprende ancora oggi, ma il suo radicalismo concettuale lo pone piuttosto lontano dalla convenzionalità formale del genere.

Elemento affascinante dell’opera è la parte grafica realizzata da Carla Nico. Come nasce la collaborazione e secondo quale processo avete selezionato ed organizzato [ogni brano] in relazione alle illustrazioni create appositamente dalla pittrice?

A.D.L.: Più o meno con lo stesso procedimento mediante il quale Duchamp realizzava i suoi “ready-made”. L’ibridazione tra suggestione visiva, ma non retinica, ed espressione (o forse espressionismo) musicale è uno dei pilastri concettuali dell’intero progetto Nodo Gordiano e Carla ha saputo inserirsi in modo naturale e qualitativamente pregevole in questo procedimento. Questa ibridazione sinestetica è perfettamente rappresentata dall’immagine di copertina, un “grillo” che abbiamo trovato nel libro di Baltrušaitis “Il Medioevo Fantastico”.

Il vostro amore per i King Crimson si sviluppa negli anni, dalle prime cover sul palco alla collaborazione live con Wetton, sino alla realizzazione della cover di “Lament” pubblicata nella raccolta della Mellow Records “The Letters – An Unconventional Italian Guide To King Crimson” (2004). Cosa vi ha sempre affascinato della straordinaria band inglese? 

A.D.L.: Non è facile rispondere a questa domanda, esiste una varietà di ragioni. Per semplificare, almeno per quello che riguarda me, direi una certa predilezione per la musica modale (che ho avuto modo di praticare in lungo ed in largo per quindici anni anche nel mio ensemble di musica medievale, l’Ensemble Enchiriadis), uno spiccato gusto per la complessità e l’articolazione ritmica, l’uso estremo della dinamica, l’interesse per la musica colta europea dell’inizio dello scorso secolo e, aggiungerei, certe letture extramusicali.

Nel 2007, con Carlo Fattorini, allestisci lo studio di registrazione nel quale prende forma il nuovo album “Flektogon”, pubblicato poi nel 2009. L’avere, appunto, un proprio studio di registrazione ha cambiato qualcosa nel vostro modo di comporre musica?

A.D.L.: Ha avuto l’innegabile vantaggio di poter entrare in sala ed essere pronti a registrare in 5 minuti piuttosto che in 50.

Con “Flektogon”, e con una nuova formazione, tornate decisamente a quello che si potrebbe definire il “Prog delle origini” del progetto. Come mai questo nuovo cambio di rotta? Mi parli un po’ dell’album e dei suoi contenuti (immagine di copertina compresa)?

A.D.L.: Non saprei, forse dall’esterno può sembrare esistano dei cambi di rotta, personalmente credo che la rotta sia sempre la stessa, essendo un progetto impermeabile ad influenze ambientali e disinteressato a logiche commerciali. Queste caratteristiche lo rendono interessante per la sua diversità ma frustrante a lungo termine per musicisti con ambizioni di popolarità. La foto di copertina è un’immagine da Google Earth di Villa York, a Roma, locus amoenus e semiabbandonato nel quale io e Carlo ci recavamo per fantasticare l’album. Scoprimmo, per nostro conto e proprio dall’immagine aerea, che la forma in pianta della villa riproduce in maniera direi inequivocabile la monade geroglifica di John Dee. Quindi una serie di ragioni convergevano per farne la copertina di un album che esplora un certo tipo di conoscenza in modo più approfondito. “Theatro di Memoria” è un brano dedicato allo studioso rinascimentale Giulio Camillo, nel quale cerchiamo di rendere in modo lirico e dinamico la sua originalissima Idea del Theatro. “Avventure di Mastarna” è una lunga suite, concepita in termini visuali, emotivi ed atmosferici, nel quale raccontiamo dal punto di vista sonoro le vicissitudini di un personaggio tra storia e leggenda, in quanto metafora, però, di ogni percorso esistenziale, secondo i criteri mitobiografici di Bernhard. Carlo propone un ampio saggio della sua creatività percussiva nelle due parentesi di “Ozymandias” che racchiudono la suite. L’album si chiude con “Zeitgeist”, brano compatto e serrato.

In “Flektogon” ti “spingi oltre” ed abbracci, oltre al basso, anche sintetizzatori, chitarra acustica, chitarra elettrica, theremin, violino e saz. Com’è stata quest’esperienza da polistrumentista? 

A.D.L.: Sicuramente molto divertente, mi ha permesso di concentrare il fuoco, diciamo, come nello schema ottico a cui fa riferimento il titolo. In fondo ho potuto replicare su album il modus che praticavo già da una ventina di anni nei miei esperimenti personali. Il mio interesse principale, più che nella musica intesa come successione di eventi sonori, è nel suono, quindi negli anni ho avuto modo di praticare una grande varietà di strumenti musicali, della tradizione occidentale e non. In ambito rock, soprattutto dal vivo, il mio strumento prediletto è il basso elettrico, nonostante scriva principalmente con chitarra e strumenti a tastiera. Il fatto poi di aver sviluppato un sofisticato interplay con Carlo, con il quale suonavo già da quasi dieci anni all’uscita di “Flektogon”, ci ha permesso di definire in modo più accurato quella forma di espressionismo musicale che sentivamo a noi congeniale in quel momento.

E nel 2014, con la forma di trio aperto alla sperimentazione e alla contaminazione stilistica, pubblicate “Nous”. Come definiresti e come consideri, nel cammino del Nodo Gordiano, questo nuovo capitolo? Ti va di parlare un po’ della tematica del viaggio, concetto principe dall’album, e di come è stato trattato nei vari brani?

A.D.L.: A mio avviso, nell’intera produzione del progetto, “Nous” rappresenta il vero lavoro, per così dire, “diverso”. In primo luogo perché, a differenza degli altri, è prevalentemente composto da brani scritti in modo tradizionale, ovvero non partendo da nuclei di improvvisazione selezionati e riassemblati, ma a tavolino. L’unico brano costruito con procedimento tipicamente gordiano è la titletrack, realizzata rimaneggiando una sessione improvvisata originariamente di 24 minuti. Il resto sono composizioni create separatamente da me, Carlo e Fabrizio e poi riarrangiate con il contributo di tutti. Un paio di miei brani, segnatamente “Officina” e “Stella Maris”, risalgono addirittura, per la scrittura della parte musicale, al 1991 e al 1999. In fondo anche questa peculiarità afferisce al tema del viaggio. Esistono sempre degli spunti, o direi dei triggers extramusicali, all’origine di ogni lavoro del Nodo. Qualcuno diceva che non si può fare musica con la musica, letteratura con la letteratura, teatro con il teatro… in questo concordo. Un altro brano di “Nous” al quale sono particolarmente affezionato è “Apologia del Nolano” che ha sdoganato, in un certo senso, la figura di Giordano Bruno in ambito “progressive”, figura che ancora attende ufficialmente una piena restituzione del suo valore non solo intellettuale, ma anche artistico. Ogni brano dell’album è connesso al concetto di viaggio, sia nella sua accezione più immediata, di trasferimento spaziale, sia nelle sue implicazioni simboliche, legate alla traslazione nel tempo, all’esperienza intellettuale, all’attività creativa e all’esperienza spirituale. Il concetto di viaggio, quale sinonimo di trasformazione interiore e autocomprensione, è sintetizzato dal titolo del lavoro. Il viaggio, quindi, come attività conoscitiva.

Come sono stati accolti da pubblico e critica questi ultimi tre lavori?

A.D.L.: “Alea” è stato accolto con un certo sconcerto, quindi, come “Fontana” di Duchamp, ha realizzato in pieno la sua provocatoria vocazione originaria. “Flektogon” e “Nous” direi con grande attenzione e rispetto, essendo lavori più strutturati e completi, più narrativi e meno concettuali.

E poi, nel 2020, ecco tornare il Nodo Gordiano con una nuova formazione che vede, accanto ad Andrea, Filippo Brilli, Davide Guidoni e Natalia Suvorina. Come avviene l’incontro tra il “padrone di casa” e i nuovi elementi della band? E cosa c’è prima del Nodo Gordiano nelle vite artistiche di Filippo, Davide e Natalia?

A.D.L.: Davide è una conoscenza antica, gestiva e condivideva la prima sala dove provava il Nodo Gordiano dal 1994. Più volte, negli anni, ci siamo ripromessi che prima o poi avremmo fatto qualcosa insieme, quindi, vista la reciproca stima, quando si è presentata l’occasione è stato tutto molto naturale. Filippo ci è stato presentato da Loris Furlan, è un musicista raffinato ed eclettico che ha saputo interpretare con grande intelligenza e gusto i momenti destinati al suo contributo, mentre Natalia siamo andati a scovarla in Russia e ci ha subito colpito per le sue particolari caratteristiche timbriche e tecniche, oltre che per l’eccellente pronuncia. Siamo stati molto fortunati, perché entrambi hanno saputo aggiungere il loro personale universo espressivo e creativo ampliando enormemente l’orizzonte cromatico ed emozionale del lavoro, oltre ad essere persone squisite dal punto di vista umano.

D.G.: Il primo contatto musicale con Andrea avviene diversi anni fa per una serie di sessions di registrazione. Un incontro tra due musicisti che improvvisano per circa quattro ore senza avere mai suonato insieme in precedenza. Io vengo da esperienze lontane, considerando che il mio “battesimo di fuoco” avviene nel 1994 con “Leverage” dei Gallant Farm. Successivamente ho preso parte a numerosi progetti (The Far Side, Nuova Era, Ozone Player, Doracor, Taproban, Aries, Daal) a volte come semplice turnista, a volte come membro attivo del progetto.

Frutto di questa nuova intesa è l’album “Sonnar”, pubblicato sul finire del 2020, un viaggio ipnagogico, sospeso tra meditazione sul valore della specificità individuale e trasfigurazione del reale. Vi va di presentare l’album e approfondirne il tema trattato?

A.D.L.: Come in ogni lavoro, anche in “Sonnar” confluiscono una serie di input che ne caratterizzano l’identità, alcuni di questi stimoli probabilmente sfuggono agli stessi autori ed emergono dopo molto tempo e molti ascolti, quindi non credo sia possibile dare una risposta definitiva. Anzi, spesso è il feedback che ricevo a ridefinire la personalità di un album, o di una composizione, aggiungendo nuove sfaccettature, nuove interpretazioni. Quello che è certo è che da tempo volevo realizzare un lavoro che si collocasse in quella zona indistinta tra macchina razionale e sogno, appunto lo spazio ipnagogico. Ero rimasto particolarmente colpito dalle riflessioni di Deleuze in merito all’arte, alla sua funzione, al valore enigmatico del simulacro, al rapporto con l’Evento e alla necessità di un approccio antirappresentativo, anche se non necessariamente del tutto informale. Da Deleuze viene l’idea di un recupero poetico di Nietzsche, presente in “Only Fool, Only Poet!”, da Deleuze viene quella tracciatura di un piano di immanenza nel Caos che è “After Dusk”. Altra influenza è stata certamente un viaggio lungo il Reno nell’estate del 2019, così come l’espressionismo tedesco per certe atmosfere. Tutto questo va a modulare esperienze di vita vissuta, perché un certo realismo, paradossalmente, è sempre presente nei lavori del Nodo.

Atmosfere cupe, tracciati intricati, il Prog che si fonde con la sperimentazione, la psichedelia e i corrieri cosmici e altro ancora: ma come nascono i brani di “Sonnar”?

A.D.L.: Tutto prende il via da quelle sessioni fatte con Davide, una con basso e batteria e due con synth e batteria, materiale che mi ha dato filo da torcere per molto tempo, non possedendo ancora la visione interiore del lavoro. Quello che provavo a sviluppare non sembrava aggiungere nulla al già fatto, ed ero anche un po’ dispiaciuto perché, soprattutto nella prima sessione, Davide aveva sfoderato una prova eccezionale secondo me, sia dal punto di vista tecnico che da quello espressivo, ed era mia intenzione valorizzarla. Sono convinto che certe condizioni psicologiche, che favoriscono quei momenti fortunati, di grazia si direbbe, abbiano un valore trasformativo superiore ad una costruzione razionale, perché ciò che è razionale tende, magari involontariamente, a forme convenzionali caratterizzate da una certa bidimensionalità, almeno per noi musicisti comuni. Questa è una delle ragioni per cui da sempre prediligo l’improvviso al pianificato scoprendo negli anni che è anche uno dei motivi per cui gli appassionati di questo progetto lo apprezzano. Poi, ad un certo momento ho, per così dire, intravisto l’album e da lì in avanti si è praticamente realizzato da sé. Con molto lavoro, ovviamente. “Sonnar” conserva tracce di quelle sessioni e parti costruite ad hoc, ma sempre in modo immediato e non premeditato, con molti soli e tracce registrate all’impronta, senza un lavoro di editing maniacale e senza mettere a metronomo i brani che ho firmato i quali, per così dire, fluttuano dal punto di vista metrico. Tutto questo al fine di conservare quel gusto della performance live che trovo più carico di emozione e vita rispetto alla tradizionale pratica da studio.

Discorso differente per i brani di Davide, che sono a metronomo e realizzati secondo il suo personalissimo stile, quindi sono perfetti per spezzare in più tranches il flusso dei miei e conferiscono all’album quei momenti di frattura che lo rendono più vario e meglio tollerabile. Per questa loro natura di musica “altra”, li abbiamo denominati come entità “altre”.

“Sonnar” è uscito per Lizard Records, etichetta che ha pubblicato anche il vostro esordio. Come mai, dopo “Nodo Gordiano”, le vostre strade si dividono? E quando “riscocca la scintilla” con la creatura di Loris Furlan?

A.D.L.: La realizzazione di “Alea” è stata veramente improvvisa e non si può dire di “no” ad un editore storico come Mellow Records che si propone con tanto entusiasmo. Quando stavamo per finire “Sonnar” e abbiamo iniziato a contattare editori per saggiare il terreno, Loris si è mostrato come il più interessato alle qualità del lavoro e non soltanto per essere un fan del Nodo Gordiano di vecchia data. Inoltre, come detto, era stato lui, qualche tempo prima, ad indicarci Filippo come sassofonista ideale per il progetto e a fare da tramite. Quindi è stato tutto molto semplice.

Una curiosità dal mondo social: su Facebook la band presenta il proprio genere quale Italian non-regressive rock. Ti va approfondirne il concetto?

A.D.L.: Si tratta semplicemente di un divertente sinonimo del termine “progressive”, utile per evitare ogni categorizzazione, che nella musica, come nella vita in genere, è sempre riduttiva.

E sul fronte live, com’era e com’è oggi il Nodo Gordiano sul palco? Per Andrea, com’è cambiato il tuo modo di “affrontare” la dimensione live?

A.D.L.: Il momento del live è in primo luogo divertimento, lo stesso divertimento che si prova in sala tra musicisti, portato fuori da un ambiente ristretto e condiviso con altre persone. Già ai tempi della prima formazione, Radio Rock ci chiedeva di presentare dal vivo un repertorio centrato su cover, lasciando soltanto qualche piccolo spazio per la musica originale del progetto. Ovviamente questo attrae un pubblico più numeroso, perché il pubblico del Progressive oggi è fondamentalmente un pubblico di nostalgici, a differenza degli anni ‘70, quando il pubblico fuggiva dalla musica ritenuta “tradizionale” ed era interessato in primo luogo alla scoperta del nuovo. In larga parte, soprattutto a livello organizzativo, è lo stesso pubblico di allora. Fare cover a 20 anni mi sembra adeguato, quando sviluppi un tuo personale linguaggio espressivo diventa, invece, inadeguato, soprattutto se non hai bisogno di suonare per compiacere, per bisogno di considerazione, ma lo fai per un personale percorso di ricerca.

Il Nodo Gordiano ha da poco superato i cinque lustri di attività e, Andrea, tu sei ancora saldamente al comando della “nave”. Ma come mai il progetto ha subito una lunga serie di avvicendamenti al suo interno durante il suo viaggio? Al netto di tutto, qual è il tuo bilancio di questo primo quarto di secolo di vita della band?

A.D.L.: Credo che le dinamiche relazionali all’interno di una band siano molto simili ad altre dinamiche relazionali. Ci si incontra, ci si esplora, si dividono momenti di grande entusiasmo e partecipazione, poi ognuno prosegue lungo la propria traiettoria esistenziale. Diverso discorso quando sono in ballo interessi economici rilevanti, perché allora la band diventa un ambiente di lavoro, con tutto ciò che ne consegue. Non è questo il caso. Quando pratichi questo ambiente per trent’anni e più diventa tutto abbastanza comprensibile. Come ho già detto, credo che ognuno debba fare quello che gli è più congeniale, la vita è interessante quando è costruttiva, quando propone un orizzonte creativo. Se ho dei rimpianti sono solo legati al fatto che in un paio di occasioni, lavorando in lineup di un certo livello, non abbiamo fatto in tempo a realizzare ufficialmente materiale che celebrasse quei momenti felici, che comunque rimangono nel mio archivio e nella mia memoria personale.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

A.D.L.: Sono i pro e i contro di qualsiasi nuovo “medium”. Certamente è molto più semplice proporsi o scoprire realtà che in altri momenti sarebbero rimaste inaccessibili, ma dipende sempre da chi usa il mezzo, dalle sue intenzioni, dal suo background, dalle sue capacità critiche, rendere un nuovo mezzo un formidabile strumento evolutivo oppure un passatempo o, peggio ancora, un alibi.

D.G.: Io direi che tutto sommato è una cosa positiva: la musica, di conseguenza, viaggia velocissima e rende possibile la fruibilità a chiunque voglia approcciarsi a qualsivoglia progetto. Ormai si trova qualsiasi cosa sul web, anche nomi che una ventina di anni fa erano ignoti ai più. E questo, in parte, è anche il rovescio della medaglia: tutto viene fagocitato troppo velocemente, la fruizione digitale di una discografia intera, scaricata o comprata con un clic non descrive le fasi “storiche” di quel progetto, fatte di pause, rinascite, storie individuali, ecc.… Oltre al fatto che adesso chiunque, legittimamente o meno, con un minimo di tecnologia può approcciarsi a creare musica propria e riversarla nel web con, appunto, un clic.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?

A.D.L.: Personalmente non ho mai avuto particolari problemi a pubblicare un lavoro, pur essendo il Nodo Gordiano un’entità al di fuori del circuito della musica di consumo, forse perché pubblicando ogni 5-6 anni si crea una specie di attesa. Dipende poi anche dalle esigenze specifiche del progetto, dagli obiettivi che ci si propone. Inserirsi nell’ambiente dell’intrattenimento richiede necessariamente dei compromessi, una forma di adeguamento a dinamiche corporative, relazionali, mediatiche, ed anche un modellarsi sui trend di gusto del pubblico. Cose che non mi interessano, sono contento della mia indipendenza, mi permette di essere completamente libero.

D.G.: C’è un appiattimento generale direi, dovuto proprio al fatto di avere centinaia di proposte tra le quali poter scegliere, cosa che fino a venti anni fa era pura fantascienza, per cui i gruppi di un genere di nicchia vendono poco e nulla. Commercialmente parlando, il Progressive esiste per una manciata di gruppi come Marillion o IQ, forse.

E qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

A.D.L.: Sarebbe certamente interessante avere il tempo di dedicarsi ad una approfondita esplorazione della scena, a volte me la faccio raccontare da Davide o da altri. Gli spazi per proporre la propria musica dal vivo non sono numerosi, e spesso subordinati a logiche corporativistiche, è vero che ho anche avuto richieste negli anni per portare il Nodo Gordiano ad esibirsi all’estero, ma non è semplice organizzarsi, tutti noi abbiamo altri lavori e non sempre questo progetto ha avuto una formazione da palco.

D.G.: Secondo me gli spazi sono insufficienti per proporre musica live ma, come per il Prog, questo discorso vale per tutti gli altri generi: personalmente nel corso della mia carriera da musicista avrò suonato una decina di volte al massimo in posti in cui valeva la pena esibirsi live.

La scena Prog Italiana direi che è ottima! Mi piacciono un sacco di gruppi, tutti i progetti del Roversi, La coscienza di Zeno, Il tempio delle Clessidre, gli storici Il Bacio della Medusa e, naturalmente, i progetti del mio compagno di avventura Alfio Costa, Daal in primis!

Esulando per un attimo dal mondo Nodo Gordiano e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nella vita quotidiana?

A.D.L.: Tutto dipende dal significato che si vuole dare al termine “arte”. Per me l’arte è un’attività espressiva che esercita un potere trasformativo sull’altro, in modo più o meno consapevole. Quindi direi che la mia principale attività in tale campo è lo studio e l’approfondimento di tutto ciò che su me ha tale effetto e la conseguente sperimentazione nel piano di realtà, che sia musica o altro.

D.G.: Ho sempre cercato di coniugare vita normale e spazi artistici: per anni ho collaborato con vari gruppi ed etichette per gli artwork e le cover dei cd; per un breve ma intenso periodo della mia vita ho creato percussioni di metallo e gongs sotto il nome di Kimerism Gongs; ho fatto un mio album da solista (“Echoes from the Undertow”, sotto il nome B-Rain, uscito per Lizard). Insomma, appena ne ho avuto la possibilità, ho cercato di colorare sempre la mia vita.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?

A.D.L.: Ah, rispondere a questa domanda è praticamente impossibile, anche perché il gusto cambia negli anni ed il mio è decisamente eclettico. Se devo fare tre nomi che in tempi lontani hanno orientato i miei ascolti nell’ambito della musica definita convenzionalmente “progressive” direi “Pawn Hearts”, “Red” e “Nursery Crime”.

D.G.: Se dovessi avere una pistola puntata alla tempia, e dovessi scegliere cinque dischi “per sempre” direi: “Ummagumma”, “Spirit of Eden”, “Tales from topographic Oceans”, “In the garden of Pharaos” e “Larks tongues in Aspic”. Senza pistola alla nuca, invece, sono un ascoltatore che va a periodi. Ho abbandonato da tempo il sinfonico e ricerco costantemente gruppi che con la sperimentazione hanno creato un linguaggio originale e senza tempo. È il caso di una recente scoperta che ho condiviso con Andrea, i misteriosissimi DOM ed il loro “Edge of Time”.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

A.D.L.: Visto che è stato citato più volte nei miei commenti, direi Marcel Duchamp.

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immaginate il futuro della musica nel nostro paese?

A.D.L.: Per quelli che in ambito musicale si occupano di intrattenimento, la pandemia rappresenta un’esperienza terribile e le istituzioni dovrebbero essere più sensibili nei confronti di chi vive e guadagna fornendo un servizio al pubblico, anche se in nero. Personalmente mi ha dato il tempo, la calma e la concentrazione per realizzare “Sonnar”, che avrebbe richiesto molto più tempo in condizioni normali. Probabilmente sarebbe venuto fuori un lavoro diverso. Il futuro della musica è strettamente legato al percorso evolutivo di ogni individuo che ha il coraggio di mettersi in gioco, non saprei dirti nulla per quello che riguarda futuri scenari collettivi, sarà ovviamente una musica allineata al sistema di valori della società a venire. Fortunatamente, anche grazie ai mezzi tecnologici di cui sopra, c’è musica per tutti i gusti.

Per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro del Nodo Gordiano che vi è possibile anticipare? 

A.D.L.: Certo, siamo già al lavoro per il numero 6 e speriamo veda la luce entro l’anno.

Grazie mille ragazzi!

A.D.L.: Grazie a te e buona musica!

D.G.: Grazie a te!

(Gennaio, 2021)

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