Intervista agli Avalon Legend

Un caro benvenuto a Fiorello Salvatore (F.S.), Mario Tornambè (M.T.), Lucio D’Alonzo (L.D’A.), Claudio Perotto (C.P.) e Giuseppe Zappulla (G.Z.): Avalon Legend.

Avalon Legend: Ciao Donato, un saluto a te e a tutti i lettori di OrizzontiProg e grazie per quest’opportunità che ci hai dato.

Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nasce il progetto Avalon Legend e cosa c’è prima degli Avalon Legend nelle vite di Fiorello, Mario e Lucio?

F.S.: Io suonavo la batteria e all’inizio degli anni ’80 con Livio Brescia (chitarra) e Giuseppe Milani (basso) fondammo un gruppo, i Dea Blu, dopo poco alle tastiere arrivò Mario. In quell’epoca ci esibivamo molto spesso con un repertorio di cover pop e, in parallelo, quasi per gioco, componevamo anche qualche pezzo nostro. Un giorno il cantante non venne alle prove e fecero cantare me, da allora non ho più smesso…

M.T.: Io suonavo l’organo in un gruppo di cover rock tipo Neil Young, The Clash, Pink Floyd, ecc… Poi, nel lontano ’82, conobbi Giuseppe e, in seguito, Salvatore e gli altri e mi fermai con loro, fu una stagione bellissima piena di musica, di concerti, anche all’estero, con gli amici più stretti che ci seguivano. Diciamo che trovai con loro una forte motivazione non solo musicale… Nel gruppo di amici che ci seguiva ero particolarmente interessato ad una ragazza… che divenne poi mia moglie!

L.D’A.: Io arrivai qualche anno dopo, quando Salvo decise di concentrarsi solo sulla voce e lasciare la batteria, era l’87. Dopo poco arrivò Adolfo alla chitarra e nacquero gli Avalon, aggiungemmo poi “Legend” dopo la registrazione del primo album.

E come cade la scelta sul nome?

M.T.: Il tutto nasce da una collaborazione con un gruppo teatrale e di ballo dove decidemmo di portare in scena la rappresentazione de “Le Nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley, dove noi componemmo ed eseguimmo dal vivo la colonna sonora. Da qui il nome.

Siete nati verso la fine degli anni ’80 con l’intento di proporre un rock abbastanza elaborato con influenze più o meno evidenti del progressive rock italiano. Come mai correre il “rischio” di suonare un genere che, in quel periodo, non sta vivendo uno dei suoi momenti migliori?

F.S.: Non abbiamo mai messo al primo posto gli obiettivi commerciali, quindi la musica che facciamo deve piacere soprattutto a noi, e se poi piace anche agli altri siamo estremamente contenti. Siamo comunque sempre stati consapevoli di rivolgerci ad una nicchia piuttosto ridotta!

M.T.: In quegli anni ascoltavamo parecchio Prog, ma suonavamo principalmente pezzi pop e rock. Ci siamo avvicinati al Prog dopo aver inserito “Parsifal” dei Pooh nel nostro repertorio e poi man mano altri brani dei nostri gruppi preferiti (PFM, Orme, New Trolls, ecc.). Altra influenza ci arrivò dalle chiacchierate con Beppe Crovella (Arti & Mestieri) durante la registrazione del nostro primo CD presso il suo studio, quindi direi che ci siamo lentamente avvicinati al genere all’inizio degli anni 2000.

L.D’A.: Beh, i nostri ascolti adolescenziali erano quelli era del tutto normale per i ragazzi della nostra età ascoltare i dischi di Genesis, Yes, ELP, ecc. Evidentemente, anche inconsapevolmente, questo ci è rimasto dentro e viene fuori in modo del tutto naturale…

Tocca attendere il 2001 per vedere il vostro esordio discografico “Un mondo per sognare”. Mi raccontate la genesi dell’album e il suo contenuto?

L.D’A.: Decidemmo di ri-arrangiare i brani composti per lo spettacolo “Le Nebbie di Avalon” e di raccoglierli in questo disco. Aggiungemmo anche qualche altro brano che raccontava un po’ di noi, di quello che stavamo vivendo in quel periodo, per questo lo dedicammo a noi e alle persone che ci erano vicine.

Una cosa che mi incuriosisce di “Un mondo per sognare” è il suo essere una “produzione privata”. Non avete mai pensato, negli anni, a ripubblicarlo?

F.S.:  Ogni tanto ne parliamo, magari rivedendo gli arrangiamenti in chiave più progressiva… Vediamo cosa ci verrà in mente.

Ancora una volta tocca aspettare oltre dieci anni per ascoltare del nuovo materiale: “Avalon Legend II. Un sogno per cambiare”, infatti, esce solo nel 2014. A cosa è dovuta questa “lentezza”?

F.S.: In quegli anni ci siamo dedicati molto di più a concerti dal vivo e non rimase molto tempo per altro.

M.T.: Oltre a quanto ha detto Salvo, abbiamo dovuto sostituire per più volte due elementi, chitarra e basso, e questo ci ha rallentato parecchio. Inoltre, facevamo tutti un altro lavoro, quindi il tempo dedicato alla musica non è mai stato full time.

L.D’A.: Comunque non abbiamo mai smesso di comporre, in parallelo immagazzinavamo idee che abbiamo poi sviluppato e, infine, questo materiale si è concretizzato nella realizzazione di “Un sogno per cambiare”.

I testi “Avalon Legend II. Un sogno per cambiare” viaggiano su un doppio binario, un mondo d’incanto e uno di disincanto. Infatti, i temi trattati vanno dal mondo fantasy (basato sul mito di Avalon e dei suoi cavalieri) all’attualità “reale”. Cosa vi affascina del primo e come i fatti del mondo contemporaneo diventano testi dei vostri brani?

M.T.: Pensiamo che raccontare storie attraverso le favole sia più efficace che essere espliciti e utilizziamo spesso le allegorie per raccontare i mali del mondo. Lo sfondo è sempre il richiamo alla salvaguardia del pianeta e la denuncia di un mondo politico corrotto ed inefficiente, solo eccezionalmente siamo diretti nei testi (es. “Il Balletto di Specchi”).

Parlando per un attimo dei suoni, nella recensione che realizzai alla sua uscita parlo di soluzioni fluide e mai eccessive, caratterizzate da naturalezza e melodiosità che, a tratti, sembrano richiamare un’opera come “La via della seta” de Le Orme (con un accento sicuramente meno sinfonico), arricchita da un “pizzico” di “Barbarica” dei Museo Rosenbach e Pooh “quanto basta”, oltre a qualche venatura di neoprog. Ma quali sono le reali influenze che vi hanno “guidato” nella sua stesura?

F.S.: La ricerca dei suoni è un lavoro lungo e complicato in quanto deve mettere d’accordo tutti. Dedichiamo molto tempo nella ricerca del nostro suono che ha radici nel Prog orginario (l’Hammond, il Moog, gli ampli valvolari per la chitarra, ecc.) ma che vogliamo sempre arricchire di elementi contemporanei e a tratti classicheggianti. Credo che questa sia la formula del nostro suono.

M.T.: Le influenze arrivano dagli ascolti di ognuno di noi, abbastanza vari, che, come detto, spaziano dal pop al rock, al Prog e anche, per quanto mi riguarda, dalla musica classica.

L.D’A.: Io mi occupo principalmente della sezione ritmica cercando sempre l’intesa con il basso che non sempre deve seguire l’equazione: cassa-basso-insieme, anzi!

Com’è stato accolto il lavoro da pubblico e critica?

F.S.: Si divide fra gli apprezzamenti dagli amanti del genere e la quasi indifferenza per gli altri.

M.T.: Il pubblico, sempre molto di nicchia comunque, direi favorevole. Sorprendentemente positivo dal Giappone! Poi anche alcune recensioni (tra cui le tue) che sembrano positive, no?

L.D’A.: Dai familiari molto positivo!

L’anno successivo partecipate al Festival Prog to Rock di Torino. Come ricordate quell’esperienza? E, in generale, come sono gli Avalon Legend sul palco?

F.S.: È stato bello trovarsi su un palco condiviso con gruppi conosciuti e molto bravi, abbiamo osservato molto!

M.T.: Lo aveva organizzato il nostro chitarrista dell’epoca (Adolfo). Peccato che ora non ci siano più eventi del genere nella nostra città (Torino).

L.D’A.: Noi siamo sempre un po’ impauriti quando tocca salire sul palco, sempre molto tesi al primo pezzo, ma poi ci sciogliamo e non vorremmo più scendere…

Il 2020 è l’anno del vostro terzo album: “Solo sabbia”. Una novità importante riguarda la formazione con l’ingresso di Claudio Perotto e Giuseppe Zappulla. Come nasce la vostra collaborazione con la band? E cosa c’è nelle vostre vite artistiche prima degli Avalon Legend?

C.P.: Da parte mia sono stato contattato tramite un annuncio che avevo inserito online. Naturalmente, dopo aver svolto qualche prova con loro, sono stato accolto nel gruppo con grande entusiasmo e ho cercato di non deludere le loro aspettative, rispettando impegno, serietà e voglia di creare e crescere ulteriormente. Nelle precedenti collaborazioni musicali ci sono diversi concerti e palchi calpestati ma sicuramente con gli Avalon Legend c’è la soddisfazione di aver creato e pubblicato un qualcosa di nostro, personale, con un piccolo o grande contributo di tutti noi in ambito musicale e non solo.

G.Z.: La mia collaborazione col gruppo nasce grazie a Claudio Perotto, mio grande amico dal 1970, col quale ho condiviso esperienze e progetti musicali con altre due band prima di entrare a far parte degli Avalon Legend. Nel 2016 lui faceva parte da circa un anno della band, che in quel periodo era alla ricerca di un chitarrista, mi telefonò e, siccome ero disponibilissimo per una nuova esperienza musicale, accettai di buon grado. Ringrazio gli Avalon Legend per avermi “accettato e sopportato” da quel giorno (8 dicembre 2016).  Prima di far parte degli Avalon Legend ho condiviso la mia esperienza musicale con diversi gruppi spaziando da cover pop rock a inediti Prog (Filo continuo, Antartide) e, in parallelo, anche un gruppo acustico formato da due chitarre e due voci (Double 2).

E come mai le strade con gli altri due membri storici, Adolfo Pacchioni e Alessandro Crupi, si sono divise?

F.S.: Alessandro è un musicista bravissimo, nonostante la giovanissima età, che ci ha supportato supplendo alla mancanza del bassista storico (Giuseppe Beltrame, per tutti Piero), imparando molto velocemente le parti dei brani già quasi pronti, ma era chiaro sin dall’inizio che si sarebbe trattato di una collaborazione temporanea. Con Adolfo ci si era divisi subito dopo il festival Prog per opinioni diverse. Purtroppo nel 2019 è scomparso.

Abbandonate le tematiche fantastiche (e quelle reali) dell’album precedente, il nuovo lavoro della band si presenta come un concept album incentrato sull’eventualità che la presenza dell’uomo sulla terra sia comparsa molto prima di quanto insegnato, basandosi su teorie che vedono in ritrovamenti di reperti “fuori tempo” la prova che la razza umana si sia evoluta (300 milioni di anni fa) ed autodistrutta per poi ricominciare d’accapo. Da questi presupposti nasce la storia dell’album, il cui tema conduttore è la condanna dell’abuso delle risorse naturali da parte degli uomini, con il rischio di arrivare nuovamente all’autodistruzione. Ma c’è anche un messaggio di speranza al termine dell’album. Al netto di tutto, siete, dunque, ottimisti sul futuro dell’umanità?

M.T.: Sì, la speranza è il nutrimento della vita, siamo sempre molto sensibili alle rovine che l’uomo, e sempre l’uomo, ha causato al nostro pianeta che se ne starebbe tranquillo anche senza di noi… ma crediamo che, in fondo, l’uomo troverà sempre la forza di uscirne e l’amore per tutte le cose prevarrà.

C.P.: Sì, certo… Bisogna sempre avere quel pizzico di ottimismo, anche se in certi momenti prevale lo sconforto e la delusione. Crediamo che la speranza e la volontà non debba mai mancare (soprattutto in questo tempo di pandemie!), non ci fosse ottimismo per il futuro sarebbe terribile.

G.Z.: Vivendo nel mondo ed essendo già un po’ datato, non vedo grandi cose positive all’orizzonte per la perdita di alcuni valori fondamentali come il rispetto, l’amore per il prossimo, per un aumento dell’egoismo tra le persone (non aiutate da chi gestisce la politica e preoccupate solo del proprio tornaconto), la mancanza del lavoro che garantisca un futuro per i giovani (che è quello dei nostri figli e nipoti), le guerre religiose, la droga che continua ogni giorno a dilagare, tantissime altre cause e poi… questa maledetta pandemia che ci ha messo tutti in ginocchio, causando migliaia di vittime tra cui amici, parenti, alcuni fortunatamente guariti, altri morti “soli” negli ospedali, nei ricoveri per gli anziani senza il conforto dei propri cari.

E restando sul concept, credete nella possibilità di una civiltà avanzata comparsa (e poi scomparsa) che ha preceduto quella attuale? Cosa vi incuriosisce, in generale, di queste tematiche?

C.P.: La speranza è che esista un qualcuno/qualcosa superiore a noi che ci osservi e possa, in qualche modo, indicarci una retta via alle soluzioni e ai cambiamenti per non rendere vano tutti i passi positivi fatti fino ad ora e poter, nello stesso tempo, darci delle dritte per essere ancora in tempo nel rimediare agli errori fatti. Sì, perché migliorie negli anni ne sono state fatte ed in tutti i campi, ma anche molti sono stati gli errori commessi (specie verso la natura), mancando spesso il rispetto fra gli uomini.

G.Z.: Non saprei rispondere, ma è un tema sicuramente affascinante che abbiamo voluto sviluppare musicalmente. La nostra band ha la fortuna di avere un “Genietto creativo, fantasioso scrittore, narratore” come il nostro tastierista Mario Tornambè, che è anche un grande musicista. Quando in una band hai un “personaggio” così, diventa tutto molto più semplice, però ognuno degli altri componenti deve metterci un po’ del suo per far rendere al meglio il lavoro di tutti… E come il lieto fine delle favole… Suonarono tutti felici e contenti!!! Noi crediamo di essere riusciti a raggiungere questo obbiettivo con l’album “Solo Sabbia”.

Quali sono, secondo il vostro punto di vista, i punti di contatto e le differenze sostanziali tra i vostri tre album? E come sono cambiati negli anni, in fase compositiva, gli Avalon Legend?

F.S.: Il primo album è decisamente più pop rock, anche se le variazioni di tempo e i cambi di atmosfera sono sempre stati presenti; il secondo album lo consideriamo di passaggio, in quanto ci sono ancora dei brani scritti durante gli anni de “Le Nebbie di Avalon” con struttura canzone, solo le ultime composizioni subiscono più profondamente le contaminazioni Prog; “Solo Sabbia” credo rappresenti la svolta definitiva.

M.T.: I punti in comune sono sempre stati la denuncia della deturpazione della natura, l’ottusità e l’egoismo degli uomini. Prima della composizione si decide di cosa vogliamo parlare, poi seguono le composizioni ispirate al tema conduttore.

L.D’A.: Le idee musicali nascono magari da un riff o da un giro di basso poi sviluppato in forma di brano, in prima stesura, da Mario. Poi ognuno di noi genera altre idee che portano ad aggiunte e sostituzioni di parti ed il tutto si amalgama fino ad arrivare ad una condivisione, quasi sempre unanime, prima che ognuno perfezioni la propria parte, per passare, infine, agli arrangiamenti.

C.P.: Essendo partecipe solo dell’ultimo album “Solo Sabbia”, posso solo dire che in questo contesto ognuno ha sempre messo del suo… con l’approvazione, la consultazione, consigli e giudizi degli altri componenti per i vari arrangiamenti in fase costruttiva. Accettando sia le critiche (servono a migliorare) che gli elogi, che sicuramente gratificano ed invogliano a fare sempre meglio, rispettando con serietà le varie idee proposte da tutti.

G.Z.: Sicuramente tornare a far parte di un gruppo Prog Rock mi ha dato una grossa spinta emotiva, musicale e compositiva (visto che è il genere di musica che prediligo). Ringrazio gli Avalon Legend per avermi accettato nel gruppo dandomi questa bellissima opportunità e, soprattutto, per l’amicizia che si è creata tra noi, cosa molto importante. Per le differenze con gli altri due album precedenti “Solo Sabbia”, passo la parola a Mario, Salvo e Lucio che sono i membri storici del gruppo.

 

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

C.P.: Sicuramente sia il web che i social sono ottimi strumenti, specie per farsi conoscere, proporre, comunicare, scambiarsi idee e consigli, ecc. ma bisogna esser preparati anche per questa “civiltà 2.0”, come dici tu, visto il non sempre semplice approcciarsi con questa nuova realtà virtuale… con attenzione perché non sempre sono tutti trasparenti. Penso che attraverso il web ci sia la possibilità, non solo per le nuove band, di essere ascoltate in qualsiasi parte del mondo e a quelle più datate di essere riscoperte e magari rivalutate da chi vuoi, per età o altro, non ne era a conoscenza.

G.Z.: Il mondo del web che ci permette di colloquiare a distanza e di suonare da luoghi diversi non è come ritrovarsi insieme e condividere l’esperienza di una serata, un concerto, comunicare a voce, non trasmette sicuramente le emozioni naturali e quotidiane a cui eravamo abituati. Ci stiamo dimenticando il valore del “contatto” umano, del parlarci. Secondo me abbiamo bisogno di un ritorno alla vita normale in tutti i sensi.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? Non avete mai pensato di tentare la “carta” etichetta discografica?

M.T.: Esistono pochissime occasioni per promuovere la tua musica (soprattutto se Prog!) quindi ben vengano i canali online.

C.P.: Facendo riferimento ai vari interessati al genere, sicuramente si nota la mancanza di punti di riferimento, assenza di intermediari ai quali proporsi per far valutare il proprio lavoro ricevendo consigli, feedback e magari anche una mano finanziaria, oltre che per farci conoscere maggiormente. Riguardo alle etichette, abbiamo inviato (come penso tanti altri) i vari materiali creati un po’ ovunque (cd demo, file, ecc.), ricevendo anche qualche responso positivo, ma oggi risulta sempre più difficile trovare persone pronte a rischiare e scommettere, che intendano investire sul tuo gruppo perché reputano valido il tuo lavoro musicale e non solo per i suoi futuri compensi. I costi ed i rischi sono elevati, ed i profitti invece alquanto bassi, essendoci oltretutto sempre meno opportunità in ambito live (vuoi per la situazione odierna, vuoi per la burocrazia e i costi che i locali stessi devono affrontare). Purtroppo molto spesso diventano interessati solo se hai saputo costruirti una base cospicua di persone che ti seguono e che sicuramente verrebbero al tuo seguito ai tuoi concerti… portando incassi, affluenza e notorietà al locale stesso.

G.Z.: Qualcuno si è proposto come etichetta discografica ma solo per sfruttarci…

Facendo un parallelo tra letteratura e musica, tra il mondo editoriale e quello discografico, è, non di rado, pensiero comune etichettare un libro rilasciato tramite self-publishing quale prodotto di “serie B” (o quasi), non essendoci dietro un investimento di una casa editrice (con tutto il lavoro “qualitativo” che, si presume, vi sia alle spalle) e, in poche parole, un giudizio “altro”. In ambito musicale percepite la stessa sensazione o ritenete questo tipo di valutazione sia ad uso esclusivo del mondo dei libri? Al netto della vostra esperienza, consigliereste alle nuove realtà che si affacciano al mondo della musica la via dell’autoproduzione?

M.T.: Condivido, anche se, visto l’inesorabile crollo del mercato discografico, sempre più gruppi che non producono musica di consumo (avrei anche altre definizioni che per educazione non uso), sono costretti ad autoprodursi. Da qui l’impoverimento dell’offerta musicale generalizzata. Le produzioni contemporanee di qualità sono inversamente proporzionali al livello di popolarità ed i produttori non rischiano. Aggiungerei che la gran parte del pubblico di oggi ha un atteggiamento all’ascolto molto superficiale, quindi la qualità della domanda si è parecchio impoverita… soprattutto in Italia.

C.P.: L’autoprodursi comporta un notevole costo che non sempre (anzi quasi mai!) si riesce ad ammortizzare con concerti o vendite dei dischi. Anche prima della pandemia le occasioni per esibirsi dal vivo sono sempre state meno, quindi cerchiamo di far conoscere la nostra musica attraverso vari canali, se non altro per rientrare delle uscite e, nel frattempo, farci conoscere ed apprezzare il più possibile sperando in contesti migliori.

G.Z.: Parere personale a fronte dell’esperienza acquisita nel lavoro che ci ha portati a “Solo sabbia”: forse è stato meglio “autoprodursi”.

E qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

M.T.: La maggior parte di chi conosciamo era, come noi, adolescente durante gli anni ‘70 e ‘80 ed occasionalmente abbiamo collaborato divertendoci. Alcuni giovani bravi che conosco hanno iniziato a suonare pezzi interessanti ma si sono poi convertiti al rap, alla trap o ad altre cose trendy per cercare di farsi conoscere… Peccato.

C.P.: Per confrontarsi e collaborare forse potrebbe esserci possibilità, magari dopo questo periodo. Per quanto riguarda gli spazi per proporre la musica dal vivo, invece, ce ne sono sempre meno. Io ricordo con piacere e nostalgia gli anni ‘70/’80 dove praticamente ogni occasione era buona per far musica dal vivo. Oggi, purtroppo, al di fuori di qualche concorso, è sempre più raro realizzare eventi a causa di burocrazie e sicurezze varie. Purtroppo i locali, ancor prima di chiederti il genere e cosa proponi, ti domandano “Quante persone hai al seguito?”. E questo sicuramente non aiuta la musica e i vari artisti di non grande fama.

G.Z.: Promuovere la propria musica dal vivo non è semplice, devi avere gli agganci giusti per suonare nei               locali e per fare concerti, oppure partecipare ad eventi o concorsi live che richiedano il tipo di genere musicale che suoni. E questa maledetta pandemia ha complicato, se non bloccato, tutto e non solo in ambito musicale!

Esulando per un attimo dal mondo Avalon Legend e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nella vita quotidiana?

M.T.: Artistiche direi di no, faccio un lavoro che richiede molto tempo anche all’estero. Oltre alla musica, mi dedico la famiglia, lo sport all’aria aperta (kayak, tiro con l’arco, trekking) e sono socio attivo di Amnesty International. Ecco perché abbiamo una produzione media di un disco ogni 8-10 anni!

L.D’A.: Da poco in pensione, sto riorganizzando la mia vita!

C.P.: Sinceramente la vita frenetica d’oggi, gli impegni famigliari, il lavoro e le situazioni di ognuno di noi non danno molto spazio per altre attività artistiche… anche perché l’impegno in un gruppo richiede il suo tempo, applicazione, esborsi (vuoi per strumentazione, migliorie, registrazioni, ecc.). Anche se mai dire mai… vediamo il tempo cosa ci proporrà.

G.Z.: Nonno felice! Forse attività poco artistica, ma che richiede creatività per rendere al meglio! Costruisco anche Cajon, cases per amplificatori e pedalboards.

F.S.: Nonno anch’io! La famiglia e la gestione di un bar assorbono la gran parte del mio tempo.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?

F.S.: Per me gli italiani PFM, New Trolls, Pooh, Orme, poi condivido con gli altri la passione per i Pink Floyd.

M.T.: Sono abbastanza onnivoro, tutto il buon rock e Prog dagli anni ‘70 ad oggi. Ma anche tanta musica classica. Difficile esprimere una preferenza, ma se devo proprio farlo direi PFM, Genesis, Gentle Giant, Pink Floyd, ma anche Wagner, Beethoven, Orff.

L.D’A.: Toto, PFM, ELP, Banco, Orme, Pink Floyd.

C.P.: Oltre alla varia musica Prog (specie quella degli anni passati ‘70/’80 delle grandi band italiane e non), devo confessare che amo anche molto la musica metal/symphonic metal. In merito al Prog direi Pink Floyd, Genesis, King Crimson Yes, Jethro Tull, ELP, Banco, Orme, New Trolls… Per il metal/symphonic metal Iron Maiden, Kiss, Ac/Dc, Stryper, Within Temptation, Nightwish, Epica, solo per citarne qualcuno. Senza escludere niente di ciò che può essere buona musica e di piacevole ascolto, tutto può ispirare e tornare utile.

G.Z.: Gruppi e artisti stranieri: Jethro Tull, Pink Floyd, Deep Purple, Led Zeppelin, Genesis, Marillion, Yes, Santana, Jimi Hendrix, Gentle Giant, Black Sabbath, Bob Marley, Queen, Dire Straits, Tommy Emmanuel, Frank Zappa, Eric Clapton, John Lennon, Bob Dylan, The Beatles. Elvis Presley. Gruppi e artisti italiani: PFM, Banco del Mutuo Soccorso, New Trools, Le Orme, Area, Perigeo, Pooh, Delirium, Ivano Fossati, Lucio Battisti, Fabrizio De André, Lucio Dalla. Per concludere: molto Prog, molto rock, molto pop dal 1960 al 1990, gli anni migliori della nostra vita, della nostra musica, almeno per quanto mi riguarda. Il 18 marzo del 1971, giorno del mio quattordicesimo compleanno, mi regalarono la prima chitarra, il giorno dopo venne pubblicato l’album “Aqualung” dei Jethro Tull… fai tu l’abbinamento!

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

M.T.: Anche in tema di libri sono abbastanza onnivoro, con una predilezione per il fantasy ed il romanzo storico. Adoro Ken Follett.

C.P.: Sinceramente mi perdo più nella tecnologia e nella musica che sui libri (sicuramente un male), anche se qualche rivista in ambito musicale non manca. In questo campo non posso sbilanciarmi a dare consigli o proporre libri, scrittori. Ma, visto che si parla di musica, io consiglierei l’ascolto dei vecchi album del genere Prog, per assaporarne l’evoluzione negli anni ed i vari cambiamenti delle varie sonorità grazie alle crescenti migliorie delle varie strumentazioni nel tempo.

G.Z.: Bob Marley, Jimi Hendrix, David Gilmour, Ghandi, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e              chiunque combatta per un ideale e per un mondo migliore.

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immaginate il futuro della musica nel nostro paese?

F.S.: Sempre meno rock, sempre meno concerti dal vivo, sempre più rap, trap e roba del genere scaricata da internet.

M.T.: Come già detto, trovo la cultura musicale del pubblico italiano in inesorabile regressione rispetto agli anni ‘70 e ‘80. Provo immensa gioia quando (raramente) trovo qualche ragazzo che conosce gruppi come King Crimson, Marillion, Gentle Giant, ecc. Quasi sempre scopro che sono figli di appassionati che hanno appreso dai genitori qualche retaggio di questo passato. Un po’ ho contribuito anch’io, le mie figlie (26 e 21 anni che, peraltro, sono le autrici della grafica di “Solo Sabbia”) conoscono abbastanza il mondo Prog Rock. Ma sono eccezioni, il Prog resterà sempre ma per pochi.

L.D’A.: Non credo che le nuove generazioni proveranno mai il piacere che avevamo noi quando mettevamo da parte i soldi per comperarci l’ultimo disco del tal gruppo preferito, dopo aver passato il sabato pomeriggio nel negozio di dischi ad ascoltare in cuffia le novità…

C.P.: Piuttosto grigia (proprio per non veder nero ma voglio sbagliarmi!). Ma il solito raggio di ottimismo voglio esternarlo, sperando possano cambiare le cose e tornare ad una normalità precedente, con più spazi e possibilità per la musica e i vari artisti che la propongono (spesso facendo grandi sacrifici). Sicuramente in ambito musicale, e per tutti quelli che si occupano di intrattenimento ruotandoci intorno, la pandemia rappresenta un’esperienza terribile sia in ambito finanziario che mentale, speriamo possa a breve termine rimanere solo come un brutto ricordo e si possa tornare alla normalità, magari apprezzando quet’ultima maggiormente.

G.Z.: Domanda difficile, non azzardo previsioni…

Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?

F.S.: Durante la registrazione del primo album, ad un certo punto, mi addormentai durante la registrazione delle chitarre e per scherzo gli altri “megafonarono” tutta la parte vocale di un brano (“Arthur”), facendomela poi riascoltare al risveglio elogiando il lavoro del mixerista, lascio immaginare la mia espressione, e tutti scoppiarono a ridere. Poi, però, un frammento del brano lo tenemmo così perché non era affatto male!

M.T.: Ho sempre amato le lunghe giornate in sala di registrazione con noi cinque che condividevamo il momento, isolandoci dal resto del mondo e concentrandoci solo sulla musica. È un ambiente favorevole, dove nascono sempre delle idee aggiuntive che realizziamo in parallelo alle sessioni di registrazione e aggiungiamo alla fine. È molto stimolante!

L.D’A.: Anche a me piacciono le sessioni di registrazione, condividendo con il resto del gruppo le giornate. Mi prendono in giro perché mi porto lo zainetto con quantità industriali di merendine, cioccolatini, ecc. Non capiscono che il batterista consuma molte più calorie e si deve nutrire adeguatamente!

C.P.: In primis far musica per il piacere e per una soddisfazione personale, e poi ben venga quella sana emozione di presentare e vedere apprezzato ed accolto con entusiasmo il nostro lavoro da chi apprezza il genere. Sicuramente se ci s’incammina in un percorso del genere bisogna essere consapevoli che è un impegno che va mantenuto e rispettato nei confronti di se stessi e degli altri componenti.

G.Z.: Tutte le esperienze musicali vissute con passione e amicizia sono belle e tali rimangono.

E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro degli Avalon Legend che vi è possibile anticipare?

M.T.: Durante il lockdown abbiamo dovuto sospendere le prove ma abbiamo messo in cantiere un nuovo concept, le prime bozze dei brani state composte, non facciamo previsioni per il momento, attendiamo la ripresa delle prove poi pianificheremo i lavori!

C.P.: Sperando al più presto si possa sbloccare questa situazione che coinvolge tutti, un’idea in cantiere per un proseguo di “Solo Sabbia” esiste, non si può negare. Magari fondato su tematiche che affliggono il giorno d’oggi… Vedremo, voi tenete gli occhi aperti e cercheremo di non deludervi!

G.Z.: Stiamo, appunto, lavorando su nuovi pezzi… mai fermarsi!

Grazie mille!    

Avalon Legend: grazie a te Donato e ad OrizzontiProg per l’intervista e la recensione del nostro album “Solo Sabbia”. E un caloroso saluto a chi leggerà e magari inizierà a seguirci… alla prossima. Ciao.

(Febbraio, 2021)

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