Intervista a Elisa Montaldo

Un caro benvenuto alla polistrumentista, compositrice e cantante Elisa Montaldo.

E.M.: Grazie per l’invito Donato, è un piacere scambiare due parole con te.

Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini. Quali sono i tuoi primissimi passi nel mondo della musica e i primi “amori”?

E.M.: Fin da molto piccola sviluppai un naturale istinto per la musica in generale. A 7 anni già suonavo piccole melodie “a orecchio”, o create da me, nascondendomi nell’aula di musica durante la ricreazione a scuola, così i miei genitori mi hanno permesso di cominciare il percorso di studio di pianoforte classico. Ho interrotto diverse volte per motivi scolastici e personali, ma non ho mai smesso di suonare, talvolta anche cinque ore al giorno: insomma, era un amore viscerale quello per la musica. Ho iniziato ad ascoltare i dischi dei miei genitori come Battisti, Beatles, Paul McCartney, Zucchero, e a 10 anni mi sono imbattuta nella musica di Elton John e sono rimasta folgorata: ero una vera e propria fanatica, ogni giorno studiavo al piano cercando di riprodurre i suoi brani, traducevo parola per parola tutti i testi delle canzoni (usando un grande dizionario, non conoscendo ancora l’inglese), disegnavo copertine di musicassette e ritratti che appendevo nella mia cameretta!

Dal 1994 inizia la tua carriera da tastierista in diversi progetti, suonando numerosi generi (dal rock al folk, dall’heavy metal al country, ed altro ancora). Che ricordo hai di quelle esperienze? Quali di queste sono quelle che ricordi con più affetto e ti sono “servite” per diventare la Elisa Montaldo di oggi?

E.M.: Conservo dei bei ricordi ma ho anche la netta memoria del “panico da concerto” che mi prendeva ogni volta prima di un’esibizione. Sono sempre stata timida e quando alcuni miei coetanei compaesani mi hanno invitato ad entrare nella loro band, è stato per me un passo molto importante: ho iniziato a suonare insieme ad altre persone, accordi e non più su spartito, in piedi e non più seduta sullo sgabello da pianoforte… e la cosa mi è piaciuta molto. Specie quando suonavamo i brani più rock (Bon Jovi, Bruce Springsteen, Dire Straits) mi sentivo a mio agio e cercavo di imitare maniacalmente suoni ed arrangiamenti. Ci esibivamo per lo più alle feste di paese davanti ad un folto pubblico di amici e abitanti della zona, ma l’emozione era grande e, concerto dopo concerto, mi sono convinta sempre di più che il palco era uno dei miei “habitat naturali”!

Nella tua biografia leggo che il Prog arriva nella tua vita nel 1999. Qual è stato, dunque, il “primo contatto” con il “mondo progressivo”?

E.M.: Il chitarrista che suonava in questo gruppo di amici, un giorno mi ha prestato una musicassetta perché gli avevo detto che avevo voglia di scoprire nuova musica, più “cattiva” del rock che spesso ascoltavo (Guns, Bon Jovi, Aerosmith). Sul lato A della cassetta c’erano gli Iron Maiden, sul lato B qualcosa, a detta sua, “di folle, cose da allucinati che ascolta mio fratello maggiore”… ebbene, il lato B era “In the court of the Crimson King”. Ricordo ancora il momento in cui, passeggiando nel centro di Genova con il mio walkman, terminato il primo lato soddisfatta degli Iron Maiden, metto su play il secondo e… mi sono fermata, attonita, presa totalmente da quei suoni, da quelle atmosfere. Era un colpo al cuore: avevo trovato ciò che stavo cercando e che esprimeva il mondo che già avevo dentro di me!

Il tuo percorso artistico è intrecciato indissolubilmente con Il Tempio delle Clessidre (che meritano, naturalmente, un’intervista ad hoc!). Ti va di parlarmene brevemente in questa occasione, con la promessa di approfondirne la conoscenza (con te e con l’intera formazione) nel prossimo futuro?

E.M.: Certamente! Dal momento descritto prima è partito un lungo periodo di ricerca musicale nel quale ho scoperto tutti i grandi del Prog Internazionale e Italiano, ascoltavo moltissima musica e cercavo di riprodurre i suoni che tanto mi piacevano con le mie tastiere di seconda mano.

Per diversi anni ho gravitato in alcune formazioni di Rock Progressivo (Trama, tributo ai Marillion, Narrow Pass, ecc.) continuando parallelamente l’attività live con gruppi rock e metal. Ma sempre più forte in me era l’esigenza di fondare un progetto con cui poter dare vita alle mie idee compositive. Già nel 2003, un “embrione” del Tempio chiamato Hidebehind cominciò a esistere. Nel 2006, grazie al mio caro amico Enrico Pietra, sono venuta in contatto con Stefano “Lupo” Galifi, cantante del Museo Rosenbach (gruppo che amavo, allora inattivo da trent’anni): gli ho proposto di formare un gruppo con cui rivisitare il capolavoro “Zarathustra”, ma soprattutto iniziare a dare forma a nuove canzoni e idee. Il Tempio delle Clessidre, nome scelto per “sigillare” l’unione tra il personaggio di Stefano e la sua storia e il nostro amore per il Progressive ed il concetto del tempo trasfigurato, subisce alcuni cambiamenti di line up ma si stabilizza poi nella formazione con Giulio Canepa, Paolo Tixi, Fabio Gremo (che prende parte attiva insieme a me alle composizioni).

Il nostro primo disco è stato un lavoro enorme, per me il primo vero lavoro discografico, ed il successo che ha riscontrato è stato del tutto inaspettato: ma noi ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lavorato sodo per partecipare a festival e concerti e poter portare il più possibile la nostra musica sui palchi. Sono stati anni duri (nessuno di noi faceva il musicista come mestiere principale), abbiamo dedicato tutto il nostro tempo libero a sessioni in sala prove, registrazioni, produzione di musica. Il tutto con un’idea di identità ben precisa ma soprattutto spontaneamente e in modo naturale.

Altri cambiamenti di line up e il mio trasloco fuori Italia hanno reso le cose più difficili da gestire, ma ci siamo adeguati e abbiamo cominciato a lavorare a distanza. Da qualche tempo siamo fermi per via di impedimenti di vario tipo, ma ci sentiamo occasionalmente e una cosa è certa: la voglia e le idee per ripartire non mancano. Vedremo cosa serberà il prossimo futuro…

E quanto l’appartenenza ad un progetto del genere, riconosciuto, in ambito internazionale, tra i migliori in assoluto della scena Progressiva Italiana del nuovo millennio, ha cambiato la tua vita (artistica e non)? E com’è stato condividere i “primi passi” con uno dei “nomi forti” del genere quale Stefano “Lupo” Galifi?

E.M.: Come ho accennato prima, fin da subito Stefano si è dimostrato disponibile a lavorare e tutti noi abbiamo preso l’impegno di passare molte ore in sala prove. Questo ha consolidato la nostra identità come gruppo e ci ha permesso di conoscerci sia personalmente che musicalmente. Certo non è sempre facile essere sempre tutti d’accordo, ma abbiamo in qualche modo trovato un “magico equilibrio” che ha fatto sì che il nostro sound si sviluppasse. Ognuno di noi ha messo l’anima in questo progetto e sono felice che ciò sia apprezzato e che sia rispecchiato nella nostra musica.

Il 2015 è l’anno del tuo esordio solista “Fistful of Planets Part I”. All’ascolto dell’opera tutto sembra etereo, fatato, magnetico. Ti va di raccontare la genesi dell’immaginaria galassia e del viaggio emozionale descritti dall’album?

E.M.: A dicembre 2014 sono partita per cinque mesi di lavoro come musicista in un piccolo hotel sperduto nelle montagne delle Dolomiti. Era la prima volta nella mia vita in cui mi allontanavo da Genova per così tanto tempo, completamente da sola a fare qualcosa di completamente nuovo. È stato un periodo molto difficile e stancante, ma è stato l’inizio di una fase importante. Nei miei viaggi (dalle Dolomiti sono poi passata in Toscana, per andare a lavorare poi in Svizzera, in Germania, ecc.) e nei miei soggiorni in camere d’hotel non mancava mai il bagaglio del mio “studio nomade”. In quel periodo ho composto i brani per “Fistful of Planets Part I”, dividendoli in “pianeti” e “satelliti” proprio perché così diversi fra loro e logisticamente lontani. Mi piaceva l’idea di costruire una sorta di “galassia” che l’ascoltatore può scoprire brano dopo brano. C’è molto di me, ma il linguaggio è criptico e visionario e assume dunque un carattere universale, se vogliamo. Ho cercato di tradurre le mie emozioni come una sorta di viaggio mentale e trasmettere tutto ciò alle persone che ascoltano il disco.

Quando nasce l’esigenza di pubblicare della musica “in proprio”? Non vi erano caratteristiche in “Fistful of Planets Part I” adatte, per esempio, al Tempio?

E.M.: L’esigenza di creare musica “in proprio” nasce dalla lontananza da casa e dalla sala prove. Non avendo più a disposizione uno studio in cui registrare e i miei compagni di gruppo con cui costruire i brani in sala, mi sono data da fare e ho imparato a diventare autonoma in fatto di registrazioni ed editing musicale. Ho passato tutto il mio tempo libero a scervellarmi sui programmi come Pro Tools e Logic, ho cercato di creare un metodo di lavoro personale che potesse portarmi dei risultati. Passo dopo passo, errore dopo errore, sono riuscita ad arrivare all’autonomia per quanto riguarda arrangiamenti, registrazioni ed editing di base. Questo mi ha permesso di riuscire a fare musica nonostante la mia necessità di spostarmi per lavoro.

Ho sempre pensato a ciò come un qualcosa di parallelo, mai sostituibile al Tempio, e di fatto è ancora così. La mia attività da solista è una necessità e una voglia di esprimermi in tutta autonomia e con i miei tempi e modi, ma non sostituisce tutto il resto. Per quanto riguarda caratteristiche musicali potenzialmente adatte al Tempio, è vero, ho usato lo stesso approccio compositivo che adotto con il gruppo.

Sempre nel 2015 c’è la tua partecipazione attiva al progetto internazionale Vly. Come nasce l’iniziativa? E com’è condividere un “viaggio in musica” con musicisti provenienti da diverse esperienze e differenti paesi d’origine?

E.M.: Il chitarrista Karl Demata mi contattò (aveva visto dei video di me su Youtube e gli era piaciuto il mio stile) e mi propose di prendere parte a una sua idea. Partii per Oxford con alcune sue bozze compositive e lavorammo due settimane agli arrangiamenti, registrando nel suo studio il tutto! Nel frattempo, per pagare il biglietto aereo di ritorno, lui e alcuni suoi amici organizzarono dei piccoli concerti jam session (folk blues) in alcuni pub della zona. È stato per me bellissimo e molto interessante, sono entrata in contatto con musicisti bravissimi e mi sono confrontata a livello stilistico imparando molte cose utili.

Mi parli un po’ dell’esordio discografico “I / (Time)” dei Vly?

E.M.: I brani sono stati composti da Karl e sviluppati insieme a Oxford. Gli altri musicisti hanno invece registrato a distanza (il cantante è di New York e il batterista, Mattias Olsson, di Stoccolma). Sono tornata ad Oxford diverse volte durante l’anno per occuparmi dell’editing e seguire il mix. Ci siamo incontrati tutti insieme una volta soltanto per girare i videoclip con un regista francese e fare il servizio fotografico. Il disco è stato poi affidato alla Laser’s Edge per il master.

Un lavoro decisamente più intimo è “dévoiler”, pubblicato nel 2020. Ti va di spendere qualche parola su questo lavoro “non progressivo”?

E.M.: “dévoiler” nasce dalla necessità di avere un prodotto fruibile nell’ambiente in cui lavoro, ovvero il piano bar. Avevo voglia e bisogno di eseguire la mia musica anche in quell’ambito e avevo anche necessità di esprimermi facendo un genere diverso dal Progressive, che comunque rispecchia la mia personalità. A marzo 2020, come quasi tutti gli operatori dello spettacolo, mi sono ritrovata senza lavoro e in confinamento. Posso dire di aver “sfruttato” questa situazione per poter finalmente rimettermi a comporre: avevo infine il tempo da dedicare alla mia musica e ciò mi ha reso contenta e molto attiva… Ho passato intere giornate a scrivere, registrare, editare, andando in modo completamente spontaneo e creando brani diversi fra loro. Questo album vuole essere una raccolta variegata di canzoni che rispecchiano la mia personalità in molte delle sue sfaccettature.

“dentro a semplici canzoni trovo le mie emozioni / in conflitto con l’immagine che ho di me”. Come nasce la romantica “Come neve a primavera” (singolo pubblicato nel marzo del 2021) e perché non ha trovato spazi, per esempio, in “dévoiler”?

E.M.: Questa canzone è stata composta nel 2015, mentre stavo lavorando a “Fistful of Planets Part I”. Mi trovavo nelle Dolomiti e non avevo ancora un repertorio di piano bar molto vasto, dunque ho dovuto studiare e mettere in opera brani più conosciuti e mainstream. Ho ascoltato per ore ed ore playlist di Spotify sulla musica virale, ecc., cosa che faccio periodicamente per restare aggiornata sulla musica in generale. Ho iniziato il lavoro alle Dolomiti a dicembre e ad aprile ero ancora lì, e ancora nevicava e il termometro non superava lo zero. Ho imparato ad amare ancora di più l’inverno e la neve, sebbene l’aria cambiasse e fosse più primaverile, la neve era la padrona di quelle montagne. Ho trovato ciò molto poetico e romantico. Il brano è stato poi dimenticato in un cassetto fino a marzo 2021, quando ho deciso di riprenderlo e stravolgerne l’arrangiamento in modo che diventasse più moderno.

E sempre nel 2021 sei pronta per “Fistful of Planets Part II”, un album che va “oltre” l’album stesso, un’iniziativa che non è solo sonora ma totalmente “immersiva”. È possibile anticipare qualcosa sul come i cinque sensi saranno coinvolti in questa esperienza polisensoriale? E come si è svolta (e si svolgerà) la collaborazione tutta al femminile con le artiste Delfilm e Strega del Castello?

E.M.: Nel lungo periodo di riduzione dell’attività lavorativa, contemporaneamente a “dévoiler”, ho lavorato sulla seconda parte della galassia “Fistful”. Non posso descrivere quanto avessi bisogno di riprendere il viaggio in questo mondo… le canzoni sono uscite come un fiume, alcune nate tempo fa in luoghi diversi ma rimaste in stato di “embrione musicale”, altre scritte e registrate in un giorno. Sono stata in isolamento volontario per quasi due mesi a lavorare senza sosta e mi sentivo benissimo. Man mano che il disco prendeva forma mi sono resa conto di quanto profondo stava diventando questo viaggio, e di quanto fosse necessaria la presenza di elementi di corredo che potessero far comprendere il senso profondo a chi lo ascolta. Le idee sono nate spontaneamente e sviluppate tramite visioni, disegni, calcoli, incontri e scambi di opinioni. Fondamentale l’apporto della coproduzione con Mattias Olsson che ha elevato il lavoro rendendolo completo e sorprendente.

L’idea di fare una scatola che potesse contenere alcune piccole cose da portare con sé durante questo “viaggio mentale” mi ha sempre più presa, fino ad arrivare a pensare che… perché no, devo provarci! Delfilm era già presente come fotografa per “dévoiler”, le ho proposto di creare immagini e “textures” che potessero raccontare questa galassia. Abbiamo lavorato a stretto contatto scegliendo colori, disegni e foto. Lei ha la capacità di accostare colori e sovrapporre immagini, mischiano l’antico con il moderno, proprio come sto facendo io con i suoni di “Fistful of Planets”.

Da anni uno dei miei sogni è quello di poter accostare un profumo alla musica. Sono appassionata di profumi artistici e credo molto nel potere evocativo delle essenze, quasi come se fossero pozioni magiche in grado di fermare il tempo ed evocare visioni e ricordi… se ci si pensa, anche la musica ha questo potere. Immaginiamo dunque cosa potrebbe succedere se una musica e un profumo sapientemente accostati si esprimessero insieme! Questo è il fulcro del progetto polisensoriale. Ho proposto a Strega del Castello di prendere parte a questa “folle idea” e lei ha accettato. Le sue creazioni sono meravigliosamente evocative. Nella scatola sarà presente una delle sue “pozioni” in un formato speciale dedicato a “Fistful of Planets”. Questo elemento sarà fondamentale nella fase iniziale di questo viaggio. Immaginate un grammofono che fluttua nello spazio oscuro… sì, un grammofono antico… una musica antica che suona, non si sa perché e come sia giunto lì, né da quanto tempo questo disco stia girando… e qui entrano in gioco gli oggetti nella scatola. Noi potremo accompagnarvi soltanto per la prima fase, ma un vero viaggio mentale va fatto nella completa solitudine. Bisogna perdersi per ritrovarsi.

Sul tuo sito è possibile leggere la genesi “Fistful of Planets Part II” e una delle parti più affascinanti è la storia dell’incontro con Monsieur Attala. Ti va, dunque, di parlare un po’ di come l’anima musicale di “Fistful of Planets Part II” ha preso vita?

E.M.: La figura mitologica delle sirene mi ha sempre affascinato, come se fosse in qualche modo una unione tra una credenza antica e un elemento quasi fantascientifico. Il caso volle che nell’hotel in cui lavoro venne un cliente, Monsieur Attala, un distinto signore novantenne amante della musica e compositore amatoriale di poesie e di operette. Rimase colpito dal mio modo di suonare il piano, emozionale e puro a detta sua, e mi donò lo spartito del “Valse des sirenes” con un libro a fumetti (bellissimo!) sulla leggenda della sirena Ikèa di Montluçon, dicendomi che lui aveva scritto questo adattamento della leggenda e che potevo usare questa musica e suonarla. Ho pensato subito che fosse una coincidenza quasi magica, perché proprio in quel periodo stavo sviluppando l’idea di iniziare “Fistful” con un salto temporale e avevo la visione di questo grammofono sperduto nello spazio siderale. Da lì ho sviluppato il brano (nel disco sarà presente in due versioni, una delle quali con arrangiamento orchestrale di Jose Manuel Medina) e l’ho fatto diventare qualcosa di antico e perduto… come se fosse una musica degli anni ’20 ritrovata, con una copertina polverosa dimenticata in qualche armadio.

Al netto di quanto detto sinora, quali sono, secondo il tuo punto di vista, i punti di contatto e le differenze sostanziali tra i due capitoli di “Fistful of Planets”?

E.M.: “Fistful of Planets part II” è un disco completo, sia per quanto riguarda la lunghezza che per il filo logico che lega i brani fra di loro. A differenza della parte I, è un viaggio che ha un inizio e una fine (se vogliamo chiamarla così… più che “fine” è una “non fine”). È un disco che riprende in modo parallelo la stesura del primo, con satelliti e pianeti di diverso colore, ma che va molto più a fondo, senza pudore, insinuandosi in abissi della mente nei quali spesso non vogliamo addentrarci. Qui è più chiaro il messaggio di “spazio”: il mio obiettivo è quello di far aprire la mente dell’ascoltatore e di donare ad essa uno spazio nuovo, perché credo che tutti noi stiamo soffocando in questa realtà e siamo condizionati sempre di più a soffocare i nostri istinti e la nostra intelligenza. Voglio credere che questa musica possa in qualche modo donare una scintilla e far svegliare nelle persone la volontà di reagire al presente e migliorare il mondo intorno a noi.

Da ogni tuo brano erompe la tua passione per la musica e questo sentimento prende forma (spesso) attraverso brani delicati e poetici, che racchiudono al tempo stesso (tra gli altri) un senso di romanticismo e malinconia. Ma come nasce un tuo brano e quali sono le tue fonti di ispirazione?

E.M.: Dipende, i brani nascono in modi diversi. Il denominatore comune è l’ispirazione: a volte sembra quasi che la musica non arrivi dalla mia mente, ma da un luogo sconosciuto, e io ho la sensazione di fungere da “tramite” perché essa possa concretizzarsi. Per questo sono molto attenta a mantenere viva l’essenza dell’idea di base e a non snaturarla troppo. Diverse volte ho composto brani quasi in una sorta di trance: come se la musica mi fosse “suggerita” da uno spirito superiore e io cercassi di captarne il senso e trasmetterlo con il linguaggio più appropriato possibile. Spesso riascolto questi brani e non riesco a capire né a ricordarmi come siano nati nella mia mente.

Restando sempre sul fronte musicale, tanti sono gli album di altri artisti che ti hanno vista partecipe in veste di collaboratrice. Uno su tutti “Dremong” di Max Manfredi. Mi racconti quest’esperienza?

E.M.: Partecipare a “Dremong” è stata un’esperienza ricca, bella, difficile ma piena di cose interessanti che mi hanno fatto crescere. L’approccio musicale di Max Manfredi è lontano da quello del Prog, le canzoni sono incentrate sulle parole e sui concetti: lui ha una sorprendente abilità a usare le parole anche trasfigurandone il significato, ma rendendole dirette e allo stesso tempo metaforiche. Per “Dremong” ha voluto che i musicisti entrassero a far parte integrante del processo di arrangiamento. In alcuni casi, invece, sono stata direttamente coinvolta nella fase di composizione (come per la title track e l’introduzione strumentale del disco), abbiamo lavorato in stretto contatto per arrangiamenti e mi ha chiesto di contaminare i brani con dei suoni Prog, ma “caldi”. Il lavoro di ricerca sonora è stato enorme e molto edificante.

E ancora in tema di collaborazioni, la lunga lista vede, tra gli altri, The Samurai of Prog, Logos, Celeste, Sophya Baccini e Spettri. Ma come ti trovi in veste “ospite”?

E.M.: Mi piace! Per via della lontananza questi lavori sono gestiti con scambio di files, registrazioni ed editing separati, ma alla base c’è sempre uno scambio di opinioni e di idee. A volte i brani cambiano molto dalla prima stesura perché ho “carta bianca”, altre volte (ma più raramente) il risultato da ottenere è più preciso. Sono contenta di poter avere la possibilità di partecipare a lavori discografici di colleghi musicisti e spero di poterlo fare sempre di più.

Mi parli un po’ del tuo look camaleontico e di quanto è importante nella tua vita artistica?

E.M.: Fin da adolescente ero appassionata di moda, di design e di colori. Disegnavo e frequentavo l’università iniziando a sperimentare look dark e gothic su me stessa, prendendo ispirazione da video musicali e foto di band heavy metal, goth, rock anni ‘70. Ho costruito talmente tanti stili che gli armadi di casa erano pieni zeppi di vestiti e accessori (ma il mio conto in banca sempre vuoto!).

Per me l’immagine di un artista o di un gruppo è fondamentale, deve essere strettamente legata alla musica che questo artista produce e deve ispirare le persone, raccontando il mondo che viene espresso tramite la musica. Con il Tempio abbiamo potuto sviluppare questo aspetto, soprattutto durante i live, e abbiamo capito l’importanza di armonizzare la nostra immagine con i contenuti che esprimiamo. Sono una perfezionista e vorrei poter non invecchiare mai per trasmettere il mio mondo interiore, che è ancora trasparente e pieno di colori come quello di quando ero bambina!

“Spulciando” ancora la tua biografia, mi ha colpito, tra i tanti tuoi aspetti artistici e creativi, questo: la creazione di “esoteric emotional improvisation”. Ti va di approfondirne il concetto e la sua attuazione?

E.M.: Mi sono trovata più volte a lavorare come pianista in luoghi o eventi particolari in cui si respirava un’atmosfera di raccoglimento. Non sempre è possibile farlo, ma quando il luogo e le persone sono giusti, mi concentro sull’”assorbire” l’atmosfera del posto, sento le vibrazioni energetiche del momento e cerco di riprodurre al pianoforte le mie sensazioni, cercando di renderle più pure possibile. Se il pubblico è disposto all’ascolto si può creare un momento molto emozionante di scambio emotivo, senza parole… la Musica è protagonista.

…e poi composizioni, lezioni di piano e canto, piano bar, eventi aziendali in giro per l’Europa ed altro ancora: quando hai deciso (e hai capito) che la musica sarebbe stata la tua strada (e il tuo lavoro) nella vita?

E.M.: Nel 2012. Da anni esercitavo il mestiere di impiegata (ero responsabile di reparto da nove anni in un grosso network nel campo dell’ottica), ma non era la mia vita: nel weekend e la sera ero sempre a suonare in sala prove o a lavorare sui progetti discografici, a suonare nei pub, ecc. Vivevo una doppia vita e la parte che mi rendeva me stessa, quella della musica, era molto sacrificata. Dopo anni di problemi di carattere depressivo, neurologico e anche fisico ho capito che non potevo continuare così. Ho preso in mano la mia vita (meglio tardi che mai!) rischiando il tutto e per tutto. Non è stato facile, perché non potevo permettermi una stabilità economica. Per questo sono dovuta partire e intraprendere il mestiere del musicista di piano bar, estenuante e incerto, fino a trovare finalmente un compromesso ed un lavoro fisso (incrociando le dita, sono quattro anni che ho un contratto presso l’hotel in cui lavoro in Svizzera) che mi ha permesso di sopravvivere, sebbene lontana dalla mia Genova.

Spostandoci un attimo sul fronte live, con Il Tempio delle Clessidre hai calcato diverse volte palchi non italiani. Che idea ti sei fatta dell’attuale cultura musicale internazionale, del modo in cui il pubblico ne fruisce e dello spazio che si dedica alla musica dal vivo? E quali sono le differenze con il nostro Paese?

E.M.: In generale il pubblico straniero conosce molto bene il Progressive Italiano e di solito ha una buona cultura generale in fatto di Progressive e musica “di nicchia”. In Italia, ovviamente, il Prog Italiano la fa da padrona, la differenza è che suonando anche su palchi in occasioni diverse e non strettamente legate al Prog, noi del Tempio abbiamo potuto notare che, nonostante sia difficile proporre la nostra musica dal vivo ad un pubblico non abituato al genere, si può comunque arrivare a coinvolgere le persone e a farle interessare. Credo che se non ci fossero queste limitazioni oscene imposte dal music business e dai mass media, la popolazione italiana avrebbe più possibilità di scoprire musica “non commerciale” e di apprezzarla forse ancor di più dei tormentoni a cui essa è sottoposta 24 ore su 24!

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il tuo punto di vista per chi fa musica?

E.M.: Il web è un’ottima piazza su cui potersi promuovere, spesso gratuitamente. Negli ultimi tempi le cose sono molto cambiate e tutto il lavoro fatto per creare fitte reti di contatti, ora è quasi annullato dalla mancanza di visibilità dei post che gli stessi social “filtrano”. In pratica, se una persona ha 5000 contatti e pubblica un post, questo avrà una copertura di massimo 200/300 persone. Se si desidera che sia visibile a tutti, bisogna pagare. Prima non era così. Non biasimo nessuno, ma ciò che mi rende più ansiosa è la sensazione che l’”entropia” stia aumentando in modo esponenziale. C’è troppo materiale, ovunque… i video sono sempre più corti, le canzoni devono colpire dopo trenta secondi altrimenti si passa oltre, gli artisti vengono sovente dimenticati perché non si dedica neanche il tempo per approfondire la loro conoscenza.

Il web è un’arma a doppio taglio. Mi trovo in difficoltà nel riuscire a divulgare le notizie sulla mia attività sui social. Ho creato il mio sito personale con tante funzioni, ma le persone non sono molto abituate a visitare i siti (me compresa!) e dunque tutto viene sintetizzato. Ma quando si parla di cultura non si possono abbreviare le idee, non si possono condensare le sensazioni in un’emoticon.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel tuo caso specifico, quali ostacoli hai incontrato lungo il cammino?

E.M.: In parte ho risposto nella domanda precedente, ma posso precisare una cosa: fare un buon disco costa. Per quanto un artista cerchi di essere autonomo, di accollarsi tutte le ore di lavoro per registrare, editare e lavorare i files, se si vuole ottenere un buon risultato è necessario fare mixare i brani in uno studio e puntare ad un master fatto bene. Se non si è capaci, bisogna ingaggiare un grafico per tutto ciò che concerne il packaging del disco. Un fotografo in caso di immagini fotografiche… e poi la stampa del supporto sonoro, la tassa sul copyright, i vari costi per sito web, eventuali promozioni web, ufficio stampa, video, gestione delle piattaforme digitali e così via: alla fine la parte creativa è ridotta ad un ristretto ritaglio di tempo ed è un peccato!

Qual è la tua opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

E.M.: In questi ultimi dieci anni la scena del Progressive Italiano è cresciuta molto, anche se sempre nel sottobosco. Non avendo molto tempo per ascoltare musica in generale, non riesco a stare dietro a tutte le produzioni e la lontananza dall’Italia non aiuta. Tuttavia ho ricevuto diverse richieste di collaborazione a distanza per progetti discografici: Celeste, Logos, The Samurai of Prog e un progetto nuovo che verrà alla luce nel prossimo futuro.

Proporre la propria musica dal vivo, specialmente se si tratta di Rock Progressivo, non è facile. In tempi normali bisogna investire tempo e denaro per cercare di proporsi a locali ed eventi: d’altro canto in Italia ci sono ottimi festival Progressive e grazie a ciò si può riuscire a salire sul palco… Speriamo che si ritorni presto alla normalità e che le attività di musica dal vivo riprendano, è troppo importante: è in quelle occasioni che si riesce a vendere dischi, ad esprimere la propria musica direttamente e ad avere un rapporto diretto con i fan e gli appassionati.

Numeri alla mano, il Progressive Rock è un mondo quasi prevalentemente maschile. È stata dura farsi spazio in un ambiente del genere?

E.M.: Mentirei se dicessi che è stato semplice. Non ci sono vantaggi a essere una donna nel mondo del Prog (ma anche in generale direi): ci sono spesso stati pregiudizi, del tipo che una ragazza debba essere quasi sicuramente “la cantante del gruppo”, o che si sia inesperte in ambito pratico/tecnico (collegamenti dell’impianto, suoni sul palco, ecc.). Spesso alla fine dei concerti mi è stato detto “Allora non sei solo bella, sei anche brava!” con tono stupito… Beh, lo prendo come un doppio complimento, ma in fondo non trovo molto giusto questo modo di pensare, come se curare la propria immagine e voler esprimere un mondo interiore attraverso il modo di vestirsi e di apparire fosse un modo per compensare una qualche lacuna. Nel mio caso non è mai stata vanità, bensì l’istinto di esprimere la mia visione artistica in tutti i modi e con tutti i mezzi a disposizione.

Esulando per un attimo dal mondo Elisa Montaldo e “addentrandoci” nella tua vita, ci sono altre attività artistiche che svolgi nel quotidiano? Per esempio, so che sei una make up artist

E.M.: Il mio mestiere principale da qualche anno è la pianista di piano bar. Come detto prima, ho un contratto in un hotel di lusso in Svizzera e mi guadagno da vivere in questo modo: è un grosso sacrificio in quanto ho dovuto lasciare l’Italia e i miei cari e spesso, suonare sei ore al giorno, è devastante e non mi lascia energia per fare la musica che davvero mi interessa. Ho un passato di responsabile del reparto occhialeria di un grosso network nel campo dell’ottica, ho fatto altri lavori prima di scegliere la strada della musicista a tempo pieno.

Sono anche una make up artist, esatto, e adoro questa attività, ma non è facile trovare ingaggi in Italia. In Svizzera ho già fatto saltuari lavori per cortometraggi e pubblicità.

Un’altra attività a me tanto cara sono le arti marziali: perché sempre di arte si parla, dopotutto! Ho una passione per il kung fu e, sebbene abbia dovuto smettere di praticarlo a livello agonistico, cerco di fare tesoro di tutto ciò che ho imparato: è grazie al kung fu che ho avuto la forza di volontà per cominciare questo lavoro e superare ostacoli (fisici e mentali!).

Un’altra attività artistica che pratico fin da quando ero piccola è il disegno. Adoro disegnare e ho anche fatto diversi corsi, è qualcosa che mi viene spontaneo proprio come la musica. Mi piace lavorare sulla comunicazione visiva e creare un mondo figurativo legato alla musica. Così ho sempre fatto con il Tempio delle Clessidre (il logo, i progetti grafici di base, la copertina del terzo album) e così sto facendo ancora di più con il mio nuovo “Fistful of Planets Part II”: ho creato per la prima volta un mio logo, un “monogramma” tutto personale, trovo molto importante il fatto che le persone possano abbinare un simbolo, dei colori e delle forme a un personaggio artistico e alla sua musica.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), ti va di confessare il tuo “podio” di preferenze personali?

E.M.: Eh, domanda difficile perché ho moltissimi preferiti! Diciamo che se Elton John è colui che a ciclo ascolto più spesso per un valore affettivo, ci sono dischi che mi stanno a cuore e che hanno segnato la mia vita: “The lamb lies down on Broadway” dei Genesis, “Aqualung” dei Jethro Tull, “In the court of the Crimson King” dei King Crimson, “Sacrilegium” dei Devil Doll (questo in assoluto il mio disco “feticcio”). Ultimamente sto ripercorrendo gli inizi dei Pink Floyd (ascoltandoli però in vinile) e Frank Zappa.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di te, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che ami e di cui consiglieresti di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

E.M.: Da anni non ho il tempo di leggere, mentre prima divoravo libri a tutto spiano. Mi sento di dire che se non vi ci siete abbastanza soffermati in passato, o se non le avete mai lette, le poesie di Baudelaire contenute in “Les fleurs du mal” potrebbero aprire porte di percezione particolarmente interessanti: non è una lettura leggera, il tutto è molto oscuro e sofferto, ma per quanto mi riguarda è una delle espressioni letterarie che vanno al di là delle parole. Quando si legge Baudelaire si sentono suoni e profumi.

Piano, autoharp e strumenti orientali quali guzheng, flauti cinesi, koto elettrico giapponese ed altri ancora: ma qual è lo strumento che ami di più e che più ti rappresenta? E cosa ti affascina degli strumenti provenienti dal lontano Oriente?

E.M.: Il pianoforte senza dubbio. È il mio campo da gioco, il mio muro del pianto, la mia palestra e il mio nascondiglio. Suonandolo molte ore al giorno, da qualche anno il rapporto con questo strumento è diventato qualcosa di molto personale e istintivo.

Gli strumenti del lontano Oriente sono per lo più costruiti con materiali naturali come il legno e il metallo. Il suono che producono è arcano, le corde sono spesso senza “tasti” che le costringono in intervalli di semitoni, sono dunque libere di percorrere lo spettro sonoro e le dita servono quasi sempre a modulare le note in modo fluido. Inoltre molti strumenti sono pentatonici, hanno quindi cinque note e parlano direttamente al nostro “fanciullo interiore” (la musica pentatonica è appunto una musica “primitiva”, che ci mette in contatto con la Terra e non ha dissonanze). Penso che sia per questi motivi che noi occidentali spesso associamo i suoni di questi strumenti con il rilassamento e la pace interiore. A me piace sperimentare e inserire questi strumenti nella nostra musica (l’ho fatto molto nel disco “Dremong” di Max Manfredi e lo farò anche nel suo nuovo album attualmente in produzione), lo trovo interessante e curioso.

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immagini il futuro della musica nel nostro paese?

E.M.: Non è facile immaginare un futuro preciso… dipende dai momenti, se sono pessimista od ottimista… ma, in generale, penso che ci sia troppa offerta, troppe informazioni di ogni tipo, molta musica che nemmeno riesce ad avere il tempo di essere metabolizzata. Voglio sperare che da questo stato di “entropia crescente” possa derivare un senso di ridimensionamento generale: vorrei che le persone si soffermassero a riflettere su cosa veramente piace loro, senza essere condizionati dall’esterno e dal “troppo facile”. Vorrei che si ricominciasse a fare ricerca culturale, a scoprire produzioni di nicchia, a spostarsi per andare ad ascoltare musica dal vivo o visitare mostre d’arte. Utopia? Può darsi. Ma credo che una parte della popolazione si stia come “risvegliando” dal torpore, e io voglio essere una di quelle persone che usano la musica per condividere pensieri, aprire la mente e aiutarsi a vicenda nell’individuare cosa si vuole veramente e chi si vuole essere.

Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che ti va di condividere sui tuoi anni di attività?

E.M.: Ti racconto una cosa che mi dà molta gioia durante il mio lavoro di musicista di piano bar. Come si può facilmente intuire devo suonare un repertorio abbastanza “classico”, che sia adatto ad un ambiente di lusso e che intrattenga le persone durante il loro soggiorno all’hotel e al ristorante: mi è stato detto di fare musica “da piano bar”, sono scesa spesso a compromessi, ho suonato cose che mi davano l’orticaria per riuscire a soddisfare lo “standard” richiesto dalle agenzie di artisti e per seguire i consigli di colleghi con più esperienza di me: ma sai cosa è successo? In mezzo ai brani di Sinatra, Norah Jones e compagnia bella, ho cominciato a inserire la musica che davvero mi piace… qualche brano dei Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull, Yes… ho osato con ELP, King Crimson, tutto ciò in versione piano e voce piuttosto personale. Alla fine ho conquistato i clienti in questo modo! Spesso vengono a dirmi che hanno riconosciuto il brano e sono molto colpiti di ascoltarlo in un luogo del genere… mi fanno cenni di apprezzamento e mi ringraziano per aver loro reso la serata indimenticabile. Per me è una gioia immensa, se c’è anche solo una persona che ama il Progressive e che può riconoscere con quanta passione sto suonando quella musica, beh, per me è una gran cosa.

E per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro di Elisa Montaldo (ma anche, eventualmente, de Il Tempio delle Clessidre e Vly) che ti è possibile anticipare?

E.M.: Ovviamente il mio “Fistful of Planets Part II”, con l’ambizioso progetto del “box polisensoriale”, disco al quale sto lavorando moltissimo: ci credo e sento che devo far conoscere il più possibile questo viaggio visionario alle persone che sanno capire e aprire la mente.

Nel prossimo futuro, come ho accennato prima, uscirà un album prodotto da Davide Ronfetto, un chitarrista torinese molto bravo: mi ha proposto di fare gli arrangiamenti di tastiere per tutti i brani e non mi sono risparmiata con organi e mellotron…

Il nuovo album di Max Manfredi, “Il grido della fata”, è attualmente in produzione e sarò presente con strumenti orientali e voci: è una musica colta, con sperimentazioni sonore e contaminazioni, non vedo l’ora che giunga al termine (è un lavoro lungo e articolato) perché sarà veramente interessante!

Con Il Tempio delle Clessidre abbiamo recentemente avuto un incontro a Genova: le idee non mancano, la voglia neppure. C’è una indubbia difficoltà nel gestire le cose a distanza e senza possibilità di fare concerti (per il momento), ma chissà… io spero che si riusciranno a superare gli ostacoli e a rimetterci in pista!

Grazie mille Elisa!          

E.M.: Grazie a te per lo spazio che mi hai dedicato, spero di aver trasmesso quanto sia contenta di poter raccontarmi e fare entrare te e il pubblico nel mio mondo artistico!

(Maggio, 2021)

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