Un caro benvenuto a Jacopo Cenesi (J.C.), Nello De Leo (N.D.L.), Eleonora Gasparri (E.G.), Lorenzo Marani (L.M.) e Francesco Ronchi (F.R.): Le Vele di Oniride.
Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono Le Vele di Oniride e cosa c’è nelle vite di Jacopo, Nello, Eleonora, Lorenzo e Francesco prima de Le Vele di Oniride?
N.D.L: Questo progetto è per me il frutto di un lungo percorso nato nel 2006, quando fondai la band Ellephant (con cui ho vinto vari concorsi, tra cui il videocontest di Imola con la canzone “Il Mio Cielo Distrutto”); l’idea era quella di sperimentare il più possibile con le sonorità che più mi hanno formato musicalmente. Quell’idea è sempre rimasta prioritaria in me e nel 2017 ho deciso di ripartire dalla stessa formula.
E.G.: Io arrivo molto dopo la nascita de Le Vele di Oniride. Sono stata, infatti, contattata dal gruppo per sostituire il precedente tastierista, quando il progetto era già oltre la fase di sviluppo.
Prima di entrare in questo gruppo, la musica faceva già parte della mia quotidianità. Sono una pianista classica, studentessa al Conservatorio. Insegno pianoforte in due scuole del territorio imolese e ho all’attivo un altro gruppo di genere pop.
L.M.: Quindici anni di basso elettrico, una infinità di progetti, demo e due lauree in Conservatorio, purtroppo.
F.R.: Io sono entrato solo nel 2022 nella band, per cui non ne so molto al riguardo, ma so che il progetto nasce, come ricordato da Nello, dalle ceneri di un altro gruppo rock sperimentale, gli Ellephant. Al tempo già guidati dallo stesso Nello, dopo essersi sfaldati, sono stati ripresi brani da quel repertorio e trasformati, mentre altri sono stati creati ex novo nel corso degli anni passati. Infatti, alcuni dei pezzi che compongono questo disco hanno svariati anni di tribolazioni alle spalle, altri invece sono più nuovi.
Riguardo alle mie esperienze passate in altri progetti, posso dire che ci sono state due costanti nella mia vita: la musica Prog e la musica folk/world. Ho avuto un progetto Progressive/Folk Metal giovanile, i Sundale, per circa cinque anni e col quale sono cresciuto. Purtroppo eravamo molto giovani e non con la giusta testa per arrivare a concretizzare un disco, per cui il gruppo si disgregò dopo qualche live. Successivamente ho avuto un gruppo indie folk, gli Holocene, con testi legati alle tradizioni della nostra valle del Santerno. Anche questo gruppo durò poco (un paio d’anni), per poi evolversi nell’Antico Lunario, un progetto (neo)medieval/folk con influenze Progressive e all’attivo con un full length, attualmente con un secondo in fase di mix.
Le Vele di Oniride: come cade la scelta sul nome?
F.R.: Domanda complessa a cui Nello saprà rispondere sicuramente meglio. Il nome è stato proposto dal nostro produttore Loris Furlan, al tempo io ancora non ero presente. A Nello sicuramente piacque molto, e anche a me piace assai in quanto mi evoca delle immagini di lietezza e cupezza allo stesso tempo, come di un grande vascello in mare aperto, che deve affrontare un lungo viaggio di giornate miti e altre totalmente burrascose, alla ricerca di un approdo che è quasi un miraggio, ma che probabilmente esiste: Oniride.
N.D.L.: Inizialmente presentai la band con il nome del vecchio progetto, cioè Ellephant, ma subito Loris Furlan Lizard ci consigliò di non utilizzare un nome in lingua inglese, perché non ci avrebbe rappresentato bene, viste le liriche in italiano e le sonorità Progressive nostrane. Successivamente, ascoltando tutti i brani, lo stesso Loris ha immaginato che la nostra musica potesse rappresentare un viaggio verso un’isola onirica ed ha suggerito il nome Le Vele di Oniride.
Dalla commistione del Progressive con la psichedelia, con l’aggiunta di venature dark e cantato in lingua italiana, nasce “La Quadratura del Cerchio” (2023), il vostro esordio discografico. Mi narrate la sua genesi?
N.D.L.: La genesi è molto tribolata, basti pensare che fino ad un anno fa cantavo io, per mancanza di vocalist, ma, con una buona autocritica, ho capito che ero il punto debole della mia stessa band e, a quel punto, mi sono ricordato di Francesco, che avevo sentito anni fa con un’altra band e che, secondo me, rappresentava la vocalità perfetta per i miei testi. Altro aspetto è che Eleonora in questo album non ha suonato, perché l’abbiamo conosciuta di recente e noi eravamo in cerca di un/una tastierista e lei ha accettato (naturalmente la sentirete nel secondo album). Le tastiere sono suonate da Cristiano Costa, che, però, per impegni personali, non poteva seguire appieno il progetto e, molto generosamente, ha scritto le parti e le ha suonate. Io, Lorenzo e Jacopo abbiamo creato, dal 2018 al 2020, la stesura dei brani praticamente in trio. Ecco perché ho voluto chiamare l’album “La Quadratura del Cerchio”.
F.R.: Io sono entrato a far parte del progetto da fine gennaio 2022 (sebbene già conoscessi da tempo Nello, in quanto i musicisti a Imola si conoscono praticamente tutti e anche perché ero solito, ogni tanto, andare nella sala prove da lui gestita) e fu in quel periodo che Nello mi disse del materiale di questo nuovo progetto che era già stato interamente registrato, ma che serviva appunto una voce adatta per fare “quadrare il cerchio”. In quel periodo, tra l’altro, ero presissimo all’interno di un corso da tecnico del suono che stavo seguendo presso la Scuola APM di Saluzzo, in Piemonte, per cui è stato un po’ impegnativo conciliare le lezioni, lo studio per i test che ci venivano fatti quasi settimanalmente e le registrazioni delle mie voci demo. Ma appena ascoltai i pezzi pensai che il progetto avesse qualcosa di speciale e unico, e che sarebbe stato fantastico prenderne parte. Per cui cercai al meglio che potei di conciliare il tutto. Entro qualche settimana ebbi tutte le voci demo pronte (le registravo la sera in una delle aule del corso! Ahah!), e a fine corso, a giugno 2022, stavo registrando le voci definitive presso la stessa sala prove gestita da Nello.
Ascoltando il teaser dell’album, nonostante la sua breve durata, si può decisamente affermare che le caratteristiche sopra riportate si colgono nitidamente. Ma quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?
N.D.L.: Tanti ascoltatori colgono i Pink Floyd, che indubbiamente fanno parte del mio background, anche se mi ispiro molto più probabilmente ai Radiohead e ai Tool, in certi momenti, in altri ai primi Genesis, agli Yes e ai King Crimson; avendo poi una bellissima tradizione Progressive e sperimentale anche “in casa nostra” cito sicuramente il Banco, Le Orme e Franco Battiato, anche se poi spazio veramente in tantissimi altri ascolti e, se ho bisogno di una certa sonorità, la cerco anche altrove.
F.R.: A parte qualche coro aggiuntivo a fare da sfondo, io non ho composto nulla di questo disco, in quanto le linee vocali erano già state scritte e registrate da Nello… Le ho solo riadattate al mio stile di canto, modulando alcune linee in modo leggermente diverso e cambiando alcune note a mio gusto. Ad ogni modo, le mie fonti d’ispirazione nel canto sono diverse. Ho sicuramente fatto miei vari stili differenti nel corso di tanti anni di ascolti, sebbene non possa dire di aver mai imitato consciamente dei cantanti. Ho però sicuramente fatto mie le emozioni che mi facevano provare alcune voci caratteristiche, come quelle di Ian Gillan (Deep Purple) e Roger Wootton (Comus), pensando a due gruppi importanti del passato, ma anche quelle di Eddie Vedder (Pearl Jam) e Tom Englund (Evergrey, Redemption), pensando a due voci di successo contemporanee.
Vi va di approfondirne il contenuto delle liriche?
N.D.L.: I miei testi sono talvolta intimisti, talvolta diretti, anche se non hanno mai un nome e cognome e non descrivono situazioni particolari, ma più i sentimenti che ne derivano; mi piace pensare che se qualcuno ne ha bisogno possa appropriarsene per qualcosa di personale.
F.R.: Le liriche sono state quasi tutte pensate da Nello, per cui per la maggior parte di queste, passo la parola a lui. Ad ogni modo, ho potuto contribuire all’aggiunta di alcune parti in “L’Illusione dell’Oblio” e “Catarsi”. Nel primo caso ho scritto un testo coerente con l’andamento delle liriche già esistenti, andando a evidenziare il concetto di “oblio” che si vuole esprimere, interpretando le sensazioni che io stesso provo nel momento in cui forze esterne mi prevaricano. Nel secondo caso, ho interpretato il testo esistente scritto da Nello a modo mio. Quando canto “ci risvegliammo intrisi d’acqua…” ho pensato a due esseri umani, uomo e donna, che si risvegliano in un mondo nuovo e lo esplorano insieme, così ho aggiunto una porzione di testo immaginando l’uomo che cerca il suo centro di equilibrio (la sua compagna) all’interno del bosco (bosco come metafora di una vita complessa e intricata, una sorta di “selva oscura”), e una seconda porzione di testo, che è puramente un omaggio emozionale alla relazione con la mia compagna.
Mi parlate un po’ anche della parte grafica che accompagna “La Quadratura del Cerchio”?
N.D.L.: Per quanto riguarda la copertina, un giorno Loris mi girò alcuni lavori fatti da un suo amico e collaboratore della Lizard e mi disse che era disposto a regalarcene uno; a quel punto ho preferito che fosse lui a completare tutto il packaging, proprio per ricompensarlo della generosità e per essersi appassionato attivamente al progetto, oltre che per la continuità artistica. L’artista è Egidio Marullo.
L’opera rappresenta bene l’album, perché è anch’essa molto soggettiva e aperta ad interpretazioni e ben rispecchia i nostri brani.
F.R.: Tutto l’artwork è un lavoro di pittura contemporanea curato da Egidio Marullo, artista che, appunto, collabora spesso con Lizard Records. Per disegnare il tutto si è avvalso di acquerelli e bicchieri per fare le forme circolari. Mentre, per l’interno del booklet, la tecnica di realizzazione mi è ignota. Noi gli abbiamo solo inviato le registrazioni del disco e lui si è lasciato guidare dalle sensazioni che la musica gli evocava per la realizzazione grafica. Direi che ha colto il giusto spirito dell’opera: l’artwork è oscuro, tormentato, misterioso e, al tempo stesso, onirico.
Il disco è uscito, appunto, per Lizard Records. Come entrate nell’orbita dell’etichetta di Loris Furlan e come si è svolta la collaborazione?
N.D.L.: Nel 2017 registrammo una demo di 3 brani e la inviammo a varie etichette; alcune risposero positivamente, anche se, fin da subito, Loris Furlan mi sorprese, perché iniziò a darmi tanti consigli molto generosi, che avremmo potuto tranquillamente usare senza poi collaborare con l’etichetta. Diciamo che lui ha veramente saputo cogliere in noi le potenzialità nascoste, aiutandoci a crescere e a formare quello che poi è l’album d’esordio, tra l’altro con una visione in linea con noi.
F.R.: Come ricordato da Nello, diverso tempo fa lui inviò del materiale demo (c’era ancora la sua voce e le tastiere erano profondamente diverse, con una timbrica più adatta a un gruppo metal che a un gruppo Prog Rock) a diverse etichette italiane, che non citeremo in questa sede. Solo un paio risposero. Una aveva un pubblico che si discostava un po’ troppo dalla nostra proposta musicale, mentre la Lizard Records aveva il giusto bacino di utenti per questa pubblicazione. Per quel poco che so, Loris ha aiutato molto nella produzione artistica, fornendo spunti di riflessione sugli arrangiamenti. Ha aiutato nello snellire gli orpelli inutili e focalizzando il tutto sulle giuste sensazioni che le canzoni dovevano evocare. Ci ha tra l’altro lasciato quasi completamente carta bianca, non ha imposto nulla, fornendoci dei suggerimenti per la migliore riuscita del disco.
Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?
J.C.: Da un lato la musica è diventata più democratica, si fa per dire, nel senso che, sia da parte del pubblico sia da parte degli artisti, quelli che un tempo erano i canali preferenziali di fruizione e proposta della musica hanno, ad oggi, molto meno potere di quello di un tempo; chiunque può ascoltare chiunque in qualunque contesto (specialmente online e sui social). Tanti artisti del passato sono stati riscoperti, grazie ad internet, così come tanti tipi di musica arrivano alle nostre orecchie con una facilità che era impensabile anche solo quindici anni fa. D’altra parte, e questo a mio parere quasi azzera i pro che ho appena detto, questo appiattimento dell’industria musicale su una superficie così vasta, unita ad una bulimia contenutistica data soprattutto dai progressi tecnologici (bastano un microfono collegato ad una scheda audio, o anche solo uno smartphone, per creare contenuto musicale) e, forse la cosa più importante, la pressoché totale scomparsa del supporto fisico, hanno di fatto inoculato l’idea sotterranea che questo tipo di arte sia ormai da considerarsi gratis, poiché alla facile portata di tutti; non a caso la stessa idea di “vendere” un disco oramai è totalmente fuori dal mondo.
N.D.L.: Noi possiamo dire di aver usufruito della parte buona del web, perché abbiamo inviato il materiale su Messenger, quindi c’è molta più rapidità in tutto; in più ti puoi promuovere e farti conoscere meglio, anche se è un oceano troppo vasto e la soglia d’attenzione sui social è sempre più bassa.
E.G.: Sicuramente questa nostra ormai quotidiana connessione ha permesso a molti artisti di farsi notare, anche in Paesi lontani dal loro. Si sono fatti un seguito, sono nate collaborazioni e sono divenuti fonte di ispirazione per altri giovani artisti.
La nota negativa che mi sento di esprimere è che in un mondo così pronto ad esporre sui social media tutti questi artisti, molti vengono messi in secondo piano, e altri non vengono presi in considerazione perché ormai sono una copia di qualcosa di già esistente. Si fa più fatica a fare una scrematura, perché ormai tutti possiedono i mezzi necessari per esprimere la propria arte senza filtri.
L.M.: Non credo ci siano pro. Abbiamo a nostra disposizione talmente tanti prodotti che si ha la sensazione di non avere più tempo né spazio per essere curiosi né per esprimersi. I big della musica, e chiunque abbia avuto un qualsiasi riscontro pre-internet, è chiuso in una sorta di nostalgia tour continuo e chiunque altro rimane irrilevante. Forse è andata peggio a loro, ad essere onesti.
F.R.: La “civiltà 2.0”, come detto già in queste risposte, permette a tutti di poter mostrare le proprie doti artistiche online, il che è contemporaneamente un pro e un contro. La parte positiva è il poter arrivare potenzialmente alle orecchie di chiunque – certo, con la giusta targetizzazione e comunicazione sul web -, la parte negativa è che, appunto, tutti oggi si sentono legittimati a dire la loro (che sia un’opinione o la pubblicazione di una canzone), il che ha portato a una tremenda saturazione. Siamo costantemente immersi in un miasma di input, talmente tanti che abbiamo ottenuto l’effetto contrario. Invece che avere interesse nell’ascoltare con curiosità nuove proposte musicali, siamo spesso annoiati o addirittura nauseati da tutti questi input. Nuova musica che merita di essere ascoltata e piccoli capolavori escono ancora oggi, ma è diventata molto più ardua la loro ricerca. Una cosa che so per certo è che, se nel 2023 decidi di non pubblicare il tuo disco interamente sui servizi di streaming per lasciarlo valutare al pubblico, sei davvero tagliato fuori. Quindi state tranquilli, anche “La Quadratura del Cerchio” arriverà presto online.
E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?
J.C.: Sono le dirette conseguenze delle circostanze descritte prima! In un mondo in cui l’industria musicale non ritiene più conveniente investire in un disco o in un album, in quanto ormai prodotti desueti e poco affini alla musica da TikTok, quasi diventa necessario, per creare prodotti di qualità dignitosa, ma soprattutto con la libertà artistica che si desidera, autoprodursi in toto e affidarsi, piuttosto, a una buona agenzia di booking o a un’etichetta che utilizzi i propri contatti per sponsorizzare il progetto tramite live ed eventi vari, o tramite i social stessi.
Nel nostro caso la scelta è stata più o meno obbligata, data la scarsità di fondi. Abbiamo deciso di registrare il disco “alla vecchia”, con qualche microfono, una sala prove e un fonico a supervisionare tutto. Inizialmente sono emerse molte difficoltà nel gestire i suoni ma, considerando la strumentazione di cui disponevamo e il tempo investito da ognuno, il risultato finale è stato più che buono, soprattutto grazie a Francesco, che ha lavorato molto sul mixing delle tracce ed è riuscito pian piano a tirare fuori il mood che cercavamo, a metà tra puro “do it yourself” e prodotto professionale.
N.D.L.: Personalmente la cosa peggiore è sapere che, anche se un album piaccia, tante persone non siano disposte a comprarlo perché possono ascoltarlo gratuitamente; io continuo a comprare album, perché lo considero un gesto per far vivere il nostro settore.
E.G.: Proprio perché molti artisti vogliono farsi conoscere, l’autoproduzione credo sia la via più veloce per avere un accesso rapido su piattaforme social o incentrate esclusivamente sulla riproduzione musicale.
C’è anche da tenere in considerazione che lavorare in uno studio, seppur porti a dei risultati sicuramente più professionali e ragionati insieme a degli esperti, è abbastanza dispendioso. Un giovane artista, che ancora non è certo della via che vuole percorrere, non rischia di spendere soldi in qualcosa che non sa se gli può portare frutti.
L.M.: Dell’autoproduzione parlava già Moroder in tempi non sospetti; da un certo punto di vista è bello pensare che chiunque ha i mezzi per esprimersi come più gli piace. Il problema credo siano appunto i soldi che mancano nell’industria della musica da una decina d’anni.
F.R.: Oggigiorno oggettivamente non ci sono i soldi per registrare e far mixare un disco intero in uno studio di registrazione professionale. Parliamo di cifre tra i 2000 e i 7000/8000 euro per un lavoro completo, in base al prestigio dello studio. Ovviamente non sto considerando gli artisti già con le spalle ben salde, parlo dei piccoli gruppi o dei giovani cantautori. Come ben immagini, questo problema è ricaduto anche su di noi. La soluzione è stata far registrare il disco da un nostro conoscente all’interno della sala prove gestita da Nello, poi, fortunatamente, essendo un tecnico audio, ho potuto cimentarmi io stesso nel missaggio e nel mastering del tutto, abbattendo in questo modo la maggior parte dei costi. È stato comunque dovuto sostenere un discreto costo per la stampa dei dischi, quello era imprescindibile. Non ci piace pubblicare musica senza un supporto fisico e personalmente non riesco ad adeguarmi al trend delle uscite solo digitali.
La raccolta fondi può essere un’idea futura per avvalersi di un fonico di grande esperienza in uno studio vero e proprio, ma penso si debba già avere un bacino di ascoltatori che ti seguano attivamente e siano così appassionati da sostenerti economicamente.
Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?
N.D.L.: La cosa bella del Progressive è che c’è sempre una nicchia interessante, invece i locali che propongono musica originale scarseggiano, ma è proprio un problema culturale italiano.
F.R.: Ammetto di non essere molto ferrato sull’argomento, il che è paradossale. Riguardo al Prog Italiano, ascolto più quello degli anni ’70 che quello degli anni 2000; in generale trovo più fantasioso e immaginifico quello… I progetti attuali che mi sono capitati sotto le orecchie li ho trovati piuttosto blandi e poco ispirati. Diverso discorso per quello estero, ho trovato più innovazione e sperimentazione.
Riguardo agli spazi per i live, già ce ne sono pochi per la musica originale in generale, figuriamoci per il Prog originale. Staremo a vedere col tempo.
Esulando per un attimo dal mondo Le Vele di Oniride e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?
N.D.L.: Sul piano artistico ho vari lavori in testa, ma dovrei trovare il tempo per iniziarli, tra cui un romanzo e un cortometraggio, mentre, per ciò che riguarda la musica, la mia vita c’è dentro a 360°, in quanto ho conseguito sia il triennio che il biennio in jazz in Conservatorio e il mio lavoro è insegnare chitarra e fare laboratori.
E.G.: Sono una pianista classica e studio al Conservatorio G. Rossini di Pesaro. Faccio parte di diversi cori, sia come cantante che come pianista e da tre anni suono in un gruppo pop, I Congiunti, con cui portiamo in giro per il territorio la nostra musica.
F.R.: Lavorando come tecnico in un service audio/luci/video, il tempo libero dove svolgere altre attività artistiche è per me diventato una perla rara. Quello che posso fare è cercare di raccogliere e godermi tutti i momenti artistici che il mio lavoro mi offre, sia in live che in studio. Essenzialmente adoro missare musica, scolpire suoni e coltivare un progetto in tutte le sue parti, comprese quelle grafiche e promozionali. Come musicista suono anche la ghironda – uno strumento tradizionale ben conosciuto in Piemonte e nelle aree occitane – in un paio di progetti folk. Mi piacerebbe integrarla prossimamente in alcuni dei brani nuovi de Le Vele di Oniride.
E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?
N.D.L.: La band che mi ha traghettato verso ciò che faccio sono i Radiohead perché, quando ascoltai “Kid A”, capii che era stupendo poter creare nell’ascoltatore dei colpi di scena imprevedibili; della stessa scuola cito i Pink Floyd e i The Beatles. Sicuramente poi ci sono Genesis, Yes, King Crimson, il Banco, Le Orme, gli Area, la P.F.M., Franco Battiato, ma anche i Gong e Mike Oldfield e, passando per la Germania, cito i Tangerine Dream, i Popol Vuh, i Kraftwerk, Klaus Schulze. Per chiudere, cito Pat Metheny e Miles Davis, nel contesto jazz.
E.G.: Sono una grande ascoltatrice della radio, proprio per cercare di portarmi alle orecchie più informazioni musicali possibili. Non nego però di avere delle preferenze. La musica italiana d’autore è senz’altro in cima alla lista, insieme alla musica blues e soul degli anni ‘60-‘70.
Trovo stupenda anche la musica appartenente alla branca del cool jazz e mi piace scoprire la musica brasiliana.
L.M.: Se dovessi indicare tre dischi che mi piacciono direi “Heavy Weather” dei Weather Report, “Ok computer” dei Radiohead e “Close to the edge” degli Yes.
F.R.: Domanda difficilissima per un ascoltatore che va a periodi, come me. Ti citerò alcuni dei progetti che adoro per motivi ed emozioni in gioco diverse, che mi hanno cambiato e formato:
– Amorphis, Evergrey, Moonsorrow, per citare tre nomi dalla musica heavy che tutt’ora continuo ad ascoltare come quando avevo 15 anni;
– L’Ham de Foc e, in generale, tutti i progetti di Efrén Lopez e dei musicisti con cui lavora, per citare le mie influenze dalla world music eclettica di ricerca (a mio avviso accostabile alla musica classica, per certi aspetti);
– Sleepytime Gorilla Museum, Univers Zero, Henry Cow e Samla Mammas Manna, se penso al Prog d’avanguardia nell’ambito “rock in opposition”;
– Pink Floyd, Yes, Mike Oldfield, Genesis, Renaissance e Pendragon, se penso al Rock Progressive britannico;
– alcuni nomi dal folk rock: Fairport Convention, Pentangle; e dal folk psichedelico: Comus, Third Ear Band, Hexvessel;
– non posso non concludere con alcuni dei miei progetti Prog Italiani preferiti, come Le Orme, il Banco, gli Area, Città Frontale, Procession, il Canzoniere del Lazio, gli Aktuala e i siracusani Fiaba.
La lista potrebbe andare avanti per pagine, meglio che mi fermi qui!
Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?
N.D.L.: Pensando a noi, mi verrebbe da dire Pirandello, perché, a nostro modo, spesso i nostri testi dipingono degli scenari riflessivi, che anche l’autore crea, anche se in modo più paradossale e grottesco.
E.G.: Essendo io una pianista classica, mi sento di citare Claude Debussy. Fu un grande innovatore per quello che era il diciannovesimo secolo, davvero anticonvenzionale. La sua musica è oltre il tempo e l’anima, nulla mai è stato in grado di trasportarmi così nel profondo come la sua musica.
Guardando più ai giorni nostri, un altro uomo di cui tenere nota è senz’altro Fabrizio De André, l’anticonformismo per eccellenza. Sempre “in direzione ostinata e contraria”, ma da sempre la voce di tutti.
Osservando, invece, il mondo dell’arte, e più nello specifico della fotografia, mi piace sempre ricordare Robert Doisneau. Al centro dei suoi scatti c’è la quotidianità dell’uomo e tutte le emozioni che si porta dentro. Ha sempre voluto rappresentare una realtà ricca di tenerezza e benevolenza, che seppur ai nostri occhi non sempre sia riconoscibile, è pur sempre un mondo che può esistere.
L.M.: Consiglio la lettura di un libro: ‘’Talent Is Overrated’’ di Geof Colvin.
F.R.: Uno scrittore da approfondire che personalmente mi ha lasciato a bocca aperta per la qualità della scrittura e delle tematiche impegnative ottimamente integrate alla narrazione: Neal Stephenson e il suo “Ciclo Barocco”. Un tema centrale della serie è la trasformazione dell’Europa dal dominio e dal controllo feudale verso sistemi di governo, finanza e sviluppo sociale razionali, scientifici e più basati sul merito che definiscono ciò che oggi è considerato “occidentale” e “moderno”.
Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?
N.D.L.: Personalmente ho composto materiale per un altro album solo nel primo mese di pandemia, naturalmente dai toni molto scuri e un po’ nevrotici; credo che il nostro paese non abbia subito troppo da questa situazione, ma solo perché già precedentemente la schiera di band che fa musica propria, aveva difficoltà a proporsi.
Purtroppo l’ascoltatore medio non vuole novità e i locali o le varie manifestazioni musicali prediligono cover e tribute band, anche se, prima o poi, finirà questa storia, perché anche chi suona in queste situazioni inizia a non soddisfare più i ragazzini che tra dieci anni diventeranno i consumatori. A questo punto sarebbe meglio vedere cosa di nuovo esce fuori, magari non dai talent, e sperare.
E.G.: Personalmente la pandemia mi ha aiutato a scrivere la mia musica. Avere il tempo per riflettere, non dover correre dietro a tutte le tempistiche e alle pressioni sociali a cui quotidianamente siamo sottoposti, mi ha dato proprio la voglia di dire qualcosa di mio.
Riconosco, però, che a livello globale l’arte ne abbia risentito parecchio. Per troppo tempo gli artisti di qualsiasi ambito hanno avuto difficoltà nel riprendere il proprio lavoro, e quindi a poter tornare ad una normalità perduta.
L.M.: Il Covid è stato effettivamente un periodo buio per tutti noi ma credo che abbia dato anche tanto tempo di riflettere sull’effettiva rilevanza di quello che facciamo ogni giorno. In un certo senso vedo una nuova curiosità verso la musica che fa ben sperare.
F.R.: Nel primo anno del Covid non lavoravo e avevo un sacco di tempo. L’ho vissuto personalmente abbastanza bene, essendo una persona che ha bisogno dei suoi spazi e momenti per ricaricarsi. Ricordo che ero nel pieno della composizione di un disco world dalle molte influenze (tra Prog acustico, musica mediterranea e sapori arabi) e sulla contemporanea registrazione del prossimo disco dell’Antico Lunario – il mio progetto (neo)folk –, che spero veda luce alla fine del 2023.
Durante il secondo anno ero, invece, fuori regione per motivi di studio, per cui anche in quel periodo sono riuscito a non farmi troppo influenzare dal mondo esterno.
Sicuramente fra quelli che ci hanno rimesso di più ci sono stati i tecnici freelance nell’ambito dello spettacolo… molti hanno dovuto semplicemente adattarsi e cambiare lavoro, perché per loro non ce n’era più. Mentre, riguardo alla musica, i gruppi piccoli che propongono musica propria erano nella m*rda in quel periodo, come lo erano prima del Covid e lo sono anche ora. Forse oggi, però, c’è ancora meno voglia di ascoltare musica nuova, complice la pesantezza che ha portato il Covid, forse, ma anche, a causa della saturazione continua di cui dicevo sopra. Mentre la TV spazzatura e i talent che propongono i soliti artisti “meteora” (che fanno spettacolo per qualche anno e poi cadono nel dimenticatoio) hanno continuato indisturbati. La solita storia.
Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri primi anni di attività?
N.D.L.: Di aneddoti ce ne sarebbero troppi, perché, a parte io, Jacopo e Lorenzo, nella band abbiamo avuto svariati musicisti, prima di trovare l’assetto giusto. Forse la cosa più interessante da dire è che siamo riusciti a registrare le parti dell’album (chitarre, basso e batteria) durante le vacanze di Natale del 2020, in lockdown, ma sfruttando in modo misurato i giorni arancioni sul calendario.
E per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro de Le Vele di Oniride che vi è possibile anticipare?
N.D.L.: Sicuramente il nostro primo live a Porretta Cafè ad agosto 2023, poi una cover che Loris vede adatta a noi (ma che non voglio svelare), ma soprattutto direi la preparazione del secondo album.
Grazie mille ragazzi!
F.R.: Grazie mille a te Donato per questo spazio!
(Agosto, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)





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