Un caro Benvenuto a Lorenzo Bernardini (L.B.), Luca Dallatorre (L.D.) e Riccardo Molinari (R.M.): David’s Lodgers.
Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “scontata”: come nascono i David’s Lodgers e cosa c’è prima dei David’s Lodgers nelle vite di Lorenzo, Luca e Riccardo?
D’s.L.: I David’s Lodgers nascono come tante altre band negli anni della scuola, per l’esattezza noi tre ci siamo conosciuti verso i 12 anni. Il nostro incontro è nato da amicizie comuni, in quanto non frequentavamo gli stessi istituiti o le stesse classi. È scaturito tutto dall’incontro di Luca e Riccardo all’epoca delle medie. Luca, in quel periodo, suonava con un ragazzo che sarebbe diventato, anni dopo, il bassista dei David’s Lodgers.
Lorenzo era un conoscente di Luca, frequentavano lo stesso istituto ma erano in classi diverse e, per un giro infinito, si sono trovati ad esibirsi assieme durante un concerto della loro scuola media. Da questi incontri casuali, dovuti ad amicizie comuni e gusti musicali affini, è nato il nucleo centrale dei DL.
Le idee poco chiare, la voglia di sperimentare e la grande passione per la musica ci ha permesso di suonare diverse cover spaziando in tanti generi diversi, passavamo dal punk al grunge, dall’hard rock a tutto quello che ci trasmetteva emozioni.
David’s Lodgers: come nasce il nome della band? Mi parlate di David?
D’s.L.: Ahahah! Stranamente nessuno ce lo aveva mai chiesto! È una di quelle domande che immagino si sentano rivolgere spesso i musicisti seri! Ripensandoci ci scappa un po’ da ridere perché eravamo da tempo alla ricerca di un nome.
Per un paio di anni ci siamo chiamati Cavi Protozoici, ma un pomeriggio stavamo caricando gli strumenti nelle auto di uno dei nostri genitori, la sera avremmo dovuto esibirci ad un concorso nella provincia piacentina. Mentre discutevamo del nome da usare quella sera, dato che Cavi Protozoici era davvero troppo imbarazzante, Lorenzo se ne uscì con il nome di David’s Lodgers in onore del padre di Luca che ci ospitava nel suo piccolo studio di registrazione casalingo e che è stata la nostra tana per alcuni anni.
In quella sala è dove siamo cresciuti musicalmente e dove abbiamo mosso i primi passi nel mondo della musica ed è anche dove abbiamo registrato e composto il disco. Luca amava chiamarla la nostra piccola “Abbey Road”. Lì abbiamo passato davvero una quantità infinita di ore negli anni!
I David’s Lodgers hanno iniziato da tempo il loro viaggio e, molto affamati, hanno divorato, durante il loro percorso, le cover dei Nirvana e dei Deep Purple, dei Genesis e dei Pink Floyd. Quando si passa, dunque, dall’essere una cover band al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?
D’s.L.: Onestamente non ricordiamo di preciso. Con Luca e Riccardo era già dai tempi delle medie che tentavamo di comporre qualcosa ma erano pezzi semplici e immediati e spesso brani del tutto nonsense e goliardici.
La svolta verso la musica “matura” crediamo sia avvenuta con l’arrivo di Lorenzo qualche mese dopo.
Ciascuno di noi aveva la propria educazione musicale derivata dalle nostre famiglie, avendo avuto tutti e tre la fortuna di crescere in ambienti dove si ascoltava musica e con genitori musicisti. Lorenzo era molto incentrato sui cantautori all’epoca, Riccardo più sul blues, grazie a suo padre, e Luca è cresciuto a pane e Genesis.
La svolta Progressive, è stata abbastanza naturale in quanto era un genere che affascinava tutti e tre. Passavamo ore a parlare di band e scambiarci dischi influenzandoci a vicenda.
Tornando alle composizioni, un giorno Riccardo è arrivato in sala con quella che sarebbe diventata “Dice”, il brano di apertura del disco. Era una bozza, ma subito siamo rimasti impressionati e abbiamo iniziato a registrare dei demo con un 4 piste che ci aveva messo a disposizione il padre di Luca. Assieme a questo pezzo è iniziata la frenesia compositiva, principalmente per opera di Riccardo, che è sempre stato il più prolifico, bisogna ammetterlo!
Il 2008 è l’anno del vostro unico album: “David’s Lodgers”. Mi narrate la sua genesi?
D’s.L.: Non ricordiamo ci sia mai stata l’idea di fare un disco. Ci piaceva registrare, forse abbiamo iniziato a parlare di autoprodurre un disco solo nel 2008 quando già avevamo quasi tutti i brani pronti, spinti anche dal fatto che vedevamo tante band locali di nostri amici pubblicare le loro opere, anche se, a onor della cronaca, noi eravamo i soli a fare quel genere, bene o male.
I brani sono nati tutti per caso mentre si provava e contemporaneamente registrava per poi essere ri-registrati svariate volte dato che ogni tanto spuntava fuori una nuova idea o una nuova diavoleria tecnologica che ci veniva prestata dal padre di Luca.
Ci siamo trasformati in topi da “studio”, a differenza di tante band che, invece, provavano i pezzi tutti assieme rafforzando il sound. Noi abbiamo fatto tutto al contrario, non amavamo suonare dal vivo all’epoca e onestamente la nostra proposta musicale non era nemmeno tanto considerata. Così ci sentivamo a nostro agio nel nostro piccolo studio, dove potevamo passare ore indisturbati dato che avevamo la fortuna di averne uno gratis per giunta.
Molto bello ma anche molto frustrante, non sembrava mai di raggiungere il risultato sperato, soprattutto per Luca che si occupava di registrare il tutto (e che ha sempre avuto un po’ le manie di perfezione e controllo, era un gran rompi scatole a volte!).
Sostanzialmente è così che è nato il disco, dal 2006 alla pubblicazione. Un continuo lavoro di composizione, registrazione e rifacimenti per apportare migliorie. Ognuno portava un brano o parte di esso e ci lavoravamo in studio assieme per ore… e ore e ore!
Quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?
D’s.L.: Per quanto riguarda la parte prettamente musicale crediamo che i mostri sacri del genere siano stati sicuramente le nostre principali fonti di ispirazione. Il Progressive inglese soprattutto è quello che abbiamo sempre ascoltato fin da giovani, sia le band più affermate che quelle meno conosciute. Quelli che conoscono il disco possono però cogliere che è un miscuglio di influenze non solo Progressive. C’è tanto anche di altri generi musicali.
Suonavamo principalmente brani dei Pink Floyd, qualcosa dei Genesis e altri brani rock di vecchia data, questi sono sicuramente tra gli artisti che ci hanno influenzato, ovviamente non c’era una gran richiesta per una cover band di sedicenni che suonava la musica dei cinquantenni! Avevamo quindi sviluppato un certo gusto e alcune mezze idee durante gli anni precedenti alla pubblicazione del disco, frutto della megalomania dell’epoca presumiamo. L’idea centrale era di creare un concept album, un grande classico del Progressive Rock. Come ricordato prima, nessuno aveva in mente di pubblicare un disco fintanto che non abbiamo avuto tre o quattro brani fatti e finiti e, a quel punto, ci è sembrato naturale farlo.
Un altro stimolo è derivato ovviamente dal padre di Luca che ci ha fornito l’attrezzatura per registrare, tanti consigli e anche tempo oltre che aiutarci in fase di mix e master. Avere a disposizione uno spazio è stato fondamentale.
E sul fronte delle liriche, vi va di approfondire le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?
D’s.L.: I testi sono stati scritti principalmente da Riccardo e da Luca. A parte “What I feel”, cantata e scritta da Lorenzo che, a nostro avviso, è una piccola perla. Avevamo questa idea di scrivere su argomenti che riguardassero diversi momenti dell’esistenza delle persone e dei vari stati d’animo che si vivono in quegli attimi. Alcuni esempi sono la frenesia della vita moderna che tutti noi facciamo, la rassegnazione e la tristezza in punto di morte, il sentirsi impotenti di fronte a certi eventi, l’amore ovviamente. Ma il fulcro centrale doveva essere uno e cioè il fato, la casualità che in tante culture riveste una parte essenziale.
Il fato, o destino, a nostro avviso dominava le vite, da qui l’idea del testo di “Dice”, appunto, e della copertina del disco. Forse abbiamo peccato un po’ di presunzione all’epoca, non eravamo nemmeno maggiorenni e già si pensava di aver capito tanto!
L’inglese è stata quasi una scelta obbligata, innanzitutto nessuno voleva cantare e alla fine è toccato farlo a Luca, complice il fatto che fosse probabilmente quello un po’ più intonato e forse, sotto sotto, anche quello un po’ più megalomane. Nota a chi lo conosce la sua eterna fissa per Phil Collins, si credeva un po’ il cantante batterista. Dal vivo, però, le canzoni è toccato cantarle a Riccardo, dato che era impensabile per Luca farlo mentre era impegnato con le bacchette e anche perché, spesso, ci siamo scontrati con molti fonici che storcevano il naso alla sola richiesta di mettere un microfono al batterista per fare anche solo dei cori. Poi, ammettiamolo, non avere qualcuno davanti che ci mette la faccia e comunica col pubblico è un grosso limite per una band… Purtroppo alla gente piace avere qualcuno da guardare in prima fila invece che ascoltare e basta.
Tornando al discorso principale, è stato scelto l’inglese perché è una lingua più musicale, più semplice dell’italiano da cantare. I tentativi di scrivere qualcosa di apprezzabile nel nostro idioma si sono rivelati vani. Ogni volta che rileggevamo i testi scritti in italiano e pensavamo a cosa gli autori famosi riuscissero a comporre nella nostra lingua madre ci sentivamo in difetto. Ergo abbiamo optato per l’inglese avendo anche la fortuna di masticarlo tutti abbastanza bene.
Vi va di spendere qualche parola anche sulla surreale copertina dell’album?
D’s.L.: L’idea o, meglio, le prime idee sono nate una sera nel pub che solitamente frequentavamo (o meglio, quella sera abbiamo pensato agli elementi che avremmo voluto per la copertina del disco). Non volevamo le nostre facce, non ci è mai piaciuta l’idea di esporci. Volevamo uno o più disegni che rappresentassero nella quasi totalità i testi le musiche presenti nel disco, niente foto ammiccanti o grafiche futuristiche. Riccardo portò l’idea di un dado che rappresentasse il fato, Luca, all’epoca, ero fissato con Dalì (pur non capendo nulla di arte) e cercava di portare esempi di opere dell’autore a cui ispirarsi e Lorenzo aveva dato altri spunti sul significato che la copertina dovesse assumere. Così abbiamo coinvolto Carlotta Ghiretti, un’amica di infanzia che studiava arte, molto brava a disegnare. Le abbiamo parlato delle nostre idee di cosa per noi dovesse esserci sulla copertina per poi darle carta bianca. Ci ha messo tanto del suo, è stata una delle prime persone a leggere i testi e a sentire le registrazioni al fine di capire e immedesimarsi nelle atmosfere del disco per poi restituire graficamente le sensazioni che la nostra musica le dava. Così Carlotta ha realizzato gli stupendi disegni del disco, una collaborazione tra amici e appassionati di diverse forme d’arte. Siamo molto fieri della copertina e del suo lavoro, è riuscita a capire le canzoni e a darle una sua interpretazione. Era la prova che il nostro messaggio poteva arrivare ed essere compreso.
All’interno del libretto, invece, Luca ha insistito per inserire un tocco misterioso, così è nata l’idea della nostra foto totalmente oscurata all’interno, una specie di richiamo a “And then there were three” dei Genesis, scattata in mezzo ad un campo di grano, anche se ovviamente non si capisce!
Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?
D’s.L.: Onestamente, non avendo etichette o agenzie di booking, la promozione è stata pressoché nulla. Si andava in cerca di date nella nostra provincia, suonavamo ovunque potessimo e soprattutto dove ci volevano. Ovviamente mai pagati e solamente per la gioia di farlo e poter far sentire la nostra musica.
Le vendite furono scarse, perché non c’era una vera distribuzione del disco. La distribuzione e la vendita era tutto a carico nostro, infatti era solito venderlo di persona ai concerti come veniva fatto da tante altre band, o, in alternativa, tramite chi ci scriveva una mail o chi ci contattava su MySpace, all’epoca molto in voga.
Non ci aspettavamo nulla, sia chiaro, eravamo già contenti di avere un supporto fisico con le nostre idee, è stata una grande soddisfazione soprattutto perché avevamo fatto tutto da soli senza l’aiuto di etichette, produttori o figure simili. Dal comporre al registrare ogni singola nota, all’editing al mix e master tutto è stato fatto da noi e da David, ovviamente, e ancora oggi ne andiamo molto fieri, pur riconoscendo i limiti del nostro lavoro, sia chiaro!
La vera nota positiva venne dai giornalisti del settore che lavoravano per blog e riviste! Ci siamo presi la briga di spedire a nostre spese delle copie gratuite ad alcuni di essi con all’interno una lettera in cui spiegavamo chi diavolo fossimo e pregandoli di ascoltare il nostro disco e in caso di darci un parere! Le critiche furono buone in molti casi, alcune ottime addirittura, ma non sono mancate le stroncature, sia chiaro, qualcuno ci definì prolissi! Per noi era un complimento in realtà! Ricevemmo buone recensioni dagli esperti del settore e finimmo per avere un’ottima recensione di un paio di pagine su una rivista come Rockerilla, e su un blog molto importante come ProgArchives! Fu davvero speciale e unico e grazie a quelle recensioni vendemmo alcune copie che spedimmo personalmente in USA, nel Regno Unito e persino Australia e Giappone. Niente boom di vendite sia chiaro, ma per dei ragazzi di appena 18 anni è stata una soddisfazione immensa.
Mi parlate un po’ del brano “Pigmalione” che fa parte della compilation “Male d’Amore” (2010)?
D’s.L.: “Pigmalione” è nato nel secondo periodo della band, quando siamo diventati più una band live che da studio. E si sente…
Erano entrati da poco due altri membri, Giovanni Ziliani al sax e Enrico Crippa al basso. Entrambi erano nostri amici dai tempi delle medie, ma suonavano in band differenti. Nessuno di noi voleva più cantare dal vivo, era diventata una sofferenza. Eravamo parecchio timidi nonostante tutto e sostanzialmente nessuno di noi si sentiva in grado di farlo. Abbiamo provato a cercare un cantante, per un breve periodo abbiamo provato con un ragazzo che oggi è abbastanza conosciuto nel panorama Prog Italiano ma non ha funzionato. Non faceva per noi avere un frontman. Così, con l’ingresso di Enrico al basso e di Giovanni al sax abbiamo deciso di concentrarci e diventare una band solo strumentale e di ampliare anche i nostri orizzonti musicali e aggiornare un po’ le nostre influenze verso sound più moderni. I nuovi ingressi hanno portato enormi benefici e nuovi stimoli, la differenza con l’avere un bassista di ruolo e capace e un altro musicista che spaziava tra sax e flauti nella band ha dato una svolta decisiva al nostro sound. Abbiamo composto tanto e, per la prima volta, l’abbiamo fatto in sala tutti assieme suonando come una band, arrivando ad avere materiale esclusivamente strumentale sufficiente per un nuovo disco che purtroppo non siamo mai riusciti a pubblicare.
Detto questo, “Pigmalione” è nata dall’idea di Lorenzo che strimpellava da un po’ l’arpeggio iniziale e aveva letto da poco qualcosa riguardo il mito di Pigmalione. Ci ha raccontato un po’ di cosa parlasse e abbiamo cercato di sviluppare tutti assieme una musica che potesse narrare questo mito a modo nostro. L’idea che avevamo della nostra musica era di provare a narrare qualcosa. Cercavamo un argomento che ci piacesse e che stimolasse tutti, lo approfondivamo e provavamo a metterlo in musica trasferendo le emozioni che ci suscitava con note e atmosfere musicali…
E poi, dopo qualche anno, sui David’s Lodgers cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?
D’s.L.: Abbiamo suonato assieme fino al 2012 poi, purtroppo, la nostra vita è cambiata. Chi è entrato nel mondo del lavoro come Luca, chi ha continuato gli studi universitari e si è dovuto trasferire in altre città come Riccardo e Lorenzo. Fisiologicamente il tempo è diminuito, esaurendo man mano i momenti liberi per vederci. Non c’è stato nessun litigio, ma un forzato allontanamento dovuto alla crescita umana e agli impegni che tutti hanno dovuto affrontare nella vita di studio e di lavoro. Siamo ancora ottimi amici in buoni rapporti, con passioni e idee in comune, ma il tempo anche solo per trovarsi e bere una birra al pub è sempre meno purtroppo. La speranza, un giorno, quando la vita di tutti si sarà assestata, è quella di riuscire a riprendere il percorso intrapreso assieme fin da ragazzi.
E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Lorenzo, Luca e Riccardo?
D’s.L.: Ad oggi abbiamo impieghi in campi diversi. Alcuni di noi hanno continuato per alcuni anni a suonare assieme in altri progetti totalmente differenti dai David’s Lodgers come Luca e Riccardo, Lorenzo ha suonato per anni in una band formata da lui e altri ragazzi. Al momento nessuno ha un progetto musicale in cantiere e si suona davvero poco sfortunatamente, vivendo tutti in città diverse. La musica ricopre ancora oggi un ruolo importante nelle nostre vite ma al momento più in veste da fruitori.
Sulla vostra pagina Facebook possiamo ancora leggere: Do you know why the clouds are so strange? Voi, dunque, siete riusciti ad individuarne il motivo?
D’s.L.: Ancora non lo abbiamo capito e rimaniamo sempre meravigliati da questo fenomeno che tanto ci affascinava da ragazzi, quando passavamo ore nei parchi piacentini a suonare e guardare il cielo discutendo dei temi e delle cose che le vita ci metteva davanti!
Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?
D’s.L.: Possiamo parlare come fruitori dall’inizio di questo fenomeno. Ricordiamo con piacere i primi social come MySpace con i quali ci siamo interfacciati sin da subito per far conoscere la nostra musica. Facebook è arrivato successivamente e non era certo fatto per promuovere una band all’epoca. Ora le cose sono diverse e tutti i social possono essere utili. Ci lasciano tuttavia un po’ perplessi questo fenomeno, da amanti del supporto fisso, e crediamo che avere qualcosa da maneggiare, scartare e visualizzare abbia il suo fascino e la sua utilità. Tuttavia è innegabile che la possibilità di farsi conoscere al giorno d’oggi è di gran lunga superiore. Se dobbiamo pensare a un risvolto negativo, però, l’ampia scelta di proposte musicali può portare ad una conseguente difficoltà per il fruitore. Scovare qualcosa di realmente interessante potrebbe risultare complicato!
E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? Non avete mai pensato di tentare la “carta” etichetta discografica per il vostro esordio?
D’s.L.: Le difficoltà ci sono sempre state, soprattutto per chi suona e crea musica di un certo tipo. Nel nostro piccolo l’autoproduzione è stata una scelta obbligata. Provenendo da una piccola città di provincia non avevamo contatti di sorta, gli studi di registrazione erano scarsi e le nostre possibilità economiche ancora di più. Inoltre, la scena musicale era di un certo tipo, molto settoriale, il mercato per le band emergenti era orientato su generi diversi e proposte molto differenti dalla nostra. Tuttavia Piacenza in quegli anni era una città che offriva una scena musicale davvero viva, con tante band che suonavano generi molto diversi tra loro. Oggi purtroppo non è più così. Le cover band la fanno da padrona. Nonostante questo fenomeno non positivo per chi suona musica propria, abbiamo notato negli ultimi anni un ritorno di interesse verso certi generi musicali, tra cui il Progressive appunto.
Facendo un parallelo tra letteratura e musica, tra il mondo editoriale e quello discografico, è, non di rado, pensiero comune etichettare un libro rilasciato tramite self-publishing quale prodotto di “serie B” (o quasi), non essendoci dietro un investimento di una casa editrice (con tutto il lavoro “qualitativo” che, si presume, vi sia alle spalle) e, in poche parole, un giudizio “altro”. In ambito musicale, al momento dell’uscita di “David’s Lodgers”, avete percepito la stessa sensazione o ritenete questo tipo di valutazione sia ad uso esclusivo del mondo dei libri? Al netto della vostra esperienza, consigliereste alle nuove realtà che si affacciano al mondo della musica la via dell’autoproduzione?
D’s.L.: Per chi ha la possibilità di crearsi un proprio spazio consigliamo sicuramente di autoprodursi per iniziare un percorso musicale, soprattutto se si vuole suonare un certo genere. Ad oggi la tecnologia per creare un home studio è ben diversa da quella che avevamo noi. Le apparecchiature sono ormai economicamente e alla portata di tanti. Acquistare microfoni, pc con schede audio, preamplificatore, ecc. a prezzi ragionevoli è fattibile. Si possono, inoltre, seguire corsi anche online per imparare a registrare, editare, mixare. Ovvio costa fatica, impegno e tanto tempo. Non è una cosa che tutti sono disposti a fare.
Noi abbiamo fatto tutto da soli e con fatica, ma la nostra era una situazione particolare. Non si trattava solo di trovare i soldi e andare a registrare in uno studio con qualcuno che sapeva dove mettere le mani e premere REC. Il nostro è stato un viaggio alla scoperta del metodo compositivo e alla scoperta delle tecniche di registrazione, grazie alle tecnologie che potevamo permetterci tramite gli investimenti di Davide, il padre di Luca, che ci ha seguito durante le registrazioni e le fasi successive come mixaggio e master. Non è una cosa che tutti i gruppi possono o vogliono fare, siamo stati molto fortunati, ma anche molto determinati perché questa scelta ci ha permesso di avere la massima libertà e tanto tempo per crescere.
Ci sono stati anche lati negativi, è stato un viaggio lungo, fatto di rifacimenti, successi e insoddisfazioni a volte.
Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale?
L.B.: Non sono purtroppo molto aggiornato, ultimamente mi sono trasferito in Brasile ed esploro perlopiù la musica locale. Se hai qualche buon consiglio su cosa ascoltare, sono tutt’orecchi!
Esulando per un attimo dal mondo David’s Lodgers e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?
L.B.: Cerco di scrivere un’opera di narrativa e, a periodi, macino pagine e in altri vado in letargo insieme alle marmotte. Amo follemente il gioco degli scacchi, e se Marcel Duchamp sosteneva che “Non tutti gli artisti sono giocatori di scacchi, ma tutti i giocatori di scacchi sono artisti”, io non posso che accodarmi con un po’ di puzza al naso.
L.D.: Non ho mai avuto grandi talenti, a parte saper suonare. Mi cimento da qualche anno nella fotografia grazie alla mia attuale compagna Jennifer, che mi ha fatto conoscere questo nuovo mondo. Ho concentrato negli anni il mio tempo libero verso la pesca sportiva, attività che amo e mi consente di stare a contatto con la natura il più possibile, ma non credo possa essere considerata come un’attività artistica!
E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?
L.B.: Genesis e Pink Floyd sono la mamma e il papà. I The Beatles sono i nonni.
L.D.: Per me risponderti è molto facile, la mia triade rimane da anni inalterata: Genesis, The Beatles e Porcupine Tree sono stati tra i primi gruppi che ho conosciuto e di cui ho sviscerato e ascoltato praticamente tutto. Rimane un elenco un po’ stringato purtroppo, tralascio tanti artisti che davvero amo con tutto me stesso, soprattutto italiani! Non basterebbe una pagina per elencarli
Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?
L.B.: Omaggiamo un gruppo Prog brasiliano anni ‘70: Secos & Molhados. Il cantante, Ney Matogrosso, ha un’estensione da contraltista e una presenza scenica alla Renato Zero. Veramente grandissimi!
L.D.: Rimanendo in campo musicale, ultimamente ascolto molto una band italiana che esula decisamente dal Progressive, i Perturbazione. Amo il loro modo di scrivere brani non convenzionali soprattutto per la musica italiana.
Per quanto riguarda altre forme d’arte, sono un amante del cinema e personalmente adoro i film di Nanni Moretti, un regista troppo snobbato, soprattutto dal grande pubblico.
Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?
D’s.L.: Crediamo che, in realtà, la musica e tutte le altre forme di espressione artistica siano state, invece, un salvagente per tanti, soprattutto durante il periodo del lockdown. Sia per chi creava, sia per chi ha goduto del lavoro artistico altrui, anche tramite le nuove tecnologie.
Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?
D’s.L.: Abbiamo un ricordo che ci fa sempre sorridere. Dovevamo esibirci in un locale assieme ad un’altra band di ragazzi un po’ più grandi ed esperti di noi. Era una serata dedicata ad un certo tipo di musica in cui volevamo emergere e fare colpo, non tanto sul pubblico, quanto anche sui nostri compagni di palco. Tra gli avventori c’era un nostro amico che si dilettava nella giocoleria. Così, durante il soundcheck, nel pomeriggio, ci è balzata in mente l’idea di esibirci assieme a lui, mentre svolgeva alcuni numeri. D’altronde la nostra musica, essendo prettamente strumentale, si prestava ad ulteriori immersioni in forme d’arte. È stata una serata divertente che ricordiamo con estremo piacere!
Un altro bel ricordo è quando ci siamo esibiti nella piazza principale del centro di Forlì. Avevamo conquistato la partecipazione a questo festival vincendo un contest nella nostra città. Arrivati nella piazza l’emozione è stata tanta, le altre band erano ovviamente gruppi che suonavano musica completamente diversa dalla nostra. Tuttavia abbiamo conquistato parecchi fan quella sera tra il pubblico ricevendo tanti complimenti anche da parte degli organizzatori. È stato davvero un momento emozionante!
E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro dei David’s Lodgers che vi è possibile anticipare?
D’s.L.: Al momento no, abbiamo sempre i brani dell’epoca di “Pigmalione” nel cassetto, non hanno mai visto la luce infatti. Se sarà possibile ci siamo ripromessi di finire il secondo disco e tornare di nuovo assieme per scrivere altra musica, ma al momento è davvero impossibile vivendo in città e anche nazioni diverse.
Grazie mille ragazzi!
D’s.L.: Grazie a te Donato, è stato davvero un piacere! Ti auguriamo il meglio per questo progetto e speriamo di aver contribuito anche noi con la nostra piccola storia di band di provincia.
(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)





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