Un caro benvenuto a Gabriele Maran (G.M.), Andrea Paolessi (A.P.) ed Emanuele Pellegrini (E.P.): Episcopio Vistarama.
Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono gli Episcopio Vistarama e cosa c’è prima degli Episcopio Vistarama nelle vite di Gabriele, Andrea ed Emanuele?
A.P.: Dunque, gli Episcopi nascono, come magari spesso accade, da una casualità: io e Giovanni Ferretti siamo stati coinvolti per formare un gruppo ad hoc per un musical di paese (“Jesus Christ Superstar”) da amici comuni. C’è stata un’immediata sintonia tra di noi e Giovanni praticamente mi “costrinse” a formare un progetto musicale insieme! Avevamo questa passione comune per il Progressive Rock, nonostante io non avessi mai avuto occasione di suonare in un gruppo dedicato questo genere (io avevo avuto altri progetti, principalmente metal estremi, ma anche di natura completamente diversa come la banda di paese, corale, big band swing, gruppi acustici alternative rock e folk, heavy metal classico…) e quindi, nonostante alcuni miei dubbi iniziali su come trovare il tempo, accettai più che volentieri!
Giovanni era molto giovane, nemmeno maggiorenne, ma aveva già avuto un’esperienza con un gruppo Progressive molto in gamba e coraggioso (avevano due bassi e due batterie! Dovevamo ovviamente trovare almeno un batterista e un chitarrista per i nostri scopi e io conoscevo da tempo, erano miei amici stretti, Emanuele e Gabriele, ma nonostante la nostra forte amicizia non avevo mai suonato in un gruppo specifico con loro (solo con Emanuele nella banda di paese e nel gruppo swing, ad essere precisi!).
Provai a proporlo, anche se avevo grossi dubbi, soprattutto su Emanuele per il fatto che stesse già dedicandosi alla batteria a livello professionale, e dubitavo che, nonostante gli avesse fatto sicuramente piacere, avesse potuto accettare… E, invece, tempo due giorni si era già fatta la prima prova!
Emanuele e Gabriele avevano militato nei Samsara, gruppo Rock Prog alternativo, ed Emanuele aveva già una lunga schiera di partecipazioni in vari gruppi, dato il suo talento e la sua dedizione già indirizzata a livello professionale… Anche lui generi più disparati e mi risulta difficile ricordare tutte le sue partecipazioni (forse anche a lui, ahahah!).
E.P.: Prima degli Episcopio c’è un’intensa attività musicale in vari gruppi Prog ma non solo; l’iter che ho approfondito va dalla classica al jazz.
Episcopio Vistarama: il vostro nome è piuttosto particolare. Ma come nasce e cosa significa esattamente?
A.P.: Domanda che gradisco, anche se mette a nudo il mio cervello bollito… Ahah! Praticamente tutto deriva da una vecchia pubblicità (anni ‘80?) che compariva nei giornali per ragazzi o simili del tempo (“Topolino”? “Settimana enigmistica”? “Gente” o simili? Boh…). Avete presente quelle in cui si pubblicizza roba tipo gli occhiali per vedere la gente nuda? Il binocolo per vedere attraverso i muri? Le creme per avere un petto villoso, desiderato dalle donne? Che tempi… Ecco, c’era anche la pubblicità di questo arnese, praticamente un proiettore di nastri con cartoni per bambini o diapositive, o roba simile. Quel nome, non so perché, mi colpì e già da allora dissi che un domani avrei voluto creare un gruppo che si chiamava in quella maniera (non ero capace di suonare nemmeno un diapason al tempo…). Ecco, questa cosa mi è sempre rimasta in testa e… quale miglior nome di quello per un gruppo che si rifaceva molto al Progressive Rock anni ‘70?
E.P.: Tutto merito del bassista.
I primi anni vi vedono molto attivi sul fronte cover e su YouTube è possibile trovarne delle testimonianze. Ma quando si passa dall’essere una cover band di Rock Progressivo al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?
A.P.: L’intenzione c’era sicuramente da subito… però, diciamo che all’inizio volevamo rodarci e cominciare a creare un’intesa musicale tra noi, oltre che suonare prima possibile (avevamo una smania…). Ad ogni modo, la stesura del primo pezzo (“Ubi maior minor cessat”) è cominciata quasi da subito, in parallelo, ma, ovviamente, prima di completarlo e portarlo in pubblico abbiamo atteso un po’. Dopo i pezzi sono nati come funghi e abbiamo presto ridotto di molto la presenza delle cover.
E.P.: La scintilla è stata la nostra attitudine comune. Abbiamo sempre avuto tutti delle formazioni con pezzi originali.
Il 2014 è l’anno del vostro unico album: “Episcopio Vistarama”. Mi narrate la sua genesi?
A.P.: Tutto è andato avanti in maniera molto naturale: scrivevamo i pezzi, uno dietro l’altro e senza obiettivi prefissati, i pezzi prendevano forma via via in base all’ispirazione. Quasi sempre Giovanni si presentava con delle incisioni fatte da lui con alcune idee buttate giù, poi in sala prove direttamente si elaboravano collettivamente le idee e si estendevano e creavano nuovi giri e il pezzo prendeva forma. Un modo compositivo che forse ora viene reputato superato e impossibile (almeno da quello che ho potuto vedere), e forse anche poco professionale, ma sono tutt’ora convinto che, se il gruppo è ispirato, coeso e c’è intesa, sia il migliore.
C’era una intesa, in particolare, tra noi sorprendente… Per dire, le mie conoscenze musicali teoriche erano (sono) limitate e spesso mi spiegavo canticchiando o, addirittura, certe volte, per dire, pensavo ad un giro di accordi che avrei voluto mettere in un pezzo… ma senza dire note o altro, guardavo Giovanni negli occhi, gli facevo una espressione che mi ispirava il giro e magari gli inventavo una storiella al volo che lo descriveva (che poi magari diventava parte del testo) e… lui SUONAVA QUEL GIRO! Una delle sensazioni più belle che si possano provare! La auguro a tutti!
Atmosfere piuttosto complesse che affondano le radici negli anni ’70 contraddistinguono il vostro album. Ma chi e/o cosa vi ha influenzato nella sua stesura sul doppio fronte suoni/parole? E cosa trattano le liriche?
A.P.: Una domanda che non avrei voluto ricevere dato che faccio una figuraccia! Allora, per quanto riguarda le sonorità, ovviamente le nostre passioni musicali sono molto rappresentate dalle cover fatte durante l’inizio: Gentle Giant, Jethro Tull, ELP, King Crimson, Genesis, Camel, ecc. Diciamo principalmente un repertorio classico Prog Rock anni ’70 (ma, in effetti, si può sentire anche qualche passaggio più duro, proveniente dal metal che, a parte la mia forte passione per il genere, ovviamente piace a tutti noi).
I testi… Qui vengono le dolenti note! Ovviamente hanno rifilato la rogna a me… che tutto farei tranne scrivere testi! Non riesco a dare l’importanza che meritano ai testi… quindi diciamo che vado molto a caso, non curandomi tanto di scrivere qualcosa che colpisce o di particolarmente profondo (anche se magari casualmente ci ricado…). Non mi interessa… Però, ecco, le tematiche variano molto in conseguenza a questo e in conseguenza a ciò che al momento mi capita molto casualmente di pensare. Ci sono sia argomenti profondi, interiori, che per qualsiasi motivo la musica che stiamo componendo mi evoca (la musica per me comanda sempre! Il testo è una conseguenza ed è totalmente subordinato), sia temi straleggerissimi di storie di fantasia fuori cervello create e ispirate da vecchi videogiochi (una mia passione fortissima, anche legata alla loro musica), di marmotte spaziali e la loro ricerca per la conquista di gemme preziose che donano non si sa quale potere (vi assicuro che non mi sono mai drogato!), o di, diciamo, bizzarre situazioni vissute in prima persona e narrate in modo come dire umoristico…!
Cinque brani dai titoli particolari, da “Svarovski Lunar Crystals” a “Gipron-B (Strawberry Big Forever)”, passando per “Longitudinale” e “Ubi Maior Minor Cessat”. Ma cosa significa, invece, “D.L.T.F.E.Y.D.”?
A.P.: Avrai capito che spesso siamo dei cazzoni… ed ecco che quella sigla sta a significare “Don’t let the flies eat your dick” (si sente anche in esteso all’interno del pezzo)… Questa simpatica esclamazione che eviterò di tradurre in italiano (direi si capisce abbastanza!) deriva da un saggio di paese che assisteva alle prove del musical che facevamo con Giovanni… e diciamo che, quando vide che le prove procedevano molto a rilento per discussioni di natura frivola e inessenziali, scappò fuori con questa frase per sollecitare e, come per dire, “Non pensate alle cavolate e datevi una mossa!”! Si capisce bene la genialità dell’esclamazione, rappresentando il fatto che una persona inattiva che si perde in cavolate non utili, sta talmente ferma che finisce per farsi mangiare un certo organo dalle mosche…!
…e c’è anche una ghost track: “The Slump”…
A.P.: È bello sapere che il disco ti ha interessato in modo da non chiudere l’ascolto subito a fine tracce ma a spingerti fino al fondo seminascosto… Era l’ultimo pezzo composto ma la sua composizione non è mai stata completata collettivamente da tutto il gruppo, quindi avevamo deciso di non metterlo nel disco ma solo di inciderlo al volo (buona la prima) in studio, giusto per ricordo. In realtà, dopo il pezzo funzionava tutto sommato abbastanza, anche se si sentivano le magagne del “buona la prima” e della composizione lasciata come era… Quindi ho completato un po’ il tutto programmando io le tastiere (di fatto non ci sono tastiere suonate ma solo tracce midi) e, dispiacendomi il fatto di non includerlo per niente nel disco (le idee buone c’erano), suggerii agli altri di inserirlo come traccia fantasma non dichiarata. Emanuele ancora mi maledirà per questo!
Come mai questa “indecisione” sulla lingua da utilizzare, tra italiano e inglese?
A.P.: In realtà non c’era indecisione: io ero ultra-convinto di usare l’inglese. Mi suona sempre molto meglio quando ascolto pezzi di altri gruppi. Però, per un mero esperimento di emulazione dei nostri gruppi beniamini di Prog Rock Italiano degli anni ‘70, mi sono voluto buttare nel tentativo di “Longitudinale”. Devo dire che, col senno di poi, forse era meglio se non ci si fosse limitati ad un unico pezzo… Un distributore americano che ci comprò trentacinque copie in una botta, oltre che usare l’argomento economicamente convincente del dirmi che, se era tutto in italiano, ce ne avrebbe subito comprate cento, mi aprì gli occhi sul fatto che, in effetti, per quanto una pronuncia dell’inglese sia buona, si sente sempre che è un inglese pronunciato da uno straniero… e questo altera un po’ la percezione dei pezzi in fase di ascolto… Non ci avevo mai pensato ma ormai era troppo tardi…
Vi va di spendere qualche parola anche sulla stravagante copertina?
A.P.: Eheh! Semplicemente raccoglie un po’ tutte le varie stravaganti tematiche trattate nei testi! Anche se principalmente rappresenta l’ispirazione data per la stesura di “Svarovski Lunar Crystals”, ampiamente derivante da un vecchio gioco per Commodore 64 (e vari sistemi 8 bit) in due capitoli: “Nodes of Yesod” e “Arc of Yesod”. Chi li conosce, saprà che gli sprite/grafica stessi utilizzati sono presi dichiaratamente dal gioco. Una citazione più esplicita si vede chiaramente sul videoclip del pezzo.
Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?
A.P.: Potrei dire calorosamente, perlomeno per la diffusione che ha avuto, anche se, in realtà, questa è stata limitata da vari fattori: il disco è stato completato in fase di scioglimento di fatto del gruppo purtroppo, quindi, ovviamente non c’era più ormai questo interesse e questa spinta a diffonderlo più di tanto, era solo rimasto il piacere di diffondere un prodotto di cui eravamo fieri per soddisfazione. Quindi la diffusione è stata fatta in pratica in maniera casalinga, senza etichette o grosse pubblicizzazioni, passandolo sui social, internet o poco più. Però devo dire che la risposta, nonostante questa limitatissima pubblicizzazione, è stata sorprendente e molto prolungata negli anni! Per nessun gruppo in cui ho militato è mai successo…
Al tempo molte persone ci contattarono per chiedere il disco, anche il succitato distributore americano, e in maniera quasi inattesa, ogni tanto uscivano fuori interviste o recensioni, persone che anche da paesi esteri più o meno lontani chiedevano il disco e si complimentavano, addirittura clienti fissi che compravano il disco anche per amici! Perfino pubblicazioni su YouTube mai notificate a noi di chi aveva avuto particolare interesse per il gruppo! Credo che, nonostante la poca pubblicità al tempo e l’abbandono del progetto, se ogni tanto qualcuno ti chiede il disco o manifesta interesse dopo così tanti anni, evidentemente qualcosa che colpisce qualcuno nella nostra musica c’è!
E poi sugli Episcopio Vistarama cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?
A.P.: Purtroppo, come anticipato, il gruppo si stava sciogliendo già in fase di incisione: vari impegni familiari, personali o di lavoro impedivano un po’ a tutti di continuare e io, diciamo, non ho mai pensato di continuare con una altra formazione il progetto, non avrebbe avuto senso, non solo a livello dei rapporti tra noi ma, soprattutto, a livello musicale. In qualche modo, lì ho forse maturato l’idea di continuare o, meglio, creare un seguito al progetto con il mio gruppo solista… anche se, ovviamente, lì mi sono preso tutte le mie libertà.
Sul futuro… non nascondo di aver pensato/proposto qualche reunion (però magari per un singolo concerto e per piacere personale o poco più) e non è che sia del tutto infattibile ora come ora! Certo gli impegni ci sono… ma vedremo!
E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Gabriele e Andrea?
G.M.: Dopo una breve militanza in una cover band acustica dei Queen (con Andrea al basso), complice anche la nascita di un figlio, mi sono specializzato in musica per bambini ed attualmente vanto un repertorio che spazia dai grandi classici (“Nella vecchia fattoria”, “Giro giro tondo”) a composizioni meno mainstream (“Torero Camomillo”, “La mucca Lola”), con una forte predilezione per il coro dell’Antoniano.
Scherzi a parte, purtroppo impegni lavorativi e familiari hanno limitato fortemente il tempo a disposizione da dedicare alla musica suonata e, eccezion fatta per le ardite sperimentazioni sonore di cui sopra, ho progressivamente abbandonato la chitarra, ma la passione è comunque forte, quindi in futuro chissà…
A.P.: Io ho continuato i miei progetti paralleli, altri sono nati… Qualche anno dopo ho cominciato a buttare giù roba per il mio progetto solista (Ðiatharchy), che ho lasciato fermo fino a poco tempo fa, ma di recente ho inciso in maniera più seria e tra poco spero ne sentirete parlare! Poi ho continuato con i Dithyrambs (psichedelia e metal), Sevitia (Death/groove/thrash metal) e sono stato ingaggiato nei Wandering Vagrant (Prog Metal). Poi altre cose si muovono di continuo…
Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?
G.M.: Purtroppo, come avrai anche capito dalle nostre influenze musicali, siamo molto in linea col famoso motto “Si stava meglio quando si stava peggio”. Questo per dire che il grande vantaggio che porta avere a disposizione praticamente tutto lo scibile in campo musicale, se da una parte ti consente di approfondire le tue conoscenze e a stupirti della meravigliosa varietà e complessità di un panorama che, fino a qualche tempo fa, neanche ti immaginavi, dall’altra ti porta ad un ascolto molto più “mordi e fuggi” e meno approfondito. Quanti dischi mi è capitato di comprare su consiglio di amici o in base a recensioni stratosferiche che a un primo ascolto non mi hanno entusiasmato – se non fortemente deluso – ma che poi ho riapprezzato qualche tempo dopo e, in alcuni casi, perfino adorato (tanto per fare un nome a caso: “Nursery Cryme” dei Genesis): ecco, questa cosa qua, con la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso, la vedo molto meno realizzabile, e chissà quanti giovani d’oggi si stanno perdendo l’ascolto di un loro potenziale “Nursery Cryme”.
A.P.: Ho sempre desiderato, al tempo, di avere una fonte dove recuperare TUTTA la musica che avrei desiderato ascoltare. Ora è possibile ed è TROPPA! Ci si perde nel mare di tutto l’eccesso di disponibilità che c’è e si rischia di non trovare quello che davvero ci interessa. Prima c’era il problema opposto, poche cose ti arrivavano all’ascolto e sicuramente emergeva quello che veniva prefiltrato da recensioni e successo… Rischiavi di perderti quello che stava sotto e, quando trovavi un gruppo sconosciuto che ti piaceva, ti gasavi ma pensavi “Chissà quanti gruppi mi sto perdendo perché non trovo una fonte dove ascoltarli”. Ecco, ora la fonte c’è ma ti ci perdi anche di più! È difficile trovare una soluzione a questo…
E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?
A.P.: Come dicevo sopra, credo essenzialmente l’eccesso di disponibilità. Oggi chiunque può autopubblicarsi ma rimane lì, perso nella marea di proposte disponibili. Chi viene fuori è chi, in qualche modo, viene pompato e pubblicizzato dalle etichette più famose e in rilievo… ma per arrivare lì spesso il criterio (alla fine, purtroppo, comprensibile) è: cosa ne guadagno io? Quanta gente mi smuovi e quanti soldi mi fai fare? Quindi spesso il rischio è che viene fuori chi “funziona” al primo ascolto ed ai primi cinque minuti, anche se magari ha una proposta musicale più piatta e meno ispirata. Ormai è pieno di gruppi perfetti dal punto di vista tecnico, di suono e di attitudine, che colpiscono subito. Però poi ascolti tutto il disco e ti rompi i coglioni (scusate, ma è esattamente così). Un gruppo magari più imperfetto ma che suona con più passione, energia e ha forse più idee e ispirazione nella stesura dei pezzi, sembra che non riesca ad arrivare più ad interessare a sufficienza, o viene bloccato in partenza da questa situazione.
G.M.: Andrea ha perfettamente delineato il quadro attuale. Aggiungo che, soprattutto per le piccole realtà come la nostra, la migliore promozione rimane sempre la musica dal vivo: suonare il più possibile e in più luoghi possibili. Questo, purtroppo, ormai per noi non può più accadere, ma colpisce molto anche me l’interesse che il nostro disco ha suscitato nonostante la quasi totale assenza di promozione da parte nostra.
Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale?
G.M.: Come tutti, sappiamo che l’epoca d’oro del Prog Italiano è finita da un pezzo. Noto però, a livello internazionale (e, di riflesso, anche in Italia), un interesse crescente al rispolverare vecchie sonorità, soprattutto legate alla scena Canterburyana e ai Sixties, che vanno a braccetto con il Progressive. Un perfetto esempio di tutto ciò sono, per dirne una, i The Winstons, un supergruppo con membri di Calibro 35 e Afterhours, che sembrano appena usciti da una macchina del tempo (anche nel look). Ascoltare per credere. Un’altra band che mi sento sicuramente di consigliare è quella dei quasi conterranei Sycamore Age (nei quali, per un breve periodo, ha militato anche Giovanni), orientati più sul versante psichedelico, soprattutto nei primi lavori, e gli Ujig, questi ultimi autori di un jazz-rock strumentale accostabile in parte ai Soft Machine.
A.P.: Purtroppo, proprio per i motivi sopra esposti di iper-disponibilità (ma anche miei personali di tempo), ho perso molto i contatti con le nuove uscite musicali in genere. Non ho praticamente nessun gruppo da citare che mi abbia colpito ultimamente, anche se, appunto, magari è colpa mia che non indago abbastanza! Devo dire che, però, sono molto contento delle varie reunion di nomi storici che ogni tanto si vedono e che devo dire non sono quasi mai deludenti!
Esulando per un attimo dal mondo Episcopio Vistarama e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?
G.M.: Purtroppo l’unica attività creativa che svolgo al momento è quella culinaria! Progetti ne avrei tanti, chissà, forse un domani…
A.P.: Al di fuori di altri progetti musicali purtroppo no… Forse mi piacerebbe ma chi ce la fa, di tempo? Forse l’unica che esula da qualcosa di esclusivamente musicale è il mio appuntamento annuale teatrale con la compagnia popolare del Bruscello, nel quale, oltre a cantare, recito.
E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?
G.M.: Mi definisco un onnivoro musicale, l’elenco anche nel mio caso sarebbe infinito, ascolto praticamente di tutto, da Pat Metheny ai Sepultura. Visto che parlavamo prima di Progressive contemporaneo, direi che al momento apprezzo particolarmente la scena scandinava: oltre ai “mostri sacri” Opeth e Motorpsycho ci sono altre band meno conosciute come El Doom & The Born Electric, Dungen e Kairon; IRSE! che reputo veramente molto valide. Se poi dovessi limitarmi ad un podio personale direi 1° Queen, 2° Pink Floyd, 3° Radiohead… Non molto originale, vero?!
A.P.: Jethro Tull e Opeth in cima a pari merito. Poi non finirei più… Queen, ELP, Desaster, Leprous, Solefald, Cruachan, Mithotyn, musica di giochi per C=64, Genesis, Vintersorg, Old man’s child, Vektor, Rovescio della medaglia, Voivod…
Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?
G.M.: Fantozzi lo possiamo dire? Eheh!
Comunque, sono cresciuto a pane e Stephen King: ricordo che, quando i miei amichetti leggevano “Topolino”, o, i più intellettuali, addirittura si cimentavano col temibile libro “Cuore”, io mi portavo in spiaggia mattoncini tipo “Cujo” o “Misery”. “It” l’ho letto successivamente, a causa principalmente del fatto che mi veniva un’ernia solo per portarmelo dietro. Quindi, ecco, se devo scegliere uno scrittore che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita direi lui. Ultimamente non lo seguo più, anche perché, visto il ritmo con cui sforna nuovi mallopponi, sarebbe chiedere troppo al mio tempo a disposizione sempre più risicato. Comunque qualche raccontino o ripasso dei vari film tratti dalla sua copiosa produzione me lo faccio sempre volentieri.
A.P.: Non leggo quasi niente… Non mi ammazzate! Ma di sicuro, come artista che mi ha colpito in maniera devastante, direi David Lynch!
Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o abbiano subito un “colpo mortale”?
G.M.: Personalmente devo dire che, per fortuna, il Covid non ha inciso significativamente né sulla sfera lavorativa né sulla sfera privata: mi rendo conto di essere un privilegiato, ma ne ho approfittato per dedicare più tempo alla famiglia e concentrarmi su un importante obiettivo lavorativo. Ovviamente mi è mancata molto la socialità ma, fortunatamente, grazie alla tecnologia odierna, ho continuato a sentirmi spesso con gli amici più cari, nonché organizzare degli splendidi “Aperitivi online”!
Ovviamente la pandemia ha colpito duramente tutti i settori, in particolar modo quello dello spettacolo e della musica dal vivo. Alcuni artisti, secondo me, hanno reagito in maniera costruttiva, sfruttando la pausa forzata imposta dal Covid per concentrarsi sulla composizione di nuovo materiale: infatti, trovo che molti dischi usciti in questa fase post pandemica siano di grande qualità.
Quello che è stato colpito a morte, invece, secondo me è la musica dal vivo: non intendo tanto i musicisti in senso stretto, quanto piuttosto coloro che lavorano “dietro le quinte”: basti pensare alla chiusura di molti Live Club e locali storici italiani e non. E proprio quando il Covid ha allentato la morsa, e si tornati cautamente alla normalità (e, soprattutto, alla socialità), ecco che lo spropositato aumento dei costi dell’energia e delle materie prime a livello globale ha assestato un’ulteriore batosta alla già complicata situazione. Speriamo bene…
A.P.: Speravo che fosse stata una parentesi in cui, con le difficoltà e limitazioni che conosciamo, un artista avrebbe comunque avuto modo di trascorrere il periodo esprimendosi in altro modo o curando altri aspetti, come la composizione intensiva di pezzi o simili. Io, ad esempio, ho portato avanti e inciso, anche se in maniera anomala e isolata, il mio progetto solista, sfruttando la pausa forzata. Oppure, con i Wandering Vagrant, abbiamo partecipato ad un evento online, suonando una nostra suite singolarmente a casa e mettendo insieme le varie esecuzioni per un concerto in streaming.
Di fatto, ora sto vedendo una cosa che non mi aspettavo, ovvero la grossa difficoltà per problemi più tangibili di costi e di organizzazione dei concerti dal vivo. Non si contano le date annullate, rimandate, modificate o i costi che stanno aumentando sempre di più. Speriamo sia una tendenza reversibile, altrimenti vedo male un futuro per le date dal vivo.
Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?
A.P.: Il periodo che abbiamo trascorso insieme, che è andato ben oltre l’attività musicale, era un aneddoto continuo… Mi piace (a posteriori!), però, ricordare quando si andò a suonare a 10 minuti da casa mia, si montò tutto e, mentre si cenava, il gestore ci disse “Mi sa che stasera non suonate… non mi viene nemmeno il pesonale!”. Guardammo fuori dalla finestra e vedemmo una quantità di neve allucinante. Si tornò a casa solo con la mia macchina (eravamo con tre macchine ed un furgone per portare tutto), senza catene e ad una media di 5-10 kmh… Credo ci si mise due ore. Giovanni stava più lontano e dormì a casa mia. Per sdrammatizzare Emanuele ogni minuto attivava un bicchiere/pelouche di birra che avevo in macchina che cantava in tedesco e ruttava alla fine. Diciamo che surreale/tragicomico era dire poco!
E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro degli Episcopio Vistarama che vi è possibile anticipare?
A.P.: Come dicevo prima, per ora nulla e sicuramente niente di certo. Speriamo/chissà!
Grazie mille ragazzi!
G.M.: Grazie tanto a te per l’intervista e per l’interesse dimostrato, ed un grande saluto a tutti i lettori.
A.P.: Grazie a te, anche per la tua pazienza e disponibilità! E grazie a chi ci leggerà!
(Luglio, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)





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