Intervista ai Caravaggio

Un caro benvenuto a Vittorio Ballerio (V.B.) e Fabio Troiani (F.T.) dei Caravaggio.

Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Caravaggio e cosa c’è nelle vite di Vittorio e Fabio prima dei Caravaggio? Ad esempio gli Adramelch…

V.B.: I Caravaggio nascono da un’idea di Fabio, maturata negli anni, ma che prende effettivamente forma nel 2014, a ridosso della fine degli Adramelch, band molto più metal nata nel lontanissimo 1987, e poi rinata nel 2003, in cui Fabio e io abbiamo militato, che ha dato alla luce alcuni interessanti CD tra metal, rock e qualche spunto Progressive. Nelle nostre vite, in realtà, c’è anche molto altro, ma gli Adramelch sono senz’altro l’episodio più noto.

F.T.: Io e Vittorio avevamo già suonato insieme nel lontano 1989 in una band dell’hinterland milanese, Anathema, con la quale avevamo inciso un demo che oggi è piuttosto ricercato dai collezionisti del metal underground. E poi, per un brevissimo periodo, anche nella formazione Prog Enter, il cui demo è stato recentemente pubblicato su CD dall’etichetta tedesca Pure Prog.

Il viaggio del vostro esordio discografico “Caravaggio”, pubblicato nel 2022, inizia poco dopo l’uscita dell’ultimo disco degli Adramelch “Opus” (2015) e la fine del progetto stesso. Mi narrate la lunga genesi dell’album?

V.B.: Possiamo dire senza tema di smentite che il Covid non ha aiutato, ma dobbiamo anche ammettere che non è l’unica causa di un tempo così lungo. Tra le concause, in ordine sparso, possiamo menzionare la difficoltà nel trovare i musicisti giusti per il nostro progetto, la pignoleria maniacale di Fabio che, per sua fortuna o disgrazia – a seconda dei punti di vista –, è dotato di un orecchio tremendamente fine ed attento, gli eventi delle nostre vite private e professionali, visto che di musica in Italia (ma non solo) è sempre più difficile, se non impossibile, vivere…

F.T.: Sono passati effettivamente molti anni tra l’ultimo album degli Adramelch e l’esordio dei Caravaggio. Ma era necessario non avere fretta. Bisognava permettere al nostro stile di formarsi, in modo da proporre qualcosa di originale. Mi piace l’idea di pubblicare un disco solo quando sentiamo di avere una proposta artistica dalla forte personalità, non semplicemente quando abbiamo accumulato una dozzina di buone canzoni.

Prima di approfondire qualche aspetto di “Caravaggio”, va detto che ad affiancarvi in questa avventura troviamo Alessio Del Ben e Marco Melloni. Come entrano in “orbita” Caravaggio e cosa c’è nelle loro vite artistiche prima della band di Vittorio e Fabio?

V.B.: Ci tengo a dire di essere sinceramente onorato dalla loro presenza. La ricerca è stata complessa e lunga ma se il disco è uscito così bene (e parrebbe essere un parere non solo mio, visto che le recensioni paiono confermarlo) il merito va ascritto certamente anche alle loro sensibilità umane e musicali!

Alessio suonava la batteria nei Purple Moon, la band di un caro amico di vecchissima data, Andrea Malandrini, quello con cui ho mosso i primi passi come cantante: nella sua cantina, in condizioni a dir poco approssimative, suonavamo le prime cover dei Black Sabbath, coi testi tirati giù a orecchio da me che all’epoca avevo un pessimo inglese! Nel loro demo avevo tra l’altro fatto un’ospitata, di quelle che tanto mi divertono, cantando un brano insieme alla loro cantante e Alessio, che è giovanissimo, mi era piaciuto parecchio, musicalmente e umanamente.

Marco è un amico di Fabio da moltissimi anni. Insieme hanno suonato in gruppi molto diversi. È un musicista incredibile che meriterebbe grandi onori se nella musica vigesse la meritocrazia. Passa dal rock al metal al jazz con grande scioltezza e sempre con un tocco e un gusto impareggiabili. La pessima notizia è che, per necessità famigliari, purtroppo recentissimamente ha dovuto lasciare il gruppo. La buonissima notizia è che abbiamo già un degnissimo sostituto: Piero Chiefa, nome già noto nel settore per aver partecipato a diverse interessanti band del panorama rock e metal negli ultimi anni. Due nomi su tutti: uno che appartiene al passato, Holy Shire, ed uno assolutamente attuale, Carmine Capasso. Piero è un musicista preparatissimo, amante del Prog e super entusiasta del progetto: in un paio di prove abbiamo portato a casa l’80% del repertorio, nonché la sua completa integrazione nel gruppo… A mia memoria non ricordo un inserimento altrettanto rapido e riuscito!

In questa sede, ritengo abbia senso introdurre le altre novità che riguardano la line up della band: in ordine cronologico dobbiamo citare Serhan Kazaz, chitarrista che è entrato nella band da qualche mese e che ha portato un carico musicale incredibile e assai peculiare… Serhan è un mio amico che recentemente si è trasferito a Milano e quando ci siamo visti a pranzo nello scorso inverno mi ha chiesto: “Vorrei suonare, se senti in giro qualcosa fammelo sapere”. Io, che lo conoscevo per alcuni brani a suo nome che avevo ascoltato in passato, mi sono acceso e gli ho immediatamente chiesto se entrare nei Caravaggio potesse essere per lui interessante e voilà! Entusiasta lui, super entusiasti noi!

La musica dei Caravaggio, sin dai primi vagiti, aveva una certezza: doveva esserci la fisarmonica. Purtroppo la nostra granitica certezza si è scontrata con la scarsa comunicazione tra i diversi mondi musicali: il nostro, che genericamente possiamo chiamare “rock” e quello dei fisarmonicisti che ondeggia tra folk, musiche popolari e qualche incursione nel jazz… Siamo arrivati fino all’inizio del 2023 senza averlo trovato, poi, grazie ad una comune amica cui va tutta la nostra gratitudine, finalmente abbiamo incontrato Saro Calandi, altro super professionista con alle spalle anni di concerti e insegnamento, che forse, per la prima volta, si è trovato in sala con chitarre elettriche distorte e batteria molto rock… e si è divertito da matti! Saro, che tra le altre cose è anche un clarinettista, ha portato ulteriori influenze folk contribuendo a imbastardire la nostra musica.

Oggi, con una formazione stabile e così variopinta, non vediamo l’ora di mettere mano alle nuove composizioni che vedranno l’apporto di tutti questi elementi!

“Caravaggio”, dicevamo. Nei suoi suoni ci sono tante influenze, ma l’“etichetta” utilizzata da più parti per descrivere la vostra musica è Prog Mediterraneo. Mi parlate, dunque, del Prog Mediterraneo che troviamo nel vostro album? Da cosa si è lasciato ispirare?

V.B.: Io ascolto tantissima musica, anzi, ad esser precisi, ascolto tantissime musiche, anche molto diverse tra loro. E personalmente, tra le caratteristiche che mi fanno apprezzare un gruppo o un artista vi sono originalità e riconoscibilità. Osservavo proprio recentemente che negli ultimi dieci anni, nel rock, le band di cui mi sono più innamorato hanno questa caratteristica: Bent Knee, A Formal Horse, Thumpermonkey, Hannah Moule and the Moulettes!

Noi, quindi, nati e cresciuti in Italia, invece di “scimmiottare” la musica anglo-americana, abbiamo deciso di spingere sulle melodie e i suoni che caratterizzano di più questa parte di mondo, e non certo perché la musica anglo-americana non ci piaccia, ma perché le nostre melodie son nate così, che senso avrebbe avuto mascherarle?

F.T.: Mentre scrivevo i brani che avrebbero fatto parte dell’album, sono emerse alcune mie influenze esterne al rock, tra cui la musica etnica. In particolare, quella dell’area mediterranea: Marocco, Spagna, Italia, Grecia… Il passo successivo è stato scegliere i suoni e gli strumenti adatti a valorizzare queste influenze: fisarmonica, mandolino, bouzouki, nacchere, scacciapensieri, percussioni varie…

Il nostro Prog Mediterraneo si è formato pian piano, come una presa di coscienza del fatto che la nostra provenienza geografica poteva essere una ricchezza persino nel mondo del rock, quasi sempre omologato alle tendenze angloamericane.

E restando in tema di influenze, Vittorio e Fabio, quanto e come la vostra ampia esperienza negli Adramelch ha influenzato la musica dei Caravaggio?

V.B.: Beh, dodici anni di musica insieme, sale prova, viaggi, registrazioni di tre dischi e concerti hanno certamente consentito una conoscenza reciproca umana e musicale che è la base su cui il gruppo si è costruito. Dal punto di vista musicale, a me non pare che vi siano grandi similitudini fondamentalmente perché si tratta di gruppi nei quali i brani sono stati scritti da una persona: negli Adramelch era Gianluca (Corona) nei Caravaggio è Fabio. A costo di suonare autoincensante, mi tocca dire che forse la più grossa similitudine è la presenza della mia voce che, bella o brutta che sia, è la voce di entrambe le band e il timbro vocale è (forse?) uno dei tratti più facilmente riconoscibili in un brano.

F.T.: L’esperienza fatta con gli Adramelch in un certo senso è sempre presente. A livello compositivo, personalmente mi ha lasciato il gusto per il carattere evocativo, quasi “cinematico”, che la musica in certi momenti può avere.

Vi va di approfondire anche le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?

F.T.: Pur riconoscendo l’enorme eredità del Prog Italiano del passato, vogliamo rivolgerci agli appassionati di Prog Rock di tutto il mondo, e la scelta dell’inglese è stata quindi la più naturale. Va detto che abbiamo scelto questa strada sapendo di poter contare sull’ottima pronuncia di Vittorio.

Per quanto riguarda i temi trattati, penso di poter dire che non nascondiamo certo il nostro orientamento “ideologico”, ancorché questa parola possa suonare fuori moda.  Emergono chiaramente lo spirito non belligerante (“Not on Me”), una analisi spietata del modo in cui le masse vengono orientate e condizionate, si cita Guy Debord (“Healing the Leaders”) e in “Guernica” si racconta la storia di Alfredo Terragni, mio lontano parente, che non resistette al richiamo di un ideale di giustizia e corse in Spagna per arruolarsi al fianco dei lealisti, contro i franchisti, per difendere la Repubblica. Una volta persa quella guerra si spostò in Francia al fianco dei partigiani che combattevano per la liberazione del loro paese dai nazisti, per poi morire in battaglia a pochi giorni dalla liberazione di Parigi. Ma c’è spazio anche per una malinconica storia d’amore (“Joyful Graveyard”) e per una “lettera” da padre a figlio (“Life Watching”).

L’album vede la presenza di un gran numero di ospiti. Com’è stata gestita questa “squadra allargata” e come sono stati scelti di volta in volta gli artisti coinvolti?

V.B.: A livello internazionale, Courtney Swain, cantante dei Bent Knee, che canta in “Fix You” (cover dei Coldplay) è probabilmente l’ospite più “famoso”. La collaborazione con lei è nata grazie alla conoscenza diretta. Ho amato follemente il loro “Shiny Eyed Baby”, uscito nel 2015, e quando ho saputo che sarebbero venuti tour in Europa ho cominciato a fantasticare e li ho messi in contatto con Massimo Cataldi, all’epoca gestore della programmazione Prog de “La Casa di Alex”, che per anni è stato il tempio del Prog a Milano (oggi purtroppo chiuso definitivamente). Il contatto ha funzionato ancor meglio di quanto sperato e il 30 luglio 2016 (data particolarmente sfigata per un concerto a Milano) hanno riempito il locale all’inverosimile e fatto un concerto indimenticabile.

Antonio Zambrini, pianista e compositore jazz apprezzatissimo non solo in Italia, suona il flauto in “Life Watching”. Antonio è un amico, con lui studiai (con scarsissimo profitto per manifesta incapacità di studio) piano jazz moltissimi anni fa e da allora lo seguo nei suoi concerti molto spesso. Prima di dedicarsi al piano, Antonio suonava il flauto traverso e su quel brano il flauto era proprio quel che serviva…

Nadio Marenco, Mauro Poeda e Carmine Turilli sono fisarmonicisti di grande esperienza e spessore che ci hanno aiutato suonando le parti di fisarmonica, a causa del fatto che, come dicevamo, all’epoca un fisarmonicista da far entrare in organico ancora non lo avevamo. Oggi, invece, come anticipato e recentemente condiviso sui nostri canali social, Saro Calandi è ufficialmente il fisarmonicista dei Caravaggio.

Guido Block, che conosco da svariate decine di anni, è il proprietario dello studio in cui abbiamo registrato ed è uno straordinario musicista (cantante e bassista). Amo da sempre il suo timbro (aveva partecipato anche al disco degli Adramelch) e a sua volta ama contribuire vocalmente. In “Not on Me” avevamo bisogno di un timbro diverso dal mio per una parte lead e voilà!

F.T.: Sempre a proposito di voci, è stata fondamentale la presenza di Simona Pala, che ha registrato tutte le tracce dei cori del brano “Pompeii”, oltre agli interventi da soprano nel brano “Guernica”. Lei può fare di tutto: dal metal alla lirica, passando per il soul e l’R&B. E, infatti, so che è anche un’ottima insegnante in alcune scuole di musica. Anche Simona, proprio come Guido, era stata nostra ospite nell’ultimo album degli Adramelch, “Opus”.

Inoltre, abbiamo avuto la partecipazione del mio amico Alex La Bua, percussionista con cui suono spesso cover in giro per la Lombardia. Una persona con un cuore enorme, che ha la capacità di “sentire” la musica a livello istintivo, a volte meglio di tanti musicisti che vantano una formazione accademica.

Erika Carretta, attrice e scenografa teatrale, ha recitato una poesia di Alda Merini (unico testo in italiano di tutto l’album) nel brano “Comfortable”. Avendola vista in un paio di spettacoli teatrali, potevo immaginare come avrebbe recitato la poesia, dandole il giusto livello di tensione, e, in effetti, è stata grande.

Per un brano è stato coinvolto anche il mio “socio in affari musicali” (produzioni e altro) Massimo Mescia, un bravissimo pianista jazz che ha studiato a lungo con il mitico maestro Franco D’Andrea. Ha suonato il piano elettrico sul brano “Not on Me”.

Prima parlavamo della lunga gestazione di questo album… Beh, contattare, decidere le parti e organizzare le registrazioni di ben dieci ospiti può aver contribuito ad allungare un po’ i tempi.

Decisamente affascinante l’artwork realizzato da Gianfranco Ferlazzo. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?

V.B.: Gianfranco è un amico. Ci conosciamo da… 40 anni circa, per quanto possa fare impressione! Abbiamo iniziato insieme ad ascoltare Black Sabbath, Blue Öyster Cult, Ted Nugent…

In realtà, non ci siamo frequentati per decenni, ma in qualche modo siamo rimasti in contatto, e quando abbiamo pensato ad un artista che potesse illustrare il nostro CD, e auspicabilmente restare il nostro punto di riferimento costante e riconoscibile, il suo è stato uno dei primi nomi che mi è venuto in mente. La nostra idea è proprio quella di conquistare una riconoscibilità non solo musicale ma anche iconografica. Il CD, in quanto oggetto fisico, è sempre meno necessario e proprio per questo si deve trattare di un oggetto che abbia un suo valore. Per questo lo abbiamo curato molto e lo abbiamo voluto con le immagini delle opere di Gianfranco, rinunciando ai nostri bei faccioni che ci sembrava dessero, tutto sommato, scarso valore aggiunto.

Com’è stato accolto l’album da pubblico e critica? L’americana Progrock Radio, ad esempio, vi ha nominati due volte (“Best song of the year” e “Best album from Italy”) nel suo “Best progressive rock of 2022”…

V.B.: Difficile guadagnarsi spazio sulla stampa suonando questo genere ma, effettivamente, fin qui ci siamo guadagnati solo recensioni positive e spazi tutto sommato importanti, anche considerato che siamo del tutto sprovvisti di una figura che sappia come muoversi e promuoverci.

F.T.: Nonostante la difficoltà di trovare spazi (comune a tutti i gruppi al primo album e in un genere di nicchia) possiamo dirci soddisfatti. Alcune reazioni sono state molto al di sopra delle attese. È il caso di molte radio, ma soprattutto dell’americana Prog Rock Radio che hai citato. Pensa che la categoria “Best Album from Italy” l’abbiamo addirittura vinta, mentre siamo arrivati secondi nella classifica della miglior canzone dell’anno, con il brano “Guernica”!

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

V.B.: A costo di suonare banale io credo sia una questione generazionale, ma non solo. Oggi, molto più di ieri, conta sapere come promuovere molto più che produrre musica di qualità. La “too much information” di cui già cantavano i Police svariati decenni or sono, con internet è diventata una questione di impossibile soluzione. Mi rendo conto in prima persona di essere molto spesso alla ricerca di nuove cose da ascoltare senza aver dedicato neanche la metà dell’attenzione alle cose che ho da poco scoperto… È un meccanismo che crea dipendenza e che bisogna saper arginare per non andare in crash.

Viviamo in un mondo che ha preso un’accelerazione senza precedenti, e non sto riferendomi solo all’universo di internet. L’idea che almeno in occidente avevamo del futuro fino a quattro o cinque anni fa è drasticamente diversa da quella che abbiamo oggi. E la velocità con cui si assurge a vette di notorietà mondiali, o da quelle vette si precipita, solo pochi anni fa era inimmaginabile e non mi riferisco alla “nostra” musica ma ai fenomeni pop miliardari…

Capire queste logiche e come provare a sfruttarle a nostro vantaggio è senz’altro fuori dalla nostra portata. Quindi, per quanto ci riguarda, noi continuiamo a fare la musica che ci piace fare e se troveremo qualcuno che ci affiancherà e saprà aiutarci a farla conoscere, tanto meglio.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? 

V.B.: Beh, appunto, i CD si vendono sempre meno, chi ti vuole ascoltare ha a disposizione lo streaming, legale, da cui la gran parte degli artisti non riceve quasi nulla. Quindi, comprare il CD, o i brani in formati digitale, diventa una forma di finanziamento della band che non ha altre entrate soprattutto se, come nel nostro caso, non abbiamo davanti tournee mondiali da cui trarre profitti. E fare musica, dal punto di vista finanziario, diventa esclusivamente una spesa.

Oggi come oggi, che un’etichetta si offra di pagarti le registrazioni è quasi impossibile. Nella migliore delle ipotesi paga le spese di stampa e distribuzione (spesso inesistente). E allora ti chiedi se ne valga la pena, no?

F.T.: In effetti l’ostacolo principale è quello economico (sia per incidere un album, sia per organizzare un concerto). La speranza è sempre quella di autofinanziarsi attraverso la vendita di CD e merchandising. A proposito… abbiamo da poco prodotto le nostre t-shirts, le spille e le borse in cotone, e le abbiamo messe in vendita durante i nostri due recenti concerti (dove hanno avuto un bel successo!) e sulla nostra pagina Bandcamp.

Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

V.B.: La scena odierna a me pare sia cresciuta. In Italia esistono sempre più festival che crescono anche di importanza. il primo nome che viene in mente per il Prog è certamente il 2Days Prog + 1 Festival di Veruno, che ospita da anni gruppi di caratura internazionale organizzando un festival di altissima qualità in un clima di grande convivialità. Ma non è certo l’unico! Il Trasimeno Prog Fest è un’altra realtà storica e anch’esso gode di ottima salute. E poi esistono festival rock, nel senso più ampio del termine, che danno spazio anche al Prog e richiamano tanto pubblico patito di MUSICA, come l’Isola Rock (alle porte di Verona) cui quest’anno siamo stati onorati di partecipare nella giornata conclusiva, insieme ai mitici Goblin e Witchwood, il 14 maggio 2023. Quella serata, nonostante sia stata funestata dall’assenza di Serhan, per motivi di salute, è stata davvero incredibile. Un palco pazzesco, spazio bellissimo, organizzazione perfetta e anche suoni perfetti: devo ammettere tutto molto al di sopra delle più rosee aspettative. L’organizzazione è stata impeccabile.

I grandi assenti, per lo meno a Milano, dove viviamo, sono i locali o i pub: quei pochi rimasti ospitano band che suonano cover, se non addirittura tributi. Ma qui la colpa direi che è anche del pubblico che difficilmente esce di casa per andare ad ascoltare una band che non conosce, soprattutto se si parla di rock (nel jazz le cose sono un po’ diverse). Esisteva un’isola felice che si chiamava La Casa di Alex, era il tempio del Prog, ci abbiamo visto concerti di grandissimi artisti nazionali e internazionali, ma la pandemia lo ha ucciso.

F.T.: Di sicuro possiamo essere soddisfatti della qualità media delle band. Ce ne sono tante che, se fossero nate in paesi più attenti alla musica di qualità, si sarebbero ritagliate un grande spazio. Ma con i “se” e con i “ma” non si va da nessuna parte, lo so…

Esulando per un attimo dal mondo Caravaggio e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? 

V.B.: Che domanda curiosa Donato! In effetti sì, anche se non si può parlare di quotidiano: ci metto mano decisamente meno spesso di quanto vorrei. Amo plasmare la creta e produco piccole sculture per esclusivo piacere personale. E poi, ancor più raramente disegno/dipingo. Sono, per esempio, fiero di farti sapere che il logo dei Caravaggio l’ho disegnato io! E amo la fotografia che pratico con una certa frequenza.

Restando nell’ambito musicale, invece, ci sono altri progetti nell’aria ma non sono in grado di dire se e quando si concretizzeranno.

F.T.: Ad eccezione di una parentesi in cui mi sono dedicato alla poesia, ho sempre scelto la musica come forma d’espressione. Questo però mi ha portato a una serie variegata di attività: arrangiamenti di brani per altri artisti, piccole produzioni discografiche, composizione di musiche di sottofondo per produzioni video, o semplicemente suonare cover nei locali…

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? 

V.B.: Questa è una domanda molto difficile. E siccome le liste annoiano molto, proverò a riassumere, cosa che, quando si parla dei miei idoli, mi riesce spesso molto difficile. Oltre ai nomi citati prima, tra i “BIG” devo certamente citare i primi lavori di Steven Wilson e la produzione dei Porcupine Tree in blocco, i Rush, i King Crimson, i Queensrÿche… e poi tantissimi artisti lontani dal Prog come Nik Baertsch, gli Ikarus, Avishai Cohen (il contrabbassista), Leila Martial, David Binney…

F.T.: Siccome il mio background è vastissimo, provo a evidenziare alcuni movimenti che mi hanno appassionato… Direi quindi tutto l’hard rock/heavy metal anni ‘80 e primi ‘90, il crossover degli anni ‘90 (in particolare Rage Against The Machine, Living Colour e chiunque univa l’hard rock al funky e all’hip hop), il periodo d’oro della fusion (Chick Corea, Tribal Tech, Yellowjackets…), l’acid jazz (Incognito, Brand New Heavies, US3…) e naturalmente il Progressive Rock scandinavo (The Flower Kings, Opeth, Seven Impale, Beardfish…). Ho anche un debole per tanta musica pop inglese, o almeno quella più raffinata (Kate Bush, The Police, Sting, Tears for Fears, David Bowie…).

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

V.B.: Altra domanda intrigante e decisamente fuori dal comune, ti ringrazio. Di musica abbiamo parlato molto, quindi forse più interessante parlare di altre Arti, no?

Amo molto la scultura e tra gli artisti contemporanei apprezzo tantissimo le opere, spesso di enormi dimensioni, di Cristina Iglesias. E poi Alberto Burri, che ha rivoluzionato molti campi dell’arte, dalla scultura alla grafica, e le sculture di Fausto Melotti…

Se parliamo di scrittori, il primo grande amore è stato Kafka, e poi mi vengono in mente Amos Oz, Etgar Keret, Shalom Auslander, Isaac Bashevis Singer…

F.T.: Attraverso gli anni, ho amato tanti scrittori e generi letterari e in tutti ho trovato “nutrimento”. Partendo dall’800 per arrivare ai nostri giorni, provo a ricordare quelli che mi hanno più colpito: Fëdor Dostoevskij, Oscar Wilde, Franz Kafka, Dino Buzzati, George Orwell, Italo Calvino, Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende, Philip Roth… Tra i contemporanei vorrei consigliare Chuck Palahniuk, Douglas Coupland e il collettivo Wu Ming. Oltre ai romanzi, leggo anche molti saggi, soprattutto nei campi della sociologia, della politica, della storia. Credo sia essenziale per cercare di capire i tempi che viviamo, per allargare le vedute ad un panorama più ampio.

Attualmente mi sto riavvicinando al cinema, andando a ripescare i film di Ken Loach.

Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?

V.B.: Per chi vive di Musica, scelta che di per sé è sempre più difficile per i motivi accennati prima, è stato un periodo durissimo e i sostegni offerti al mondo dello spettacolo sono stati davvero miseri. L’unica ragione per cui non si è trattato di “colpo mortale” è che fare musica è spesso una necessità. Fare Arte, per alcuni, è necessario, è il modo per esprimersi, per restare connessi al mondo. È una fortuna per l’umanità che questi speciali esseri umani esistano, perché senza questa loro “irresistibile pulsione” la vita dell’umanità sarebbe terribilmente vuota.

In prima persona non mi pare di averne risentito molto, ma per i giovani mi pare sia stato un tempo durissimo. Ho la sensazione che le ferite inferte in questo periodo necessiteranno cure a lungo termine.

F.T.: All’inizio del 2020, poche settimane prima dell’arrivo del Covid in Italia, abbiamo pianificato la pubblicazione del singolo intitolato “Joyful Graveyard” (in italiano: il cimitero gioioso), che quindi è uscito proprio durante il picco della pandemia. Ovviamente non potevamo immaginare cosa stava per succedere nel mondo, ma il titolo ha dato fastidio in alcuni casi. Qualcuno ha fatto un po’ di polemica su Facebook, e una radio inglese che stava per trasmetterlo ha poi pensato che potessero essere accusati di cattivo gusto. Un brano che arriva dall’Italia (epicentro della pandemia in Europa) ambientato in un cimitero! In realtà, il testo è una dolce dichiarazione d’amore fatta dal fantasma di un uomo vissuto diversi secoli fa nei confronti del fantasma di una donna della nostra epoca. Lui riconosce in lei l’anima gemella che ha sempre aspettato. L’ostacolo che li ha sempre divisi, il tempo, ora non esiste più. Per nostra fortuna, durante tutto il periodo della pandemia eravamo concentrati nella produzione dell’album, quindi non siamo certo tra le band che hanno dovuto cancellare una serie di concerti.

Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?

F.T.: Magari non veri e propri aneddoti, ma certamente un sacco di ricordi legati soprattutto al periodo Adramelch… Andare a suonare per la prima volta ad Atene e trovarti davanti ad un pubblico che conosce a memoria i testi dei tuoi brani… Andare a suonare in Germania e trovarti di fronte una fila di fans con i CD e i vinili da autografare… E poi, lunedì mattina, tutti in ufficio in Italia…

E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro dei Caravaggio che vi è possibile anticipare? 

V.B.: Al momento stiamo completando il rodaggio con i nuovi membri della band e insieme a loro preparando le versioni live dei nostri brani. Speriamo davvero di poter trovare qualche data per quest’autunno: come cantante, stare sul palco con cotanti signori professionisti è un onore, un privilegio nonché un pazzesco godimento!

E poi, naturalmente, ci dedicheremo al nuovo repertorio. Molti brani, nella loro struttura più grezza, sono già lì, pronti a essere trattati… Davvero, non vedo l’ora!

Grazie mille ragazzi!

V.B.: Grazie a te Donato, bellissimo poter raccontare di noi in questo momento di grande crescita e trasformazione, bellissimo poter raccontare del rapporto con l’Arte, anche al di fuori della Musica, che resta naturalmente il nostro Grande Amore!

F.T.: Siamo noi che ringraziamo te per questo prezioso spazio. Invitiamo tutti i tuoi lettori ad approfondire la nostra proposta artistica attraverso i nostri social @caravaggiotheband, e soprattutto sulla nostra pagina Bandcamp: caravaggio1.bandcamp.com

(Agosto, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)

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