
«Oh, che meraviglia!».
«Ma dove diavolo ti sei cacciato?!».
«Che fiore sei?» domandò la lumaca senza ottenere una risposta dall’altra parte.
Il fiore, intanto, continuava a scuotere freneticamente i suoi luminosi petali viola striati di una simile tonalità più intensa, verso destra e sinistra, in alto e in basso, lasciando vibrare nell’aria gli stami rossastri.
«Cosa fai?» domandò ancora, curiosa, la lumaca, immobile a meno di un metro di distanza dal fiore.
«Non vedi che sono impegnato?» rispose irritato, proseguendo con i suoi movimenti bruschi.
La lumaca, un po’ risentita, s’ammutolì ma restò a fissarlo incuriosito.
«Eppure, deve essere da qualche parte! Questo prurito agli stami non cenna a svanire!».
«Chi?» chiese d’istinto la lumaca, pentendosi immediatamente di averlo fatto.
Il fiore, per sua fortuna, non colse il suo quesito e proseguì con la sua azione.
Vedendo il continuo movimento, quasi una danza isterica, la lumaca sorrise divertita lasciandosi sfuggire una rapida risata che non sfuggì all’altro.
«Perché ridi delle mie disgrazie?».
«No, no, non rido di te. Rido perché… perché… perché, ecco, ho scoperto cosa ti stesse arrecando fastidio!» e un minuscolo moscerino, proprio in quel momento, volò via dall’imbuto aperto del fiore salvando la lumaca, in difficoltà sulla bugia da inventare al momento.
Il fiore diede una piccola scossa e, constatando la scomparsa del fastidio, iniziò a chiudersi.
«Aspetta! Ma che fiore sei?».
«Non ho tempo, devo andare» e, in pochi attimi, chiuse i suoi petali trasformando l’imbuto luminoso e colorato in un tubicino raggrinzito e “spento”.
Intristita, la lumaca riprese la sua strada.
«Piccolo, son tornato!».
«Ciao papà! Dove sei stato?» domandò felice nel rivederlo la piccola lumaca, andandogli incontro lentamente.
«A fare la spesa!» esclamò sorridendo, prima di mostrare al figlio una discreta quantità di frammenti di foglie che sarebbe diventata la cena di quella sera.
«Yuppi!».
Dopo aver atteso il rientro della mamma, i tre poterono finalmente fare banchetto con quanto raccolto da papà lumaca, succulenti pezzettini di foglie di gelso.
«Sai cos’ho visto oggi?» disse d’un tratto rivolto al piccolo.
«Cosa, papà?».
«Un fiore bellissimo».
«Oh! E come si chiama?» domandò curioso.
«Ah, ehm…» tentennò il padre.
«Non lo sai?» lo incalzò il figlio.
«Ecco, no».
Allora la lumachina fissò il genitore con un velo di tristezza negli occhi.
«Però domani possiamo andare a vederlo se ti va» propose, cercando di tirargli su il morale.
«Yuppi!».
E tutti sorrisero.
«Domani vado a vedere un fiore nuovo con papà! Domani vado a vedere un fiore nuovo con papà!» e, ripetendo sino allo sfinimento queste parole, canticchiandole, il piccolo lasciò i genitori e andò in camera sua a giocare.
«Dov’è?».
«Ci siamo quasi».
Il giorno seguente, dopo esser rientrata da scuola e aver pranzato, la piccola lumaca era rimasta più di un’ora a fissare la porta di casa in attesa di suo padre. Appena rientrato, i due si erano subito incamminati verso la meta promessa.
Strisciarono per lungo tempo, tra erba alta, funghi e fiori. Poi, d’un tratto, il padre disse: «Ci siamo».
«Qual è?» domandò impaziente il figlio.
«Ecco, ehm, è quello lì» rispose indicando, un po’ titubante, un tubicino raggrinzito di un violetto spento, quasi bianchiccio, che pendeva da uno stelo verde.
«Ma non è un fiore!» esclamò il piccolo.
«Ti giuro che quello strano tubicino è un fiore meraviglioso… Ma ora, non so perché, è chiuso».
«Ma io voglio vederlo!».
«Aspettiamo qui un po’ e vediamo se si apre».
Vistosamente contrariato e intristito, la piccola lumaca acconsentì.
Trascorse circa mezz’ora senza che nulla accadesse.
«Signor fiore! Mi sente? Può aprirsi un attimo?».
«Ma che fai?» domandò sorpreso il padre.
«Provo a farlo aprire».
«Ma forse sta dormendo».
«E noi lo svegliamo!» e sorrise divertito.
Dall’altra parte, però, nessuna reazione.
«Signor fiore! Signor fiore! Sono qui, mi sente?» proseguì testardo.
Il padre cominciò a temere che quel fiore non si sarebbe mai aperto.
“Forse è stato un caso dovuto al moscerino e questo fiore, per sua natura, non si apre mai” pensò mentre il figlio ancora urlava.
Senza sosta la piccola lumaca continuò ad urlare tirandosi addosso solo i rimproveri di un bruco assonnato.
«Dai, piccolo, andiamo a casa. È tardi e tra poco sarà buio».
La lumachina, demoralizzata, annuì e così i due voltarono le spalle al fiore e, mentre il sole lentamente spariva dietro i monti, intrapresero la via di casa.
«Ma cos’erano quelle urla?» domandò la bella di notte al bruco, dopo aver aperto gradualmente il suo fiore verso il mondo esterno.
«Mi sa che cercavano te».
Le due lumache, però, erano già troppo lontano e non udirono la sua voce.
“E vediamo se oggi si apre”.
Il giorno seguente, la lumaca uscì ben presto di casa recandosi dal fiore. La tristezza che aveva visto nel volto di suo figlio non gli aveva fatto chiudere occhio quella notte. Aveva promesso quella straordinaria visione e voleva mantenere la promessa fatta.
Raggiuntolo, si adagio non distante, in attesa.
Trascorsero alcune ore senza che accadesse nulla.
“E se provassi anch’io?” pensò. Poi agì.
«Signor fiore! Mi sente? Può aprirsi un attimo?» gridò imitando quanto tentato dal figlio il giorno precedente.
Il risultato fu lo stesso.
Provò ancora tre-quattro volte, poi si fermò.
«Ehi, scusa!» urlò improvvisamente in direzione di una formica che passava a pochi metri da lui.
«Dici a me?».
«Sì. Scusa, ma tu hai mai visto questo fiore aperto?» e indicò il tubicino raggrinzito.
«Mai» rispose sbrigativo l’insetto, prima di proseguire per la sua strada.
La lumaca la vide correre via senza aggiungere altro.
E altre ore passarono rapidamente. Il fiore era sempre lì, immobile, così come la lumaca a pochi passi.
Era ormai così stanca che, d’un tratto, la lumaca s’appisolò. E arrivò il buio.
«M-ma è notte e io sono ancora qui!» esclamò ridestandosi e notando la scomparsa del sole.
Si guardò intorno, confuso, e, inizialmente, non lo notò, spaventato dal canto di un gufo.
Poi lo vide e la paura svanì d’un lampo.
«Oh, eccoti finalmente!».
«Come, scusa? Ci conosciamo?» domandò il fiore che aveva disteso tutti i suoi petali viola mostrando completamente il suo fascino.
«Non proprio…» rispose un po’ titubante la lumaca.
«Aspetta, tu sei quello che ha riso di me l’altro giorno. Cosa vuoi?» ribatté scontroso il fiore.
«Ecco, vedi… Vorrei chiederti un favore… Ho raccontato a mio figlio della tua bellezza e ieri l’ho portato qui per te, però ti ha trovato chiuso e l’ha presa davvero male. Ecco, potresti aprirti domani pomeriggio, prima che cali il sole?» s’arrischiò a domandare la lumaca.
«E perché dovrei? Tu hai riso delle mie disgrazie. E comunque di giorno non mi apro mai. Mi chiamo “bella di notte” per un motivo ben preciso» rispose orgoglioso il fiore.
«Ma…».
«Niente ma. E ora lasciami in pace».
La lumaca lo fissò e, notando che il fiore aveva già rivolto la sua attenzione verso il cielo, affranto s’incamminò verso casa.
«Che c’è papà? Ti vedo pensieroso».
«Niente, piccolo, niente».
La mattina dopo, la lumaca restò a casa a pensare ad un metodo per mostrare quel fiore al figlio che non fosse uscir di notte, troppo pericoloso per due lumachine.
Per non far insospettire troppo il figlio, allora uscì fuori ed iniziò a strisciare intorno alla propria abitazione.
“Come posso fare?” continuò a riflettere.
Poi si fermò ad osservare delle api che si muovevano all’impazzata nei pressi del loro alveare, collocato su un’alta betulla. E qualcosa in lui s’illuminò.
«Il moscerino!» urlò esultante e subito si mosse verso il prato che distava meno di dieci minuti di cammino da casa.
«Ciao, hai visto dei moscerini nei paraggi?» domandò ad una coccinella che stava banchettando con una foglia di ciliegio.
«Sì, se non sbaglio ai piedi di quel melo ci sono alcuni di loro che festeggiano la caduta di un frutto dall’albero» rispose masticando.
«Grazie!» e si spostò verso il punto indicato.
In pochi minuti fu lì. L’immagine che vide fu di gioia totale, almeno una ventina di moscerini volavano frenetici attorno ad una mela marcia, entrando ed uscendo dal suo interno, con i visi macchiati dell’essenza dolciastra del frutto.
«Scusate!» gridò per farsi notare.
Nessuno lo degnò di attenzione.
Allora, dopo aver urlato di nuovo, la lumaca raggiunse la mela e vi salì sopra.
«Ehi, tu! Cosa pensi di fare? La mela è nostra!» protestò uno dei moscerini.
«E vostra resterà!» rispose la lumaca sorridendo.
«Cosa vuoi?».
«Il vostro aiuto. Di uno di voi, almeno».
«In che senso?» domandò sempre lo stesso.
E la lumaca spiegò il motivo della sua presenza lì, del fiore, del figlio e del moscerino che aveva visto quel giorno.
«Ero io quello intrappolato» ammise timidamente uno di loro.
«Ah, ecco dove ti eri cacciato l’altra notte!» esclamò un altro.
«Ecco, potresti farmi questo favore? Farti intrappolare di nuovo dal fiore e farlo aprire di mattina quando sarò lì con mio figlio?» propose la lumaca.
«E io cosa ci guadagno?».
«Sinceramente non saprei. La gioia di mio figlio?».
Il moscerino lo scrutò, poco convinto. Poi, dopo aver strofinato rapidamente per qualche secondo le zampette anteriori, disse: «Va bene, facciamolo. Domani».
«Grazie! Grazie!» urlò felice la lumaca.
«Sei pronto?».
«Per cosa?».
«Andiamo a vedere il fiore!» esclamò sorridente papà lumaca.
«Di nuovo?» domandò il figlio con tono poco convinto.
«Fidati, vieni con me».
La piccola lumaca non espresse la sua gioia per non restare doppiamente amareggiato in caso di nuovo insuccesso. Annuì soltanto e seguì suo padre.
Il cammino fu silenzioso e, ai due, sembrò più lungo del previsto.
Non mancava poi molto quando papà lumaca intravide il fiore.
«Ma è ancora chiuso!» protestò la piccola lumaca, a cui pure non era sfuggita la visione del tubicino raggrinzito.
«Aspetta un attimo e vedrai» disse paziente il padre.
“Spero mi senta”.
«Vai moscerino!».
Il figlio lo fissò stupito senza comprendere il suo richiamo.
I secondi trascorsero lentamente, troppo per papà lumaca che neanche aveva pensato al fallimento del piano.
E, d’un tratto, il fiore cominciò a tremare.
«Eccolo!» urlò sollevato.
E, di scatto, la bella di notte si aprì scuotendosi tutta.
«Wow! È bellissimo papà!» esclamò incantato il figlio.
E, mentre ammirava estasiata il fiore, la piccola lumaca non riuscì a scorgere il padre che faceva l’occhiolino al moscerino che volava via e quest’ultimo che, sorridente, annuiva scomparendo poi tra gli alberi.
(pubblicato nell’antologia “Favole e Fiabe – Vol. 5” – Historica Edizioni, 2021)





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