Intervista a Il Castello di Atlante

Un caro benvenuto ad Aldo Bergamini (Al.B.), Paolo Ferrarotti (P.F.), Dino Fiore (D.F.), Mattia Garimanno (M.G.), Andrea Bertino (An.B.) e Davide Cristofoli (D.C.): Il Castello di Atlante.

Al.B.: Grazie Donato. E grazie per il graditissimo invito.

P.F.: Ciao Donato e grazie per questa opportunità che ci dai; un saluto a tutti i lettori.

D.F.: Grazie infinite Donato.

M.G.: Grazie Donato e grazie per l’opportunità!

An.B.: Ciao Donato!

D.C.: Ciao Donato, Grazie!

La storia de Il Castello di Atlante corre a testa alta verso i cinquant’anni di attività, un traguardo invidiabile dai più. Come nasce, dunque, in quel lontano settembre del 1974 la band? Quali sono gli artisti che hanno dato “linfa” alle vostre prime note e cosa c’è nelle vite artistiche di Aldo, Paolo e Dino prima de Il Castello di Atlante?

Al.B.: Il “Castello” è stato fondato da Paolo e Dino, per cui credo sia doveroso lasciare a loro il racconto delle origini. Io mi sono aggregato solo pochissimi mesi dopo, è vero, ma loro due hanno gettato le basi. Cosa ho fatto prima del Castello? Beh, io ho cominciato a prendere lezioni di chitarra a 11 anni. A 14 sono entrato a far parte di una band che faceva cover dei Santana e qualche brano dei New Trolls. Ho dovuto imparare tutti gli assoli di “Samba pa ti”, “Oye como va”, ecc. e tutto l’LP “Senza orario senza bandiera” di De Scalzi & soci. Bello, ma fare il mero esecutore di brani di altri non mi entusiasmava. Nel frattempo avevo “scoperto” i Genesis, i Jethro Tull, gli Yes e i nostrani PFM e Le Orme, e imparato ad apprezzare il Prog senza nemmeno sapere che fosse Prog. Ma la mia “folgorazione” avvenne durante una vacanza a Rimini. Una sera andai a L’Altro Mondo, luogo in cui si tenevano concerti di gruppi di quel periodo. Quella sera era di scena il Banco del Mutuo Soccorso. Fin dalle prime note rimasi ipnotizzato da quel sound. Mi prese ogni muscolo e accese dentro di me tutti i sensori che avevo… poi… “Il Giardino del Mago”… “…il giorno aspetterà, per me si fermerà un po’ di più…”, non ho alcuna vergogna ad ammettere che quando quel Genio di Francesco Di Giacomo arrivò a pronunciare questa frase mi emozionai fino alle lacrime… e decisi che QUELLA era la MIA musica o, più probabilmente, LEI decise per me!

Nei mesi seguenti, con in testa l’immagine del Mondo Fatato del Giardino del Mago, cominciai ad abbozzare i testi e le armonie che, tempo dopo, sarebbero confluite ne “La Foresta dietro il Mulino di Johan”, “Il Saggio”, “Tirando le Somme, “L’Ippogrifo”, ecc.

Poi, passeggiando in una via centrale di Vercelli (la nostra città) durante le vacanze del Natale ’74, incontrai un mio compagno di scuola delle medie, tal Paolo Ferrarotti, che avevo perso di vista perché avevamo successivamente scelto studi diversi. “Sai, suono in un gruppo cha fa musica propria…” mi disse; io non sapevo nemmeno che suonasse. Ma la cosa più importante che NON sapevo era che, da quel preciso momento, la mia vita sarebbe cambiata per sempre.

P.F.: In quel periodo Dino ed io, che avevamo avuto già altri gruppi, eravamo liberi da impegni musicali e decidemmo di formare una nuova band che non facesse cover ma musiche originali. Dino aveva 19 anni ed io 18 e ci conoscevamo fin da bambini, dato che, abitando l’uno di fronte all’altro, ci trovavamo nel viale davanti casa per giocare. Ci demmo da fare e, nelle settimane successive, trovammo Massimo Di Lauro, che conoscevamo di vista e sapevamo che suonava violino e piano, Giampiero Marchiori, che suonava il flauto, ed altri due conoscenti, un tastierista ed un chitarrista. In brevissimo tempo ci rendemmo però conto che questi ultimi due elementi tendevano troppo all’hard rock, cosa incompatibile con le atmosfere Prog che volevamo creare e decidemmo di fare a meno del tastierista, dato che Massimo poteva suonare le tastiere, e trovare un altro chitarrista. Proprio in quei giorni, casualmente, incontrai Aldo Bergamini. Aldo ed io c’eravamo conosciuti in prima media ed eravamo stati per tre anni compagni di classe. Gli chiesi se fosse interessato ad entrare in un gruppo che non faceva cover; venne a sentire cosa facevamo e decise di unirsi a noi portando idee e brani che sono diventati veri e propri cavalli di battaglia del Castello di Atlante. Per quanto riguarda le mie esperienze prima del Castello posso dire che, nel 1974, io suonavo la batteria da cinque anni ed avevo suonato in un gruppo che faceva solo cover, ma roba tosta tipo Jimi Hendrix, The Who, Santana, e poi in un trio dove suonavamo pezzi dei Nice, Emerson, Lake & Palmer ed anche musica nostra. A 17 anni avevo già capito l’enorme differenza che c’è tra suonare musica di altri e suonare la TUA musica. Anche il gruppo dove aveva suonato Dino faceva musica sua, quindi, quando gettammo le basi per Il Castello, fu naturale decidere fin da subito di scrivere i nostri pezzi evitando di perdere tempo suonando – perlopiù male – i brani di altri gruppi famosi. La mia cultura musicale si era formata dal 1966 partendo da Beach Boys e Beatles, in breve sostituiti dai Rolling Stones, e poi via via verso un genere più rock con Grand Funk Railroad, Deep Purple, Uriah Heep. Ma nei primi anni ’70, quando ascoltai ELP, Yes, Genesis, PFM, Banco, Le Orme… VIDI LA LUCE! Quel tipo di musica, il PROGRESSIVE, mi affascinava. Ascoltavo i dischi in cuffia, leggendo i testi e concentrandomi su ogni singolo dettaglio. Quella era la musica che volevo fare!

D.F.: Paolo e Aldo hanno già perfettamente raccontato come nacque la band. Certo che non avrei mai immaginato di essere fratello di musica con Paolo, compagno di gioventù nelle partite di pallone e nelle prime compagnie. Aldo, invece, lo avevo conosciuto ad un suo concerto, nell’aula Magna di una scuola, e mi aveva stupito quanto bene suonasse i pezzi di Carlos Santana. Dal canto mio, gli anni precedenti furono i tempi dedicati ai primi approcci con la musica. Fui contattato per suonare la chitarra elettrica (che non sapevo suonare), per essere inserito poi come bassista, perché il chitarrista c’era già. Ovviamente anche il basso non lo sapevo suonare, ma da puro autodidatta, ascoltando dischi e musicisti anche locali, incominciai ad approcciarmi a questa novità incredibile. E allora si ascoltavano il beat, i Rokes, i Beatles, i Rolling Stones. Ma per me il vero inizio di tutto quanto fu nell’autunno del 1969, quando in televisione trasmisero la Mostra Internazionale di Musica Leggera a Venezia con la conduzione Gianni Ravera e, come una vera bomba atomica, comparvero i Vanilla Fudge di “Some Velvet Morning”. Ecco, quella era la musica che dovevo e volevo suonare. Quell’insieme di sonorità diverse da tutto quello che avevo ascoltato sino a quella sera mi affascinò a tal punto che, a livello quasi ossessivo, incominciai a seguire ed acquistare dischi al tempo piuttosto fuori mercato per noi giovincelli di provincia: Colosseum, Jethro Tull, Led Zeppelin, Atomic Rooster, Nice. Al Progressivo Italiano, in realtà, arrivai poco tempo dopo, quando entrai a far parte di Ars Nova, che fu la prima band ufficiale della mia vita musicale, dal 1971 al 1974. Già facevamo i concerti e, soprattutto, proponevamo pezzi inediti di nostra composizione e non cover. Ma dal 1974 si costruirono le fondamenta del Castello.

Il Castello di Atlante: come cade la scelta sul nome?

Al.B.: “Il Castello di Atlante” non fu la nostra prima denominazione. Esistono un paio di aneddoti divertenti al riguardo e sono certo che Paolo vorrà raccontarli. Comunque, quando cominciammo a “fare sul serio”, nel senso di comporre brani nostri di una certa complessità, ci cimentammo con l’idea di musicare alcune immagini dell’“Orlando Furioso” dell’Ariosto. Una mia idea di qualche mese prima fu lo spunto per la nascita de “L’Ippogrifo”, cavalcando il quale Astolfo vola sulla Luna per recuperare il senno di Orlando. Il XII canto dell’opera parla appunto del Castello del Mago Atlante, dove fantasia e realtà sembrano non avere un confine definito. Mi parve una denominazione perfetta per la nostra musica.

P.F.: Il primo nome che scegliemmo fu Hydra, ma ci accorgemmo che esisteva già una band così chiamata. In realtà eravamo talmente concentrati sul comporre e suonare che non ci preoccupammo nemmeno di trovare un altro nome; infatti, nel giugno del 1975, quando facemmo il nostro primo concerto ad un festival musicale vicino a Novara e gli organizzatori ci chiesero il nome del gruppo, inventammo su due piedi “Stato Di Allarme”. Nei giorni immediatamente successivi ognuno di noi stilò una lista di possibili nomi ed Aldo propose “Il Castello Di Atlante”. Piacque a tutti ed era coerente con i brani che scrivevamo, pertanto lo scegliemmo.

D.F.: Hanno già detto tutto quanto. Ricordo soprattutto un particolare del festival novarese, cioè le facce indescrivibili che facemmo quando il presentatore entrò nei camerini (gli spogliatoi del campo da calcio per la precisione) e ci disse: “Ragazzi tocca a voi, adesso vi presento e poi uscite. Dunque, vi chiamate?”. Panico totale… il nome della band… ma quale nome… nessuno di noi ci aveva pensato perché la musica veniva prima di qualsiasi altra cosa. Insomma, ci guardammo e ci dicemmo: “Eh già… come ci chiamiamo?”. Scena da film!!!

I primi anni vi vedono abbastanza attivi sul fronte concerti e, inoltre, registrate anche alcuni demo ma senza mai giungere ad una pubblicazione vera e propria (anche se ho letto sul web di una cassetta promozionale, “La guerra dei topi”, registrata in quei primi anni). Come mai questa “assenza” nel vostro curriculum? Non c’è mai stato modo di entrare nell’orbita di qualche etichetta? E come ricordate la dimensione live del periodo?

P.F.: Nel 1976, vennero a suonare a Vercelli gli Area e, dopo il concerto, ci intrufolammo nei camerini e parlammo un po’ con Patrizio Fariselli. Gli dicemmo che facevamo musica nostra e gli demmo un paio di cassette con i nostri pezzi. Ci disse che li avrebbe fatti sentire alla loro etichetta – la Cramps – e che qualcuno ci avrebbe fatto sapere qualcosa. Noi non ci aspettavamo nulla, invece, al contrario, dopo poche settimane fummo convocati a Milano da un produttore dell’etichetta. Il tipo, di cui non ricordo il nome, ci disse che le musiche erano molto interessanti ma che avremmo dovuto cambiare i testi in quanto la Cramps era un’etichetta politicamente schierata e le loro band dovevano trattare soprattutto temi sociali e politici. Per noi, ventenni duri e puri, i nostri pezzi erano SACRI e non li avremmo modificati per nulla al mondo. Non c’entrava nulla che la Cramps fosse di sinistra, era una questione di principio. Rispondemmo: Il Castello di Atlante è questo, se ti va bene siamo d’accordo, diversamente arrivederci e grazie. Finì con un “arrivederci e grazie”. Sicuramente, se avessimo deciso di modificare i testi, la nostra storia sarebbe stata diversa, ma così è andata.

Nel 1978 partecipammo al concorso Centocittà organizzato dalla Ricordi con, in palio, la produzione di un 45 giri. Partecipammo perché era un’occasione per suonare, il concorso non ci interessava affatto e rimanemmo un poco schifati in quanto il regolamento ammetteva solo brani inediti e, invece, vinse una ragazza che cantò un pezzo di Mina.

Queste sono stati gli unici contatti con il mondo delle etichette. Si, abbiamo dovuto attendere gli anni ’90 per pubblicare un CD, ma abbiamo preservato la nostra “verginità”.

In quegli anni fare concerti era una sfacchinata enorme ma anche un divertimento pazzesco. Innanzitutto c’erano pochi festival, quindi organizzavamo tutto noi, portando TUTTA la strumentazione, ampli, mixer, impianti, a volte anche il palchetto per la batteria (avevamo la sala prove al primo piano di una cascina); ricordo che avevamo un pesantissimo Leslie per l’organo, era sempre l’ultima cosa da portare su e giù per le scale! Naturalmente ogni volta succedeva qualche guaio o imprevisto, un fusibile che saltava (ed era regolarmente l’unico nel raggio di 50 km), cavi da saldare cinque minuti prima di incominciare il concerto, ecc.! Momenti epici!

Al.B.: Si, concordo. Devo anche aggiungere che personalmente sono sempre andato fiero del fatto che abbiamo scelto di mantenere i nostri testi e le nostre musiche anche a costo di correre il rischio di suonare poco in pubblico. Fortunatamente le cose sono andate bene e siamo riusciti a suonare in giro per il mondo anche in Paesi dove non avremmo mai pensato di arrivare. Molto spesso, durante i vari tour successivi, ripensavamo a quei momenti che citava Paolo, quando ci sobbarcavamo fisicamente il trasporto, il montaggio e lo smontaggio di tutta l’attrezzatura; una faticaccia bestiale ma ci sembrava di toccare il cielo con un dito per quanto eravamo felici.

D.F.: Sostanzialmente la nostra attività concertistica era supportata da registrazioni private, autoprodotte al 100%, perché del mondo discografico non ce ne fregava proprio quasi nulla. Non ho mai eccepito né contestato la scelta da noi concordata in quel lontano 1976, anche se, con il senno di poi, dobbiamo ammettere di aver rinunciato ad un passaporto che oggi ci avrebbe consacrato come uno dei tanti gloriosi gruppi Prog Italiani degli anni ‘70. Saremmo stati selezionati nelle varie rassegne discografiche che oggi stanno pubblicando rimasterizzazioni degli album Progressive dell’epoca, anche di gruppi che all’attivo hanno magari solo uno o due album al massimo.  Il Castello sarebbe stato indicato, congiuntamente a gruppi come Quella Vecchia Locanda, Biglietto per L’Inferno, Rovescio della Medaglia, Balletto di Bronzo, ecc., come rappresentanti del genere e avremmo avuto la giusta collocazione storica che, invece, non ci viene riconosciuta per una questione prettamente temporale in ambito discografico. Pensa che, addirittura, in una rassegna giornalistica di qualche anno fa, siamo stati elencati tra i gruppi di Neoprog! Considerate come le cose si sono poi evolute (sia in ambito discografico sia in ambito concertistico), comunque, va bene così. È un particolare che fa parte della nostra storia e come tale deve essere valorizzato.

Nei primi anni ’80 collaborate alla realizzazione della sigla dei Campionati Mondiali di Hockey a Rotelle svoltisi a Vercelli, mentre toccherà aspettare il 1983 per vedere, finalmente, la vostra prima uscita ufficiale, il singolo “Tirando le somme / Semplice ma non troppo”. Mi parlate delle due esperienze? Quali suoni e quali idee troviamo nel singolo?

P.F.: La collaborazione alla sigla dei Campionati di Hockey nacque in modo del tutto casuale. Eravamo in uno studio di registrazione della città ed il titolare aveva l’incarico di realizzare le musiche per il Campionato ed aveva alcune idee, noi lo aiutammo a svilupparle. Ricordo che per la marcetta che accompagnava l’ingresso delle squadre in campo pensai di registrare il rullante ed i piatti in modo che il suono ricordasse quello di una banda militare, allora non esistevano i campionatori, i suoni erano completamente analogici. Per quanto riguarda il singolo del 1983, facemmo una selezione tra i molti brani che avevamo scegliendo quelli che ritenevamo più rappresentativi. In particolare “Semplice ma non troppo” dove il violino, nostro marchio di fabbrica, è in grande evidenza, mentre “Tirando le somme” era, ed è stato anche ultimamente, il brano di apertura dei concerti, una specie di biglietto di presentazione.

D.F.: L’idea del 45 giri fu anche necessitata dal fatto che ci accorgemmo quanto la mancanza di un supporto discografico fosse, purtroppo contrariamente alle nostre idee, un grosso ostacolo per qualsiasi iniziativa. A volte anche nel caso di organizzazione di concerti. Fummo quindi coinvolti in questa operazione che ci vide, come sempre, uniti e ben determinati.

C’è qualche aneddoto che vi va di condividere su questo primo periodo? Come ricordate quegli anni?

Al.B.: Ce ne sarebbero tantissimi. Il primo che mi viene in mente è questo: durante un concerto, come talvolta capita, mi si ruppe una corda nel bel mezzo dell’esecuzione di un brano. Niente paura: eravamo preparati. Diversamente dalla prima volta che mi era capitato, quando possedevo una sola chitarra (e quindi dovemmo intrattenere la gente per quei 10/15 minuti necessari per la sostituzione della corda!), a quel tempo ne possedevo due, per cui bastava sostituire la chitarra e andare avanti. Un nostro amico che ci seguiva nei concerti aveva, tra gli altri, anche il compito di provvedere alla sostituzione della chitarra durante il brano in caso di necessità. Per cui si precipitò sul palco con la seconda chitarra e, senza aspettare un momento in cui io non suonassi, estrasse brutalmente il jack dalla chitarra che stavo utilizzando e lo infilò altrettanto brutalmente nell’altra con il risultato di originare un rumoraccio che uscì amplificato dalle casse dell’impianto, assordando i presenti… Ridemmo per anni di quell’episodio.

P.F.: Una volta, nel bel mezzo di un concerto, ruppi il pedale della cassa e mi buttai sotto la batteria per cambiarlo, Aldo non sentendomi entrare al momento giusto si girò e non mi vide! Sbalordito guardò Dino e dovettero improvvisare un duetto chitarra e basso. Ricordo che allora iniziavamo i concerti nel buio più assoluto, facendo saltare dieci o dodici flash che mettevamo al bordo del palco. La prima volta, per non perderci l’effetto, anziché tenere gli occhi chiusi, li tenemmo aperti, rimanendo accecati per il lampo di luce!

Gli attrezzi che usavamo erano assolutamente artigianali, per esempio “l’occhio di bue” che seguiva a turno il solista da mettere in evidenza, era un faretto da 200 watt inserito nel tubo di una stufa. Ci divertivamo moltissimo e, allo stesso tempo, crescevamo insieme, cementando la nostra amicizia.

D.F.: Furono momenti unici, esilaranti, indimenticabili, irripetibili, di cui molte volte provo tanta nostalgia. Ce ne sarebbero centinaia di aneddoti da descrivere e meriterebbero un libro che in realtà ci sarebbe anche… forse… chissà!!!

Dai, ne citerò uno a caso. Concerto in piena estate in un campo da calcio di oratorio senza erba, nessuna copertura, montatura strumentazione e check sound nel primo pomeriggio a 40 gradi (pieno sole e neanche una mezza nuvoletta), non funzionava quasi nulla, il nostro tecnico audio (anche lui totalmente esposto al cocente sole estivo della Pianura Padana, perché di ombrelloni non se ne trovavano) aveva grossi problemi tecnici e non riusciva a trovare una soluzione, noi lo chiamavamo ogni dieci secondi per le nostre problematiche sul palco rovente (in metallo perché era il rimorchio di un mezzo agricolo), unica cosa funzionante era il microfono del tecnico (altri suoni non ne uscivano). Dopo circa tre ore di tentativi inutili ed estenuanti, forse l’ultima estrema richiesta di aiuto dal palco, non mi ricordo di chi, fu quella che fece traboccare la pazienza dei santi. Il tecnico, oramai esausto e stracotto dal sole, impugnò con potenza il microfono e sfogò tutta la sua ira con una bestemmia immonda che si propagò per tutto il paese e la campagna intorno con tanto di Echo Binson a palla (quello funzionava sempre). Il che significò che lo spergiuro, perfettamente scandito, si ripeté costantemente per svariati ed interminabili secondi con la fuga del prete che stava assistendo alle nostre prove. Le risate che seguirono furono senza sosta! Questo era il senso di come stavamo bene insieme, al di là della musica.

L’essere nati nella zona di Vercelli, di certo non uno dei “centri caldi” dell’epoca (quali Milano, Genova, Roma, Napoli), ha limitato in qualche modo la vostra carriera?

Al.B.: Credo di sì. Anche se penso che non sia stato il limite maggiore. Probabilmente se avessimo accettato qualche compromesso, la dislocazione geografica non avrebbe costituito un grosso ostacolo.

P.F.: Può darsi ma devo dire che le scelte fatte ci hanno consentito di fare sempre la nostra musica senza MAI dover accettare compromessi o vincoli dettati da necessità commerciali. Mi spiego con un esempio: nei primi anni ’80 avemmo la fortuna di conoscere e frequentare per un breve periodo il Banco, che aveva appena pubblicato “Urgentissimo”; ti posso assicurare che non erano affatto fieri di brani come “Paolo Pa” o “Moby Dick” che, peraltro, stava andando benissimo, tuttavia, per ragioni contrattuali, erano costretti a produrre un album all’anno. Noi non abbiamo mai vissuto situazioni analoghe.

D.F.: Assolutamente sì secondo me. Soprattutto dopo aver rinunciato a quella occasione nel 1976, di sicuro appartenere ad una provincia di seconda fila e non a quelle alle quali i produttori ed i “social” dell’epoca si rivolgevano è stato molto controproducente. Soprattutto negli anni iniziali ci limitò molto sia in fase promozionale che di immagine. Diverso sarebbe stato se avessimo proposto musica folk legata al territorio.

E poi arrivano gli anni ’90 e qualcosa cambia. Il 1992 vede finalmente uscire il vostro primo album “Sono io il Signore delle Terre a Nord”. Mi raccontate la genesi dell’album? Come avviene l’incontro con la Vinyl Magic?

P.F.: Nel 1983, grazie alla pubblicazione del singolo già citato, conoscemmo Beppe Crovella, tastierista degli Arti & Mestieri e produttore. La nostra musica gli piacque e venne a diversi nostri concerti. Si ricordò di noi qualche anno dopo quando, con la Vinyl Magic, diede vita alla collana “New Prog ’90” e ci propose di far parte del progetto. Ti confesso che, date le esperienze precedenti, avevamo qualche dubbio ma sia Beppe sia la Vinyl Magic accettarono i brani esattamente com’erano senza richiedere la minima modifica. Per noi fu difficile selezionare i pezzi data l’enorme quantità di materiale che avevamo ma, alla fine, “Sono io il Signore delle Terre a Nord” è stato uno delle migliori produzioni dell’intera collana.

Al.B.: Entrare in uno studio di registrazione per incidere un disco con le nostre musiche così come erano ci apparve come un fatto stratosferico, inimmaginabile fino a poco tempo prima. Devo dire che fummo talmente galvanizzati dall’evento che il primo giorno in studio ci gettammo a capofitto nel lavoro e… non concludemmo nulla! Ma proprio nulla di nulla!!! La troppa emozione faceva sì che tutto filasse liscio fino al momento in cui il tecnico pronunciava il fatidico “Ok. Registriamo”. Da quel momento buio pesto, come se non avessimo mai suonato quei brani che conoscevamo, invece, alla perfezione. Saggiamente Beppe propose di dormirci sopra. Il giorno dopo le cose cominciarono a funzionare per il verso giusto e, nei giorni seguenti, “Sono Io il Signore delle Terre a Nord” prese forma e sostanza.

D.F.: Ricordo la fortissima emozione che provavo mentre salivo per la prima volta le scale di casa Crovella verso lo studio di registrazione. Rivedevo tutti gli attimi di venti anni trascorsi insieme, sui palchi dei concerti e nella nostra sala prove della cascina sperduta tra le risaie vercellesi. Ora era giunto il momento di scrivere finalmente sui nastri a bobine e sui dischi ufficiali la nostra storia, quella che sarebbe rimasta per sempre fissata negli archivi musicali dei tempi. Condivido assolutamente quanto precisato da Aldo, anch’io non appena avevo coscienza di registrare… tutte le mie parti di basso scomparivano nel nulla assoluto. Come il famoso “braccino” del tennista, le mie dita diventavano dei pezzetti di legno e la mia memoria una gelatina evanescente. Solo nei giorni a seguire le cose si normalizzarono, tra buoni bicchieri di vino e consistenti pasti piemontesi, le risate tra amici fraterni e la calma che Beppe seppe infondere a tutti noi.

Accanto a qualche soluzione Neoprog, c’è tanto Prog anni ’70 nel sound del vostro esordio. Ma quanto del materiale e del sound presente nell’album proviene dai vostri primi anni? E quanto differiscono i due brani omonimi dal singolo del 1983?

P.F.: Tieni presente che TUTTI i brani presenti nel CD di esordio furono scritti tra il 1975 ed il 1979 e le versioni registrate sono pressoché identiche alle versioni originali. L’unica modifica che abbiamo fatto è stata su “Tirando le somme” che sul singolo è più breve di circa un minuto e 40 secondi, perché temevamo che un pezzo di oltre sei minuti non stesse fisicamente nel 45 giri.

Al.B.: È così. Tutti i brani sono nati con noi. In realtà quasi tutti nascono da idee, bozze che individualmente avevamo già, ma che sono state affinate e sviluppate in quel periodo e l’“amalgama” è frutto dell’apporto di ognuno di noi, è il risultato del “sentire” musicale di ciascuno. Le abbiamo registrate esattamente come le avevamo “confezionate” negli anni precedenti durante le esecuzioni in sala prove, senza effettuare alcun intervento di modifica.

D.F.: Il primo nostro lavoro descrive esattamente quanto prodotto e suonato nei vent’anni precedenti, magari con le stesse ingenuità e pecche di esecuzione… ma con la massima sincerità espressiva. Infatti, ancora oggi, questo album è ricercato ed apprezzato dai nostri estimatori.

Dal 1992 in poi, discograficamente, vi siete rifatti “con gli interessi”. Nel 1994, ad esempio, escono addirittura due album: “Passo dopo passo” e “L’ippogrifo”. Poi, dagli inizi del 2000, siete un “fiume in piena”: “Come il seguitare delle stagioni” (2001), “Quintessenza” (2004), “Concerto acustico” (2006) e “Cap. 7 – Tra le antiche mura” (2008). Ma andiamo con ordine. “Passo dopo passo” raccoglie del vecchio materiale inedito. Come nasce questa iniziativa e come si è concretizzata?

P.F.: Come detto prima, il primo CD ebbe un ottimo successo, pertanto ci proposero di pubblicarne in breve tempo un altro. Noi avevamo molto materiale, ma riprendere brani che non suonavamo da almeno dieci/quindici anni e preparaci per le registrazioni significava, in termini di tempo, almeno sei /otto mesi, viceversa l’etichetta e Beppe volevano uscire in tempi più brevi. Pensammo allora di prendere le registrazioni originali e pubblicarle. A posteriori ci rendemmo conto che non fu una buona idea, la qualità era veramente scarsa ed i pezzi avrebbero meritato di essere registrati ex-novo, magari qualcuno con arrangiamenti un poco rivisti.

Al.B.: Si, “Passo dopo passo” si rivelò, a posteriori, una pessima scelta di marketing. Per quanto i tecnici di studio abbiano tentato di “pulire” le registrazioni, il risultato fu piuttosto scarso e, come dice Paolo, ebbe altresì l’effetto di “bruciare” molti brani che avrebbero certamente meritato miglior trattamento, considerazione e visibilità.

D.F.: Concordo sostanzialmente con quanto dichiarato da Aldo e Paolo, anche se il progetto a me sinceramente piaceva molto. Il problema è che fu realizzato piuttosto velocemente, anzi troppo, e le operazioni di restyling delle registrazioni originarie furono piuttosto approssimative. Forse avremmo dovuto avere più tempo a disposizione anche per rifletterci su, cosa che non ci fu permessa dalla produzione. Dal canto nostro, che già consideravamo un miracolo avere finalmente pubblicato un album tutto nostro, la possibilità di fare uscire in poco tempo un altro lavoro era inverosimile, se non addirittura sconvolgente. Infatti, non ci pensammo a lungo e accettammo subito.

Ascoltando, invece, alcuni dei brani de “L’ippogrifo” sembra che le atmosfere siano più “pacate”. Sbaglio, o c’è davvero qualcosa di musicalmente diverso rispetto a “Sono io il Signore delle Terre a Nord”?

P.F.: Deriva dalle scelte che facemmo. Nel primo CD inserimmo i brani del 1975, 1978 e 1979 senza intervenire sugli arrangiamenti, per “L’Ippogrifo”, invece, prendemmo brani scritti nei primi anni ’80 rivedendo, in qualche caso, gli arrangiamenti, ecco perché ci sono atmosfere diverse.

Al.B.: Oserei dire che sono brani più “ponderati”. Qui il lavoro di gruppo è stato più intenso, specie nella fase degli arrangiamenti.

D.F.: Paolo ha descritto esattamente lo spirito de “L’Ippogrifo”, molto curato in fase di arrangiamento ma, secondo me, meno diretto. Fu comunque accolto con toni molto lusinghieri dalla stampa specializzata estera (in particolare inglese e sudamericana).

Con “Come il seguitare delle stagioni” passate all’Electromantic Music. Come avviene l’“avvicendamento” con la Vinyl Magic?

P.F.: Non ci sono particolari motivazioni, la nostra “interfaccia” è sempre stato Beppe Crovella più che l’etichetta che produceva i nostri CD. Per noi la cosa basilare era non avere alcun tipo di condizionamenti e salvaguardare i contenuti più che l’etichetta.

Al.B.: Devo dire che, all’epoca, non mi ero nemmeno reso conto della diversa denominazione. Come dice giustamente Paolo, per noi non era cambiato nulla.

D.F.: Furono esclusive motivazioni di etichetta e produzione. Per noi non cambiò nulla. Ricordo, proprio per questo disco, che in fase di missaggio finale si volle equalizzare tutto l’album sulle frequenze dei dischi live degli Yes, proprio per rimarcare l’appartenenza a quel filone di Progressive anche nel lato sonoro. Secondo me questo è l’album più intensamente Prog del Castello e forse il meno conosciuto.

Vi va di “snocciolare” un po’ di dettagli sui contenuti dei quattro album usciti per la Electromantic Music?

P.F.: È tutto molto semplice: noi scrivevamo nuovi brani o prendevamo pezzi molto vecchi e li rielaboravamo. Quando ne avevamo cinque o sei, facevamo delle registrazioni “live” in sala prove, poi li facevamo sentire a Beppe e tutto si concludeva con: “belli ‘sti pezzi, quando venite in studio?”.

Per quanto riguarda i contenuti diciamo che, salvo rarissimi casi, vedi i pezzi scritti per le iniziative della Colussus, i brani nascevano e nascono tuttora dalle nostre esperienze quotidiane o di vita, raccontate, molto spesso, tramite metafore o allegorie. Ciò che viviamo genera emozioni e stati d’animo che mettiamo in musica.

Al.B.: Forse un cenno merita essere fatto per “Concerto Acustico”, in quanto nato “a sorpresa” da un concerto tenuto nel gennaio 2006 al Teatro Piccolo Coccia di Novara, dove abbiamo voluto provare a cimentarci con l’esecuzione dei nostri brani in versione totalmente acustica, senza effetti elettronici e sintetizzatori. Il risultato, molto merito del quale dobbiamo riconoscere a Enrico Perrucci, leader del Gruppo torinese Calliope, che ci fece da tecnico di registrazione per l’occasione con un lavoro di alta qualità, fu così apprezzato da Beppe Crovella che decise di farne un CD “live”.

D.F.: Già in “Quintessenza” io ero in stand by artistico e mi ricordo che fui presente in sala concerti a Novara durante il live poi immortalato in “Concerto Acustico”. I fratelli di vita mi registrarono sul disco una dedica che mi fece veramente commuovere.

A vostro modo di vedere, quali sono i punti di contatto e le differenze sostanziali tra queste prime produzioni? E come sono stati accolti i lavori da critica e pubblico?

P.F.: Beh, i punti di contatto siamo noi stessi. Per circa trent’anni la formazione è rimasta inalterata, di conseguenza c’è stata coerenza nella realizzazione dei pezzi dovuta anche al nostro modo di sviluppare i brani descritto più avanti. Le differenze sono dovute alla maturazione musicale di ognuno di noi avvenuta nel tempo e, forse, alla maggior attenzione posta negli arrangiamenti e nelle produzioni.

Il primo CD fu accolto molto bene dalla critica e dal pubblico, infatti, come ho già detto, fu una delle migliori produzioni dell’intera collana “New Prog ’90”. “Passo dopo passo”, al contrario, fu criticato soprattutto per la scadente qualità delle registrazioni. Fu un errore, inutile nasconderlo; avremmo dovuto opporci e non utilizzare quel materiale ma registrare ex-novo gli stessi brani. Ma con le produzioni successive ci siamo risollevati.

Al.B.: Inoltre tutte le produzioni, nonostante il “cambio” di etichetta, sono state registrate e mixate negli stessi studi di registrazione, pur se con tecnici diversi, ma sempre sotto la “supervisione” di Beppe Crovella.

D.F.: Direi che tutte le produzioni sono sempre state legate come ispirazione da un filo unico, che era, ed è, la nostra amicizia, come qualità, invece, dalla costante presenza della produzione by Crovella. Critica e pubblico hanno sempre accolto molto bene le nostre proposte, pur con qualche criticità in più con “Passo dopo passo” per le ragioni tecniche già sopra esposte.

La prima decade del nuovo millennio vi vede anche partecipare alle due iniziative della Colossus “Kalevala” (2003) e “Dante Alighieri’s Inferno” (2008). Come entrate nel “giro” dei finlandesi e quali brani avete interpretato?

P.F.: La distribuzione dei nostri CD è stata sempre a livello internazionale, quindi fin dal primo disco il nome del Castello è stato portato in tutto il mondo, fortunatamente con buoni riscontri e con la possibilità di avere contatti e relazioni con altre etichette, produttori, stampa specializzata. Così è nato il contatto con Colossus che ci ha coinvolti nel primo progetto “Kalevala”. Devo dire che quando mi arrivò la mail rimasi sorpreso, incuriosito e, ovviamente, molto onorato per l’invito. Il progetto fu immediatamente intrigante ed interessante: musicare le gesta dell’eroe Ilmarinen descritte nel poema epico nazionale finlandese, in un mondo fiabesco e fantasioso che era assolutamente nelle nostre corde. Per scegliere quale capitolo musicare mi feci mandare il testo del poema. Mi arrivò una sorta di bignami scritto in finlandese antico! Dovetti tradurlo prima in inglese e poi in italiano. Scegliemmo la parte dove Ilmarinen, che di mestiere fa il fabbro, forgia un attrezzo, il sampo, per una maga che gli promette una pozione magica per far innamorare di lui una fanciulla. Ma, ottenuto il sampo, la maga non rispetta i patti e scatena contro il povero Ilmarinen una tormenta che lo trasporta magicamente, come dice il testo, “nelle gelide terre del Nord”. Scrissi il testo del brano che tradussi in inglese e mandai in Finlandia dove mi confermarono essere coerente con il testo originale… meno male!

Per “Inferno” fu più semplice, ovviamente! Scegliemmo Malebolge, il girone dei ruffiani, personaggi sempre attuali… ahinoi!

Al.B.: Ricordo che quando Paolo mi parlò dell’invito di Colossus per “Kalevala” e mi sottopose il testo che aveva scritto, mi venne in mente una melodia che mi frullava per la testa da un po’ e che non ero ancora riuscito a “fissare”. Di lì a poco prese forma quella sorta di ballata medievaleggiante eseguita con la chitarra acustica che, impreziosita dal violino di Massimo, si adattava perfettamente all’atmosfera descritta nel brano.

Per Malebolge devo ammettere che “scrivere” il testo fu abbastanza semplice: ci aveva già pensato un certo Dante Alighieri tempo prima! Dovetti solo scegliere le parti che più si prestavano ad essere musicate, anche se ammetto che inserire gli endecasillabi danteschi in un 4/4 non è stato semplicissimo.

Nel 2010 entra in pianta stabile nella band Mattia Garimanno, seguito negli anni successivi da Andrea Bertino e Davide Cristofoli. Come avviene il vostro ingresso nella famiglia dei castellani?

M.G.: Intanto inizio col dire che per me è stato un onore entrare in famiglia e la mia storia è simpatica perché è stato tutto un po’ casuale ma molto naturale. Ricordo che conobbi Paolo un giorno in uno studio e mi disse “Ciao sono Paolo, mi aiuti a scaricare questa tastiera? Devo portarla su” (quattro rampe di scale). Da lì, parlando del più e del meno, mi disse di essere il batterista del Castello, che da appassionato di Prog Italiano già conoscevo, e mi propose di lavorare per loro come fonico per un concerto che avrebbero avuto di lì a poco al festival di Veruno.
Da cosa nasce cosa e inizialmente feci una comparsata di qualche minuto proprio a quel concerto, suonando un intervento su “Stava scritto”, per poi finire lavorando per i successivi concerti interi a due batterie stile Genesis.
Ricordo che quasi da subito nacque una bellissima amicizia con tutti i “ragazzoni” della band, e il resto è storia!

An.B.: Ricordo che avevo già conosciuto Paolo e Dino per un progetto musicale ad Alba e dunque avevamo già suonato insieme. Ci eravamo scambiati il numero di telefono e, infatti, non molto tempo dopo mi aveva chiamato Dino (col suo entusiasmo) per chiedermi di prendere il posto del loro storico violinista che, per motivi personali, non riusciva più a continuare il viaggio, e dunque, avendo dato il mio assenso, avevo poi incontrato Paolo (col suo cappello) per una pizza ad Asti, dopodiché… son salito sul Treno del Castello con prima fermata in Messico!

D.C.: Devo confessare che ero già un fan del gruppo e quando Paolo mi chiamò mi trovavo di turno in una cucina d’albergo sul Monte Rosa a lavare piatti in piena stagione invernale. Subito non potei accettare visto l’impegno lavorativo in valle, ma qualche mese più tardi la mia vita cambiò e tornai nella cara pianura per ricominciare con la musica e gli studi. Da lì a poco il provino: inutile dire che non dormii quella notte, ma rimane uno dei ricordi musicali più belli della mia vita.

Il nuovo millennio vi ha visti molto attivi sul fronte live con numerose esibizioni all’estero, dai tour in Giappone, Indonesia, USA, Canada, Messico (e altro ancora) sino alle partecipazioni ai più importanti festival Prog a livello internazionale (Baja Prog, Crescendo, Prog’Sud, Terra Incognita, Baltic Prog, solo per citarne alcuni). Vista la vostra assidua frequenza dei palchi “oltre confine”, sembra quasi siate più seguiti “fuori casa” che in Italia. Come vi spiegate questa sorta di “paradosso”?

Al.B.: Donato, non è che “sembra”, è esattamente così. Per un po’ di tempo ci siamo domandati per quale motivo fossimo molto richiesti al di là dei patrii confini e, invece, a casa nostra facevamo pochissimi concerti. Ci siamo dati alcune risposte, che certamente i miei amici vorranno anche esplicitare. A me, personalmente, se posso essere molto onesto e diretto, dopo un po’ ha cominciato a non importare più. Suoniamo in Terre meravigliose, tra gente meravigliosa, in teatri dove non si parla l’italiano ma dove la gente canta con noi IN ITALIANO i nostri brani (giapponesi compresi!); dove Paolo non ha nemmeno bisogno di pronunciare il titolo del brano successivo che il boato che sentiamo ci dice che lo hanno già riconosciuto dall’arpeggio di chitarra; dove una dedica a un nostro fan canadese (uno dei nostri sostenitori più “antichi” e dei nostri amici più cari) fa sì che, per il primo minuto di esecuzione del brano, gli applausi e le grida coprano la musica; dove puoi sospendere di cantare il testo di un brano e fermare la musica perché tanto il pubblico lo sta cantando insieme a te, e lasciarli cantare da soli il tuo brano, senza accompagnamento musicale, ti fa venire la pelle d’oca e un groppo in gola; dove scopri che c’è gente che si è fatta centinaia di chilometri in macchina sulle autostrade USA solo per venirti a sentire e farti firmare i tuoi CD che avevano in casa…

Se in Italia (anche per il vecchio detto che non tutti i gusti sono alla menta, e ci mancherebbe) non suscitiamo le stesse emozioni, beh, mi dispiace ma penso che me ne posso fare tranquillamente una ragione senza particolari patemi d’animo.

P.F.: Premesso che all’estero la musica Prog è infinitamente più seguita e apprezzata che in Italia, nella rete di contatti che abbiamo vi sono molti organizzatori di festival. Questi eventi sono numerosi e, soprattutto, raccolgono molto pubblico, pertanto è più facile trovare occasioni per esibirsi oltre confine che qui.

D.F.: È quello che sostanzialmente ho già precisato. Il fatto di essere in qualche modo “esclusi”, o comunque messi in secondo piano, dal gotha del panorama Prog Italiano, ha creato i presupposti per dedicarci con maggior intensità e soddisfazione al mercato straniero, non solo europeo. Non ho parole per esprimere l’imponente accoglienza riservata al Castello in Giappone, Lituania, Indonesia e Messico (ricordo che in terra messicana ci fecero aprire il concerto di Fish, già ex Marillion). Per non parlare del Canada (qui, invece, aprimmo il concerto dei The Flowers King), dove ancora oggi ci scrivono per organizzare un terzo concerto a Quebec City (quando salivamo sul palco il pubblico in teatro era tutto in piedi!!!).

Ho quasi l’impressione che in Italia ci sia, per quanto ci riguarda, una strana indifferenza che, a volte, francamente non riesco a comprendere sino in fondo.

M.G.: Beh onestamente – purtroppo – non è una cosa sorprendente, nemo propheta in patria e mai detto fu veritiero. Inoltre, c’è da dire che da anni l’Italia non è più terreno ospitale per musica, arte e cultura di un certo livello, sebbene molto fertile, e avere la possibilità di girare il mondo con la propria musica ti fa capire di quanto non sia speciale ciò che sta fuori, quanto in verità sia problematica la situazione in cui si vive. In qualunque posto abbiamo messo piede siamo stati trattati con rispetto (in alcuni casi addirittura da “star”), mentre nel Paese del bel canto sembra sempre di ricevere indifferenza, quanto non dare fastidio. Credo che il paradosso sia assolutamente dettato dalla cultura esterofila nostrana.

An.B.: Beh, se guardo alcuni dei miei progetti più importanti, vedo che succede la stessa identica cosa. Purtroppo l’Italia “non s’è più desta” per la cultura…

D.C.: Penso che il “progressive” in Italia sia molto seguito e da diverse generazioni, come dimostra il Castello stesso. Il problema penso sia estendibile anche ad altri aspetti delle arti in generale, è molto difficile, evidentemente, organizzare o riuscire a tenere in piedi degli eventi live sul suolo italico. Addirittura le cover band (alcune anche molto buone) non se la passano benissimo qui, e ho detto tutto…

Testimonianza di una delle vostre “sortite” all’estero è il DVD live “Una sera a Tokyo”, registrato dal vivo durante il tour di cinque concerti fatto in Giappone nel 2008. Come nasce l’iniziativa del DVD? E che ricordo avete di quel tour?

P.F.: Nel 2005, in Messico, conoscemmo il produttore Hiroshi Masuda e, l’anno dopo, in Francia la band giapponese Baraka. Nel 2007 organizzai delle date qui in Italia per una band dell’etichetta di Hiroshi e per i Baraka, in cambio loro organizzarono cinque date per il Castello in Giappone nel 2008. Fu un’esperienza bellissima, i club dove suonammo non erano grandi, ma in ogni data, vennero almeno un centinaio di persone, considerato che eravamo solo noi a suonare fu un successo inaspettato.

Pensammo subito di trarre un DVD dal tour e ci attrezzammo noleggiando un registratore digitale a 24 tracce. Stava dentro un hard case enorme che appoggiavamo su un carrellino per facilitare gli spostamenti; una volta precipitò su una lunghissima scala mobile all’aeroporto di Narita, fu un ottimo test di resistenza che il case superò brillantemente!

Un’altra cosa che ci colpì fu la perfetta organizzazione del tour. Due settimane prima di partire ricevetti da Hiroshi una mail con indicazione degli orari e dei trasferimenti che avremmo fatto giorno per giorno e, una volta arrivati in Giappone, tutto fu rispettato al minuto. Ogni club aveva attrezzature di prim’ordine e fonici che sapevano in anticipo le nostre necessità e le posizioni sul palco, per contro si perdevano in un bicchier d’acqua nel caso di piccoli inconvenienti.

Al.B.: Un’organizzazione perfetta. Ognuno di noi aveva a disposizione, durante i concerti, un proprio tecnico di palco per qualsiasi necessità. E poi, come dicevo prima, sentire la gente cantare IN ITALIANO i tuoi brani IN GIAPPONE è un’esperienza meravigliosa.

D.F.: Aggiungo solo che i cinque concerti che abbiamo fatto in Giappone (tre a Tokyo, uno a Nagoya e uno a Kyoto) non potranno essere mai dimenticati. Ad una organizzazione perfetta si associa un pubblico entusiasta, competente e che oramai ci ha annoverato come uno dei gruppi più importanti del Prog italiano (piaccia o no ai media italici).

E, restando in tema, al netto di quanto raccontato, che idea vi siete fatti dell’attuale cultura musicale estera, del modo in cui il pubblico ne fruisce, dello spazio che si dedica alla musica dal vivo? E quali sono le differenze con il nostro Paese?

Al.B.: Io credo che da noi la musica sia pressoché totalmente condizionata da interessi di tipo economico e commerciale, come un qualsiasi altro “prodotto” da vendere. Il mercato impone che se un prodotto, quindi anche musicale, vende e fa guadagnare, merita di essere sponsorizzato e pubblicizzato quanto più possibile per massimizzare il profitto. Ciò prescinde dalla qualità del prodotto; se la gente lo compra, anche solo per moda o perché bombardata da spot pubblicitari o altro, e indipendentemente dal fatto che sia o meno un buon prodotto, la macchina pubblicitaria lo spinge. Viceversa molti ottimi lavori musicali, non hanno mercato. L’errore, a mio avviso, sta a monte: la musica NON È UN PRODOTTO!!! La musica è un’espressione d’arte, è un linguaggio universale, è la comunicazione fatta armonia, è una scossa che arriva al cuore, non al cervello. La musica non si compra e non si vende, si “sente”. “In questi giorni è certo autunno giù da noi, dolce Marta, Marta mia…”, ecc.: si può vendere una poesia del genere? Vabbè… mi fermo qui. Credo di aver già detto troppo.

P.F.: Mi viene da sorridere… amaramente. In Italia, esclusi alcuni “santuari” dove c’è la possibilità di suonare musica Prog, gli spazi della musica live sono le birrerie dove suonano le cover band. All’estero la musica, TUTTA la musica, è considerata cultura ed un musicista è rispettato e pagato come qualsiasi altro lavoratore. In Italia ti chiedono: Che lavoro fai? Faccio il musicista. Sì vabbè, ma che lavoro fai seriamente? Anni e anni di radio e tv commerciali hanno rincoglionito il pubblico al punto tale che i Negramaro – per dire un nome a caso – sono considerati artisti impegnati i cui brani sono pregni di significati e la massima espressione del rock italiano è Vasco Rossi… ma dai!!! A Tokyo ci sono oltre trecento club dove tutte le sere le band suonano dal vivo musiche originali, non cover, e i musicisti vengono pagati perché suonano non per quante persone portano nel locale.

D.F.: Secondo me Paolo ha centrato il problema. Ho già più volte, anche in altre interviste, rimarcato le problematiche che contraddistinguono il nostro Paese, anche per la cultura in generale. Quanti artisti italiani, di livello eccelso, sono costretti ad emigrare all’estero per lavorare o poter esprimere al meglio la propria arte? Quanti artisti italiani sono famosi (addirittura considerati “star”) all’estero mentre in Italia sono poco conosciuti, se non inesistenti? Finché nel nostro bel Paese ci saranno i gestori dei locali che, nel caso di organizzazione concerti (quando ancora si faranno), ti chiedono quante persone porti, non avremo un positivo cambiamento culturale di rilievo. Ma di che cosa stiamo parlando?

M.G.: Come dicevo prima, dal rispetto, ingrediente fondamentale, agli aspetti di organizzazione e logistica, all’estero credo che la musica sia ancora percepita e intesa come bene “di lusso” e di necessità, per il quale vengono ancora spesi interesse e risorse. Del resto la vita senza musica sarebbe un errore.

An.B.: Credo semplicemente che la musica in Italia non ha più la M maiuscola come la Cultura in generale. E dire che siamo stati i numeri uno per tantissimo tempo! Più volte ho fatto fatica a spiegare che suonare è il mio lavoro… Nel pensiero comune non può essere più che un hobby, un divertimento, se non qualcosa di inutile.

Ancora relativo al fronte concerti è il lavoro che esce nel 2014, il doppio CD+DVD “Cap. 8 – Live”, pubblicato dall’etichetta messicana Azafran Medi. Mi parlate di questa ulteriore testimonianza che vi lega al mondo oltreconfine? Ennesima dimostrazione del nemo propheta in patria (citando Mattia), è la collaborazione con l’Azafran Medi. Come avviene il contatto e come si sviluppa l’operazione?

P.F.: Nel 2013 abbiamo fatto un breve tour in Messico, Usa e Canada. In una data in Messico conoscemmo Juanco Salas, patron di Azafran, che già ci conosceva e ci apprezzava e ci propose di collaborare nella distribuzione dei nostri CD in Messico e USA. Il resto è stato sviluppato da Mattia, che è titolare della etichetta Ænima Recordings e co-produttore del Castello.

D.F.: Mattia ha gestito e organizzato tutto il progetto di “Cap.8 – Live”, dalla registrazione del concerto per il DVD alla produzione messicana. Ulteriore conferma di quanto più volte ribadito: chi in Italia avrebbe affrontato per noi le spese per un prodotto di tale importanza? Direi che trattasi di un caso eclatante, se si pensa che un gruppo italiano di Rock Progressivo, con brani cantati in italiano e registrati in Italia, debba essere prodotto e distribuito da una etichetta straniera, addirittura con un doppio CD+DVD.

M.G.: Il prodotto in questione è la ristampa di un DVD che abbiamo girato in Italia ed è un po’ ciò che ha sancito l’amicizia tra la mia etichetta Ænima Recordings e la Azafran Media. Il Messico è di fatto un po’ la mia “seconda casa” dove ho una parte di famiglia ed amicizie.

Il 2015 vede la fugace presenza in formazione di Tony Pagliuca, storico membro de Le Orme. Come avviene il suo “ingresso in famiglia” e perché ha vita breve la vostra relazione?

P.F.: Alla fine del 2014 ci trovammo senza tastierista ma con alcune date già schedulate per i primi mesi del 2015, avevamo quindi necessità di trovare in fretta un altro tastierista. Dopo un paio di tentativi andati male, Dino vide su internet il numero di cellulare di Tony e, più per gioco che per convinzione, lo chiamò. Tony, sorprendentemente, si rese disponibile. Mi precipitai a casa sua a Mestre e, per due giorni, lo introdussi nel Castello di Atlante. All’inizio avere un mostro sacro del Prog in formazione ci intimoriva un poco, ma le cose andarono comunque abbastanza bene, molto spesso ci vedevamo in videoconferenza per chiarire alcune parti di tastiere, discutere degli arrangiamenti dei pezzi o impostare nuovi brani. Poi, però, la distanza e i suoi impegni per l’uscita del suo CD con i discorsi di Papa Francesco resero difficile la collaborazione, per cui decidemmo di interromperla.

Al.B.: Aver avuto un pilastro del Prog Italiano come Tony tre le mura del Castello è stata una bellissima esperienza. Quando, da ragazzo, ascoltavo “Sguardo verso il cielo”, mai avrei pensato di eseguirla un giorno in Canada con Tony Pagliuca. Purtroppo lui sta a Mestre, a circa 350 km da Vercelli, dove abbiamo la sala prove. Vederci fisicamente a Vercelli per provare i concerti del Castello era davvero complicato per lui, peraltro preso da molti altri progetti contestuali. Però, anche se per un anno soltanto, Tony Pagliuca è stato un “castellano” e ne sono felice.

D.F.: Infatti fui io a telefonare a Tony e non mi aspettavo certamente un riscontro, che, invece, arrivò dopo pochi minuti. È stato un anno di collaborazione molto intenso, dal quale abbiamo desunto nuove idee e spunti per la nostra musica. Avere contatti con musicisti professionisti come lui non possono che essere proficui e fondamentali per la crescita artistica. La sua presenza sul palco con noi in Canada diede indubbiamente allo spettacolo una veste particolare e galvanizzò non poco tutta la platea, come si può desumere anche da alcuni spezzoni del concerto pubblicati su YouTube.

M.G.: Tony, appunto, è stato per un breve periodo il nostro tastierista e con lui abbiamo affrontato alcuni palchi, anche internazionali, l’entusiasmo iniziale è stato decisamente alto. Purtroppo l’“eredità” musicale che si porta dietro non gli ha lasciato il tempo di dedicarsi appieno ad una nuova avventura, così ci siamo salutati da amici.

An.B.: Dopo aver visto un vecchio documentario in televisione in cui Pagliuca e Le Orme dialogavano con un giovane Riccardo Muti, mi ha fatto piacere conoscerlo ed eseguire un suo brano per violino e pianoforte in un concerto a Montreal del Castello (e anche in altre occasioni). Dopodiché, come già detto dagli altri, Tony ha seguito altri suoi progetti che lo hanno assorbito e, insieme ai chilometri che ci separavano, hanno fatto sì che non riuscissimo più a vederci.

Nel 2016 tornate con un album di inediti: “ArX AtLantis”, una sorta di “album (auto)celebrativo” dei vostri primi quarant’anni di carriera (racchiuso anche nel titolo, che è la traduzione latina del vostro nome, e in quelle due lettere maiuscole, “X” e “L”, da leggere come un “40”). Ascoltandolo, il primo elemento percepibile è la vostra mai venuta meno “essenza Prog”. Ma com’è cambiato, se è cambiato, in tutti questi anni Il Castello di Atlante in fase compositiva?

P.F.: In realtà la fase compositiva non è mai cambiata, come meglio dettagliato più avanti. Nel tempo sono cambiati i “proponenti”, cioè chi propone un’idea al resto della band. Nei primi anni erano Aldo, soprattutto, e Massimo, poi successivamente Dino e poi, negli ultimi tempi, io. Ma c’è sempre un lavoro di squadra che sviluppa l’idea del singolo. Comunque in “ArX AtLantis” abbiamo cercato di aggiornare un po’ le sonorità ed essere più diretti nello sviluppo dei temi all’interno dei brani, un po’ meno articolati e barocchi rispetto al passato.

Al.B.: “ArX AtLantis”, rispetto alle precedenti realizzazioni, ha – a mio parere – una maggior attenzione all’aspetto “tecnico”, sia in fase di registrazione sia di missaggio. C’è una cura molto particolareggiata dei suoni, del “bilanciamento” dello spettro delle frequenze, dell’equilibrio tra i vari strumenti.

D.F.: Questo album segna indubbiamente la fine di un’epoca (la definirei classica) e l’inizio di un’altra (quella moderna), pur non avendo apportato segni di cambiamento nel genere. Quello che ritengo estremamente interessante in questo lavoro è la fusione, perfettamente riuscita, tra i tre “castellani anziani” (Aldo, Paolo ed io) ed i tre “giovani castellani” (Mattia, Andrea e Davide). Una fusione che si caratterizza in una sonorità decisamente più strong ma, al tempo stesso, più tecnica sia nelle esecuzioni che nelle composizioni.

M.G.: “ArX AtLantis” è probabilmente uno degli album per cui il lavoro è stato più “organico” ma anche più lungo in quanto, dalla composizione alla registrazione della versione definitiva, si sono susseguiti alcuni cambi di formazione e diversi impegni dal vivo. È senz’altro la giusta e degna celebrazione di un importante anniversario per una band che a modo suo ha lasciato la sua impronta nel percorso storico del Rock Progressivo Italiano.

An.B.: Considerando il fatto che per me è stato l’approccio ad un genere che non avevo mai praticato, ho lasciato, come hanno fatto d’altronde gli altri giovani del gruppo, che buona parte delle idee venissero dagli elementi storici Paolo, Aldo e Dino e a quel punto noi abbiamo dato un apporto più sugli arrangiamenti, sui suoni e all’organizzazione delle idee, e questo ha permesso che ci fosse questa continuità col passato.

Nello stesso anno “calate il tris” in fatto di partecipazioni a compilation scandinave con il brano “Ghino e l’Abate di Clignì” in “Decameron: Ten Days in 100 Novellas, Part III”. Al netto della vostra esperienza, in generale, qual è la vostra opinione su questo tipo di iniziative?

Al.B.: È ammirevole che esistano Organizzazioni che si sobbarcano iniziative di questo genere, di una complessità realizzativa veramente notevole. Ecco, questo è – fortunatamente – il contraltare di quella concezione di “prodotto” musicale di cui parlavo prima. Eppure Colossus non sono marziani, sono terrestri; solo con una diversa concezione del significato del vocabolo “MUSICA”.

P.F.: Sono iniziative assolutamente positive e da ammirare, ma, allo stesso tempo, molto complesse da organizzare e gestire. Far marciare trenta gruppi da tutto il mondo rispettando tempi e scadenze, omogeneizzando le diverse tracce affinché il prodotto finale “suoni” bene è un’impresa estremamente impegnativa nella fase di organizzazione e coordinamento.

D.F.: Solo il fatto di proporre in musica opere letterarie immortali è di per sé un progetto assai rilevante, se poi questa musica è espressa da band Progressive di tutto il mondo è assolutamente incredibile. La grande forza della musica è l’aggregazione e queste produzioni lo dimostrano senza eccezioni. Il fatto che ci abbiano contattato già tre volte per la partecipazione a queste compilation significa che Il Castello, all’estero, ha il suo posto di rilievo nella bacheca internazionale del Prog.

M.G.: Direi che ne siamo entusiasti e, a dire il vero, ben vengano! È la dimostrazione che il Rock Progressivo è vivo e vegeto nel mondo, al contrario di cosa si possa credere!

An.B.: Queste iniziative fanno d’altro canto parte di questo momento storico in cui il mondo non è più così “grande” e si possono condividere a tempo zero esperienze di ogni tipo, compresa quella musicale. Ottima cosa insomma.

D.C.: Concordo con i colleghi e aggiungo ancora che forse è proprio questo il bello della musica di oggi, ovvero il condividere non solo con gli ascoltatori ma con gli altri musicisti le diverse idee e magari preparare il terreno anche per future collaborazioni, ascoltando e conoscendo nuovi artisti da tutto il mondo.

Tornando in ambito “celebrativo”, nel 2018 date alle stampe “Siamo noi i Signori delle Terre a Nord”, una versione ri-registrata del vostro primo album, con l’aggiunta dell’inedito “La dama di Paddamm” e una modifica nel titolo. Come si affronta un “rilavoro” del genere e quanto è diverso il risultato rispetto all’originale? E perché quel “cambio di possesso nel titolo”?

Al.B.: Siamo tutti, io in particolare, forse, molto legati a “Sono io il Signore delle Terre a Nord”; per moltissimi motivi, la maggior parte dei quali di carattere affettivo. Celebrare il venticinquennale della sua uscita con una ri-registrazione con l’attuale formazione ci è sembrato un buon modo sia di onorare quei tempi, sia di sancire una sorta di “continuum” tra il Castello di oggi, con i suoi nuovi Giovani Cavalieri, e quello di ieri, di cui Paolo, Dino e io siamo la “vetusta” testimonianza!

P.F.: Come ormai chiaro, siamo molto legati al nostro primo disco e, per festeggiare i 25 anni dalla sua uscita, abbiamo pensato di registrare nuovamente i brani con la formazione attuale. I brani sono rimasti sostanzialmente uguali all’originale. Ovviamente Mattia, Davide ed Andrea non hanno semplicemente replicato la parti di batteria, tastiere e violino, ma hanno interpretato i pezzi con sensibilità e talento. La leggera modifica apportata al titolo dell’album è una conferma, abbiamo voluto sottolineare che – dopo tutti questi anni – ci piace ancora condividere la nostra musica e le nostre emozioni con chi ci segue. A proposito ti svelo un piccolo segreto, Paddamm sembra un luogo immaginario ma sono le iniziali dei nostri nomi: Paolo Aldo Dino Davide Andrea Mattia Massimo.

D.F.: Rileggere e ri-registrare i pezzi delle nostre origini con la nuova formazione è stato commovente e stimolante allo stesso tempo. Un modo per dire che siamo ancora qui, che la musica del Castello non ha intenzione di fermarsi e che può tranquillamente proseguire il suo corso “come il seguitare delle stagioni”. Una curiosità: il testo de “La Dama di Paddamm” (il brano inedito) fu scritto dal marito di una mia amica, entrambi presenti al nostro concerto di Milano del 13/10/2018, proprio durante la nostra esibizione. Mi disse che il testo gli era stato dettato dalle suggestioni che stava percependo durante il nostro concerto. Che dire… evidentemente avevamo raggiunto l’obiettivo di suscitare sane emozioni.

M.G.: “Siamo noi i Signori delle Terre a Nord” è stata al contempo un’opera filologica ed evolutiva, una sorta di messaggio per i nostri ascoltatori, vecchi e nuovi, per dire che il Castello è vivo e gode di ottima salute, è al passo con i tempi ma rispetta la storia e il percorso musicale e compositivo che ha vissuto finora. Una specie di grande grazie a tutti i fans storici e una chicca, forse, per i più nuovi!

An.B.: Ci sono moltissime sfumature di ogni tipo in un brano musicale: non ci saranno mai due esecuzioni identiche! Fa parte del gioco inserire, coscientemente o meno, elementi nuovi, emozioni nuove, idee nuove. Panta rei, tutto scorre, tutto si evolve nell’Universo e nella nostra vita. L’importante è il rispetto e la conoscenza di ciò che c’era prima, e questo vale assolutamente anche per la Musica e un brano musicale nello specifico. Credo di poter dire che questi ideali sono stati molto presenti nel riproporre questo album.

D.C.: Sicuramente registrare questi storici brani del Castello è stato emozionante, a dir poco, cercando di non “pestar troppo i piedi” al passato, celebrarlo e allo stesso tempo farlo suonare nei (quasi) anni ‘20 di questo secolo. È stato un onore poter mettere del mio qua e là e soprattutto registrare questo inedito, “La Dama di Paddamm”, che per me è un brano che ha un grande significato, non solo musicale.

La band, dal ‘74 ad oggi, anche vivendo alcuni alti e bassi, non ha mai interrotto il proprio cammino. Cos’è che ha tenuto sempre viva la “fiamma” de Il Castello di Atlante?

P.F.: Dino ed io giocavamo insieme da bambini, Aldo, in prima media, era seduto nel banco davanti a me, Massimo Di Lauro – che è stato con noi per quarant’anni e lo consideriamo ancora DENTRO Il Castello – frequentava lo stesso bar dove andavamo Dino e io a 18 anni. Cosa tiene insieme quattro persone per tutti questi anni? L’amicizia, semplice, vera e profonda. La “fiamma”, come dici tu, del Castello non è la musica, ma l’amicizia. Quando abbiamo incominciato eravamo poco più che adolescenti, siamo cresciuti insieme, siamo diventati grandi insieme. Naturalmente questo vale anche per Mattia, Davide e Andrea con cui, per ragioni anagrafiche, abbiamo condiviso meno anni delle nostre vite, però l’essenza del Castello di Atlante è questa: sei persone che si vogliono bene, si rispettano ed hanno in comune la passione per la musica che permette loro di esprimere e comunicare ciò che sentono.

Al.B.: È esattamente così. Uno dei testi di un nostro brano recita: “…piccoli uomini senza esperienza che hanno bevuto dallo stesso boccale, che hanno diviso la gioia e il dolore al ritmo delle canzoni”. Tali eravamo, ma l’amicizia che c’è sempre stata tra noi ci ha fatto crescere insieme, condividendo davvero le gioie e i dolori di ciascuno di noi, così come la vita ce li ha presentati. Abbiamo affrontato, insieme, le difficoltà del diventare uomini adulti, percorrendo anche sentieri spesso scoscesi, perché “…non t’illudere: il futuro busserà comunque alla tua porta”.

 D.F.: L’amicizia sicuramente. La musica è solo un mezzo.

M.G.: Se si fa attenzione alle liriche del Castello, si evince che per molti aspetti è il Castello stesso a mantenere viva la fiamma, nonostante il tempo e possibili avversità che nella vita si possono incontrare. Questo Castello non tremerà!

An.B.: Io sono stato sempre colpito dall’ assenza di giudizi che si respira nel Castello, che non vuol dire che non si hanno idee diverse e si discuta, ma che tutti sono importanti allo stesso modo, pur venendo da vite (musicali e non) molto diverse.

D.C.: Io devo dire che mi sono sentito subito “a casa” dalla prima prova e penso che quest’aura di positività e tranquillità sia la fiamma stessa del Castello, un luogo protetto dalle sue solide mura ma che non ha (paradossalmente) spazi chiusi, che ha i suoi punti di forza e magari anche i suoi punti di debolezza, ma che (appunto) non tremerà mai.

Come raccontato sinora, la vostra discografia è piuttosto ampia. Qual è, secondo il vostro punto di vista, il disco più riuscito e quale quello cui siete più affezionati?

Al.B.: Senza dubbio “Sono Io il Signore delle Terre a Nord”. Forse non il miglior nostro prodotto da un punto di vista tecnico, ma certamente quello più “di getto” e per il quale, personalmente, ho un’affezione particolare. Molti di quei brani sono ancora nella nostra “scaletta” odierna.

P.F.: Per me il primo CD, per la freschezza ed irruenza dei brani. E poi ArX AtLantis perché, a mio parere, segna una evoluzione rispetto ai precedenti.

D.F.: Sono d’accordo con Paolo, anche se personalmente aggiungerei “Cap. 8 – Live” per l’imponente doppia produzione.

M.G.: Questa è una domanda difficile, in quanto ogni disco porta con sé una maturazione del momento in cui è stato scritto e un’evoluzione della band. Seguendo un po’ il cuore e un po’ i fans, direi senza dubbio “Sono Io il Signore delle Terre a Nord” e “ArX AtLantis” che sono anche un po’ la sublimazione del percorso dei “castellani”, pur sempre senza dimenticare “Quintessenza” che è stato un passo importante nell’evoluzione delle sonorità ed è stato parecchio apprezzato!

An.B.: Sinceramente non riesco a dare un’importanza maggiore o minore a un disco o all’altro, ad un brano piuttosto che ad un altro. Di fondo sono come figli, non pensi che uno sia qualcosa in più o meno dell’altro. Forse quello spetta al pubblico e quindi le opinioni saranno infinitamente variegate.

D.C.: Personalmente sono affezionato ad “ArX AtLantis” perché mi ricorda (come già accennavo) un periodo stupendo, di cambiamento, di evoluzione… Quando lo riascolto assaporo quei momenti ancora una volta come se fossero successi qualche ora prima (quando invece sono passati ormai sei anni).

Mi piacerebbe spostare l’attenzione su altri aspetti dei vostri lavori: artwork e testi. Le copertine dei vostri album (e non di rado anche i testi delle vostre canzoni) hanno sempre un elemento “favolistico/medievaleggiante”. Ma come nasce la parte grafica e quanto di vostro c’è in ognuna di loro? E per quanto riguarda le liriche, da cosa vi lasciate, dunque, ispirare?

P.F.: I nostri brani nascono dai momenti ed esperienze delle nostre vite spesso raccontate come fiabe, favole, sogni, talvolta anche incubi, ma difficilmente in modo diretto perché preferiamo che chi ascolta le musiche e legge i testi possa interpretare ciò che comunichiamo anche in base alla propria personalità e il proprio vissuto. A volte i testi sembrano estrapolati dalla realtà, ma non è così. Per esempio, “Il Vecchiogiovane” (brano di “ArX AtLantis”), sembra un immaginario colloquio tra un uomo maturo con esperienze di vita alle spalle e un giovane che inizia il suo percorso. In realtà questi due personaggi siamo Mattia ed io, quindi nulla di più reale! Nelle copertine cerchiamo di riportare il contenuto dei brani o qualche elemento degli stessi.

Al.B.: Sì. Alla base di ogni nostro brano c’è, in genere, un episodio reale, una situazione vera, che ha suscitato in noi – o in uno o più di noi – emozioni tipo gioia o dolore, rabbia o tenerezza, o anche solo riflessioni. È successo anche che uno o più di noi sentisse il bisogno di scrivere un brano per descrivere le emozioni provate per fatti accaduti a un altro di noi. Il nostro “mettere in musica” quelle emozioni era anche un modo per dire all’amico “io ci sono, noi ci siamo, non sei solo”. Chiunque legga con un minimo di attenzione i nostri testi può facilmente individuare i brani di cui sto parlando.

D.F.: Le mura del Castello sono solide e accoglienti, chi ha avuto la fortuna di entrarci difficilmente si astiene dal ritornare se si allontana temporaneamente.

M.G.: Il Castello di Atlante è, per così dire, il nostro feudo di serenità in una dimensione parallela, direi che le copertine sono come una foto, o meglio, un ritratto di uno di questi scorci.

An.B.: La dimensione fiabesca fa parte della Musica e, forse, particolarmente di questo genere.

E, in generale, come nasce un brano de Il Castello di Atlante?

P.F.: Funziona così: uno di noi ha un’idea musicale che può essere più o meno articolata. Questo spunto di partenza viene condiviso con gli altri e, da lì in poi, viene sviluppato in modo che ognuno contribuisca alla realizzazione del brano. Naturalmente la versione finale può essere molto differente dallo spunto di partenza ma, così, ognuno ci ha messo la sua personalità e la sua interpretazione. Da noi non è mai successo che uno sia arrivato ed abbia detto: ragazzi ho un pezzo nuovo, questa la parte di basso, questa è la chitarra e questa è la parte di violino. Ovviamente questa impostazione presuppone di vedersi di persona e sovente, cosa che ultimamente è pressoché impossibile causa Covid… un bel guaio!

Al.B.: Esatto. Talvolta succede anche che uno di noi arrivi con qualcosa di più che non un’idea musicale e magari già corredata da un testo pressoché completo, ma anche in questi casi non è mai la stesura definitiva del brano. C’è sempre chi aggiunge una strofa di cantato, uno o più stacchi, cambi di tonalità, di tempo, inserimenti di nuove parti, modifiche di altre, ecc. Talvolta un bel testo scritto di getto necessita di “rivisitazioni” anche solo per necessità esclusivamente “metriche”, di adattamento alla musica, di accenti sfasati rispetto al tempo. E tutto questo, effettivamente, impegna molto tempo ma il lato positivo è che il risultato soddisfa tutti.

D.F.: È un metodo di lavoro collettivo estremamente difficoltoso da un anno a questa parte, se poi aggiungiamo le distanze dalle residenze alla sala prove direi che oggi è praticamente irrealizzabile. Ma siamo forti e i problemi non ci smontano.

M.G.: Per quanto mi riguarda la nascita di un brano del Castello è un po’ come la formula del cioccolato di Willy Wonka, un “segreto” un po’ pazzo che, in ogni caso, forse solo noi siamo in grado di comprendere…!

An.B.: Io ho imparato molto, credo di aver capito un po’ il cuore di questo genere. Dapprima mi son limitato a sentire le idee di chi ha vissuto per decenni il Prog, poi pian piano ho messo del mio, ho cercato dei soli e dei suoni che si integrassero bene in questo contesto. Sì, alla fine è sinergia: ognuno lancia qualcosa nel fuoco della composizione.

Tornando per un attimo sul fronte live, com’è oggi Il Castello di Atlante sul palco? Cosa c’è da aspettarsi da un vostro concerto?

P.F.: La musica è un potentissimo strumento di comunicazione che vede il suo apice nel momento in cui il musicista e l’ascoltatore sono fisicamente insieme. Quindi il concerto è il momento in cui abbiamo la possibilità di creare uno stretto legame con il pubblico annullando la distanza fisica tra palco e persone. In questa connessione transitano le emozioni che abbiamo messo nella musica e nei testi e possono arrivare al pubblico. Non importa dimostrare che sei un virtuoso con il tuo strumento, l’importante è trasmettere a chi ascolta i tuoi sentimenti e le tue esperienze che vuoi comunicare con la musica e le parole. Quando vado a vedere un concerto NON sopporto i musicisti che si guardano le scarpe o il loro strumento e non guardano MAI il pubblico, come fai a comunicare qualcosa se nemmeno guardi le persone??? Sentire il pubblico intorno a te sul palco, non lontano in platea, è una sensazione magica, questo è ciò che cerchiamo di fare nei nostri concerti.

Al.B.: Condivido pienamente. Quando, durante un concerto, riesci a percepire che chi ti ascolta sta provando le stesse emozioni che hai provato tu nello scrivere il brano e che provi nell’eseguirlo, allora in quel momento hai la consapevolezza di aver raggiunto il tuo obiettivo.

D.F.: Paolo ha semplicemente tradotto in poche righe quello che il Castello sul fronte live propone. Non solo il pubblico è con noi e nei nostri sguardi, ma siamo noi che andiamo verso il pubblico. Quante volte proprio Paolo, durante il live, scende dal palco e va in mezzo al pubblico per farlo cantare, parlare, gridare… oppure lo stuzzica facendolo ridere e presentando parti del concerto con la lingua della nazione in cui ci troviamo (giapponese, indonesiano, lituano, olandese, ecc.). Uno spettacolo nello spettacolo insomma, dove il virtuosismo del singolo strumento viene messo in secondo piano a favore dell’insieme.

M.G.: Il Castello di Atlante sul palco è uno spettacolo che sintetizza l’evoluzione della musica e della band stessa in questi anni di esperienza. Qualsiasi appassionato di Prog non distoglierebbe l’attenzione e probabilmente alla fine ne vorrebbe ancora un po’.

An.B.: Non ho molto da aggiungere, ma un dettaglio mi balza in mente: ho riscontrato che i concerti Prog sono sovente lunghi da un punto di vista di tempo cronologico, eppure davvero sembra che il pubblico non sia mai pienamente sazio. Credo che comunque e ovunque ci sia il bisogno di appartenere ed entrare in qualcosa di spirituale, in parole povere c’è bisogno di emozioni e la Musica aiuta moltissimo in questo.

D.C.: Dopo i concerti parlo sempre con persone entusiaste, emozionate, che mi fanno venire in mente la reazione personale che ho avuto dopo il primo concerto a cui ho assistito (ormai molti anni fa) del Castello di Atlante. Sul palco c’è da aspettarsi questo, ovvero la genuinità, la stessa che c’è tra noi anche dietro le quinte e che proviamo a trasmettere al pubblico, nessun effetto pirotecnico o cose del genere, puro e semplice Amore per quello che si sta facendo in quel momento, e che condividiamo con tutti coloro che vogliono superare per qualche ora il confine tra la “realtà là fuori” e questo mondo un po’ magico che tentiamo di creare ogni volta.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

Al.B.: Un coltello, di per sé, non è né buono né cattivo. È l’uso che se ne fa che può essere l’una o l’altra cosa. Allo stesso modo, limitando la riflessione alla musica e tralasciando tutti gli altri fiumi di considerazioni al riguardo, anche il web è, di per sé, “neutro”; è l’utilizzo di quello strumento, di quello spazio, che va ponderato, soppesato. Ognuno ha i propri personali motivi per alimentarlo con questa o quell’altra cosa. Però si può sempre scegliere cosa andare a cercare, quale brano, quale video, quale tipo di musica, quale gruppo o cantante. E ognuno lo farà in base alle proprie personali preferenze.

P.F.: PRO: possibilità di raggiungere molto facilmente un pubblico enorme. CONTRO: qualunque porcata può essere messa on-line senza filtri né controlli.

D.F.: È una maggiore possibilità per entrare senza limiti nel mercato, ma in assenza di una concreta e corretta cultura musicale è facilissimo creare fenomeni aberranti e modelli distorsivi.

M.G.: Il mondo digitale significa contemporaneamente molte più possibilità ma anche molta più attenzione e responsabilità. Soprattutto in ambito Prog, dove la musica e le novità richiedono una “gestazione” decisamente più lunga e approfondita rispetto agli altri generi musicali più “leggeri” o meno complessi, le tempistiche frenetiche del consumatore medio digitale sono un po’ poco compatibili e, di conseguenza, anche le aspettative si alzano molto, perciò ogni passo va ben soppesato e possibilmente accelerato un pochino, pur non facendo mai venir meno la qualità di ogni pubblicazione.

An.B.: Concordo con i concetti di grande possibilità e responsabilità che devono fondersi e trovare l’equilibrio, soprattutto per i più giovani. Però, due cose positive devo dirle: poter ascoltare diverse interpretazioni, per esempio, delle “Sonate e Partite” di Bach per violino in qualsiasi momento, seduti in poltrona, davanti ad un camino, con un whisky (giusto per godersela proprio), è un fatto incredibile, soprattutto pensando che fino a qualche anno fa era un sogno… E secondo, in questo momento di pandemia, si possono sfruttare questi mezzi per continuare (un po’) a fare musica, con tutti i limiti comunque annessi.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?

P.F.: Per evitare di sbattere il naso abbiamo sempre cercato di fare le cose a nostra misura quindi l’auto-promozione e l’auto-produzione sono nel nostro DNA.

D.F.: In fondo noi abbiamo sempre cercato di prendere le debite distanze da modelli più facili o comunque più fruibili al grande pubblico. Il che ha salvaguardato la nostra immagine di duri e puri del Prog. Tengo a precisare che anche quando negli anni ‘80 imperversò la moda punk, il Castello non prese mai una strada diversa ma continuò sul rettilineo tracciato senza mai perdere la necessaria lucidità.

M.G.: Beh, la difficoltà maggiore per la musica al giorno d’oggi è – al di là della innegabile diseducazione culturale all’ascolto – il rapporto tra offerta e domanda drasticamente cambiato dall’era di internet e la mancanza di un filtro veramente efficace che scremi un po’ di proposta eccessivamente fuori luogo. Gli appassionati di musica di lunga data combattono con una marea di musica mediocre e perdono la pazienza e la voglia di cercare nuove valide proposte, mentre i nuovi ascoltatori si ritrovano immersi fino al collo nel ciarpame che viene loro venduto come oro, perdendo ogni capacità critica.

An.B.: C’è veramente troppa offerta. Fare un CD è alla portata di tutti ormai, e la quantità colpisce la qualità nel senso che prima di tutto intacca l’orecchio collettivo e rende le persone comuni nella musica molto ignoranti (penso soprattutto i ragazzi) e facilmente manipolabili, commercialmente parlando, e poi non c’è neanche più il tempo, per chi la musica magari la conosce e la vuole vendere, di poter ascoltare con attenzione eventuali musicisti interessanti come succedeva un bel po’ di anni fa… e, non ultimo per importanza, è che c’è tutto di tutto, o quasi, e bisogna avere idee molto originali (o grandi conoscenze) per sperare di essere prodotti. Alla fine l’autoproduzione salva la questione.

Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

P.F.: In Italia ci sono molte Prog band, giovani e meno, assolutamente valide che si scontrano con quella “roba” (non voglio essere volgare) che trasmettono radio e tv commerciali e con la generale profonda ignoranza che c’è nel nostro Paese. Come dicevo prima, esclusi pochi luoghi sacri (2Days+1 Prog a Veruno, La Casa di Alex a Milano, Il Giardino a Verona, il festival della Black Widow a Genova) in Italia non esistono posti dove suonare. Ecco perché, chi riesce, va a suonare all’estero. Ci sono alcuni che coraggiosamente fanno programmi radio o, come te, scrivono di Prog ma è un po’ come predicare nel deserto.

 

Al.B.: Durante i nostri tour all’estero abbiamo avuto la fortuna di incontrare moltissimi gruppi Prog di altri Paesi con i quali abbiamo intrattenuto rapporti di collaborazione molto interessanti. E, paradossalmente (ma forse non poi così tanto), abbiamo avuto più interazione all’estero anche con gruppi italiani che qui da noi.

D.F.: Mi associo con quanto evidenziato da tutti gli altri castellani.

M.G.: Un po’ come in tutte le nicchie, la scena RPI comprende artisti e compositori fantastici, sia dal punto di vista musicale che umano, e rappresentanti un po’ meno amabili e collaborativi. Dal canto nostro abbiamo sempre amato conoscere e collaborare con altre realtà, sia storiche che più giovani, ed io personalmente credo che cooperare sia la via vincente perché il Rock Progressivo Italiano continui a vivere sano, a crescere e prosperare.

An.B.: Da quello che ho visto, questo genere è molto più apprezzato all’estero, e nei festival Prog fuori Italia ho sentito gente musicalmente molto preparata.

D.C.: Ci sono dei gruppi pazzeschi in Italia, tra Prog Rock, Prog Metal e qualunque altra Prog-etichetta che (sicuramente erroneamente) si cerca di attribuire sempre alle band per contestualizzarle. Abbiamo avuto il piacere di suonare con diversi gruppi Prog Italiani e di assistere alle loro performances dal vivo che personalmente mi hanno emozionato. Gruppi, tra l’altro, anche di ragazzi estremamente giovani, che amano e suonano musica che trae ispirazione da artisti che hanno solcato i palchi di tutto il mondo, magari quando i loro genitori non erano neanche nati o erano al massimo bambini, stupendo!

Esulando per un attimo dal mondo Il Castello di Atlante e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nella vita quotidiana?

Al.B.: Il Castello di Atlante è ed è sempre stato un pilastro della mia vita, un punto fermo, tanto che scindere le due cose mi risulta davvero difficile. Non svolgo altre attività artistiche e, al momento, sto lavorando al prossimo progetto musicale del Castello.

P.F.: Io sto lavorando, sempre in ambito musicale, ad un mio progetto solista.

D.F.: Io ho collaborato e sto collaborando con molti altri artisti sia sporadicamente, con vari progetti pubblicati sui social ed anche su CD, sia in via più continuativa come Dialce (gruppo di ricerca con musicisti liguri) e Incipit Ars Nova (la ricostituzione di Ars Nova, la Prog band che mi vide nascere come musicista prima del Castello). Inoltre insisto nella mia attività discografica come solista (iniziata il 2013 con il mio primo lavoro), dove ora ho la fortuna di avere in coproduzione proprio Mattia che, oltre ad essere un grande amico, è un professionista monumentale di assoluta fiducia e capacità. Tra poco vedrà luce la mia seconda fatica.

M.G.: Io nella vita quotidiana sono musicista e produttore, quindi ho la fortuna di essere sempre immerso in attività artistiche!

An.B.: È il mio lavoro e, dunque, non ho mai abbastanza tempo per stare dietro fino in fondo alle molte situazioni musicali in cui mi trovo. Ma è comunque bellissimo che sia così!

D.C.: Negli anni ho avuto la fortuna e l’onore di registrare e suonare live per molti gruppi e artisti. Gli ultimi due/tre anni sono usciti tantissimi prodotti dove si possono trovare le mie tastiere/bassi/chitarre/ecc. e qualcosa deve ancora uscire! Ultimo in ordine cronologico il nuovo disco de L’Impero delle Ombre “Racconti Macabri Vol. III” dove (devo assolutamente dirla questa cosa) il leader e cantante del gruppo (John “Goldfinch” Cardellino) è anche un grande estimatore di Prog e fan del Castello (qualche nostro vinile-reperto in casa sua l’ho ben trovato!). Prossimamente uscirà anche il nuovo disco degli Highlord con cui suono ormai da qualche anno.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?

Al.B.: A parte Il Castello di Atlante, intendi?? Ok, ok, ho capito, va bene… Direi:

1) Banco

2) Genesis

3) Jethro Tull

P.F.: Per molti anni il mio podio è stato:

1) Banco

2) Genesis

3) Yes e PFM.

Da qualche anno mio sono orientato sul Prog un po’ più “secco” tipo Dream Theater (soprattutto Portnoy era), Neal Morse Band, Transatlantic.

D.F.: Oggi direi:

1) Sons of Apollo

2) IQ

3) Rush

In passato senza dubbi:

1) Yes

2) ELP

3) Banco

M.G.: Eheh, questa sarà sicuramente una domanda “piccante” in quanto siamo piuttosto diversi in fatto di gusti musicali, ma, se interpreto bene la domanda, è molto intelligente e ciò che mi ha fatto arrivare alle mie attuali preferenze in fatto di musica sono proprio stati gli ascolti che hanno formato il mio background, i primi. Indimenticabili, dunque, i Black Sabbath, i Van Halen ed Emerson Lake and Palmer (grazie papà!).

An.B.: Il mio modo di pensare la vita mi porta anche nella Musica ad un discorso davvero entusiasmante ma altrettanto faticosissimo di apertura verso l’“ignoto” e, dunque, spazio in molti generi musicali, sia come ascoltatore che come esecutore, mi sono sorpreso a amare musiche che mai avrei detto. Quindi, per farla breve, nell’immenso direi: classica, lirica, jazz, rock, latin, folk di vari paesi del mondo, pop, colonne sonore e… vediamo in futuro!

D.C.: Non potrei mai fare questo torto a tanta, tantissima musica e tantissimi artisti che in ogni periodo della mia vita mi hanno accompagnato, nella buona e nella cattiva sorte, dalla classica al pop dei giorni nostri passando ovviamente dal Prog classico al metal estremo. Posso magari fare una lista e non una classifica, solo del Progressive “dei bei tempi”: Jethro Tull, PFM, Pink Floyd, Genesis, Rush, Le Orme, Locanda delle Fate, e la lista continuerebbe all’infinito penso…

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

Al.B.: So che ciò che sto per dire forse è un po’ fuori tema rispetto alla tua domanda, ma il primo nome che mi viene in mente è Rodolfo Maltese. Ho conosciuto prima l’Artista e poi l’Uomo, sia durante i concerti del Banco, sia a casa sua a Marino, sia a casa mia a Vercelli ed entrambi, a mio parere, meritano di essere conosciuti. Una Persona straordinaria. Che mi manca.

P.F.: Stefano Bollani, ho avuto modo di conoscerlo pochi anni fa e devo dire che, oltre ad essere uno straordinario pianista, è ironico, acuto, una persona intelligente.

D.F.: Assolutamente il Peter Gabriel del dopo Genesis. Un artista geniale, irraggiungibile, sempre avanti e fuori dagli schemi.

M.G.: Barry Miles – Frank Zappa!

An.B.: Ci sono troppe cose belle. Anche qui non mi do limiti, però credo che partire dai grandi classici dei vari campi della cultura aiuta a capire il presente e la vita in generale. In ogni caso bisogna cercare, mai fermarsi!

D.C.: Scrittore: ultimamente mi sto “drogando” di libri di Alessandro Barbero. Regista: David Lynch.

Ars Nova, Blu Tempo, L’isola di niente, le tante collaborazioni, il progetto solista: Dino, mi parli un po’ del Dino Fiore “fuori dal Castello”?

D.F.: In effetti non mi sono mai limitato alla sola vita “Castellana” e ho viaggiato spesso e volentieri fuori dalle mura, alla ricerca di nuove ispirazioni musicali compositive e collaborative. Ho sempre cercato e approfondito gli incontri con i musicisti più vari, esperti in ogni genere e di variegata provenienza culturale (Prog, jazz, pop, fusion, ricerca) perché solo con una maggior apertura mentale ritengo possibile costruire un percorso musicale personale concreto, maturo e di apprendimento tecnico. Ho nel mio archivio personale centinaia di registrazioni in studio, da quelle analogiche in bobine a quelle digitali, che ogni tanto estraggo dallo scaffale e riascolto con la massima attenzione. Da una di queste riesumazioni e rielaborazioni di vecchie tracce nacque, nel 2013, il mio primo album da solista “Fleur Folia”, un vero e proprio mix di jazz, Prog e ambient che ebbe un lusinghiero ed anche inaspettato riscontro su testate jazz di una certa importanza. Questi miei “viaggi in esterna” mi hanno procurato gioie e grandi soddisfazioni, con svariate collaborazioni discografiche accanto a musicisti importanti, tra i quali posso citare David Jackson (Van der Graaf Generator), Arjen Lucassen, Vittorio Nocenzi (Banco), Iano Nicolò (Arti & Mestieri), Luigi Ranghino, Beppe Crovella, Alberto Mandarini e tantissimi altri.

È evidente che le mie “trasferte” non sono viaggi a sé stanti, ma anche una ricca occasione per portare il mio bagaglio di apprendimento nel Castello e metterlo a disposizione anche per i miei futuri progetti. Ancora oggi non esito a collaborare con tutti i musicisti che conosco, con i quali ho costruito sinceri e reali rapporti di amicizia oltre che splendide sintonie musicali. Eccone alcuni: Beppe e Claudio Colombo (Pandora), Carmine Capasso (The Trip), Emanuele Bodo (Errant Shadows), Alberto Bocchino (Incipit Ars Nova). Il 2021 è l’anno del mio secondo lavoro discografico da solista, dove tutte le esperienze sopra esposte si condensano e si fondono in un una sola e penso originale formula espressiva di Rock Progressivo.

Un altro elemento che mi incuriosisce della tua vita è l’essere talent scout per l’etichetta discografica Ænima Recordings. Come si svolge la tua attività?

D.F.: È una collaborazione che svolgo sporadicamente con Mattia Garimanno per la sua etichetta, rivolto sostanzialmente alla ricerca di giovani musicisti emergenti nel mondo del rock e non solo. Quando ascolto qualche traccia che ritengo interessante, contatto Mattia e gliela propongo sic et simpliciter. Poi spetta a lui come producer decidere sul seguito. Contestualmente, allo stesso scopo e sempre in collegamento con Mattia, sono da qualche anno Direttore di Giuria (nonché responsabile artistico) ed ideatore, insieme alla giornalista vercellese Michela Trada, del contest “Giovani Aironi” riservato alle rock band under 35 dell’Italia Settentrionale.

E facendo un passo indietro, come mai tra 2001 e 2007 hai preso una “pausa” dalla band?

D.F.: Più che una pausa dal Castello, fu la necessità personale di estraniarsi completamente dal mondo musicale e da tutto il resto. Sai… quando ti senti inaspettatamente sazio, inconcludente, non ispirato e soprattutto annoiato da qualunque cosa… ti rendi conto come sia giunto il momento di fermare la macchina, spegnere il motore e chiudere gli occhi. Non pensai assolutamente ad una riflessione di vita, perché il riflettere mi conduceva ad altri spazi vuoti ed inconcludenti, ma solo ed esclusivamente alla totale astensione. Il tipico caso di “fermate il mondo… voglio scendere”! Tanto per me fu devastante, che rifiutai addirittura di ipotizzare la chiusura con Il Castello. Non lo dissi apertamente, anzi per mesi prorogai la mia assenza alle prove e agli incontri con scuse banali e francamente stupide, e della cosa non mi scuserò mai abbastanza con i miei fratelli di vita. Loro però capirono la mia situazione, anche se non ne parlammo a suo tempo e sicuramente non ne parleremo in futuro. Mi dedicai per sette anni solo alla famiglia e al lavoro, appendendo realmente il basso e le note al chiodo. Sarà poi Paolo nel 2007 a contattarmi, e fu subito nuovamente Castello senza esitazioni. Ricordo con emozione infinita la prima seduta di prove… sembravano trascorsi sette giorni e non sette anni… incredibile!!!

Andrea, mi parli un po’ delle tue esperienze con l’orchestra Rondò Veneziano e Gli Archimedi?

An.B.: Con Rondò ormai saranno quindici anni che collaboro. È musica che sentivo da bambino, che è stata una grande idea del Maestro Reverberi e che riscuote un successo incredibile ancora oggi, ma per tornare al discorso iniziale, si suona, ed è ancora conosciutissimo, solo all’estero, soprattutto in Svizzera, Germania, Austria.

Gli Archimedi sono il campo di battaglia principale del mio modo di pensare la Musica di cui parlavo poc’anzi. Siamo un trio di archi formato da musicisti che hanno scoperto di volere spaziare senza limiti, suonando a modo nostro musiche che ci piacciono che possono essere di qualsiasi genere (classica, latin, jazz, folk irish, balcanico e altro). Gli elementi fondamentali sono l’arrangiamento, l’improvvisazione, il dialogo in egual misura di tutti e tre gli strumenti. Si potrebbe definire “improvvisazioni da camera”. Ultimamente stiamo scrivendo e lavorando anche a brani nostri.

Restando in orbita Ænima Recordings, Mattia tu ne sei il produttore e titolare. Com’è gestire un’etichetta discografica nel nuovo millennio? Quali difficoltà s’incontrano giornalmente (esulando dal momento attuale e da tutto ciò dovuto alla pandemia…)?

M.G.: Decisamente impegnativo! Soprattutto perché i ruoli sono cambiati, sono molti e i musicisti hanno delle idee un po’ particolari sulla discografia e le sue figure (non per colpa loro ma, come dicevo prima, internet ha, nel bene e nel male, cambiato le carte in tavola, e si è rimasti con un po’ di confusione relativa a quale addetto ha quale compito). In moltissimi, ad esempio, confondono la figura del produttore con quella del produttore esecutivo o del discografico con quella del manager o agente.
Ciò che mi dà energia ed ottimismo sono le tante proposte che ricevo e i musicisti con cui ho il piacere di parlare e collaborare: la musica è viva e vegeta! Sono le orecchie che sono un po’ in letargo…

Ti va di spendere qualche parola anche sui tuoi altri progetti Errant Shadow, Unsafe Places ed Experiment no.Q e sul canale Youtube “Drummers Channel Made in Italy”?

M.G.: Molto volentieri! Errant Shadow è il progetto di Maurizio Seren Rosso, una band italo/inglese di metal sinfonico. Il mio ruolo è quello di produttore artistico e batterista, i brani sono molto energici e non nascondono una vena Prog moderna!
Experiment no.Q, invece, nasce dalla mente di Paolo Vallerga, creativo poliedrico in quanto si occupa di giochi da tavolo, teatro, musica, grafica… ed è una storia steampunk musicata sia per il teatro, sotto forma di musical, che per il classico live, con sonorità industrial e una scenografia spettacolare!
Unsafe Places è il progetto del mio caro amico Emanuele Bodo, chitarrista e compositore pazzesco! Un metal-fusion molto complesso che mette alla prova sia gli ascoltatori che noi musicisti, uno spunto a migliorarsi sempre anche dal punto di vista tecnico e strumentale!
In ultimo DCMI è un progetto che porto avanti insieme al mio ex-insegnante ed amico Furio Chirico, storico batterista Prog di Arti & Mestieri e The Trip, incentrato appunto sulla didattica della batteria, con lezioni video, interviste a batteristi internazionali e chicche particolari per i più curiosi!
Vi consiglio di dare uno sguardo su Facebook e YouTube, troverete moltissimo materiale di ciascuno di questi progetti… e fatemi sapere cosa ne pensate!

Davide, anche la tua vita artistica è piuttosto densa: L’Impero Delle Ombre, Egosystema, Vurtula ed altro ancora. Ti va di approfondire il tuo lato “non castellano”?

D.C.: Sì, come dicevo prima, ho avuto davvero la fortuna di suonare con band e artisti che casualmente seguivo e ascoltavo da tempo! In questo periodo di “pausa forzata” spesso mi trovo a ripercorrere con la mente le varie tappe che mi hanno portato qui attraverso le varie difficoltà ma anche le infinite soddisfazioni personali. Il lato non castellano vede molti gruppi rock e metal (sempre che, in un modo o nell’altro, strizzano l’occhio al caro Prog!), alcuni dei quali condivido (tra l’altro) con il buon Mattia! Ho citato l’uscita dell’ultimo de L’Impero delle Ombre e di Highlord ma in questi anni abbiamo fatto uscire tantissimo materiale con Errant Shadow, Experiment No.Q e Unsafe Places di Emanuele Bodo (per restare in casa Ænima Recordings).

Dopo anni è uscito anche una vera e propria “fatica d’Ercole”, ovvero il disco dei Black Corsair (“Seven Seas” – rec e mastering sempre da Mattia), dove ho scritto le orchestrazioni, registrato le tastiere e il basso.

Anche in casa Vurtula (sotto le ceneri) potrebbero esserci sorprese da qui a poco dopo anni di inattività!

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immaginate il futuro della musica nel nostro paese?

Al.B.: Temo che, purtroppo, questa situazione rischi di protrarsi ancora per un lungo periodo di tempo. E poi, un conto sono le trasmissioni televisive e un altro sono i concerti dal vivo. Io, personalmente, delle prime posso agevolmente farne a meno (anche considerandone i contenuti), ma il palco e il contatto col pubblico mi mancano moltissimo.

P.F.: Io credo che per tutto il 2021 sarà difficile ritornare alla normalità. La campagna vaccinale darà una via d’uscita, ma occorre vedere quante persone NON si vaccineranno e che tipo di misure le autorità sanitarie applicheranno in futuro per teatri e concerti. Personalmente sarei favorevole ad una impostazione rigida tipo quella che stanno pensando le compagnie aeree: se non sei vaccinato non sali su un aereo. Diversamente ci vorranno diversi anni per ritornare alla situazione ante-Covid.

D.F.: Francamente non ho idea di come sarà impostato il nostro futuro, e mi riferisco alla musica come a tutto il resto. Oggi la confusione è totale, e non mi sembra che le idee siano chiare neanche nella testa di chi dovrebbe impostare una minima traccia gestionale e risolutiva del problema. Penso che il 2021 sarà ancora un anno di stop forzato per la musica. Forse in seconda battuta (ma non so quando) potremmo sperare in una qualche ripresa, ma con modalità operative ben diverse e ancora da definirsi per l’utilizzo dei teatri, dei locali da concerto e chissà che altro. La musica dal vivo manca a tutti, agli spettatori e ai musicisti.

M.G.: Pensandola da dentro l’occhio del ciclone si fa sempre un po’ fatica a vedere i colori, con tutto questo grigio, ma sono sicuro che pian piano, presto si tornerà ad una nuova “normalità” sia dal punto di vista musicale che sociale. Dopo ogni tempesta arriva sempre l’arcobaleno.

An.B.: Nonostante molti pensieri negativi sono molto speranzoso. Ci sarà una grande energia positiva che si sprigionerà e, credo, non solo nella Musica.

D.C.: Condivido in pieno il pensiero del poetico Mattia.

Prima di salutarci, c’è qualche altro aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?

Al.B.: Arrivammo all’albergo in cui dovevamo alloggiare e io mi ero attardato al parcheggio con i bagagli. Così, quando arrivai al check-in, trattandosi di camere doppie, tutti si erano ben guardati dal condividere la camera con Massimo, che – notoriamente – russava come una segheria. Toccò quindi a me, in quanto era l’unico posto rimasto disponibile, con Paolo che mi disse: “Eh, tu non c’eri…”. Quella notte dormii su un divano in corridoio.

P.F.: Molti anni fa, dovevamo fare un concerto in un teatro parrocchiale. Quando arrivammo, una suora ci aprì le porte, Massimo Di Lauro scostò la tenda che dava accesso al teatro ed entrò senza attendere che la suora accendesse le luci in sala. Sentimmo il rumore che fa uno quando cade per le scale ed una terribile bestemmia che la suora ignorò con eleganza.

D.F.: In un concerto estivo notturno in Pianura Padana, all’aperto e tra le risaie, non riuscivo a stare fermo mezzo secondo perché le zanzare, attratte dai fari sul palco, mi stavano letteralmente massacrando. Chiesi al microfono un urgente intervento, tipo uno spray da mettere sulle parti del corpo esposte. Dopo qualche minuto, a concerto iniziato, vidi uno dello staff organizzativo che mi faceva cenno di avvicinarmi al bordo del palco. Mi avvicinai, mentre stavo suonando, con un gran sorriso di ringraziamento a prescindere e il tale, senza proferire parola, mi spruzzò direttamente in faccia mezza bomboletta di spray anti-zanzare. Ciò fatto se ne andò compiaciuto del proprio intervento “risolutivo e tempestivo”. Piansi dal bruciore agli occhi per circa quindici minuti e non beccai una nota giusta neanche per caso, mentre i castellani se la ridevano come dei matti.

M.G.: Io vorrei dedicare qualche riga a Massimo Di Lauro che, pur non potendo essere sempre insieme a noi come prima, è sempre fonte di ispirazione, energia ed ottimismo per me e per il Castello! Ho sempre viva davanti a me l’immagine di quella volta in cui durante il tour americano del 2013 ci siamo fermati in una riserva indiana, se non sbaglio era in Colorado, per mangiare “il bisonte” e lui, l’unico ad avere ordinato altro, fu lungimirante…!

An.B.: Ricordo che in un viaggio di ritorno dall’Olanda si alternavano alla guida Paolo e Aldo. Feci notare ad Aldo che stranamente, quando guidava Paolo, la strada era sempre libera, ma quado toccava a lui improvvisamente c’erano sempre code. Mi sono preso qualche amichevole parolaccia da Aldo. Comunque era vero!

D.C.: Certe cose non si possono raccontare in poche righe, altre non si possono proprio raccontare! A caso mi è venuto in mente questo episodio notturno durante l’eterno viaggio verso i Paesi Bassi. Stanchi dai km, ci fermammo da qualche parte lungo la strada (credo in Francia o in Belgio) per bere un caffè. Nel bar c’eravamo tutti… Tutti tranne Paolo. Avevamo già ordinato cercando sempre di fare un buon mix tra inglese maccheronico e gesti (ah, gli italiani!). Niente, non capivano una singola parola ma in qualche modo siamo riusciti ad ordinare qualcosa di commestibile. Paolo sempre disperso. Noi altri continuavamo a sorseggiare al tavolo qualcosa di finalmente caldo ed energizzante senza curarci troppo neanche di chi o dove fossimo in quell’esatto momento. Ad un certo punto si spalanca la porta del bar e sentiamo a gran voce: “Buonasera! Un cappuccino e un cornetto, grazie!” (Paolo).
Non ci crederete, quella sera fu l’UNICO a ricevere al tavolo esattamente quello che aveva ordinato. Avevo le lacrime agli occhi, giuro.

E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro de Il Castello di Atlante che vi è possibile anticipare?

P.F.: Stiamo lavorando su un paio di progetti, con materiale inedito. C’è però un problema: già in condizioni normali i nostri tempi di realizzazione non sono propriamente fulminei, se aggiungiamo le difficoltà di spostamento attuali c’è il rischio di parlare di progetti che vedranno la luce tra parecchio tempo. Non è per “tirarsela”, ma ora è davvero prematuro.

Al.B.: Ciò che mi sento di aggiungere è che, comunque, come recita uno dei nostri testi “…questo Castello non tremerà”.

D.F.: Progetti tanti… e quando usciremo allo scoperto saranno delle bombe. Stante il Covid imperante, però, ci vuole tanta pazienza.

M.G.: Possiamo dire che abbiamo in serbo alcune novità, ma sono così particolari che ad anticiparle rovineremmo la sorpresa. E poi con la situazione Covid ancora in piedi, rischieremmo di anticipare qualcosa che magari tarderebbe ad arrivare, per cui il nostro invito è quello di seguirci sulle nostre pagine social e farci sentire la vostra presenza!

An.B.: Sì, abbiamo iniziato un mega lavoro che non anticipiamo, ma poi è arrivato il Covid… Aspettiamo!

D.C.: Esatto, non roviniamo la sorpresa!!!

Grazie mille!

Al.B.: Grazie a te Donato. E auguri per la tua attività.

P.F.: No, noi dobbiamo ringraziate te.

D.F.: Il mio ringraziamento va a te e alla tua preziosa disponibilità.

M.G.: Grazie a te, Donato, davvero!

An.B.: A te!

D.C.: Grazie di cuore e auguri Donato!

(Aprile, 2021 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 2. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)

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