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		<title>Evoluzione mancata</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 12:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Ora!». E l&#8217;altro gettò la rete sull&#8217;obiettivo, tirò la corda e lo strumento avvolse stretto il suo contenuto. «Un cucciolo. Un altro» commentò avvilito il primo. Il piccolo essere lottò [&#8230;]</p>
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E l&#8217;altro gettò la rete sull&#8217;obiettivo, tirò la corda e lo strumento avvolse stretto il suo contenuto.<br />
«Un cucciolo. Un altro» commentò avvilito il primo.<br />
Il piccolo essere lottò per alcuni secondi contro il “nemico”. Sconfitto, arrestò i suoi movimenti scoordinati lasciandosi andare in un continuo gemito di terrore, cadendo, infine, in un penoso mutismo.<br />
«Direi che per oggi può bastare. È il nono che prendiamo» disse il primo, dopo aver collocato la preda in una gabbia. Solo più tardi sarebbe stato smistato nel Centro antiabbandono.</p>
<p>«Tesoro, com&#8217;è andata oggi?».<br />
«Non bene. Sempre più abbandoni in città».<br />
«Povere bestiole».<br />
La cena passò in fretta, silenziosa, ma quel continuo gioco di sguardi tra madre e figlia non sfuggì alla figura paterna.<br />
«Posso sapere cosa succede?» domandò d&#8217;un tratto.<br />
«Dai, diglielo» disse la moglie con un cenno del capo verso la figlia.<br />
«Ecco, papà, non so come chiedertelo&#8230;» esordì timidamente.<br />
«Non dirmi che&#8230; Di nuovo?».<br />
«Sì. Posso averne uno?» chiese melliflua.<br />
«Ne abbiamo già parlato» disse categorico.<br />
«Posso prendermene cura, te lo prometto» rispose solenne.<br />
Lui alzò lo sguardo mentre entrambe le figure femminili annuivano lentamente, subdolamente.<br />
«Domani verrai in un posto. Poi deciderai».</p>
<p>Erano le otto di mattina e la coppia padre-figlia aveva già raggiunto il &#8220;posto&#8221;.<br />
«Pronta?».<br />
«Sì».<br />
Varcata la soglia dell&#8217;immensa struttura, il primo benvenuto che accolse i due fu un coacervo penetrante di lamenti e voci.<br />
«D-Dove siamo?» domandò lei spaventata.<br />
«Nel mio posto di lavoro».<br />
La figlia osservò il padre, smarrita. Poi volse lo sguardo intorno. Una lunga serie di gabbie di varie dimensioni, poste su più livelli, ospitava la fonte dei suoni: migliaia di umani, di ogni età, razza e sesso, si dimenavano dietro le sbarre. Nudi, infreddoliti, rabbiosi.<br />
Il padre fece alcuni passi.<br />
«Guardali. Desideri uno di quelli, vero?» domandò indicando i piccoli ospiti di una fila bassa di celle.<br />
«Sì».<br />
«Ora osserva su».<br />
All&#8217;interno di altre gabbie, un gruppo di adulti lottava per la conquista di un pezzo di pane.<br />
«Li vedi? Diventano così. È per questo che vengono abbandonati piccoli» disse freddo lui.<br />
La figlia li fissò con un misto di curiosità e preoccupazione.<br />
«Sempre convinta di volerti prendere cura di uno di loro?».<br />
Non rispose, abbassò solo lo sguardo e mosse lentamente il capo, da destra a sinistra.<br />
«Un tempo eravamo noi in quelle gabbie. Poi tutto è cambiato&#8230; Ma nulla è cambiato in realtà. Anche se quadrupedi, noi siamo uguali a loro».</p>
<p><em>(pubblicato nell’antologia “Non lasciarmi solo &#8211; Apollo Edizioni, 2021)</em></p>
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		<title>Solo di vista. Sei indagini per il vice questore Giuseppe Calendi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:44:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Raccolte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SOLO DI VISTA. SEI INDAGINI PER IL VICE QUESTORE GIUSEPPE CALENDI Self publishing (2026) Cos’hanno in comune il cadavere di un pescatore emarginato e quello di un illusionista seduttore? E quelli [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>Self publishing</em> (2026)</strong></p>
<p>Cos’hanno in comune il cadavere di un pescatore emarginato e quello di un illusionista seduttore? E quelli di un anziano scontroso e di un bravo padre di famiglia? E, ancora, la scomparsa di un barboncino e un’aggressione un po&#8217; particolare? La risposta è una sola: il vice questore aggiunto di Polizia Giuseppe Calendi, l’uomo incaricato di risolvere tutti i casi. Sei nuove indagini, sei diverse trame ma stessa capacità di far emergere l’irritabilità del protagonista, sei nuove seccature per chi, come Calendi, vorrebbe forse abbandonarsi al dolce far niente ma si lascia attrarre da una forza (s)conosciuta chiamata “dovere”.</p>
<p>Per info e acquisto: <a href="https://www.amazon.it/dp/B0H3Z341T8" target="_blank" rel="noopener">versione cartacea</a> | <a href="https://www.amazon.it/dp/B0H3ZK3X8F" target="_blank" rel="noopener">versione eBook</a></p>
<p>Oppure inviami una mail a info@donatoruggiero.com</p>
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		<title>Le sirene del Giappone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Papà, dov&#8217;è mamma?». «A pesca». «Perché?». «Perché è il suo lavoro, Fujiko». E ogni mattina, da circa un anno, la piccola Fujiko Tanaki, cinque anni, poneva le stesse due domande [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-15093 alignleft" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/67-Le-sirene-del-Giappone-Donato-Ruggiero-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/67-Le-sirene-del-Giappone-Donato-Ruggiero-1-300x300.jpg 300w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/67-Le-sirene-del-Giappone-Donato-Ruggiero-1-500x500.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/67-Le-sirene-del-Giappone-Donato-Ruggiero-1-120x120.jpg 120w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/67-Le-sirene-del-Giappone-Donato-Ruggiero-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Papà, dov&#8217;è mamma?».<br />
«A pesca».<br />
«Perché?».<br />
«Perché è il suo lavoro, Fujiko».<br />
E ogni mattina, da circa un anno, la piccola Fujiko Tanaki, cinque anni, poneva le stesse due domande a suo padre, allorquando, appena sveglia, si ritrovava in casa con la sola figura paterna.<br />
Poi, consumati in fretta la zuppa di miso, una piccola porzione di riso al vapore con Nattō e qualche pezzetto di salmone al vapore, la bambina correva fuori casa dove l’attendevano le altre bambine delle abitazioni vicine. Con loro avrebbe trascorso le ore seguenti giocando a quella sorta di “nascondino” che era l’Oni Gokko, sino allo sfinimento.<br />
Gli echi della Seconda Guerra Mondiale, intanto, s’erano sopiti solo da un paio d’anni e la vita del piccolo centro di Toba, mai realmente entrato nei giochi di guerra, aveva proseguito a scorrere lenta, guidata dagli umori dell’Oceano Pacifico su cui s’affacciava. Pochi furono i soldati “prestati” all’imperatore Hirohito e solo una mezza dozzina fece rientro a casa con le ossa intatte. Tra questi c’era anche Amane Tanaki, il padre di Fujiko.<br />
E quando il tramonto era ormai alle porte, puntuale, andava in scena la seconda parte del “rituale”.<br />
«Mamma, com&#8217;è andata oggi?».<br />
«Bene, tesoro».<br />
«Cos&#8217;hai pescato?».<br />
«Una perla, come te» e Akiko sorrideva materna.<br />
Anche la piccola Fujiko sorrideva a quella risposta che, senza coglierne esattamente il senso, ogni giorno arrivava puntuale al rientro a casa di sua madre.<br />
La donna, stanca, dopo aver risposto alla figlia, riponeva il suo fagotto in una cesta in legno e scompariva in camera da letto.</p>
<p>E quel “rituale” andò avanti per alcuni anni, sempre uguale, con le stesse domande, le stesse risposte, gli stessi sorrisi, gli stessi enigmi.<br />
Aveva da pochi giorni compiuto otto anni quando, una sera, Fujiko decise che la mattina seguente avrebbe seguito sua madre. La curiosità, cresciuta a dismisura in tutto quel tempo, avrebbe trovato finalmente una risposta anche visiva.<br />
Dormì poco quella notte, non poteva lasciarsi sfuggire quei minimi rumori che indicavano la presenza di sua mamma in casa, i suoi preparativi e la sua uscita.<br />
E quando lei chiuse la porta di casa, Fujiko, già pronta per la “fuga”, sgattaiolò fuori dall’abitazione, mentre suo padre proseguiva il suo sonno.<br />
Camminò per circa un quarto d’ora, mantenendo sempre una certa distanza di sicurezza da sua madre e lasciandosi guidare dai primi bagliori dell’alba. Poi, in lontananza, intravide un piccolo gruppo umano parlottare sul grande spiazzo che si apriva davanti alla baia. Si avvicinò ancora un po’, appostandosi, in seguito, dietro il tronco di un albero e restò immobile a spiare.<br />
Erano tutte donne e, la maggior parte, giovani.<br />
Seguì con lo sguardo sua mamma e la vide scambiare qualche parola con alcune di esse.<br />
Poi, poggiato il fagotto sul terreno, Akiko iniziò a spogliarsi. Lo stesso fecero tutte le altre.<br />
Fujiko continuava a guardarle ipnotizzata. Quei movimenti lenti, il rimuovere dei vestiti e il riporli delicatamente sul terreno. Tutto le era nuovo e decisamente strano. Solo quando rimase coperta del solo Fundoshi, il perizoma, sua mamma afferrò dal fagotto una lama e la posizionò sul fianco, stretta tra quella striminzita fascia di tessuto e la sua pelle. Infine si fermò.<br />
La piccola Fujiko osservò per la prima volta il corpo nudo di sua madre, statuario, senza comprendere cosa stesse avvenendo.<br />
La donna, intanto, attese che tutte le altre avessero raggiunto il suo stesso stato e, all’unisono, si mossero verso il limite della baia, dove la terra lasciava posto all’acqua.<br />
Qui, disposte ad un metro di distanza l’una dall’altra, iniziarono ad effettuare una serie di respiri profondi. Inspirazioni di cinque secondi, sei, poi sempre più lunghi sino a dieci.<br />
E poi un ultimo respiro e, d’un tratto, le donne si tuffarono nelle acque piuttosto gelide dell’Oceano Pacifico. Il fondale roccioso, già a pochissima distanza dalla terraferma, raggiungeva i circa 25 metri di profondità.<br />
Fujiko restò impietrita e trattenne, a sua volta, il fiato.<br />
«È la prima volta che le vedi?».<br />
«Sì» rispose automaticamente la bambina.<br />
«Sono le Ama» disse la voce sconosciuta alle sue spalle.<br />
Fujiko allora si voltò è incrociò il viso scavato e rugoso di una donna, doveva avere all’incirca 80 anni.<br />
Questa le si portò accanto e la bimba, quasi immediatamente, riprese ad osservare la distesa d’acqua davanti a sé.<br />
«Chi sono le Ama?» domandò curiosa.<br />
«Le “donne del mare”, chiamate anche “Le sirene del Giappone” dagli occidentali».<br />
«Perché si tuffano?».<br />
«Per pescare».<br />
«Cosa?».<br />
«Alghe, polpi, ostriche, perle».<br />
«Perle?».<br />
«Sì».<br />
«E dove le trovano?».<br />
«Nelle ostriche».<br />
Intanto nella bambina, non vedendo tornare su sua madre, iniziò a crescere il timore di una sorte avversa occorsa ad Akiko.<br />
«Ma non tornano su?» chiese alla donna con voce preoccupata.<br />
«Non subito».<br />
«In che senso?».<br />
«Possono restare in apnea fino a venti minuti».<br />
Fujiko non rispose, cercando, nel frattempo, di quantificare il tempo già trascorso dal momento del tuffo, senza riuscirci.<br />
«Perché sei preoccupata?» domandò la vecchina, percependo delle vibrazioni negative provenire dalla bambina.<br />
«C’è mia madre lì sotto».<br />
«Chi è?».<br />
«Si chiama Akiko».<br />
«Akiko? Tranquilla, vedrai che uscirà dalle acque tra qualche momento. Come una sirena».<br />
La bimba attese ancora, impaziente. Poi, improvvisamente, udì una serie di fischi sconosciuti.<br />
«Ama-isobue» disse la donna.<br />
«Che cos’è?».<br />
«È il suono che ti deve rassicurare».<br />
Fujiko, lontana dal comprendere quelle parole, si voltò per la seconda volta ad osservare l’interlocutrice.<br />
«È il suono creato dall’iperventilazione derivante dall’emersione delle Ama».<br />
Non comprese esattamente tutto, però, pochi secondi dopo, la vide. Akiko uscì dall’acqua e, a passo deciso, camminò lungo il terreno raggiugendo il suo fagotto. Qui vi inserì un paio di piccole palline bianchicce. Erano perle.<br />
Poi, tornata a pochi centimetri dall’Oceano, ripeté la pratica respiratoria e si tuffò nuovamente.<br />
«Lei era una di loro?» domandò la bambina alla donna.<br />
Non arrivò nessuna risposta.<br />
Allora Fujiko si voltò senza trovarla. Era scomparsa.</p>
<p>«Mamma, com&#8217;è andata oggi?».<br />
«Bene, tesoro».<br />
«Cos&#8217;hai pescato?».<br />
«Una perla, come te»<br />
«Mamma, anch&#8217;io da grande voglio pescare le perle».<br />
Akiko le sorrise, l’accarezzò sulla testa e annuì morbidamente. Poi, dopo aver riposto il suo fagotto nella cesta in legno, scomparve in camera da letto.</p>
<p><em>(pubblicato nell’antologia “Ritratti dal Giappone” &#8211; Idrovolante Edizioni, 2021)</em></p>
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		<title>Bella di notte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 11:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Oh, che meraviglia!». «Ma dove diavolo ti sei cacciato?!». «Che fiore sei?» domandò la lumaca senza ottenere una risposta dall’altra parte. Il fiore, intanto, continuava a scuotere freneticamente i suoi [&#8230;]</p>
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<p>«Oh, che meraviglia!».<br />
«Ma dove diavolo ti sei cacciato?!».<br />
«Che fiore sei?» domandò la lumaca senza ottenere una risposta dall’altra parte.<br />
Il fiore, intanto, continuava a scuotere freneticamente i suoi luminosi petali viola striati di una simile tonalità più intensa, verso destra e sinistra, in alto e in basso, lasciando vibrare nell’aria gli stami rossastri.<br />
«Cosa fai?» domandò ancora, curiosa, la lumaca, immobile a meno di un metro di distanza dal fiore.<br />
«Non vedi che sono impegnato?» rispose irritato, proseguendo con i suoi movimenti bruschi.<br />
La lumaca, un po&#8217; risentita, s’ammutolì ma restò a fissarlo incuriosito.<br />
«Eppure, deve essere da qualche parte! Questo prurito agli stami non cenna a svanire!».<br />
«Chi?» chiese d’istinto la lumaca, pentendosi immediatamente di averlo fatto.<br />
Il fiore, per sua fortuna, non colse il suo quesito e proseguì con la sua azione.<br />
Vedendo il continuo movimento, quasi una danza isterica, la lumaca sorrise divertita lasciandosi sfuggire una rapida risata che non sfuggì all’altro.<br />
«Perché ridi delle mie disgrazie?».<br />
«No, no, non rido di te. Rido perché… perché… perché, ecco, ho scoperto cosa ti stesse arrecando fastidio!» e un minuscolo moscerino, proprio in quel momento, volò via dall’imbuto aperto del fiore salvando la lumaca, in difficoltà sulla bugia da inventare al momento.<br />
Il fiore diede una piccola scossa e, constatando la scomparsa del fastidio, iniziò a chiudersi.<br />
«Aspetta! Ma che fiore sei?».<br />
«Non ho tempo, devo andare» e, in pochi attimi, chiuse i suoi petali trasformando l’imbuto luminoso e colorato in un tubicino raggrinzito e “spento”.<br />
Intristita, la lumaca riprese la sua strada.</p>
<p>«Piccolo, son tornato!».<br />
«Ciao papà! Dove sei stato?» domandò felice nel rivederlo la piccola lumaca, andandogli incontro lentamente.<br />
«A fare la spesa!» esclamò sorridendo, prima di mostrare al figlio una discreta quantità di frammenti di foglie che sarebbe diventata la cena di quella sera.<br />
«Yuppi!».<br />
Dopo aver atteso il rientro della mamma, i tre poterono finalmente fare banchetto con quanto raccolto da papà lumaca, succulenti pezzettini di foglie di gelso.<br />
«Sai cos’ho visto oggi?» disse d’un tratto rivolto al piccolo.<br />
«Cosa, papà?».<br />
«Un fiore bellissimo».<br />
«Oh! E come si chiama?» domandò curioso.<br />
«Ah, ehm…» tentennò il padre.<br />
«Non lo sai?» lo incalzò il figlio.<br />
«Ecco, no».<br />
Allora la lumachina fissò il genitore con un velo di tristezza negli occhi.<br />
«Però domani possiamo andare a vederlo se ti va» propose, cercando di tirargli su il morale.<br />
«Yuppi!».<br />
E tutti sorrisero.<br />
«Domani vado a vedere un fiore nuovo con papà! Domani vado a vedere un fiore nuovo con papà!» e, ripetendo sino allo sfinimento queste parole, canticchiandole, il piccolo lasciò i genitori e andò in camera sua a giocare.</p>
<p>«Dov’è?».<br />
«Ci siamo quasi».<br />
Il giorno seguente, dopo esser rientrata da scuola e aver pranzato, la piccola lumaca era rimasta più di un’ora a fissare la porta di casa in attesa di suo padre. Appena rientrato, i due si erano subito incamminati verso la meta promessa.<br />
Strisciarono per lungo tempo, tra erba alta, funghi e fiori. Poi, d’un tratto, il padre disse: «Ci siamo».<br />
«Qual è?» domandò impaziente il figlio.<br />
«Ecco, ehm, è quello lì» rispose indicando, un po&#8217; titubante, un tubicino raggrinzito di un violetto spento, quasi bianchiccio, che pendeva da uno stelo verde.<br />
«Ma non è un fiore!» esclamò il piccolo.<br />
«Ti giuro che quello strano tubicino è un fiore meraviglioso… Ma ora, non so perché, è chiuso».<br />
«Ma io voglio vederlo!».<br />
«Aspettiamo qui un po&#8217; e vediamo se si apre».<br />
Vistosamente contrariato e intristito, la piccola lumaca acconsentì.<br />
Trascorse circa mezz’ora senza che nulla accadesse.<br />
«Signor fiore! Mi sente? Può aprirsi un attimo?».<br />
«Ma che fai?» domandò sorpreso il padre.<br />
«Provo a farlo aprire».<br />
«Ma forse sta dormendo».<br />
«E noi lo svegliamo!» e sorrise divertito.<br />
Dall’altra parte, però, nessuna reazione.<br />
«Signor fiore! Signor fiore! Sono qui, mi sente?» proseguì testardo.<br />
Il padre cominciò a temere che quel fiore non si sarebbe mai aperto.<br />
“Forse è stato un caso dovuto al moscerino e questo fiore, per sua natura, non si apre mai” pensò mentre il figlio ancora urlava.<br />
Senza sosta la piccola lumaca continuò ad urlare tirandosi addosso solo i rimproveri di un bruco assonnato.<br />
«Dai, piccolo, andiamo a casa. È tardi e tra poco sarà buio».<br />
La lumachina, demoralizzata, annuì e così i due voltarono le spalle al fiore e, mentre il sole lentamente spariva dietro i monti, intrapresero la via di casa.<br />
«Ma cos’erano quelle urla?» domandò la bella di notte al bruco, dopo aver aperto gradualmente il suo fiore verso il mondo esterno.<br />
«Mi sa che cercavano te».<br />
Le due lumache, però, erano già troppo lontano e non udirono la sua voce.</p>
<p>“E vediamo se oggi si apre”.<br />
Il giorno seguente, la lumaca uscì ben presto di casa recandosi dal fiore. La tristezza che aveva visto nel volto di suo figlio non gli aveva fatto chiudere occhio quella notte. Aveva promesso quella straordinaria visione e voleva mantenere la promessa fatta.<br />
Raggiuntolo, si adagio non distante, in attesa.<br />
Trascorsero alcune ore senza che accadesse nulla.<br />
“E se provassi anch’io?” pensò. Poi agì.<br />
«Signor fiore! Mi sente? Può aprirsi un attimo?» gridò imitando quanto tentato dal figlio il giorno precedente.<br />
Il risultato fu lo stesso.<br />
Provò ancora tre-quattro volte, poi si fermò.<br />
«Ehi, scusa!» urlò improvvisamente in direzione di una formica che passava a pochi metri da lui.<br />
«Dici a me?».<br />
«Sì. Scusa, ma tu hai mai visto questo fiore aperto?» e indicò il tubicino raggrinzito.<br />
«Mai» rispose sbrigativo l’insetto, prima di proseguire per la sua strada.<br />
La lumaca la vide correre via senza aggiungere altro.<br />
E altre ore passarono rapidamente. Il fiore era sempre lì, immobile, così come la lumaca a pochi passi.<br />
Era ormai così stanca che, d’un tratto, la lumaca s’appisolò. E arrivò il buio.<br />
«M-ma è notte e io sono ancora qui!» esclamò ridestandosi e notando la scomparsa del sole.<br />
Si guardò intorno, confuso, e, inizialmente, non lo notò, spaventato dal canto di un gufo.<br />
Poi lo vide e la paura svanì d’un lampo.<br />
«Oh, eccoti finalmente!».<br />
«Come, scusa? Ci conosciamo?» domandò il fiore che aveva disteso tutti i suoi petali viola mostrando completamente il suo fascino.<br />
«Non proprio…» rispose un po&#8217; titubante la lumaca.<br />
«Aspetta, tu sei quello che ha riso di me l’altro giorno. Cosa vuoi?» ribatté scontroso il fiore.<br />
«Ecco, vedi… Vorrei chiederti un favore… Ho raccontato a mio figlio della tua bellezza e ieri l’ho portato qui per te, però ti ha trovato chiuso e l’ha presa davvero male. Ecco, potresti aprirti domani pomeriggio, prima che cali il sole?» s’arrischiò a domandare la lumaca.<br />
«E perché dovrei? Tu hai riso delle mie disgrazie. E comunque di giorno non mi apro mai. Mi chiamo “bella di notte” per un motivo ben preciso» rispose orgoglioso il fiore.<br />
«Ma…».<br />
«Niente ma. E ora lasciami in pace».<br />
La lumaca lo fissò e, notando che il fiore aveva già rivolto la sua attenzione verso il cielo, affranto s’incamminò verso casa.</p>
<p>«Che c’è papà? Ti vedo pensieroso».<br />
«Niente, piccolo, niente».<br />
La mattina dopo, la lumaca restò a casa a pensare ad un metodo per mostrare quel fiore al figlio che non fosse uscir di notte, troppo pericoloso per due lumachine.<br />
Per non far insospettire troppo il figlio, allora uscì fuori ed iniziò a strisciare intorno alla propria abitazione.<br />
“Come posso fare?” continuò a riflettere.<br />
Poi si fermò ad osservare delle api che si muovevano all’impazzata nei pressi del loro alveare, collocato su un’alta betulla. E qualcosa in lui s’illuminò.<br />
«Il moscerino!» urlò esultante e subito si mosse verso il prato che distava meno di dieci minuti di cammino da casa.<br />
«Ciao, hai visto dei moscerini nei paraggi?» domandò ad una coccinella che stava banchettando con una foglia di ciliegio.<br />
«Sì, se non sbaglio ai piedi di quel melo ci sono alcuni di loro che festeggiano la caduta di un frutto dall’albero» rispose masticando.<br />
«Grazie!» e si spostò verso il punto indicato.<br />
In pochi minuti fu lì. L’immagine che vide fu di gioia totale, almeno una ventina di moscerini volavano frenetici attorno ad una mela marcia, entrando ed uscendo dal suo interno, con i visi macchiati dell’essenza dolciastra del frutto.<br />
«Scusate!» gridò per farsi notare.<br />
Nessuno lo degnò di attenzione.<br />
Allora, dopo aver urlato di nuovo, la lumaca raggiunse la mela e vi salì sopra.<br />
«Ehi, tu! Cosa pensi di fare? La mela è nostra!» protestò uno dei moscerini.<br />
«E vostra resterà!» rispose la lumaca sorridendo.<br />
«Cosa vuoi?».<br />
«Il vostro aiuto. Di uno di voi, almeno».<br />
«In che senso?» domandò sempre lo stesso.<br />
E la lumaca spiegò il motivo della sua presenza lì, del fiore, del figlio e del moscerino che aveva visto quel giorno.<br />
«Ero io quello intrappolato» ammise timidamente uno di loro.<br />
«Ah, ecco dove ti eri cacciato l’altra notte!» esclamò un altro.<br />
«Ecco, potresti farmi questo favore? Farti intrappolare di nuovo dal fiore e farlo aprire di mattina quando sarò lì con mio figlio?» propose la lumaca.<br />
«E io cosa ci guadagno?».<br />
«Sinceramente non saprei. La gioia di mio figlio?».<br />
Il moscerino lo scrutò, poco convinto. Poi, dopo aver strofinato rapidamente per qualche secondo le zampette anteriori, disse: «Va bene, facciamolo. Domani».<br />
«Grazie! Grazie!» urlò felice la lumaca.</p>
<p>«Sei pronto?».<br />
«Per cosa?».<br />
«Andiamo a vedere il fiore!» esclamò sorridente papà lumaca.<br />
«Di nuovo?» domandò il figlio con tono poco convinto.<br />
«Fidati, vieni con me».<br />
La piccola lumaca non espresse la sua gioia per non restare doppiamente amareggiato in caso di nuovo insuccesso. Annuì soltanto e seguì suo padre.<br />
Il cammino fu silenzioso e, ai due, sembrò più lungo del previsto.<br />
Non mancava poi molto quando papà lumaca intravide il fiore.<br />
«Ma è ancora chiuso!» protestò la piccola lumaca, a cui pure non era sfuggita la visione del tubicino raggrinzito.<br />
«Aspetta un attimo e vedrai» disse paziente il padre.<br />
“Spero mi senta”.<br />
«Vai moscerino!».<br />
Il figlio lo fissò stupito senza comprendere il suo richiamo.<br />
I secondi trascorsero lentamente, troppo per papà lumaca che neanche aveva pensato al fallimento del piano.<br />
E, d’un tratto, il fiore cominciò a tremare.<br />
«Eccolo!» urlò sollevato.<br />
E, di scatto, la bella di notte si aprì scuotendosi tutta.<br />
«Wow! È bellissimo papà!» esclamò incantato il figlio.<br />
E, mentre ammirava estasiata il fiore, la piccola lumaca non riuscì a scorgere il padre che faceva l’occhiolino al moscerino che volava via e quest’ultimo che, sorridente, annuiva scomparendo poi tra gli alberi.</p>
<p><em>(pubblicato nell’antologia “Favole e Fiabe – Vol. 5” &#8211; Historica Edizioni, 2021)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/04/10/bella-di-notte/">Bella di notte</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ai Caravaggio</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 12:13:32 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/04/07/intervista-ai-caravaggio/">Intervista ai Caravaggio</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15071 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Vittorio Ballerio (V.B.) e Fabio Troiani (F.T.) dei Caravaggio.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Caravaggio e cosa c’è nelle vite di Vittorio e Fabio prima dei Caravaggio? Ad esempio gli Adramelch…</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> I Caravaggio nascono da un&#8217;idea di Fabio, maturata negli anni, ma che prende effettivamente forma nel 2014, a ridosso della fine degli Adramelch, band molto più metal nata nel lontanissimo 1987, e poi rinata nel 2003, in cui Fabio e io abbiamo militato, che ha dato alla luce alcuni interessanti CD tra metal, rock e qualche spunto Progressive. Nelle nostre vite, in realtà, c&#8217;è anche molto altro, ma gli Adramelch sono senz&#8217;altro l&#8217;episodio più noto.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Io e Vittorio avevamo già suonato insieme nel lontano 1989 in una band dell’hinterland milanese, Anathema, con la quale avevamo inciso un demo che oggi è piuttosto ricercato dai collezionisti del metal underground. E poi, per un brevissimo periodo, anche nella formazione Prog Enter, il cui demo è stato recentemente pubblicato su CD dall’etichetta tedesca Pure Prog.</p>
<p><strong>Il viaggio del vostro esordio discografico “Caravaggio”, pubblicato nel 2022, inizia poco dopo l’uscita dell’ultimo disco degli Adramelch “Opus” (2015) e la fine del progetto stesso. Mi narrate la lunga genesi dell’album?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Possiamo dire senza tema di smentite che il Covid non ha aiutato, ma dobbiamo anche ammettere che non è l&#8217;unica causa di un tempo così lungo. Tra le concause, in ordine sparso, possiamo menzionare la difficoltà nel trovare i musicisti giusti per il nostro progetto, la pignoleria maniacale di Fabio che, per sua fortuna o disgrazia – a seconda dei punti di vista –, è dotato di un orecchio tremendamente fine ed attento, gli eventi delle nostre vite private e professionali, visto che di musica in Italia (ma non solo) è sempre più difficile, se non impossibile, vivere&#8230;</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Sono passati effettivamente molti anni tra l’ultimo album degli Adramelch e l’esordio dei Caravaggio. Ma era necessario non avere fretta. Bisognava permettere al nostro stile di formarsi, in modo da proporre qualcosa di originale. Mi piace l’idea di pubblicare un disco solo quando sentiamo di avere una proposta artistica dalla forte personalità, non semplicemente quando abbiamo accumulato una dozzina di buone canzoni.</p>
<p><strong>Prima di approfondire qualche aspetto di “Caravaggio”, va detto che ad affiancarvi in questa avventura troviamo Alessio Del Ben e Marco Melloni. Come entrano in “orbita” Caravaggio e cosa c’è nelle loro vite artistiche prima della band di Vittorio e Fabio?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Ci tengo a dire di essere sinceramente onorato dalla loro presenza. La ricerca è stata complessa e lunga ma se il disco è uscito così bene (e parrebbe essere un parere non solo mio, visto che le recensioni paiono confermarlo) il merito va ascritto certamente anche alle loro sensibilità umane e musicali!</p>
<p>Alessio suonava la batteria nei Purple Moon, la band di un caro amico di vecchissima data, Andrea Malandrini, quello con cui ho mosso i primi passi come cantante: nella sua cantina, in condizioni a dir poco approssimative, suonavamo le prime cover dei Black Sabbath, coi testi tirati giù a orecchio da me che all&#8217;epoca avevo un pessimo inglese! Nel loro demo avevo tra l&#8217;altro fatto un&#8217;ospitata, di quelle che tanto mi divertono, cantando un brano insieme alla loro cantante e Alessio, che è giovanissimo, mi era piaciuto parecchio, musicalmente e umanamente.</p>
<p>Marco è un amico di Fabio da moltissimi anni. Insieme hanno suonato in gruppi molto diversi. È un musicista incredibile che meriterebbe grandi onori se nella musica vigesse la meritocrazia. Passa dal rock al metal al jazz con grande scioltezza e sempre con un tocco e un gusto impareggiabili. La pessima notizia è che, per necessità famigliari, purtroppo recentissimamente ha dovuto lasciare il gruppo. La buonissima notizia è che abbiamo già un degnissimo sostituto: Piero Chiefa, nome già noto nel settore per aver partecipato a diverse interessanti band del panorama rock e metal negli ultimi anni. Due nomi su tutti: uno che appartiene al passato, Holy Shire, ed uno assolutamente attuale, Carmine Capasso. Piero è un musicista preparatissimo, amante del Prog e super entusiasta del progetto: in un paio di prove abbiamo portato a casa l&#8217;80% del repertorio, nonché la sua completa integrazione nel gruppo&#8230; A mia memoria non ricordo un inserimento altrettanto rapido e riuscito!</p>
<p>In questa sede, ritengo abbia senso introdurre le altre novità che riguardano la line up della band: in ordine cronologico dobbiamo citare Serhan Kazaz, chitarrista che è entrato nella band da qualche mese e che ha portato un carico musicale incredibile e assai peculiare&#8230; Serhan è un mio amico che recentemente si è trasferito a Milano e quando ci siamo visti a pranzo nello scorso inverno mi ha chiesto: <em>&#8220;Vorrei suonare, se senti in giro qualcosa fammelo sapere&#8221;</em>. Io, che lo conoscevo per alcuni brani a suo nome che avevo ascoltato in passato, mi sono acceso e gli ho immediatamente chiesto se entrare nei Caravaggio potesse essere per lui interessante e voilà! Entusiasta lui, super entusiasti noi!</p>
<p>La musica dei Caravaggio, sin dai primi vagiti, aveva una certezza: doveva esserci la fisarmonica. Purtroppo la nostra granitica certezza si è scontrata con la scarsa comunicazione tra i diversi mondi musicali: il nostro, che genericamente possiamo chiamare &#8220;rock&#8221; e quello dei fisarmonicisti che ondeggia tra folk, musiche popolari e qualche incursione nel jazz&#8230; Siamo arrivati fino all&#8217;inizio del 2023 senza averlo trovato, poi, grazie ad una comune amica cui va tutta la nostra gratitudine, finalmente abbiamo incontrato Saro Calandi, altro super professionista con alle spalle anni di concerti e insegnamento, che forse, per la prima volta, si è trovato in sala con chitarre elettriche distorte e batteria molto rock&#8230; e si è divertito da matti! Saro, che tra le altre cose è anche un clarinettista, ha portato ulteriori influenze folk contribuendo a imbastardire la nostra musica.</p>
<p>Oggi, con una formazione stabile e così variopinta, non vediamo l&#8217;ora di mettere mano alle nuove composizioni che vedranno l&#8217;apporto di tutti questi elementi!</p>
<p><strong>“Caravaggio”, dicevamo. Nei suoi suoni ci sono tante influenze, ma l’“etichetta” utilizzata da più parti per descrivere la vostra musica è Prog Mediterraneo. Mi parlate, dunque, del Prog Mediterraneo che troviamo nel vostro album? Da cosa si è lasciato ispirare?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Io ascolto tantissima musica, anzi, ad esser precisi, ascolto tantissime musiche, anche molto diverse tra loro. E personalmente, tra le caratteristiche che mi fanno apprezzare un gruppo o un artista vi sono originalità e riconoscibilità. Osservavo proprio recentemente che negli ultimi dieci anni, nel rock, le band di cui mi sono più innamorato hanno questa caratteristica: Bent Knee, A Formal Horse, Thumpermonkey, Hannah Moule and the Moulettes!</p>
<p>Noi, quindi, nati e cresciuti in Italia, invece di &#8220;scimmiottare&#8221; la musica anglo-americana, abbiamo deciso di spingere sulle melodie e i suoni che caratterizzano di più questa parte di mondo, e non certo perché la musica anglo-americana non ci piaccia, ma perché le nostre melodie son nate così, che senso avrebbe avuto mascherarle?</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Mentre scrivevo i brani che avrebbero fatto parte dell’album, sono emerse alcune mie influenze esterne al rock, tra cui la musica etnica. In particolare, quella dell’area mediterranea: Marocco, Spagna, Italia, Grecia… Il passo successivo è stato scegliere i suoni e gli strumenti adatti a valorizzare queste influenze: fisarmonica, mandolino, bouzouki, nacchere, scacciapensieri, percussioni varie…</p>
<p>Il nostro Prog Mediterraneo si è formato pian piano, come una presa di coscienza del fatto che la nostra provenienza geografica poteva essere una ricchezza persino nel mondo del rock, quasi sempre omologato alle tendenze angloamericane.</p>
<p><strong>E restando in tema di influenze, Vittorio e Fabio, quanto e come la vostra ampia esperienza negli Adramelch ha influenzato la musica dei Caravaggio?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Beh, dodici anni di musica insieme, sale prova, viaggi, registrazioni di tre dischi e concerti hanno certamente consentito una conoscenza reciproca umana e musicale che è la base su cui il gruppo si è costruito. Dal punto di vista musicale, a me non pare che vi siano grandi similitudini fondamentalmente perché si tratta di gruppi nei quali i brani sono stati scritti da una persona: negli Adramelch era Gianluca (Corona) nei Caravaggio è Fabio. A costo di suonare autoincensante, mi tocca dire che forse la più grossa similitudine è la presenza della mia voce che, bella o brutta che sia, è la voce di entrambe le band e il timbro vocale è (forse?) uno dei tratti più facilmente riconoscibili in un brano.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> L’esperienza fatta con gli Adramelch in un certo senso è sempre presente. A livello compositivo, personalmente mi ha lasciato il gusto per il carattere evocativo, quasi “cinematico”, che la musica in certi momenti può avere.</p>
<p><strong>Vi va di approfondire anche le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?</strong></p>
<p><strong>F.T.:</strong> Pur riconoscendo l’enorme eredità del Prog Italiano del passato, vogliamo rivolgerci agli appassionati di Prog Rock di tutto il mondo, e la scelta dell’inglese è stata quindi la più naturale. Va detto che abbiamo scelto questa strada sapendo di poter contare sull’ottima pronuncia di Vittorio.</p>
<p>Per quanto riguarda i temi trattati, penso di poter dire che non nascondiamo certo il nostro orientamento &#8220;ideologico&#8221;, ancorché questa parola possa suonare fuori moda.  Emergono chiaramente lo spirito non belligerante (“Not on Me”), una analisi spietata del modo in cui le masse vengono orientate e condizionate, si cita Guy Debord (“Healing the Leaders”) e in “Guernica” si racconta la storia di Alfredo Terragni, mio lontano parente, che non resistette al richiamo di un ideale di giustizia e corse in Spagna per arruolarsi al fianco dei lealisti, contro i franchisti, per difendere la Repubblica. Una volta persa quella guerra si spostò in Francia al fianco dei partigiani che combattevano per la liberazione del loro paese dai nazisti, per poi morire in battaglia a pochi giorni dalla liberazione di Parigi. Ma c&#8217;è spazio anche per una malinconica storia d&#8217;amore (“Joyful Graveyard”) e per una &#8220;lettera&#8221; da padre a figlio (“Life Watching”).</p>
<p><strong>L’album vede la presenza di un gran numero di ospiti. Com’è stata gestita questa “squadra allargata” e come sono stati scelti di volta in volta gli artisti coinvolti?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> A livello internazionale, Courtney Swain, cantante dei Bent Knee, che canta in “Fix You” (cover dei Coldplay) è probabilmente l&#8217;ospite più &#8220;famoso&#8221;. La collaborazione con lei è nata grazie alla conoscenza diretta. Ho amato follemente il loro &#8220;Shiny Eyed Baby&#8221;, uscito nel 2015, e quando ho saputo che sarebbero venuti tour in Europa ho cominciato a fantasticare e li ho messi in contatto con Massimo Cataldi, all&#8217;epoca gestore della programmazione Prog de &#8220;La Casa di Alex&#8221;, che per anni è stato il tempio del Prog a Milano (oggi purtroppo chiuso definitivamente). Il contatto ha funzionato ancor meglio di quanto sperato e il 30 luglio 2016 (data particolarmente sfigata per un concerto a Milano) hanno riempito il locale all&#8217;inverosimile e fatto un concerto indimenticabile.</p>
<p>Antonio Zambrini, pianista e compositore jazz apprezzatissimo non solo in Italia, suona il flauto in “Life Watching”. Antonio è un amico, con lui studiai (con scarsissimo profitto per manifesta incapacità di studio) piano jazz moltissimi anni fa e da allora lo seguo nei suoi concerti molto spesso. Prima di dedicarsi al piano, Antonio suonava il flauto traverso e su quel brano il flauto era proprio quel che serviva&#8230;</p>
<p>Nadio Marenco, Mauro Poeda e Carmine Turilli sono fisarmonicisti di grande esperienza e spessore che ci hanno aiutato suonando le parti di fisarmonica, a causa del fatto che, come dicevamo, all&#8217;epoca un fisarmonicista da far entrare in organico ancora non lo avevamo. Oggi, invece, come anticipato e recentemente condiviso sui nostri canali social, Saro Calandi è ufficialmente il fisarmonicista dei Caravaggio.</p>
<p>Guido Block, che conosco da svariate decine di anni, è il proprietario dello studio in cui abbiamo registrato ed è uno straordinario musicista (cantante e bassista). Amo da sempre il suo timbro (aveva partecipato anche al disco degli Adramelch) e a sua volta ama contribuire vocalmente. In “Not on Me” avevamo bisogno di un timbro diverso dal mio per una parte <em>lead</em> e voilà!</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Sempre a proposito di voci, è stata fondamentale la presenza di Simona Pala, che ha registrato tutte le tracce dei cori del brano “Pompeii”, oltre agli interventi da soprano nel brano “Guernica”. Lei può fare di tutto: dal metal alla lirica, passando per il soul e l’R&amp;B. E, infatti, so che è anche un’ottima insegnante in alcune scuole di musica. Anche Simona, proprio come Guido, era stata nostra ospite nell’ultimo album degli Adramelch, “Opus”.</p>
<p>Inoltre, abbiamo avuto la partecipazione del mio amico Alex La Bua, percussionista con cui suono spesso cover in giro per la Lombardia. Una persona con un cuore enorme, che ha la capacità di “sentire” la musica a livello istintivo, a volte meglio di tanti musicisti che vantano una formazione accademica.</p>
<p>Erika Carretta, attrice e scenografa teatrale, ha recitato una poesia di Alda Merini (unico testo in italiano di tutto l’album) nel brano “Comfortable”. Avendola vista in un paio di spettacoli teatrali, potevo immaginare come avrebbe recitato la poesia, dandole il giusto livello di tensione, e, in effetti, è stata grande.</p>
<p>Per un brano è stato coinvolto anche il mio “socio in affari musicali” (produzioni e altro) Massimo Mescia, un bravissimo pianista jazz che ha studiato a lungo con il mitico maestro Franco D’Andrea. Ha suonato il piano elettrico sul brano “Not on Me”.</p>
<p>Prima parlavamo della lunga gestazione di questo album&#8230; Beh, contattare, decidere le parti e organizzare le registrazioni di ben dieci ospiti può aver contribuito ad allungare un po&#8217; i tempi.</p>
<p><strong>Decisamente affascinante l’<em>artwork</em> realizzato da Gianfranco Ferlazzo. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Gianfranco è un amico. Ci conosciamo da&#8230; 40 anni circa, per quanto possa fare impressione! Abbiamo iniziato insieme ad ascoltare Black Sabbath, Blue Öyster Cult, Ted Nugent&#8230;</p>
<p>In realtà, non ci siamo frequentati per decenni, ma in qualche modo siamo rimasti in contatto, e quando abbiamo pensato ad un artista che potesse illustrare il nostro CD, e auspicabilmente restare il nostro punto di riferimento costante e riconoscibile, il suo è stato uno dei primi nomi che mi è venuto in mente. La nostra idea è proprio quella di conquistare una riconoscibilità non solo musicale ma anche iconografica. Il CD, in quanto oggetto fisico, è sempre meno necessario e proprio per questo si deve trattare di un oggetto che abbia un suo valore. Per questo lo abbiamo curato molto e lo abbiamo voluto con le immagini delle opere di Gianfranco, rinunciando ai nostri bei faccioni che ci sembrava dessero, tutto sommato, scarso valore aggiunto.</p>
<p><strong>Com’è stato accolto l’album da pubblico e critica? L’americana Progrock Radio, ad esempio, vi ha nominati due volte (“Best song of the year” e “Best album from Italy”) nel suo “Best progressive rock of 2022”…</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Difficile guadagnarsi spazio sulla stampa suonando questo genere ma, effettivamente, fin qui ci siamo guadagnati solo recensioni positive e spazi tutto sommato importanti, anche considerato che siamo del tutto sprovvisti di una figura che sappia come muoversi e promuoverci.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Nonostante la difficoltà di trovare spazi (comune a tutti i gruppi al primo album e in un genere di nicchia) possiamo dirci soddisfatti. Alcune reazioni sono state molto al di sopra delle attese. È il caso di molte radio, ma soprattutto dell’americana Prog Rock Radio che hai citato. Pensa che la categoria “Best Album from Italy” l’abbiamo addirittura vinta, mentre siamo arrivati secondi nella classifica della miglior canzone dell’anno, con il brano “Guernica”!</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> A costo di suonare banale io credo sia una questione generazionale, ma non solo. Oggi, molto più di ieri, conta sapere come promuovere molto più che produrre musica di qualità. La <em>&#8220;too much information&#8221;</em> di cui già cantavano i Police svariati decenni or sono, con internet è diventata una questione di impossibile soluzione. Mi rendo conto in prima persona di essere molto spesso alla ricerca di nuove cose da ascoltare senza aver dedicato neanche la metà dell&#8217;attenzione alle cose che ho da poco scoperto&#8230; È un meccanismo che crea dipendenza e che bisogna saper arginare per non andare in <em>crash</em>.</p>
<p>Viviamo in un mondo che ha preso un&#8217;accelerazione senza precedenti, e non sto riferendomi solo all&#8217;universo di internet. L&#8217;idea che almeno in occidente avevamo del futuro fino a quattro o cinque anni fa è drasticamente diversa da quella che abbiamo oggi. E la velocità con cui si assurge a vette di notorietà mondiali, o da quelle vette si precipita, solo pochi anni fa era inimmaginabile e non mi riferisco alla &#8220;nostra&#8221; musica ma ai fenomeni pop miliardari&#8230;</p>
<p>Capire queste logiche e come provare a sfruttarle a nostro vantaggio è senz&#8217;altro fuori dalla nostra portata. Quindi, per quanto ci riguarda, noi continuiamo a fare la musica che ci piace fare e se troveremo qualcuno che ci affiancherà e saprà aiutarci a farla conoscere, tanto meglio.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Beh, appunto, i CD si vendono sempre meno, chi ti vuole ascoltare ha a disposizione lo <em>streaming</em>, legale, da cui la gran parte degli artisti non riceve quasi nulla. Quindi, comprare il CD, o i brani in formati digitale, diventa una forma di finanziamento della band che non ha altre entrate soprattutto se, come nel nostro caso, non abbiamo davanti tournee mondiali da cui trarre profitti. E fare musica, dal punto di vista finanziario, diventa esclusivamente una spesa.</p>
<p>Oggi come oggi, che un&#8217;etichetta si offra di pagarti le registrazioni è quasi impossibile. Nella migliore delle ipotesi paga le spese di stampa e distribuzione (spesso inesistente). E allora ti chiedi se ne valga la pena, no?</p>
<p><strong>F.T.:</strong> In effetti l’ostacolo principale è quello economico (sia per incidere un album, sia per organizzare un concerto). La speranza è sempre quella di autofinanziarsi attraverso la vendita di CD e <em>merchandising</em>. A proposito… abbiamo da poco prodotto le nostre t-shirts, le spille e le borse in cotone, e le abbiamo messe in vendita durante i nostri due recenti concerti (dove hanno avuto un bel successo!) e sulla nostra pagina Bandcamp.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> La scena odierna a me pare sia cresciuta. In Italia esistono sempre più festival che crescono anche di importanza. il primo nome che viene in mente per il Prog è certamente il 2Days Prog + 1 Festival di Veruno, che ospita da anni gruppi di caratura internazionale organizzando un festival di altissima qualità in un clima di grande convivialità. Ma non è certo l&#8217;unico! Il Trasimeno Prog Fest è un&#8217;altra realtà storica e anch&#8217;esso gode di ottima salute. E poi esistono festival rock, nel senso più ampio del termine, che danno spazio anche al Prog e richiamano tanto pubblico patito di MUSICA, come l&#8217;Isola Rock (alle porte di Verona) cui quest&#8217;anno siamo stati onorati di partecipare nella giornata conclusiva, insieme ai mitici Goblin e Witchwood, il 14 maggio 2023. Quella serata, nonostante sia stata funestata dall&#8217;assenza di Serhan, per motivi di salute, è stata davvero incredibile. Un palco pazzesco, spazio bellissimo, organizzazione perfetta e anche suoni perfetti: devo ammettere tutto molto al di sopra delle più rosee aspettative. L&#8217;organizzazione è stata impeccabile.</p>
<p>I grandi assenti, per lo meno a Milano, dove viviamo, sono i locali o i pub: quei pochi rimasti ospitano band che suonano cover, se non addirittura tributi. Ma qui la colpa direi che è anche del pubblico che difficilmente esce di casa per andare ad ascoltare una band che non conosce, soprattutto se si parla di rock (nel jazz le cose sono un po&#8217; diverse). Esisteva un&#8217;isola felice che si chiamava La Casa di Alex, era il tempio del Prog, ci abbiamo visto concerti di grandissimi artisti nazionali e internazionali, ma la pandemia lo ha ucciso.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Di sicuro possiamo essere soddisfatti della qualità media delle band. Ce ne sono tante che, se fossero nate in paesi più attenti alla musica di qualità, si sarebbero ritagliate un grande spazio. Ma con i “se” e con i “ma” non si va da nessuna parte, lo so…</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Caravaggio e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Che domanda curiosa Donato! In effetti sì, anche se non si può parlare di quotidiano: ci metto mano decisamente meno spesso di quanto vorrei. Amo plasmare la creta e produco piccole sculture per esclusivo piacere personale. E poi, ancor più raramente disegno/dipingo. Sono, per esempio, fiero di farti sapere che il logo dei Caravaggio l&#8217;ho disegnato io! E amo la fotografia che pratico con una certa frequenza.</p>
<p>Restando nell&#8217;ambito musicale, invece, ci sono altri progetti nell&#8217;aria ma non sono in grado di dire se e quando si concretizzeranno.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Ad eccezione di una parentesi in cui mi sono dedicato alla poesia, ho sempre scelto la musica come forma d’espressione. Questo però mi ha portato a una serie variegata di attività: arrangiamenti di brani per altri artisti, piccole produzioni discografiche, composizione di musiche di sottofondo per produzioni video, o semplicemente suonare cover nei locali…</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Questa è una domanda molto difficile. E siccome le liste annoiano molto, proverò a riassumere, cosa che, quando si parla dei miei idoli, mi riesce spesso molto difficile. Oltre ai nomi citati prima, tra i &#8220;BIG&#8221; devo certamente citare i primi lavori di Steven Wilson e la produzione dei Porcupine Tree in blocco, i Rush, i King Crimson, i Queensrÿche&#8230; e poi tantissimi artisti lontani dal Prog come Nik Baertsch, gli Ikarus, Avishai Cohen (il contrabbassista), Leila Martial, David Binney&#8230;</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Siccome il mio <em>background</em> è vastissimo, provo a evidenziare alcuni movimenti che mi hanno appassionato… Direi quindi tutto l’hard rock/heavy metal anni ‘80 e primi ‘90, il crossover degli anni ‘90 (in particolare Rage Against The Machine, Living Colour e chiunque univa l’hard rock al funky e all’hip hop), il periodo d’oro della fusion (Chick Corea, Tribal Tech, Yellowjackets…), l’acid jazz (Incognito, Brand New Heavies, US3…) e naturalmente il Progressive Rock scandinavo (The Flower Kings, Opeth, Seven Impale, Beardfish…). Ho anche un debole per tanta musica pop inglese, o almeno quella più raffinata (Kate Bush, The Police, Sting, Tears for Fears, David Bowie…).</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Altra domanda intrigante e decisamente fuori dal comune, ti ringrazio. Di musica abbiamo parlato molto, quindi forse più interessante parlare di altre Arti, no?</p>
<p>Amo molto la scultura e tra gli artisti contemporanei apprezzo tantissimo le opere, spesso di enormi dimensioni, di Cristina Iglesias. E poi Alberto Burri, che ha rivoluzionato molti campi dell&#8217;arte, dalla scultura alla grafica, e le sculture di Fausto Melotti&#8230;</p>
<p>Se parliamo di scrittori, il primo grande amore è stato Kafka, e poi mi vengono in mente Amos Oz, Etgar Keret, Shalom Auslander, Isaac Bashevis Singer…</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Attraverso gli anni, ho amato tanti scrittori e generi letterari e in tutti ho trovato “nutrimento”. Partendo dall’800 per arrivare ai nostri giorni, provo a ricordare quelli che mi hanno più colpito: Fëdor Dostoevskij, Oscar Wilde, Franz Kafka, Dino Buzzati, George Orwell, Italo Calvino, Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende, Philip Roth… Tra i contemporanei vorrei consigliare Chuck Palahniuk, Douglas Coupland e il collettivo Wu Ming. Oltre ai romanzi, leggo anche molti saggi, soprattutto nei campi della sociologia, della politica, della storia. Credo sia essenziale per cercare di capire i tempi che viviamo, per allargare le vedute ad un panorama più ampio.</p>
<p>Attualmente mi sto riavvicinando al cinema, andando a ripescare i film di Ken Loach.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Per chi vive di Musica, scelta che di per sé è sempre più difficile per i motivi accennati prima, è stato un periodo durissimo e i sostegni offerti al mondo dello spettacolo sono stati davvero miseri. L&#8217;unica ragione per cui non si è trattato di &#8220;colpo mortale&#8221; è che fare musica è spesso una necessità. Fare Arte, per alcuni, è necessario, è il modo per esprimersi, per restare connessi al mondo. È una fortuna per l&#8217;umanità che questi speciali esseri umani esistano, perché senza questa loro &#8220;irresistibile pulsione&#8221; la vita dell&#8217;umanità sarebbe terribilmente vuota.</p>
<p>In prima persona non mi pare di averne risentito molto, ma per i giovani mi pare sia stato un tempo durissimo. Ho la sensazione che le ferite inferte in questo periodo necessiteranno cure a lungo termine.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> All’inizio del 2020, poche settimane prima dell’arrivo del Covid in Italia, abbiamo pianificato la pubblicazione del singolo intitolato “Joyful Graveyard” (in italiano: il cimitero gioioso), che quindi è uscito proprio durante il picco della pandemia. Ovviamente non potevamo immaginare cosa stava per succedere nel mondo, ma il titolo ha dato fastidio in alcuni casi. Qualcuno ha fatto un po’ di polemica su Facebook, e una radio inglese che stava per trasmetterlo ha poi pensato che potessero essere accusati di cattivo gusto. Un brano che arriva dall’Italia (epicentro della pandemia in Europa) ambientato in un cimitero! In realtà, il testo è una dolce dichiarazione d’amore fatta dal fantasma di un uomo vissuto diversi secoli fa nei confronti del fantasma di una donna della nostra epoca. Lui riconosce in lei l’anima gemella che ha sempre aspettato. L’ostacolo che li ha sempre divisi, il tempo, ora non esiste più. Per nostra fortuna, durante tutto il periodo della pandemia eravamo concentrati nella produzione dell’album, quindi non siamo certo tra le band che hanno dovuto cancellare una serie di concerti.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?</strong></p>
<p><strong>F.T.:</strong> Magari non veri e propri aneddoti, ma certamente un sacco di ricordi legati soprattutto al periodo Adramelch… Andare a suonare per la prima volta ad Atene e trovarti davanti ad un pubblico che conosce a memoria i testi dei tuoi brani… Andare a suonare in Germania e trovarti di fronte una fila di fans con i CD e i vinili da autografare… E poi, lunedì mattina, tutti in ufficio in Italia…</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro dei Caravaggio che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Al momento stiamo completando il rodaggio con i nuovi membri della band e insieme a loro preparando le versioni live dei nostri brani. Speriamo davvero di poter trovare qualche data per quest&#8217;autunno: come cantante, stare sul palco con cotanti signori professionisti è un onore, un privilegio nonché un pazzesco godimento!</p>
<p>E poi, naturalmente, ci dedicheremo al nuovo repertorio. Molti brani, nella loro struttura più grezza, sono già lì, pronti a essere trattati&#8230; Davvero, non vedo l&#8217;ora!</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi! </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Grazie a te Donato, bellissimo poter raccontare di noi in questo momento di grande crescita e trasformazione, bellissimo poter raccontare del rapporto con l&#8217;Arte, anche al di fuori della Musica, che resta naturalmente il nostro Grande Amore!</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Siamo noi che ringraziamo te per questo prezioso spazio. Invitiamo tutti i tuoi lettori ad approfondire la nostra proposta artistica attraverso i nostri social @caravaggiotheband, e soprattutto sulla nostra pagina Bandcamp: <a href="http://caravaggio1.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noopener">caravaggio1.bandcamp.com</a></p>
<p><em>(Agosto, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/04/07/intervista-ai-caravaggio/">Intervista ai Caravaggio</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista agli Episcopio Vistarama</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 12:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Gabriele Maran (G.M.), Andrea Paolessi (A.P.) ed Emanuele Pellegrini (E.P.): Episcopio Vistarama. Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono gli Episcopio Vistarama e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/03/10/intervista-agli-episcopio-vistarama/">Intervista agli Episcopio Vistarama</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15079 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Gabriele Maran (G.M.), Andrea Paolessi (A.P.) ed Emanuele Pellegrini (E.P.): Episcopio Vistarama.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono gli Episcopio Vistarama e cosa c’è prima degli Episcopio Vistarama nelle vite di Gabriele, Andrea ed Emanuele?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Dunque, gli Episcopi nascono, come magari spesso accade, da una casualità: io e Giovanni Ferretti siamo stati coinvolti per formare un gruppo <em>ad hoc</em> per un musical di paese (“Jesus Christ Superstar”) da amici comuni. C’è stata un&#8217;immediata sintonia tra di noi e Giovanni praticamente mi “costrinse” a formare un progetto musicale insieme! Avevamo questa passione comune per il Progressive Rock, nonostante io non avessi mai avuto occasione di suonare in un gruppo dedicato questo genere (io avevo avuto altri progetti, principalmente metal estremi, ma anche di natura completamente diversa come la banda di paese, corale, big band swing, gruppi acustici alternative rock e folk, heavy metal classico&#8230;) e quindi, nonostante alcuni miei dubbi iniziali su come trovare il tempo, accettai più che volentieri!</p>
<p>Giovanni era molto giovane, nemmeno maggiorenne, ma aveva già avuto un&#8217;esperienza con un gruppo Progressive molto in gamba e coraggioso (avevano due bassi e due batterie! Dovevamo ovviamente trovare almeno un batterista e un chitarrista per i nostri scopi e io conoscevo da tempo, erano miei amici stretti, Emanuele e Gabriele, ma nonostante la nostra forte amicizia non avevo mai suonato in un gruppo specifico con loro (solo con Emanuele nella banda di paese e nel gruppo swing, ad essere precisi!).</p>
<p>Provai a proporlo, anche se avevo grossi dubbi, soprattutto su Emanuele per il fatto che stesse già dedicandosi alla batteria a livello professionale, e dubitavo che, nonostante gli avesse fatto sicuramente piacere, avesse potuto accettare… E, invece, tempo due giorni si era già fatta la prima prova!</p>
<p>Emanuele e Gabriele avevano militato nei Samsara, gruppo Rock Prog alternativo, ed Emanuele aveva già una lunga schiera di partecipazioni in vari gruppi, dato il suo talento e la sua dedizione già indirizzata a livello professionale… Anche lui generi più disparati e mi risulta difficile ricordare tutte le sue partecipazioni (forse anche a lui, ahahah!).</p>
<p><strong>E.P.:</strong> Prima degli Episcopio c&#8217;è un&#8217;intensa attività musicale in vari gruppi Prog ma non solo; l&#8217;iter che ho approfondito va dalla classica al jazz.</p>
<p><strong>Episcopio Vistarama: il vostro nome è piuttosto particolare. Ma come nasce e cosa significa esattamente?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Domanda che gradisco, anche se mette a nudo il mio cervello bollito… Ahah! Praticamente tutto deriva da una vecchia pubblicità (anni ‘80?) che compariva nei giornali per ragazzi o simili del tempo (“Topolino”? “Settimana enigmistica”? “Gente” o simili? Boh…). Avete presente quelle in cui si pubblicizza roba tipo gli occhiali per vedere la gente nuda? Il binocolo per vedere attraverso i muri? Le creme per avere un petto villoso, desiderato dalle donne? Che tempi… Ecco, c’era anche la pubblicità di questo arnese, praticamente un proiettore di nastri con cartoni per bambini o diapositive, o roba simile. Quel nome, non so perché, mi colpì e già da allora dissi che un domani avrei voluto creare un gruppo che si chiamava in quella maniera (non ero capace di suonare nemmeno un diapason al tempo&#8230;). Ecco, questa cosa mi è sempre rimasta in testa e&#8230; quale miglior nome di quello per un gruppo che si rifaceva molto al Progressive Rock anni ‘70?</p>
<p><strong>E.P.:</strong> Tutto merito del bassista.</p>
<p><strong>I primi anni vi vedono molto attivi sul fronte cover e su YouTube è possibile trovarne delle testimonianze. Ma quando si passa dall’essere una cover band di Rock Progressivo al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> L’intenzione c’era sicuramente da subito… però, diciamo che all’inizio volevamo rodarci e cominciare a creare un’intesa musicale tra noi, oltre che suonare prima possibile (avevamo una smania…). Ad ogni modo, la stesura del primo pezzo (“Ubi maior minor cessat”) è cominciata quasi da subito, in parallelo, ma, ovviamente, prima di completarlo e portarlo in pubblico abbiamo atteso un po&#8217;. Dopo i pezzi sono nati come funghi e abbiamo presto ridotto di molto la presenza delle cover.</p>
<p><strong>E.P.:</strong> La scintilla è stata la nostra attitudine comune. Abbiamo sempre avuto tutti delle formazioni con pezzi originali.</p>
<p><strong>Il 2014 è l’anno del vostro unico album: “Episcopio Vistarama”. Mi narrate la sua genesi?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Tutto è andato avanti in maniera molto naturale: scrivevamo i pezzi, uno dietro l’altro e senza obiettivi prefissati, i pezzi prendevano forma via via in base all’ispirazione. Quasi sempre Giovanni si presentava con delle incisioni fatte da lui con alcune idee buttate giù, poi in sala prove direttamente si elaboravano collettivamente le idee e si estendevano e creavano nuovi giri e il pezzo prendeva forma. Un modo compositivo che forse ora viene reputato superato e impossibile (almeno da quello che ho potuto vedere), e forse anche poco professionale, ma sono tutt’ora convinto che, se il gruppo è ispirato, coeso e c’è intesa, sia il migliore.</p>
<p>C’era una intesa, in particolare, tra noi sorprendente… Per dire, le mie conoscenze musicali teoriche erano (sono) limitate e spesso mi spiegavo canticchiando o, addirittura, certe volte, per dire, pensavo ad un giro di accordi che avrei voluto mettere in un pezzo… ma senza dire note o altro, guardavo Giovanni negli occhi, gli facevo una espressione che mi ispirava il giro e magari gli inventavo una storiella al volo che lo descriveva (che poi magari diventava parte del testo) e&#8230; lui SUONAVA QUEL GIRO! Una delle sensazioni più belle che si possano provare! La auguro a tutti!</p>
<p><strong>Atmosfere piuttosto complesse che affondano le radici negli anni ’70 contraddistinguono il vostro album. Ma chi e/o cosa vi ha influenzato nella sua stesura sul doppio fronte suoni/parole? E cosa trattano le liriche?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Una domanda che non avrei voluto ricevere dato che faccio una figuraccia! Allora, per quanto riguarda le sonorità, ovviamente le nostre passioni musicali sono molto rappresentate dalle cover fatte durante l’inizio: Gentle Giant, Jethro Tull, ELP, King Crimson, Genesis, Camel, ecc. Diciamo principalmente un repertorio classico Prog Rock anni ’70 (ma, in effetti, si può sentire anche qualche passaggio più duro, proveniente dal metal che, a parte la mia forte passione per il genere, ovviamente piace a tutti noi).</p>
<p>I testi… Qui vengono le dolenti note! Ovviamente hanno rifilato la rogna a me… che tutto farei tranne scrivere testi! Non riesco a dare l’importanza che meritano ai testi&#8230; quindi diciamo che vado molto a caso, non curandomi tanto di scrivere qualcosa che colpisce o di particolarmente profondo (anche se magari casualmente ci ricado…). Non mi interessa&#8230; Però, ecco, le tematiche variano molto in conseguenza a questo e in conseguenza a ciò che al momento mi capita molto casualmente di pensare. Ci sono sia argomenti profondi, interiori, che per qualsiasi motivo la musica che stiamo componendo mi evoca (la musica per me comanda sempre! Il testo è una conseguenza ed è totalmente subordinato), sia temi <em>straleggerissimi</em> di storie di fantasia fuori cervello create e ispirate da vecchi videogiochi (una mia passione fortissima, anche legata alla loro musica), di marmotte spaziali e la loro ricerca per la conquista di gemme preziose che donano non si sa quale potere (vi assicuro che non mi sono mai drogato!), o di, diciamo, bizzarre situazioni vissute in prima persona e narrate in modo come dire umoristico&#8230;!</p>
<p><strong>Cinque brani dai titoli particolari, da “Svarovski Lunar Crystals” a &#8220;Gipron-B (Strawberry Big Forever)”, passando per “Longitudinale” e “Ubi Maior Minor Cessat”. Ma cosa significa, invece, “D.L.T.F.E.Y.D.”?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Avrai capito che spesso siamo dei cazzoni… ed ecco che quella sigla sta a significare “Don’t let the flies eat your dick” (si sente anche in esteso all’interno del pezzo)… Questa simpatica esclamazione che eviterò di tradurre in italiano (direi si capisce abbastanza!) deriva da un saggio di paese che assisteva alle prove del musical che facevamo con Giovanni… e diciamo che, quando vide che le prove procedevano molto a rilento per discussioni di natura frivola e inessenziali, scappò fuori con questa frase per sollecitare e, come per dire, <em>“Non pensate alle cavolate e datevi una mossa!”</em>! Si capisce bene la genialità dell’esclamazione, rappresentando il fatto che una persona inattiva che si perde in cavolate non utili, sta talmente ferma che finisce per farsi mangiare un certo organo dalle mosche…!</p>
<p><strong>…</strong><strong>e c’è anche una </strong><strong><em>ghost track</em></strong><strong>: “The Slump”</strong><strong>…</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> È bello sapere che il disco ti ha interessato in modo da non chiudere l’ascolto subito a fine tracce ma a spingerti fino al fondo seminascosto&#8230; Era l’ultimo pezzo composto ma la sua composizione non è mai stata completata collettivamente da tutto il gruppo, quindi avevamo deciso di non metterlo nel disco ma solo di inciderlo al volo (buona la prima) in studio, giusto per ricordo. In realtà, dopo il pezzo funzionava tutto sommato abbastanza, anche se si sentivano le magagne del “buona la prima” e della composizione lasciata come era&#8230; Quindi ho completato un po&#8217; il tutto programmando io le tastiere (di fatto non ci sono tastiere suonate ma solo tracce midi) e, dispiacendomi il fatto di non includerlo per niente nel disco (le idee buone c’erano), suggerii agli altri di inserirlo come traccia fantasma non dichiarata. Emanuele ancora mi maledirà per questo!</p>
<p><strong>Come mai questa “indecisione” sulla lingua da utilizzare, tra italiano e inglese?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> In realtà non c’era indecisione: io ero ultra-convinto di usare l’inglese. Mi suona sempre molto meglio quando ascolto pezzi di altri gruppi. Però, per un mero esperimento di emulazione dei nostri gruppi beniamini di Prog Rock Italiano degli anni ‘70, mi sono voluto buttare nel tentativo di “Longitudinale”. Devo dire che, col senno di poi, forse era meglio se non ci si fosse limitati ad un unico pezzo… Un distributore americano che ci comprò trentacinque copie in una botta, oltre che usare l’argomento economicamente convincente del dirmi che, se era tutto in italiano, ce ne avrebbe subito comprate cento, mi aprì gli occhi sul fatto che, in effetti, per quanto una pronuncia dell’inglese sia buona, si sente sempre che è un inglese pronunciato da uno straniero… e questo altera un po&#8217; la percezione dei pezzi in fase di ascolto&#8230; Non ci avevo mai pensato ma ormai era troppo tardi&#8230;</p>
<p><strong>Vi va di spendere qualche parola anche sulla stravagante copertina?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Eheh! Semplicemente raccoglie un po&#8217; tutte le varie stravaganti tematiche trattate nei testi! Anche se principalmente rappresenta l’ispirazione data per la stesura di “Svarovski Lunar Crystals”, ampiamente derivante da un vecchio gioco per Commodore 64 (e vari sistemi 8 bit) in due capitoli: “Nodes of Yesod” e “Arc of Yesod”. Chi li conosce, saprà che gli <em>sprite</em>/grafica stessi utilizzati sono presi dichiaratamente dal gioco. Una citazione più esplicita si vede chiaramente sul videoclip del pezzo.</p>
<p><strong>Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Potrei dire calorosamente, perlomeno per la diffusione che ha avuto, anche se, in realtà, questa è stata limitata da vari fattori: il disco è stato completato in fase di scioglimento di fatto del gruppo purtroppo, quindi, ovviamente non c’era più ormai questo interesse e questa spinta a diffonderlo più di tanto, era solo rimasto il piacere di diffondere un prodotto di cui eravamo fieri per soddisfazione. Quindi la diffusione è stata fatta in pratica in maniera casalinga, senza etichette o grosse pubblicizzazioni, passandolo sui social, internet o poco più. Però devo dire che la risposta, nonostante questa limitatissima pubblicizzazione, è stata sorprendente e molto prolungata negli anni! Per nessun gruppo in cui ho militato è mai successo…</p>
<p>Al tempo molte persone ci contattarono per chiedere il disco, anche il succitato distributore americano, e in maniera quasi inattesa, ogni tanto uscivano fuori interviste o recensioni, persone che anche da paesi esteri più o meno lontani chiedevano il disco e si complimentavano, addirittura clienti fissi che compravano il disco anche per amici! Perfino pubblicazioni su YouTube mai notificate a noi di chi aveva avuto particolare interesse per il gruppo! Credo che, nonostante la poca pubblicità al tempo e l’abbandono del progetto, se ogni tanto qualcuno ti chiede il disco o manifesta interesse dopo così tanti anni, evidentemente qualcosa che colpisce qualcuno nella nostra musica c’è!</p>
<p><strong>E poi sugli Episcopio Vistarama cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Purtroppo, come anticipato, il gruppo si stava sciogliendo già in fase di incisione: vari impegni familiari, personali o di lavoro impedivano un po&#8217; a tutti di continuare e io, diciamo, non ho mai pensato di continuare con una altra formazione il progetto, non avrebbe avuto senso, non solo a livello dei rapporti tra noi ma, soprattutto, a livello musicale. In qualche modo, lì ho forse maturato l’idea di continuare o, meglio, creare un seguito al progetto con il mio gruppo solista… anche se, ovviamente, lì mi sono preso tutte le mie libertà.</p>
<p>Sul futuro&#8230; non nascondo di aver pensato/proposto qualche reunion (però magari per un singolo concerto e per piacere personale o poco più) e non è che sia del tutto infattibile ora come ora! Certo gli impegni ci sono&#8230; ma vedremo!</p>
<p><strong>E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Gabriele e Andrea?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Dopo una breve militanza in una cover band acustica dei Queen (con Andrea al basso), complice anche la nascita di un figlio, mi sono specializzato in musica per bambini ed attualmente vanto un repertorio che spazia dai grandi classici (“Nella vecchia fattoria”, “Giro giro tondo”) a composizioni meno <em>mainstream</em> (“Torero Camomillo”, “La mucca Lola”), con una forte predilezione per il coro dell’Antoniano.</p>
<p>Scherzi a parte, purtroppo impegni lavorativi e familiari hanno limitato fortemente il tempo a disposizione da dedicare alla musica suonata e, eccezion fatta per le ardite sperimentazioni sonore di cui sopra, ho <em>progressivamente</em> abbandonato la chitarra, ma la passione è comunque forte, quindi in futuro chissà…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Io ho continuato i miei progetti paralleli, altri sono nati&#8230; Qualche anno dopo ho cominciato a buttare giù roba per il mio progetto solista (Ðiatharchy), che ho lasciato fermo fino a poco tempo fa, ma di recente ho inciso in maniera più seria e tra poco spero ne sentirete parlare! Poi ho continuato con i Dithyrambs (psichedelia e metal), Sevitia (Death/groove/thrash metal) e sono stato ingaggiato nei Wandering Vagrant (Prog Metal). Poi altre cose si muovono di continuo&#8230;</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Purtroppo, come avrai anche capito dalle nostre influenze musicali, siamo molto in linea col famoso motto <em>“Si stava meglio quando si stava peggio”</em>. Questo per dire che il grande vantaggio che porta avere a disposizione praticamente tutto lo scibile in campo musicale, se da una parte ti consente di approfondire le tue conoscenze e a stupirti della meravigliosa varietà e complessità di un panorama che, fino a qualche tempo fa, neanche ti immaginavi, dall’altra ti porta ad un ascolto molto più “mordi e fuggi” e meno approfondito. Quanti dischi mi è capitato di comprare su consiglio di amici o in base a recensioni stratosferiche che a un primo ascolto non mi hanno entusiasmato &#8211; se non fortemente deluso &#8211; ma che poi ho riapprezzato qualche tempo dopo e, in alcuni casi, perfino adorato (tanto per fare un nome a caso: “Nursery Cryme” dei Genesis): ecco, questa cosa qua, con la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso, la vedo molto meno realizzabile, e chissà quanti giovani d’oggi si stanno perdendo l’ascolto di un loro potenziale “Nursery Cryme”.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Ho sempre desiderato, al tempo, di avere una fonte dove recuperare TUTTA la musica che avrei desiderato ascoltare. Ora è possibile ed è TROPPA! Ci si perde nel mare di tutto l’eccesso di disponibilità che c’è e si rischia di non trovare quello che davvero ci interessa. Prima c’era il problema opposto, poche cose ti arrivavano all’ascolto e sicuramente emergeva quello che veniva prefiltrato da recensioni e successo… Rischiavi di perderti quello che stava sotto e, quando trovavi un gruppo sconosciuto che ti piaceva, ti gasavi ma pensavi <em>“Chissà quanti gruppi mi sto perdendo perché non trovo una fonte dove ascoltarli”</em>. Ecco, ora la fonte c’è ma ti ci perdi anche di più! È difficile trovare una soluzione a questo…</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Come dicevo sopra, credo essenzialmente l’eccesso di disponibilità. Oggi chiunque può autopubblicarsi ma rimane lì, perso nella marea di proposte disponibili. Chi viene fuori è chi, in qualche modo, viene pompato e pubblicizzato dalle etichette più famose e in rilievo&#8230; ma per arrivare lì spesso il criterio (alla fine, purtroppo, comprensibile) è: cosa ne guadagno io? Quanta gente mi smuovi e quanti soldi mi fai fare? Quindi spesso il rischio è che viene fuori chi “funziona” al primo ascolto ed ai primi cinque minuti, anche se magari ha una proposta musicale più piatta e meno ispirata. Ormai è pieno di gruppi perfetti dal punto di vista tecnico, di suono e di attitudine, che colpiscono subito. Però poi ascolti tutto il disco e ti rompi i coglioni (scusate, ma è esattamente così). Un gruppo magari più imperfetto ma che suona con più passione, energia e ha forse più idee e ispirazione nella stesura dei pezzi, sembra che non riesca ad arrivare più ad interessare a sufficienza, o viene bloccato in partenza da questa situazione.</p>
<p><strong>G.M.:</strong> Andrea ha perfettamente delineato il quadro attuale. Aggiungo che, soprattutto per le piccole realtà come la nostra, la migliore promozione rimane sempre la musica dal vivo: suonare il più possibile e in più luoghi possibili. Questo, purtroppo, ormai per noi non può più accadere, ma colpisce molto anche me l’interesse che il nostro disco ha suscitato nonostante la quasi totale assenza di promozione da parte nostra.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Come tutti, sappiamo che l’epoca d’oro del Prog Italiano è finita da un pezzo. Noto però, a livello internazionale (e, di riflesso, anche in Italia), un interesse crescente al rispolverare vecchie sonorità, soprattutto legate alla scena <em>Canterburyana</em> e ai <em>Sixties</em>, che vanno a braccetto con il Progressive. Un perfetto esempio di tutto ciò sono, per dirne una, i The Winstons, un supergruppo con membri di Calibro 35 e Afterhours, che sembrano appena usciti da una macchina del tempo (anche nel look). Ascoltare per credere. Un’altra band che mi sento sicuramente di consigliare è quella dei quasi conterranei Sycamore Age (nei quali, per un breve periodo, ha militato anche Giovanni), orientati più sul versante psichedelico, soprattutto nei primi lavori, e gli Ujig, questi ultimi autori di un jazz-rock strumentale accostabile in parte ai Soft Machine.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Purtroppo, proprio per i motivi sopra esposti di iper-disponibilità (ma anche miei personali di tempo), ho perso molto i contatti con le nuove uscite musicali in genere. Non ho praticamente nessun gruppo da citare che mi abbia colpito ultimamente, anche se, appunto, magari è colpa mia che non indago abbastanza! Devo dire che, però, sono molto contento delle varie reunion di nomi storici che ogni tanto si vedono e che devo dire non sono quasi mai deludenti!</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Episcopio Vistarama e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Purtroppo l’unica attività creativa che svolgo al momento è quella culinaria! Progetti ne avrei tanti, chissà, forse un domani…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Al di fuori di altri progetti musicali purtroppo no&#8230; Forse mi piacerebbe ma chi ce la fa, di tempo? Forse l’unica che esula da qualcosa di esclusivamente musicale è il mio appuntamento annuale teatrale con la compagnia popolare del Bruscello, nel quale, oltre a cantare, recito.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di </strong><strong><em>background </em></strong><strong>individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Mi definisco un onnivoro musicale, l’elenco anche nel mio caso sarebbe infinito, ascolto praticamente di tutto, da Pat Metheny ai Sepultura. Visto che parlavamo prima di Progressive contemporaneo, direi che al momento apprezzo particolarmente la scena scandinava: oltre ai “mostri sacri” Opeth e Motorpsycho ci sono altre band meno conosciute come El Doom &amp; The Born Electric, Dungen e Kairon; IRSE! che reputo veramente molto valide. Se poi dovessi limitarmi ad un podio personale direi 1° Queen, 2° Pink Floyd, 3° Radiohead… Non molto originale, vero?!</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Jethro Tull e Opeth in cima a pari merito. Poi non finirei più… Queen, ELP, Desaster, Leprous, Solefald, Cruachan, Mithotyn, musica di giochi per C=64, Genesis, Vintersorg, Old man’s child, Vektor, Rovescio della medaglia, Voivod…</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Fantozzi lo possiamo dire? Eheh!</p>
<p>Comunque, sono cresciuto a pane e Stephen King: ricordo che, quando i miei amichetti leggevano “Topolino”, o, i più intellettuali, addirittura si cimentavano col temibile libro “Cuore”, io mi portavo in spiaggia mattoncini tipo “Cujo” o “Misery”. “It” l’ho letto successivamente, a causa principalmente del fatto che mi veniva un’ernia solo per portarmelo dietro. Quindi, ecco, se devo scegliere uno scrittore che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita direi lui. Ultimamente non lo seguo più, anche perché, visto il ritmo con cui sforna nuovi <em>mallopponi</em>, sarebbe chiedere troppo al mio tempo a disposizione sempre più risicato. Comunque qualche raccontino o ripasso dei vari film tratti dalla sua copiosa produzione me lo faccio sempre volentieri.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Non leggo quasi niente&#8230; Non mi ammazzate! Ma di sicuro, come artista che mi ha colpito in maniera devastante, direi David Lynch!</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Personalmente devo dire che, per fortuna, il Covid non ha inciso significativamente né sulla sfera lavorativa né sulla sfera privata: mi rendo conto di essere un privilegiato, ma ne ho approfittato per dedicare più tempo alla famiglia e concentrarmi su un importante obiettivo lavorativo. Ovviamente mi è mancata molto la socialità ma, fortunatamente, grazie alla tecnologia odierna, ho continuato a sentirmi spesso con gli amici più cari, nonché organizzare degli splendidi “Aperitivi online”!</p>
<p>Ovviamente la pandemia ha colpito duramente tutti i settori, in particolar modo quello dello spettacolo e della musica dal vivo. Alcuni artisti, secondo me, hanno reagito in maniera costruttiva, sfruttando la pausa forzata imposta dal Covid per concentrarsi sulla composizione di nuovo materiale: infatti, trovo che molti dischi usciti in questa fase post pandemica siano di grande qualità.</p>
<p>Quello che è stato colpito a morte, invece, secondo me è la musica dal vivo: non intendo tanto i musicisti in senso stretto, quanto piuttosto coloro che lavorano “dietro le quinte”: basti pensare alla chiusura di molti Live Club e locali storici italiani e non. E proprio quando il Covid ha allentato la morsa, e si tornati cautamente alla normalità (e, soprattutto, alla socialità), ecco che lo spropositato aumento dei costi dell’energia e delle materie prime a livello globale ha assestato un’ulteriore batosta alla già complicata situazione. Speriamo bene…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Speravo che fosse stata una parentesi in cui, con le difficoltà e limitazioni che conosciamo, un artista avrebbe comunque avuto modo di trascorrere il periodo esprimendosi in altro modo o curando altri aspetti, come la composizione intensiva di pezzi o simili. Io, ad esempio, ho portato avanti e inciso, anche se in maniera anomala e isolata, il mio progetto solista, sfruttando la pausa forzata. Oppure, con i Wandering Vagrant, abbiamo partecipato ad un evento online, suonando una nostra <em>suite</em> singolarmente a casa e mettendo insieme le varie esecuzioni per un concerto in <em>streaming</em>.</p>
<p>Di fatto, ora sto vedendo una cosa che non mi aspettavo, ovvero la grossa difficoltà per problemi più tangibili di costi e di organizzazione dei concerti dal vivo. Non si contano le date annullate, rimandate, modificate o i costi che stanno aumentando sempre di più. Speriamo sia una tendenza reversibile, altrimenti vedo male un futuro per le date dal vivo.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Il periodo che abbiamo trascorso insieme, che è andato ben oltre l’attività musicale, era un aneddoto continuo… Mi piace (a posteriori!), però, ricordare quando si andò a suonare a 10 minuti da casa mia, si montò tutto e, mentre si cenava, il gestore ci disse <em>“Mi sa che stasera non suonate&#8230; non mi viene nemmeno il pesonale!”</em>. Guardammo fuori dalla finestra e vedemmo una quantità di neve allucinante. Si tornò a casa solo con la mia macchina (eravamo con tre macchine ed un furgone per portare tutto), senza catene e ad una media di 5-10 kmh… Credo ci si mise due ore. Giovanni stava più lontano e dormì a casa mia. Per sdrammatizzare Emanuele ogni minuto attivava un bicchiere/pelouche di birra che avevo in macchina che cantava in tedesco e ruttava alla fine. Diciamo che surreale/tragicomico era dire poco!</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro degli Episcopio Vistarama che vi è possibile anticipare?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Come dicevo prima, per ora nulla e sicuramente niente di certo. Speriamo/chissà!</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Grazie tanto a te per l’intervista e per l’interesse dimostrato, ed un grande saluto a tutti i lettori.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Grazie a te, anche per la tua pazienza e disponibilità! E grazie a chi ci leggerà!</p>
<p><em>(Luglio, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/03/10/intervista-agli-episcopio-vistarama/">Intervista agli Episcopio Vistarama</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ai David&#8217;s Lodgers</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 12:29:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro Benvenuto a Lorenzo Bernardini (L.B.), Luca Dallatorre (L.D.) e Riccardo Molinari (R.M.): David&#8217;s Lodgers. Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “scontata”: come nascono i David&#8217;s Lodgers e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/02/16/intervista-ai-davids-lodgers/">Intervista ai David&#8217;s Lodgers</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15075 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro Benvenuto a Lorenzo Bernardini (L.B.), Luca Dallatorre (L.D.) e Riccardo Molinari (R.M.): David&#8217;s Lodgers.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “scontata”: come nascono i David&#8217;s Lodgers e cosa c’è prima dei David&#8217;s Lodgers nelle vite di Lorenzo, Luca e Riccardo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>I David’s Lodgers nascono come tante altre band negli anni della scuola, per l’esattezza noi tre ci siamo conosciuti verso i 12 anni. Il nostro incontro è nato da amicizie comuni, in quanto non frequentavamo gli stessi istituiti o le stesse classi. È scaturito tutto dall’incontro di Luca e Riccardo all’epoca delle medie. Luca, in quel periodo, suonava con un ragazzo che sarebbe diventato, anni dopo, il bassista dei David’s Lodgers.</p>
<p>Lorenzo era un conoscente di Luca, frequentavano lo stesso istituto ma erano in classi diverse e, per un giro infinito, si sono trovati ad esibirsi assieme durante un concerto della loro scuola media. Da questi incontri casuali, dovuti ad amicizie comuni e gusti musicali affini, è nato il nucleo centrale dei DL.</p>
<p>Le idee poco chiare, la voglia di sperimentare e la grande passione per la musica ci ha permesso di suonare diverse cover spaziando in tanti generi diversi, passavamo dal punk al grunge, dall’hard rock a tutto quello che ci trasmetteva emozioni.</p>
<p><strong>David&#8217;s Lodgers: come nasce il nome della band? Mi parlate di David?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ahahah! Stranamente nessuno ce lo aveva mai chiesto! È una di quelle domande che immagino si sentano rivolgere spesso i musicisti seri! Ripensandoci ci scappa un po’ da ridere perché eravamo da tempo alla ricerca di un nome.</p>
<p>Per un paio di anni ci siamo chiamati Cavi Protozoici, ma un pomeriggio stavamo caricando gli strumenti nelle auto di uno dei nostri genitori, la sera avremmo dovuto esibirci ad un concorso nella provincia piacentina. Mentre discutevamo del nome da usare quella sera, dato che Cavi Protozoici era davvero troppo imbarazzante, Lorenzo se ne uscì con il nome di David’s Lodgers in onore del padre di Luca che ci ospitava nel suo piccolo studio di registrazione casalingo e che è stata la nostra tana per alcuni anni.</p>
<p>In quella sala è dove siamo cresciuti musicalmente e dove abbiamo mosso i primi passi nel mondo della musica ed è anche dove abbiamo registrato e composto il disco. Luca amava chiamarla la nostra piccola “Abbey Road”. Lì abbiamo passato davvero una quantità infinita di ore negli anni!</p>
<p><strong><em>I David&#8217;s Lodgers hanno iniziato da tempo il loro viaggio e, molto affamati, hanno divorato, durante il loro percorso, le cover dei Nirvana e dei Deep Purple, dei Genesis e dei Pink Floyd</em></strong><strong>. Quando si passa, dunque, dall’essere una cover band al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Onestamente non ricordiamo di preciso. Con Luca e Riccardo era già dai tempi delle medie che tentavamo di comporre qualcosa ma erano pezzi semplici e immediati e spesso brani del tutto nonsense e goliardici.</p>
<p>La svolta verso la musica “matura” crediamo sia avvenuta con l’arrivo di Lorenzo qualche mese dopo.</p>
<p>Ciascuno di noi aveva la propria educazione musicale derivata dalle nostre famiglie, avendo avuto tutti e tre la fortuna di crescere in ambienti dove si ascoltava musica e con genitori musicisti. Lorenzo era molto incentrato sui cantautori all’epoca, Riccardo più sul blues, grazie a suo padre, e Luca è cresciuto a pane e Genesis.</p>
<p>La svolta Progressive, è stata abbastanza naturale in quanto era un genere che affascinava tutti e tre. Passavamo ore a parlare di band e scambiarci dischi influenzandoci a vicenda.</p>
<p>Tornando alle composizioni, un giorno Riccardo è arrivato in sala con quella che sarebbe diventata “Dice”, il brano di apertura del disco. Era una bozza, ma subito siamo rimasti impressionati e abbiamo iniziato a registrare dei demo con un 4 piste che ci aveva messo a disposizione il padre di Luca. Assieme a questo pezzo è iniziata la frenesia compositiva, principalmente per opera di Riccardo, che è sempre stato il più prolifico, bisogna ammetterlo!</p>
<p><strong>Il 2008 è l’anno del vostro unico album: “David&#8217;s Lodgers”. Mi narrate la sua genesi?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Non ricordiamo ci sia mai stata l’idea di fare un disco. Ci piaceva registrare, forse abbiamo iniziato a parlare di autoprodurre un disco solo nel 2008 quando già avevamo quasi tutti i brani pronti, spinti anche dal fatto che vedevamo tante band locali di nostri amici pubblicare le loro opere, anche se, a onor della cronaca, noi eravamo i soli a fare quel genere, bene o male.</p>
<p>I brani sono nati tutti per caso mentre si provava e contemporaneamente registrava per poi essere ri-registrati svariate volte dato che ogni tanto spuntava fuori una nuova idea o una nuova diavoleria tecnologica che ci veniva prestata dal padre di Luca.</p>
<p>Ci siamo trasformati in topi da “studio”, a differenza di tante band che, invece, provavano i pezzi tutti assieme rafforzando il sound. Noi abbiamo fatto tutto al contrario, non amavamo suonare dal vivo all’epoca e onestamente la nostra proposta musicale non era nemmeno tanto considerata. Così ci sentivamo a nostro agio nel nostro piccolo studio, dove potevamo passare ore indisturbati dato che avevamo la fortuna di averne uno gratis per giunta.</p>
<p>Molto bello ma anche molto frustrante, non sembrava mai di raggiungere il risultato sperato, soprattutto per Luca che si occupava di registrare il tutto (e che ha sempre avuto un po&#8217; le manie di perfezione e controllo, era un gran rompi scatole a volte!).</p>
<p>Sostanzialmente è così che è nato il disco, dal 2006 alla pubblicazione. Un continuo lavoro di composizione, registrazione e rifacimenti per apportare migliorie. Ognuno portava un brano o parte di esso e ci lavoravamo in studio assieme per ore&#8230; e ore e ore!</p>
<p><strong>Quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Per quanto riguarda la parte prettamente musicale crediamo che i mostri sacri del genere siano stati sicuramente le nostre principali fonti di ispirazione. Il Progressive inglese soprattutto è quello che abbiamo sempre ascoltato fin da giovani, sia le band più affermate che quelle meno conosciute. Quelli che conoscono il disco possono però cogliere che è un miscuglio di influenze non solo Progressive. C’è tanto anche di altri generi musicali.</p>
<p>Suonavamo principalmente brani dei Pink Floyd, qualcosa dei Genesis e altri brani rock di vecchia data, questi sono sicuramente tra gli artisti che ci hanno influenzato, ovviamente non c’era una gran richiesta per una cover band di sedicenni che suonava la musica dei cinquantenni! Avevamo quindi sviluppato un certo gusto e alcune mezze idee durante gli anni precedenti alla pubblicazione del disco, frutto della megalomania dell’epoca presumiamo. L’idea centrale era di creare un <em>concept album</em>, un grande classico del Progressive Rock. Come ricordato prima, nessuno aveva in mente di pubblicare un disco fintanto che non abbiamo avuto tre o quattro brani fatti e finiti e, a quel punto, ci è sembrato naturale farlo.</p>
<p>Un altro stimolo è derivato ovviamente dal padre di Luca che ci ha fornito l’attrezzatura per registrare, tanti consigli e anche tempo oltre che aiutarci in fase di mix e master. Avere a disposizione uno spazio è stato fondamentale.</p>
<p><strong>E sul fronte delle liriche, vi va di approfondire le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>I testi sono stati scritti principalmente da Riccardo e da Luca. A parte “What I feel”, cantata e scritta da Lorenzo che, a nostro avviso, è una piccola perla. Avevamo questa idea di scrivere su argomenti che riguardassero diversi momenti dell’esistenza delle persone e dei vari stati d’animo che si vivono in quegli attimi. Alcuni esempi sono la frenesia della vita moderna che tutti noi facciamo, la rassegnazione e la tristezza in punto di morte, il sentirsi impotenti di fronte a certi eventi, l’amore ovviamente. Ma il fulcro centrale doveva essere uno e cioè il fato, la casualità che in tante culture riveste una parte essenziale.</p>
<p>Il fato, o destino, a nostro avviso dominava le vite, da qui l’idea del testo di “Dice”, appunto, e della copertina del disco. Forse abbiamo peccato un po&#8217; di presunzione all’epoca, non eravamo nemmeno maggiorenni e già si pensava di aver capito tanto!</p>
<p>L’inglese è stata quasi una scelta obbligata, innanzitutto nessuno voleva cantare e alla fine è toccato farlo a Luca, complice il fatto che fosse probabilmente quello un po&#8217; più intonato e forse, sotto sotto, anche quello un po&#8217; più megalomane. Nota a chi lo conosce la sua eterna fissa per Phil Collins, si credeva un po&#8217; il cantante batterista. Dal vivo, però, le canzoni è toccato cantarle a Riccardo, dato che era impensabile per Luca farlo mentre era impegnato con le bacchette e anche perché, spesso, ci siamo scontrati con molti fonici che storcevano il naso alla sola richiesta di mettere un microfono al batterista per fare anche solo dei cori. Poi, ammettiamolo, non avere qualcuno davanti che ci mette la faccia e comunica col pubblico è un grosso limite per una band&#8230; Purtroppo alla gente piace avere qualcuno da guardare in prima fila invece che ascoltare e basta.</p>
<p>Tornando al discorso principale, è stato scelto l’inglese perché è una lingua più musicale, più semplice dell’italiano da cantare. I tentativi di scrivere qualcosa di apprezzabile nel nostro idioma si sono rivelati vani. Ogni volta che rileggevamo i testi scritti in italiano e pensavamo a cosa gli autori famosi riuscissero a comporre nella nostra lingua madre ci sentivamo in difetto. Ergo abbiamo optato per l’inglese avendo anche la fortuna di masticarlo tutti abbastanza bene.</p>
<p><strong>Vi va di spendere qualche parola anche sulla surreale copertina dell’album?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>L’idea o, meglio, le prime idee sono nate una sera nel pub che solitamente frequentavamo (o meglio, quella sera abbiamo pensato agli elementi che avremmo voluto per la copertina del disco). Non volevamo le nostre facce, non ci è mai piaciuta l’idea di esporci. Volevamo uno o più disegni che rappresentassero nella quasi totalità i testi le musiche presenti nel disco, niente foto ammiccanti o grafiche futuristiche. Riccardo portò l’idea di un dado che rappresentasse il fato, Luca, all’epoca, ero fissato con Dalì (pur non capendo nulla di arte) e cercava di portare esempi di opere dell’autore a cui ispirarsi e Lorenzo aveva dato altri spunti sul significato che la copertina dovesse assumere. Così abbiamo coinvolto Carlotta Ghiretti, un’amica di infanzia che studiava arte, molto brava a disegnare. Le abbiamo parlato delle nostre idee di cosa per noi dovesse esserci sulla copertina per poi darle carta bianca. Ci ha messo tanto del suo, è stata una delle prime persone a leggere i testi e a sentire le registrazioni al fine di capire e immedesimarsi nelle atmosfere del disco per poi restituire graficamente le sensazioni che la nostra musica le dava. Così Carlotta ha realizzato gli stupendi disegni del disco, una collaborazione tra amici e appassionati di diverse forme d’arte. Siamo molto fieri della copertina e del suo lavoro, è riuscita a capire le canzoni e a darle una sua interpretazione. Era la prova che il nostro messaggio poteva arrivare ed essere compreso.</p>
<p>All’interno del libretto, invece, Luca ha insistito per inserire un tocco misterioso, così è nata l’idea della nostra foto totalmente oscurata all’interno, una specie di richiamo a “And then there were three” dei Genesis, scattata in mezzo ad un campo di grano, anche se ovviamente non si capisce!</p>
<p><strong>Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Onestamente, non avendo etichette o agenzie di <em>booking</em>, la promozione è stata pressoché nulla. Si andava in cerca di date nella nostra provincia, suonavamo ovunque potessimo e soprattutto dove ci volevano. Ovviamente mai pagati e solamente per la gioia di farlo e poter far sentire la nostra musica.</p>
<p>Le vendite furono scarse, perché non c’era una vera distribuzione del disco. La distribuzione e la vendita era tutto a carico nostro, infatti era solito venderlo di persona ai concerti come veniva fatto da tante altre band, o, in alternativa, tramite chi ci scriveva una mail o chi ci contattava su MySpace, all’epoca molto in voga.</p>
<p>Non ci aspettavamo nulla, sia chiaro, eravamo già contenti di avere un supporto fisico con le nostre idee, è stata una grande soddisfazione soprattutto perché avevamo fatto tutto da soli senza l’aiuto di etichette, produttori o figure simili. Dal comporre al registrare ogni singola nota, all’<em>editing</em> al mix e master tutto è stato fatto da noi e da David, ovviamente, e ancora oggi ne andiamo molto fieri, pur riconoscendo i limiti del nostro lavoro, sia chiaro!</p>
<p>La vera nota positiva venne dai giornalisti del settore che lavoravano per blog e riviste! Ci siamo presi la briga di spedire a nostre spese delle copie gratuite ad alcuni di essi con all’interno una lettera in cui spiegavamo chi diavolo fossimo e pregandoli di ascoltare il nostro disco e in caso di darci un parere! Le critiche furono buone in molti casi, alcune ottime addirittura, ma non sono mancate le stroncature, sia chiaro, qualcuno ci definì prolissi! Per noi era un complimento in realtà! Ricevemmo buone recensioni dagli esperti del settore e finimmo per avere un’ottima recensione di un paio di pagine su una rivista come Rockerilla, e su un blog molto importante come ProgArchives! Fu davvero speciale e unico e grazie a quelle recensioni vendemmo alcune copie che spedimmo personalmente in USA, nel Regno Unito e persino Australia e Giappone. Niente boom di vendite sia chiaro, ma per dei ragazzi di appena 18 anni è stata una soddisfazione immensa.</p>
<p><strong>Mi parlate un po&#8217; del brano “Pigmalione” che fa parte della compilation “Male d’Amore” (2010)?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>“Pigmalione” è nato nel secondo periodo della band, quando siamo diventati più una band live che da studio. E si sente…</p>
<p>Erano entrati da poco due altri membri, Giovanni Ziliani al sax e Enrico Crippa al basso. Entrambi erano nostri amici dai tempi delle medie, ma suonavano in band differenti. Nessuno di noi voleva più cantare dal vivo, era diventata una sofferenza. Eravamo parecchio timidi nonostante tutto e sostanzialmente nessuno di noi si sentiva in grado di farlo. Abbiamo provato a cercare un cantante, per un breve periodo abbiamo provato con un ragazzo che oggi è abbastanza conosciuto nel panorama Prog Italiano ma non ha funzionato. Non faceva per noi avere un <em>frontman</em>. Così, con l’ingresso di Enrico al basso e di Giovanni al sax abbiamo deciso di concentrarci e diventare una band solo strumentale e di ampliare anche i nostri orizzonti musicali e aggiornare un po&#8217; le nostre influenze verso sound più moderni. I nuovi ingressi hanno portato enormi benefici e nuovi stimoli, la differenza con l’avere un bassista di ruolo e capace e un altro musicista che spaziava tra sax e flauti nella band ha dato una svolta decisiva al nostro sound. Abbiamo composto tanto e, per la prima volta, l’abbiamo fatto in sala tutti assieme suonando come una band, arrivando ad avere materiale esclusivamente strumentale sufficiente per un nuovo disco che purtroppo non siamo mai riusciti a pubblicare.</p>
<p>Detto questo, “Pigmalione” è nata dall’idea di Lorenzo che strimpellava da un po&#8217; l’arpeggio iniziale e aveva letto da poco qualcosa riguardo il mito di Pigmalione. Ci ha raccontato un po&#8217; di cosa parlasse e abbiamo cercato di sviluppare tutti assieme una musica che potesse narrare questo mito a modo nostro. L’idea che avevamo della nostra musica era di provare a narrare qualcosa. Cercavamo un argomento che ci piacesse e che stimolasse tutti, lo approfondivamo e provavamo a metterlo in musica trasferendo le emozioni che ci suscitava con note e atmosfere musicali&#8230;</p>
<p><strong>E poi, dopo qualche anno, sui David&#8217;s Lodgers cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Abbiamo suonato assieme fino al 2012 poi, purtroppo, la nostra vita è cambiata. Chi è entrato nel mondo del lavoro come Luca, chi ha continuato gli studi universitari e si è dovuto trasferire in altre città come Riccardo e Lorenzo. Fisiologicamente il tempo è diminuito, esaurendo man mano i momenti liberi per vederci. Non c’è stato nessun litigio, ma un forzato allontanamento dovuto alla crescita umana e agli impegni che tutti hanno dovuto affrontare nella vita di studio e di lavoro. Siamo ancora ottimi amici in buoni rapporti, con passioni e idee in comune, ma il tempo anche solo per trovarsi e bere una birra al pub è sempre meno purtroppo. La speranza, un giorno, quando la vita di tutti si sarà assestata, è quella di riuscire a riprendere il percorso intrapreso assieme fin da ragazzi.</p>
<p><strong>E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Lorenzo, Luca e Riccardo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ad oggi abbiamo impieghi in campi diversi. Alcuni di noi hanno continuato per alcuni anni a suonare assieme in altri progetti totalmente differenti dai David’s Lodgers come Luca e Riccardo, Lorenzo ha suonato per anni in una band formata da lui e altri ragazzi. Al momento nessuno ha un progetto musicale in cantiere e si suona davvero poco sfortunatamente, vivendo tutti in città diverse. La musica ricopre ancora oggi un ruolo importante nelle nostre vite ma al momento più in veste da fruitori.</p>
<p><strong>Sulla vostra pagina Facebook possiamo ancora leggere: <em>Do you know why the clouds are so strange?</em> Voi, dunque, siete riusciti ad individuarne il motivo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ancora non lo abbiamo capito e rimaniamo sempre meravigliati da questo fenomeno che tanto ci affascinava da ragazzi, quando passavamo ore nei parchi piacentini a suonare e guardare il cielo discutendo dei temi e delle cose che le vita ci metteva davanti!</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Possiamo parlare come fruitori dall’inizio di questo fenomeno. Ricordiamo con piacere i primi social come MySpace con i quali ci siamo interfacciati sin da subito per far conoscere la nostra musica. Facebook è arrivato successivamente e non era certo fatto per promuovere una band all’epoca. Ora le cose sono diverse e tutti i social possono essere utili. Ci lasciano tuttavia un po&#8217; perplessi questo fenomeno, da amanti del supporto fisso, e crediamo che avere qualcosa da maneggiare, scartare e visualizzare abbia il suo fascino e la sua utilità. Tuttavia è innegabile che la possibilità di farsi conoscere al giorno d’oggi è di gran lunga superiore. Se dobbiamo pensare a un risvolto negativo, però, l’ampia scelta di proposte musicali può portare ad una conseguente difficoltà per il fruitore. Scovare qualcosa di realmente interessante potrebbe risultare complicato!</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? Non avete mai pensato di tentare la “carta” etichetta discografica per il vostro esordio?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Le difficoltà ci sono sempre state, soprattutto per chi suona e crea musica di un certo tipo. Nel nostro piccolo l’autoproduzione è stata una scelta obbligata. Provenendo da una piccola città di provincia non avevamo contatti di sorta, gli studi di registrazione erano scarsi e le nostre possibilità economiche ancora di più. Inoltre, la scena musicale era di un certo tipo, molto settoriale, il mercato per le band emergenti era orientato su generi diversi e proposte molto differenti dalla nostra. Tuttavia Piacenza in quegli anni era una città che offriva una scena musicale davvero viva, con tante band che suonavano generi molto diversi tra loro. Oggi purtroppo non è più così. Le cover band la fanno da padrona. Nonostante questo fenomeno non positivo per chi suona musica propria, abbiamo notato negli ultimi anni un ritorno di interesse verso certi generi musicali, tra cui il Progressive appunto.</p>
<p><strong>Facendo un parallelo tra letteratura e musica, tra il mondo editoriale e quello discografico, è, non di rado, pensiero comune etichettare un libro rilasciato tramite <em>self-publishing</em> quale prodotto di “serie B” (o quasi), non essendoci dietro un investimento di una casa editrice (con tutto il lavoro “qualitativo” che, si presume, vi sia alle spalle) e, in poche parole, un giudizio “altro”. In ambito musicale, al momento dell’uscita di “David’s Lodgers”, avete percepito la stessa sensazione o ritenete questo tipo di valutazione sia ad uso esclusivo del mondo dei libri? Al netto della vostra esperienza, consigliereste alle nuove realtà che si affacciano al mondo della musica la via dell’autoproduzione?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Per chi ha la possibilità di crearsi un proprio spazio consigliamo sicuramente di autoprodursi per iniziare un percorso musicale, soprattutto se si vuole suonare un certo genere. Ad oggi la tecnologia per creare un <em>home studio</em> è ben diversa da quella che avevamo noi. Le apparecchiature sono ormai economicamente e alla portata di tanti. Acquistare microfoni, pc con schede audio, preamplificatore, ecc. a prezzi ragionevoli è fattibile. Si possono, inoltre, seguire corsi anche online per imparare a registrare, editare, mixare. Ovvio costa fatica, impegno e tanto tempo. Non è una cosa che tutti sono disposti a fare.</p>
<p>Noi abbiamo fatto tutto da soli e con fatica, ma la nostra era una situazione particolare. Non si trattava solo di trovare i soldi e andare a registrare in uno studio con qualcuno che sapeva dove mettere le mani e premere REC. Il nostro è stato un viaggio alla scoperta del metodo compositivo e alla scoperta delle tecniche di registrazione, grazie alle tecnologie che potevamo permetterci tramite gli investimenti di Davide, il padre di Luca, che ci ha seguito durante le registrazioni e le fasi successive come mixaggio e master. Non è una cosa che tutti i gruppi possono o vogliono fare, siamo stati molto fortunati, ma anche molto determinati perché questa scelta ci ha permesso di avere la massima libertà e tanto tempo per crescere.</p>
<p>Ci sono stati anche lati negativi, è stato un viaggio lungo, fatto di rifacimenti, successi e insoddisfazioni a volte.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Non sono purtroppo molto aggiornato, ultimamente mi sono trasferito in Brasile ed esploro perlopiù la musica locale. Se hai qualche buon consiglio su cosa ascoltare, sono tutt&#8217;orecchi!</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo David&#8217;s Lodgers e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Cerco di scrivere un’opera di narrativa e, a periodi, macino pagine e in altri vado in letargo insieme alle marmotte. Amo follemente il gioco degli scacchi, e se Marcel Duchamp sosteneva che <em>“Non tutti gli artisti sono giocatori di scacchi, ma tutti i giocatori di scacchi sono artisti”</em>, io non posso che accodarmi con un po’ di puzza al naso.</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Non ho mai avuto grandi talenti, a parte saper suonare. Mi cimento da qualche anno nella fotografia grazie alla mia attuale compagna Jennifer, che mi ha fatto conoscere questo nuovo mondo. Ho concentrato negli anni il mio tempo libero verso la pesca sportiva, attività che amo e mi consente di stare a contatto con la natura il più possibile, ma non credo possa essere considerata come un’attività artistica!</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Genesis e Pink Floyd sono la mamma e il papà. I The Beatles sono i nonni.</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Per me risponderti è molto facile, la mia triade rimane da anni inalterata: Genesis, The Beatles e Porcupine Tree sono stati tra i primi gruppi che ho conosciuto e di cui ho sviscerato e ascoltato praticamente tutto. Rimane un elenco un po&#8217; stringato purtroppo, tralascio tanti artisti che davvero amo con tutto me stesso, soprattutto italiani! Non basterebbe una pagina per elencarli</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Omaggiamo un gruppo Prog brasiliano anni ‘70: Secos &amp; Molhados. Il cantante, Ney Matogrosso, ha un’estensione da contraltista e una presenza scenica alla Renato Zero. Veramente grandissimi!</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Rimanendo in campo musicale, ultimamente ascolto molto una band italiana che esula decisamente dal Progressive, i Perturbazione. Amo il loro modo di scrivere brani non convenzionali soprattutto per la musica italiana.</p>
<p>Per quanto riguarda altre forme d’arte, sono un amante del cinema e personalmente adoro i film di Nanni Moretti, un regista troppo snobbato, soprattutto dal grande pubblico.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Crediamo che, in realtà, la musica e tutte le altre forme di espressione artistica siano state, invece, un salvagente per tanti, soprattutto durante il periodo del <em>lockdown</em>. Sia per chi creava, sia per chi ha goduto del lavoro artistico altrui, anche tramite le nuove tecnologie.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Abbiamo un ricordo che ci fa sempre sorridere. Dovevamo esibirci in un locale assieme ad un’altra band di ragazzi un po&#8217; più grandi ed esperti di noi. Era una serata dedicata ad un certo tipo di musica in cui volevamo emergere e fare colpo, non tanto sul pubblico, quanto anche sui nostri compagni di palco. Tra gli avventori c’era un nostro amico che si dilettava nella giocoleria. Così, durante il <em>soundcheck</em>, nel pomeriggio, ci è balzata in mente l’idea di esibirci assieme a lui, mentre svolgeva alcuni numeri. D’altronde la nostra musica, essendo prettamente strumentale, si prestava ad ulteriori immersioni in forme d’arte. È stata una serata divertente che ricordiamo con estremo piacere!</p>
<p>Un altro bel ricordo è quando ci siamo esibiti nella piazza principale del centro di Forlì. Avevamo conquistato la partecipazione a questo festival vincendo un contest nella nostra città. Arrivati nella piazza l’emozione è stata tanta, le altre band erano ovviamente gruppi che suonavano musica completamente diversa dalla nostra. Tuttavia abbiamo conquistato parecchi fan quella sera tra il pubblico ricevendo tanti complimenti anche da parte degli organizzatori. È stato davvero un momento emozionante!</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro dei David&#8217;s Lodgers che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Al momento no, abbiamo sempre i brani dell’epoca di “Pigmalione” nel cassetto, non hanno mai visto la luce infatti. Se sarà possibile ci siamo ripromessi di finire il secondo disco e tornare di nuovo assieme per scrivere altra musica, ma al momento è davvero impossibile vivendo in città e anche nazioni diverse.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!    </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Grazie a te Donato, è stato davvero un piacere! Ti auguriamo il meglio per questo progetto e speriamo di aver contribuito anche noi con la nostra piccola storia di band di provincia.</p>
<p><em>(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/02/16/intervista-ai-davids-lodgers/">Intervista ai David&#8217;s Lodgers</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Alessandro Seravalle. L’uomo sperimentale &#124; L’intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 08:02:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È uscito &#8220;Alessandro Seravalle. L&#8217;uomo sperimentale&#8221;, intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero. Alessandro Seravalle, polistrumentista, compositore, sperimentatore e cantante, è da oltre trent’anni una inarrestabile “macchina creativa”. Garden Wall, Genoma, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/24/alessandro-seravalle-luomo-sperimentale-lintervista-biografia-a-cura-di-donato-ruggiero-2/">Alessandro Seravalle. L’uomo sperimentale | L’intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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<p><strong>Alessandro Seravalle</strong>, polistrumentista, compositore, sperimentatore e cantante, è da oltre trent’anni una inarrestabile “macchina creativa”. Garden Wall, Genoma, Schwingungen 77 Entertainment, SeTe, i lavori pubblicati a suo nome e quello condiviso con Raoul Kirchmayr, Andrea Massaria e Gian Pietro Seravalle, Officina F.lli Seravalle, Qohelet, Il Testamento degli Arcadi, Klang!: questa l’incredibile mole di progetti che vede la sua firma, solitaria o condivisa, affiancata da numerose collaborazioni e da altrettanto numeroso materiale già pronto per essere pubblicato (o in cantiere). Alessandro non è solo un “fabbro della musica”, un “uomo sperimentale”, ma è anche persona di vasta cultura, umanità e intelligenza, e questa lunga chiacchierata (arricchita da vari contributi esterni), in cui il nostro si è letteralmente “denudato” dando modo di entrare profondamente nel suo animo più intimo, nella sua arte, nella sua vita e nel suo pensiero, è qui a dimostrarlo.</p>
<p>Per info e acquisto: <a href="https://www.amazon.it/dp/B0FX7SGKXC" target="_blank" rel="noopener">versione cartacea</a> | <a href="https://www.amazon.it/Alessandro-Seravalle-sperimentale-Donato-Ruggiero-ebook/dp/B0G1PND3K2/ref=tmm_kin_swatch_0" target="_blank" rel="noopener">versione eBook</a></p>
<p>Oppure inviami una mail a info@donatoruggiero.com</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/24/alessandro-seravalle-luomo-sperimentale-lintervista-biografia-a-cura-di-donato-ruggiero-2/">Alessandro Seravalle. L’uomo sperimentale | L’intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Alessandro Seravalle. L&#8217;uomo sperimentale &#124; L&#8217;intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 08:02:51 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/24/alessandro-seravalle-luomo-sperimentale-lintervista-biografia-a-cura-di-donato-ruggiero/">Alessandro Seravalle. L&#8217;uomo sperimentale | L&#8217;intervista-biografia a cura di Donato Ruggiero</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ad Accordo dei Contrari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 13:11:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Giovanni Parmeggiani (G.P.), Cristian Franchi (C.F.), Marco Marzo (M.M.) e Stefano Radaelli (S.R.): Accordo dei Contrari. G.P.: Grazie a te, Donato. Per noi è un vero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15022 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Giovanni Parmeggiani (G.P.), Cristian Franchi (C.F.), Marco Marzo (M.M.) e Stefano Radaelli (S.R.): <a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a>.</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Grazie a te, Donato. Per noi è un vero piacere rispondere alle tue domande e far conoscere qualcosa di noi ai lettori. Sarò soprattutto io a risponderti, con il <em>placet</em> dei miei “fratelli in arte” Cristian, Marco e Stefano.</p>
<p><strong>Partiamo con una domanda scontata: come nasce <a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a> e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nelle vite di Giovanni e Cristian?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Accordo dei Contrari nasce dal sodalizio mio e di Cristian nel 2001. Fu un incontro voluto fortemente da Alessandro Pedrini, il nostro primo chitarrista: avevo cominciato a lavorare con Alessandro su musica originale e lui mi parlava, ogni tanto, di un batterista bravissimo con cui aveva già avuto in precedenza l&#8217;opportunità di suonare, insisteva sul fatto che sarebbe stato perfetto per noi. Ovviamente si trattava di Cristian. E Alessandro aveva visto giusto. Ora, pare che Cristian non intendesse, al tempo, lanciarsi in avventure musicali particolari e, soprattutto, impegnative; ma ascoltata una musicassetta passatagli da Alessandro, con un brano di mia composizione, “Anexelenkton” (poi apparso alcuni anni dopo nel primo album del gruppo, “Kinesis”, AltrOck 2007), non ci pensò due volte. Decise di unirsi a noi, e fece bene. Insieme abbiamo creato una realtà bellissima nelle nostre vite.</p>
<p>Accordo dei Contrari è nato come trio senza basso elettrico. Prima di Accordo dei Contrari ci furono tanta passione musicale ed ascolti svariati; ed esperienze in gruppi diversi, sia per me sia, soprattutto, per Cristian, ma non tanto significative quanto quella che poi abbiamo avuto insieme in Accordo dei Contrari. Mi chiederai che cosa abbia fatto la differenza. Ti rispondo: stima reciproca, amicizia, fiducia nelle idee, ispirazione, dedizione e chiarezza nella condivisione degli obiettivi. Questi valori, indubbiamente portanti, hanno fatto fin dal principio, di Accordo dei Contrari, qualcosa di autentico, di artistico e di originale per sua natura e per sua struttura, e di conseguenza qualcosa di più importante e longevo di tutto il resto.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Forse la cosa più ovvia che mi verrebbe da dire è che senza Giovanni non esisterebbe Accordo dei Contrari. Ma non è solo questo che ci lega. Il nostro rapporto umano è ormai diventato qualcosa di imprescindibile, sia che si faccia o non si faccia musica. Personalmente, prima dell’esperienza con lui e di conseguenza con gli altri membri del gruppo, suonavo già in un paio di formazioni. Con un gruppo, in cui c’era già Marco alla chitarra, facevamo pezzi nostri ispirati sempre a sonorità anni ’70 e cover come Hendrix, Zappa, The Beatles… Nell’altro gruppo, che costituì una specie di anticipazione di Accordo dei Contrari, si respirava un’aria ancora più psichedelica e ci rifacevamo a dei classici, dai Creedence Clearwater Revival ai Grand Funk Railroad… Qui, al basso, c’era Daniele Piccinini. Ricordo che i primi pezzi che ci hanno fatto iniziare nell’approccio dei tempi dispari sono stati “Tom Sawyer” dei Rush e “Deep Shadows” dei Goblin. Da lì è nato sempre più l’interesse per il genere anche grazie ad Alessandro Pedrini alla chitarra. Nel tempo, però, tutto si sciolse e solo a distanza di anni Alessandro e Giovanni iniziarono a suonare insieme, mi contattarono, mi fecero sentire “Anexelenkton” e me ne innamorai. Ecco che prese vita Accordo dei Contrari, prima in trio, poi in quartetto con il basso, ed infine con Marco alla chitarra. Da lì nacquero i primi album e il resto già lo conosci&#8230;</p>
<p><strong><a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a>: come cade la scelta su di un nome che “cela e svela” tutta (o quasi) l’essenza della vostra proposta?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Il nome fu scelto da Cristian in ragione dei confronti, a tratti accesi, all&#8217;interno del gruppo. Ma, al di là della circostanza specifica della sua genesi, la definizione in sé di “accordo dei contrari” riproduce fedelmente un concetto che, sul piano musicale, ho sempre seguito e coltivato in fase compositiva, esaminandolo e riesaminandolo da molteplici prospettive in tutti gli album che abbiamo realizzato. Dunque, l&#8217;originaria intuizione onomastica di Cristian finisce per aver valore ben al di là della sua specifica occasione.</p>
<p><strong>I primi anni, appunto, sono di “assestamento” per la formazione e, dopo l’abbandono di uno dei tre membri fondatori (Alessandro Pedrini), nel 2003 arriva il bassista Daniele Piccinini, mentre nel 2004 entrano a far parte della famiglia Marco Marzo alla chitarra e Vladimiro Cantaluppi al violino (quest’ultimo uscirà nel 2006). La domanda è per Marco, tutt’ora elemento imprescindibile della band: come entri in “orbita” Accordo dei Contrari e quali sono le tue esperienze precedenti?</strong></p>
<p><strong>M.M.:</strong> Non vi è stato un vero e proprio inizio con Accordo dei Contrari, nel senso che da subito mi sono sentito a mio agio, sin dai primi ascolti di una musicassetta che Giovanni mi aveva fatto avere e che ancora custodisco. Ricordo che il primo brano che ascoltai fu “Meghiste Kinesis”. Una registrazione realizzata in sala prove che mi ha permesso di entrare in “orbita”, mantenendo comunque saldo il mio stile chitarristico che non era prettamente Progressivo&#8230; A me piaceva il blues e pensavo che le pentatoniche non potessero suonare bene su un brano come quello: mi sbagliavo! Suonavano benissimo. E comunque già suonavo con Cristian in un altro gruppo&#8230; Diciamo, dunque, che la sintonia era già evidente. Anche con Giovanni era capitato un paio di volte di suonare.</p>
<p>Se penso all&#8217;inizio, mi viene in mente la sensazione che provavo suonando con Accordo dei Contrari fin dalle prime prove&#8230; Una sensazione di benessere e di orgoglio nei confronti del mio tempo trascorso a studiare musica. Uno studio che non è ancora terminato proprio grazie alle esperienze fatte con Accordo dei Contrari&#8230; Accordo dei Contrari, per me, è un&#8217;esperienza di Vita che continua oramai da tanti anni. Probabilmente la cosa che più di ogni altra cosa ci tiene uniti è la profonda stima e amicizia: per noi la musica non è altro che un mezzo vitale attraverso cui stabilire un contatto umano&#8230; fa parte della nostra vita.</p>
<p><strong>E il 2007, finalmente, arriva il vostro esordio discografico: “Kinesis”. Bastano davvero solamente i primi secondi di “Lester” per immaginare, almeno in parte, il viaggio straordinario che sarà l’intero album. Mi narrate, dunque, la sua genesi? Quali sono le fonti d’ispirazione che vi hanno “guidato” nella sua stesura?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Fatta eccezione per “Lester”, che di base è un brano di Marco, e “Gondwana”, che è più il risultato di uno sforzo collettivo, “Kinesis” consta di mie composizioni. Le elaboravo per lo più il sabato mattina, quando avevo tempo e la casa era più silenziosa, ad un vecchio Kaps, un pianoforte a muro, dal suono caldissimo. Registravo le parti e, nell&#8217;entusiasmo, le facevo poi ascoltare al telefono a Cristian (che ovviamente, in condizioni così improbabili di ascolto, non poteva capire granché, come potrai immaginare); quindi davo istruzioni ai ragazzi in sala prove.</p>
<p>A qualcuno “Kinesis” ha ricordato lo stile dei magnifici D.F.A., che, però, fino alla pubblicazione di “Kinesis” non conoscevo. Ad altri, “Kinesis” ha ricordato lo stile di un&#8217;altra fantastica band, i National Health; ma al tempo, ammetto l&#8217;ignoranza, non conoscevo nemmeno questi! Personalmente ho sempre ascoltato molta musica, sia classica sia contemporanea, rock e non. Ma ti confesserò, nella composizione non ho mai cercato di seguire le orme di alcun modello. Sarà anche naturale che le esperienze pregresse di ascolto si manifestino irrazionalmente, nel momento in cui un&#8217;idea prende forma; ma è pur vero che chi arrivasse ad analizzare un brano di “Kinesis”, o di altri album di Accordo dei Contrari, riferendo questo o quel passaggio a questo o a quel modello, finirebbe per commettere l&#8217;errore più grave: smontare il pezzo, perdere di vista la totalità della composizione e, con questo, rendersi cieco innanzi alla sua originalità effettiva. L&#8217;accostamento analogico può tutt&#8217;al più servire a un ascoltatore per dare una vaga idea di un brano a chi non l&#8217;ha ancora ascoltato; ma spesso, almeno quando non viene fatto con la dovuta cautela, finisce per essere fuorviante.</p>
<p>Quanto a “Lester”, Marco aveva un tema a cui stava lavorando per sola chitarra, che intendeva, però, proporre al gruppo. Una sera, dopo aver bevuto una birra insieme, ci ritrovammo a casa sua, e ci fece ascoltare praticamente la prima parte e il cantato conclusivo del pezzo (la seconda parte, l&#8217;ostinato irregolare di piano elettrico con i soli di chitarra e sax e, a seguire, l&#8217;impetuosa serie di sei accordi che poi, ritmicamente alterata, sostiene il cantato del finale, venne composta da me in seguito, ad integrazione delle idee di Marco).</p>
<p>“Lester” è stato per molti anni un nostro “cavallo di battaglia”: un brano sentito da tutti e, per certi versi, “liberatorio”. Penso che, presto o tardi, lo riporteremo di nuovo sul palco, insieme ad altri pezzi che non eseguiamo da diversi anni. Ora c&#8217;è la maturità giusta per rileggere il repertorio pregresso e attualizzarlo con efficacia.</p>
<p><strong>ProgAward per il miglior album italiano Progressive Rock del 2007, i concerti in giro per il mondo e l’inizio della collaborazione con Richard Sinclair. Come ricordate gli anni intercorsi tra “Kinesis” e il nuovo album “Kublai”, uscito nel 2011?</strong></p>
<p>G.P.: Fu un periodo molto stimolante: in quegli anni si cominciò a suonare dal vivo anche in Europa. Sfumò l&#8217;opportunità di suonare negli Stati Uniti soltanto per l&#8217;annullamento del NEARfest 2011, per il quale eravamo già stati ingaggiati. Un vero peccato.</p>
<p>L&#8217;incontro con Richard fu importante. Richard ci insegnò che cosa veramente fosse il “giro di Canterbury”: non soltanto una “scuola musicale”, ma anche e soprattutto un modo di vivere le relazioni personali, mettendo l&#8217;amicizia al servizio dell&#8217;arte e l&#8217;arte al servizio dell&#8217;amicizia. Un&#8217;idea, questa, in cui personalmente mi ritrovavo e in cui, al tempo, penso ci ritrovassimo tutti. Il quartetto (allora c&#8217;era anche Daniele Piccinini al basso) era affiatato e procedeva a pieno regime, e si crearono così i presupposti per un passo più maturo di “Kinesis”&#8230;</p>
<p><strong>“Kublai”, appunto. Secondo il mio modesto parere c’è un qualcosa che lo rende ancor più “complesso” rispetto al vostro esordio (difficile da esprimere a parole). Ma quali sono, secondo il vostro punto di vista, le differenze e i punti di contatto con “Kinesis”? Mi parlate un po&#8217; di questo lavoro? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Eravamo certamente cresciuti come gruppo. In “Kublai” c&#8217;è l&#8217;intensità di “Kinesis”, ma con un afflato <em>canterburiano</em> più evidente (soprattutto in brani come “L&#8217;ombra di un sogno” e “Battery Park”), accentuato dal fatto che la musica non è, passami l&#8217;espressione, “gridata” e (quasi) sempre aggressiva, come quella di “Kinesis”, ma più chiaroscurata e variegata: il gruppo aveva acquisito la maturità per interpretare le composizioni mie e di Marco accentuando le dinamiche e il dialogo strumentale (e in questo riprendendo e sviluppando quanto già lasciava intuire “OM”, l&#8217;ultimo brano di “Kinesis”, la cui parte centrale è, in effetti, un&#8217;improvvisazione programmata). In “Kublai” c&#8217;è il sussurro, lo spazio e la tensione (“Dark Magus”), la contemplazione e l&#8217;attesa (“Arabesque”), la decisione e lo slancio (“Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta [parte I]”), l&#8217;emotività del ricordo e l&#8217;inseguimento del passato (“L&#8217;ombra di un sogno”)&#8230; Ma, in fondo, i brani di “Kublai” sono le sei sezioni di un solo affresco, o i sei capitoli di una sola narrazione, se preferisci, come già i brani di “Kinesis” e come poi i brani degli album successivi (con la sola eccezione, intenzionalmente asimmetrica, di “Violato Intatto”, che<em> de facto </em>è un album doppio).</p>
<p>Gli anni di “Kublai” furono per me molto creativi: composi allora brani che, come gruppo, provammo sì ad eseguire, ma senza che fossimo ancora pronti a farlo. Brani che infatti appaiono, da me per l&#8217;occasione ripensati, negli album successivi: penso a “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”, “Dua” e “Seth Zeugma” (apparsi su “AdC”, pubblicato con AltrOck nel 2014) e a “Così respirano gli incendi del tempo” (apparso in “UR-”, Cuneiform 2021).</p>
<p>In teoria, già “Kublai” poteva essere un album doppio. Ricordo che avevo pensato anche a due album realizzati a stretto giro l&#8217;uno dall&#8217;altro. Se non fu realizzato un album doppio, né furono pubblicati due album ravvicinati, è perché, al di là di certe contingenze, che ci impegnarono su fronti anche diversi da Accordo dei Contrari, avemmo l&#8217;accortezza di capire che serviva ancora tempo: cuore e testa non erano ancora sufficientemente “educati”, diciamo così, per eseguire certa musica.</p>
<p><strong>Come mai decidete di inserire un brano cantato, affidando la voce a Sinclair?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> L&#8217;opportunità si presentò per caso. Avevo già composto un brano strumentale, “L&#8217;ombra di un sogno”, che eseguivamo anche dal vivo. Un amico di Daniele conosceva personalmente Richard, e Richard era incline a collaborazioni, di modo che Daniele mi chiese se avessi del materiale che poteva ospitare la voce di Richard. Pensai allora a parti specifiche di “L&#8217;ombra di un sogno” e contattai Richard, dandogli poi, dopo riflessione, carta bianca sul testo<em>.</em></p>
<p>Richard apprezzò moltissimo la composizione e fece un ottimo lavoro. Chi conosce la discografia di Sinclair, ha riconosciuto che “L&#8217;ombra di un sogno” è uno dei brani più riusciti e più ispirati della sua discografia recente. Mi è stato riferito che anche Dave Stewart, il tastierista/compositore di “Egg”, “Hatfield and the North” e “National Health”, ha ascoltato “L&#8217;ombra di un sogno” e l&#8217;ha apprezzata tanto. Per molti è il fiore all&#8217;occhiello di “Kublai”.</p>
<p><strong>Una curiosità riguardante la sua uscita come autoproduzione (cosa che succederà anche per il vostro quarto lavoro “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/19/accordo-dei-contrari-violato-intatto/">Violato Intatto</a>” del 2017): come mai questa sorta di “alternanza” negli anni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Anche questo fu un caso: Accordo dei Contrari, <em>nomen omen. </em>Ci fu qualche contatto con Leonardo Pavkovic (Moonjune) e con Marcello Marinone (AltrOck). Leonardo ci stimava, ma le cose non funzionarono. Intendevamo poi realizzare il vinile con AltrOck, ma anche in questo caso non se ne fece nulla. Ci accontentammo del CD autoprodotto.</p>
<p><strong>E il 2014, invece, è l’anno di “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari-adc/">AdC</a>” (che vede il vostro ritorno nella famiglia AltrOck Productions). Peculiarità dell’album è, come ricordato da Giovanni precedentemente, il contenere al suo interno anche dei brani del periodo “Kublai” “scartati” per quella pubblicazione. Come si sono “amalgamati” con le nuove composizioni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Non fu necessario cercare alcun amalgama. Vedi, tutti i brani che compongo sono parte di uno stesso percorso in divenire: quand&#8217;anche concepiti in tempi diversi, sono tra loro in un&#8217;interazione, diciamo così, naturale. Certo, alcune parti dovevano essere riviste, e il fatto che siano state riviste ha comportato anche che, di uno stesso brano, esistessero, alla fine, versioni differenti: di “Nadir”, ad esempio, esiste una versione dal finale alternativo. Un giorno spero, anzi, di pubblicarla.</p>
<p>Saremmo probabilmente arrivati prima ad “AdC” se io, Cristian e Marco non fossimo stati coinvolti da Umberto Giardini nel suo nuovo progetto (UMG) nel biennio 2011-12, in cui realizzammo l&#8217;album “La dieta dell&#8217;imperatrice” e l&#8217;EP “Ognuno di noi è un po&#8217; anticristo”. Anni, anche questi, stimolanti, caratterizzati ancora dalla composizione (miei brani sono “Il sentimento del tempo” e “Omega”, mentre di Marco è “Il desiderio preso per la coda”) e da un&#8217;intensissima attività dal vivo (qualcosa di inconsueto per noi). Impegni extra ad Accordo dei Contrari finirono per rallentare l&#8217;attività del quartetto, e forse per sfibrarlo un po&#8217;; ma dal 2013 l&#8217;attività riprese a tempo pieno ed era quello che più volevo. Avendo, del resto, già “assaggiato” gli States nel 2012, volevamo intensamente tornarci: già allora eravamo coscienti del fatto che oltreoceano avremmo trovato il <em>nostro</em> pubblico.</p>
<p><strong>“<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari-adc/">AdC</a>”, inoltre, vede la presenza anche degli archi in due dei brani (un utilizzo che definirei quasi un classico nella vostra produzione, anche successiva, eccezion fatta per “Kublai”). Quanto conta, dunque, l’apporto di strumenti del genere nella riuscita dei vostri brani e come nascono, di volta in volta, le collaborazioni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Hai ragione a evidenziare l&#8217;importanza degli archi, sono da sempre appassionato di musica da camera, per archi in particolare. Già “Kinesis” prevedeva parti di violino per tutti i brani (Vladimiro Cantaluppi, appunto un violinista, era stato membro di Accordo dei Contrari nel periodo 2004-6); queste parti furono inizialmente sovraincise in vista della pubblicazione dell&#8217;album, ma vennero per lo più rimosse: allora si convenne che il quartetto rendeva meglio senza strumenti “aggiunti”&#8230; Come sempre, si tratta di acquisire quella maturità che sola permette di impiegare strumenti anche non elettrici al meglio del loro potenziale espressivo, una direzione, questa, che sta tuttora trovando sviluppo, e che ha raggiunto fin qui un apice nella sintesi elettroacustica di “UR-”: nel 2014, l&#8217;anno di “AdC”, questa sensibilità poteva ritenersi acquisita. Quanto all&#8217;individuazione di collaboratori agli archi per “AdC”<em>,</em> fu certamente agevolata dalle conoscenze personali. Nessuna “audizione” formale: fu tutto piuttosto semplice. C&#8217;era Vladimiro, che dopo la sua rapida apparizione in formazione prima di “Kinesis”, rientrò per “AdC” apposta per collaborare all&#8217;incisione di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”. Marco coinvolse una sua amica e collega, Marina Scaramagli, insegnante di violoncello nella stessa scuola di musica in cui, al tempo, lui insegnava. Poi ebbe un suo peso anche l&#8217;amicizia che ci legava, e ancora ci lega, ai Deus ex Machina: arrivammo così a Enrico Guerzoni, già violoncellista dei Deus. Questo fu il presupposto per la collaborazione con Alessandro Bonetti<em>, </em>il violinista storico dei Deus, negli album successivi.</p>
<p><strong>E, mentre la vostra attività live internazionale prosegue senza sosta, il 2014 vede anche l’uscita di Piccinini dalla band. Com’è stato proseguire a tre per circa un paio di anni, prima dell’arrivo di Stefano Radaelli nel 2016? Sostituire un bassista con un sassofonista può sembrare strano per un “comune mortale”…</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Non è stato per niente traumatico. Innanzitutto, l&#8217;assenza di un bassista permanente non fu sentita, e non costituiva, in effetti, una lacuna da colmare: le mie idee spesso nascono dalla mia mano sinistra (dunque da linee di basso che compongo); dovevo soltanto colmare le frequenze basse con l&#8217;organo, synth e piano elettrico. Il nostro concerto in trio senza basso elettrico, a margine del festival organizzato da Paolo Fresu a Berchidda (estate 2014), consolidò la sensazione che si potesse procedere in questa direzione senza farsi carico della ricerca di un nuovo bassista, cosa che avrebbe potuto anche rallentarci. Avevo molte nuove composizioni, alcune pensate anche per strumenti a fiato (ad esempio, “Folia saxifraga”), altre pensate esclusivamente per il trio senza basso elettrico (è il caso di “Di eccezione in variante”). Un sassofono, comunque, serviva ai fini della progettata registrazione del nuovo album, e Marco conosceva un ragazzo, lui diceva, che, anche per carattere, si sarebbe integrato bene nel gruppo: Stefano Radaelli. Stefano (al sax alto e baritono) si è integrato immediatamente, con entusiasmo e abilità, arricchendo il nostro potenziale sonoro e solistico. In meno di un anno (!) eravamo nuovamente in studio per registrare (estate 2016).</p>
<p>In retrospettiva, i mesi tra il 2015 e il 2016 sono stati forse i più felici per Accordo dei Contrari. Negli spazi estremamente angusti della nuova saletta (un piccolissimo container nel garage di casa Franchi: ancora mi chiedo come potessimo starci tutti, considerati gli spazi già occupati dalla batteria, dalle mie tastiere e dagli amplificatori!) facemmo miracoli. C&#8217;era molta curiosità, ed eravamo convinti che, una volta usciti da quella piccola saletta, il sound del gruppo sarebbe letteralmente esploso. E così fu.</p>
<p><strong>Stefano, anche per te la domanda fatta a Marco: anche se Giovanni l’ha un po&#8217; anticipato, come entri nella famiglia Accordo dei Contrari e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nella tua vita artistica?</strong></p>
<p><strong>S.R.:</strong> Ho iniziato a suonare con Accordo dei Contrari a inizio 2016, dopo aver incontrato Marco a una <em>jam session</em> grazie alla comune conoscenza del pianista bolognese Nicola Guazzaloca. Già dalle prime prove ci siamo trovati in forte in sintonia, sia artisticamente che umanamente, e pochi mesi dopo eravamo in sala di registrazione per incidere “Violato Intatto”. Il primo impatto con i brani, per me, è stato entusiasmante. C&#8217;era tutto quello che cercavo da un punto di vista musicale, e non ringrazierò mai abbastanza il destino che mi ha fatto incontrare Giovanni, Marco e Cristian.</p>
<p>Prima di Accordo dei Contrari le mie esperienze musicali sono state diverse ma anche molto discontinue. Il periodo in cui sono entrato nel gruppo è stato forse uno dei più intensi e stimolanti da quel punto di vista. Nel 2015 avevo partecipato a un seminario al Jazz Club di Ferrara organizzato e diretto da due musicisti straordinari, molto eclettici e di idee aperte: il sassofonista e compositore Piero Bittolo Bon e il tastierista Alfonso Santimone (anche lui compositore e arrangiatore). Per me è stata un&#8217;esperienza veramente importante; lavoravamo su composizioni di autori jazz contemporanei come Henry Threadgill, Steve Coleman, Tim Berne e Anthony Braxton, e non c&#8217;è dubbio sul fatto che questo lavoro su pezzi complessi, non di rado con metri irregolari, mi abbia preparato a quello che mi aspettava di lì a poco con il repertorio di Accordo dei Contrari.</p>
<p><strong>In tre, dunque, iniziate a comporre quello che sarà il vostro quarto album “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/19/accordo-dei-contrari-violato-intatto/">Violato Intatto</a>” (2017). Una novità importante è la sua “fisicità”, un doppio album con undici brani in totale. Come mai la scelta di “esagerare”? L’essere slegati da un’etichetta vi ha concesso più spazio di manovra?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Vero, è un doppio album “muscolare”. Probabilmente anche in ragione del suono dell&#8217;organo, che andava irrobustito per via dell&#8217;assenza di un basso elettrico: così trovammo il sound denso e graffiante che in effetti volevo. Ma il fatto che sia un album doppio dipende esclusivamente dall&#8217;ispirazione e dall&#8217;entusiasmo della band in quel periodo: Marco portò due brani, Stefano uno, io addirittura otto (avevo tantissimo materiale, più del solito). Questa volta non si selezionò, come si era fatto ai tempi “Kublai”: il gruppo era pronto per eseguire praticamente tutto (a parte “Marienkirche” e “Il violato intatto”, un brano, quest&#8217;ultimo, che avevamo provato soltanto a spezzoni, e di cui Cristian, Marco e Stefano “compresero” il senso soltanto a registrazione ultimata), e c&#8217;era la maturità per non lasciare da parte nulla.</p>
<p><strong>Nella recensione che scrissi nell’occasione, dissi che <em>in Violato Intatto troviamo tutta l’anima eclettica e “ossimorica” di Accordo dei Contrari riversata in undici micro(macro)mondi irrequieti e onirici, frizzanti e ponderati, in cui i quattro riescono quasi con semplicità disarmante a “piegare” la volontà degli strumenti a proprio favore in quel “gioco degli opposti” che è elemento insito nel DNA della band</em>, concludendo poi dicendo che <em>sarebbe quasi riduttivo citare confronti ed “echi” […] la musica di Accordo dei Contrari suona essenzialmente come la musica di Accordo dei Contrari</em>. Vi ci rivedete? E come si riesce ad essere così “(molto) sopra la media”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Direi che hai fatto centro. Dei nostri primi quattro album, nessuno incarna l&#8217;identità musicale di Accordo dei Contrari meglio di “Violato Intatto”<em>. </em>Non c&#8217;è molto altro da dire, hai praticamente detto tutto tu. Se poi sia un album “(molto) sopra la media”, questo è un giudizio che ci fa molto piacere e lasciamo, ovviamente, all&#8217;ascoltatore. Quel che posso dirti, personalmente, è che mai come in quel periodo ho sentito la necessità di esplorare simultaneamente sentieri espressivi diversi: in “Violato Intatto” l&#8217;unità del concetto “accordo dei contrari” è declinata in forme tutte nitidamente distinte tra loro.</p>
<p><strong>Oltre ad essere un album doppio, c’è anche un’altra novità “numerologica”: dopo tre album da sei brani (e così sarà anche per “UR-”, il lavoro uscito nel 2021), “Violato Intatto” ne ha undici. Che significato ha, dunque, per voi il numero 6? Io, onestamente, mi attendevo sei brani per “facciata”! Ma anche questo fa parte della vostra imprevedibilità…</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Ecco, l&#8217;aspetto numerologico <em>non è</em> casuale. Il numero 6 è simbolo di completezza, e le mie composizioni spesso constano di due o tre parti/ movimenti (2 e 3 sono numeri primi che, moltiplicati tra loro, danno 6). “Violato Intatto”, il nostro quarto album (le cui iniziali, <em>V ed I,</em> formano insieme il numero romano corrispondente a 4, quando rovesciati [<em>IV</em>], come si vede anche sulla copertina) consta di “Violato” (6 brani) e “Intatto” (5 brani). La violazione della norma dei 6 brani doveva essere in “Violato”, ovviamente, data la definizione; ma anche in questo caso ho optato per il rovesciamento: così proprio la seconda parte, che si intitola “Intatto”, consta di 5 e non di 6 brani, la violazione è nell&#8217;integrità. Ovviamente, quando più tardi si è trattato di aggiungere due brani per pubblicare il doppio in vinile (in tutto 13 brani), li ho distribuiti secondo il principio opposto: 7 brani per “Violato” (primo vinile) e 6 brani per “Intatto” (secondo vinile).</p>
<p>Il concetto “accordo dei contrari” autorizza simili giochi, invero particolari e, per quanto mi riguarda, significativi: come ogni brano (o parte di brano) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti i brani precedenti e susseguenti, così ogni album (o parte di album) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti gli album precedenti e susseguenti.</p>
<p><strong>E il 2021, come anticipato, vi vede tornare con un nuovo album: “UR-”. Una prima domanda: cosa significa il titolo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> “UR-” è un prefisso della lingua tedesca che, attaccato a un sostantivo, ne proietta automaticamente il significato indietro nel tempo. Così, ad esempio, la parola <em>Geschichte</em>, che in tedesco significa “storia”, diventa, con l&#8217;aggiunta di <em>ur-</em>, <em>Urgeschichte</em>, “storia delle origini” o “storia originaria”. L&#8217;album “UR-” ha molto a che vedere con il concetto di “passato”: in un certo senso riparte dall&#8217;ultimo brano di “Violato Intatto”, appunto “Il violato intatto”, che conteneva già elementi sonori evocativi del mio passato personale (ad esempio, la scala simmetrica in apertura del pezzo, in 15/8, che avevo trovato autonomamente ed ero solito eseguire in continuazione quando, da piccolo, mi accostavo al piano). “UR-” riguarda le mie radici.</p>
<p><strong>Vi va di presentare il nuovo album?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Come ogni album di Accordo dei Contrari, anche “UR-” è sintesi e superamento di tutti gli album precedenti, e con questi è in un rapporto di continuità e di dialettica al tempo stesso. “UR-” riprende e sviluppa la vocazione cameristica più spigolosa di “Kinesis” e la forma cameristica più organizzata e consapevole di “AdC”, fondendole con la dimensione invece orchestrale e, però, flessibile, quasi elastica per varietà di forme, di “Violato Intatto”<em>. </em>“UR-”, poi, è parallelo a “Kublai”: ne riprende l&#8217;attenzione verso le categorie di “spazio” e “colore” (i chiaroscuri) associandole a (o meglio, letteralmente facendole precipitare in) quella di “tempo”. Infine, “UR-” si contrappone a “Violato Intatto”(monolitico il primo, flessibile il secondo), ma lo sviluppa approdando a una nuova “musica totale” elettroacustica. In questo senso, “UR-” è l&#8217;esempio più compiuto di “musica totale” di Accordo dei Contrari. Per me non si tratta né di Progressive Rock né di jazz-rock né di rock da camera: è altro, è Accordo dei Contrari. Ci sono brani nati al di fuori della strumentazione caratteristica del quartetto: “Tergeste”, ad esempio, è nata per solo organo liturgico, e soltanto in un secondo momento l&#8217;ho riarrangiata per formazione elettroacustica. Anche questo è indicativo del fatto che, se proprio si vuole insistere nel cercare una definizione per la musica di “UR-”, quella di “musica totale” sarebbe forse più consona.</p>
<p><strong>E visti gli anni difficili che abbiamo vissuto a causa della pandemia, con quale spirito avete composto, registrato e pubblicato l’album? C’è qualcosa di tutta questa strana situazione attuale che si può “leggere” nelle note di “UR-”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> La composizione del materiale risale al periodo 2018-19, durante i miei viaggi in treno da Bologna a Trieste e viceversa; la registrazione fu in quattro giorni tra la fine di gennaio e l&#8217;inizio di febbraio 2020, subito prima della pandemia. Poi la pandemia ha ritardato terribilmente i tempi per le sovraincisioni e il mixaggio; per non parlare della masterizzazione, realizzata da Udi Koomran a Tel Aviv sotto la minaccia dei razzi palestinesi&#8230; Il complicato “parto” di “UR-” finisce per essere un po&#8217; lo specchio di quel periodo difficile; le circostanze hanno poi reso il brano intitolato “UR-”, in un certo senso, l&#8217;apice drammatico dell&#8217;album, quasi profetico.</p>
<p><strong>Novità importante è il cambio di etichetta: dalla AltrOck Productions alla Cuneiform Records. Come nasce la collaborazione con gli statunitensi e quali sono, se ci sono, le differenze nel lavorare con loro rispetto alla AltrOck? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Avevamo avuto contatti con Steve Feigenbaum fin dai tempi di “Kublai”<em>.</em> Conobbi poi Steve personalmente in occasione del ProgDay 2012, il nostro primo concerto oltreoceano. Steve ha sempre apprezzato tanto la musica di Accordo dei Contrari ma la tradizionale “politica” di Cuneiform gli impediva di prenderci in scuderia. La svolta è avvenuta, non a caso, quando Cuneiform si è rinnovata, e quando abbiamo avuto l&#8217;opportunità di suonare qualche concerto in più negli States, nel 2018. Steve, dopo il nostro concerto all&#8217;Orion di Baltimora (poco giorni dopo il ProgStock, nell&#8217;ottobre 2018), mi disse che si sarebbe preso cura di noi. Così è stato e continua ad essere, in effetti: Steve è molto attento ai gruppi Cuneiform; lavora seriamente, come in passato ha lavorato seriamente per noi anche AltrOck.</p>
<p><strong>Un aspetto, tra i tanti, che mi stupisce della vostra carriera è che ogni album è stato registrato con “sessioni lampo” in studio. Come si riesce ad essere così rapidi mettendo, però, su disco qualcosa di una qualità così elevata?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Credo dipenda da due fattori, la fiducia nella bontà della musica in gioco e la “chimica” tra i componenti di Accordo dei Contrari. Concentrazione, sensibilità e amicizia reciproca hanno sempre fatto la differenza; l&#8217;energia, anche nei momenti (ineludibili) di tensione, è sempre orientata dalla chiarezza di visione verso un preciso obiettivo condiviso, tenacemente perseguito. Serve molta disciplina, attenzione e resistenza per sostenere il carico mentale di Accordo dei Contrari: non è da tutti disporne.</p>
<p><strong>Tra le altre numerose cose che mi incuriosiscono della vostra attività è quella che riguarda il brano “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta”. Cosa vi lega ad esso tanto da “aggiungere” una nuova parte ad ogni nuovo album (più o meno)?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Si tratta di un testo poetico che scrissi molti anni fa e che si può leggere nel <em>booklet</em> di “Kublai”: <em>Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta / ti tuffi e deflagri abbagliante / nel magma dei miei giorni / folgorando / Ti ricordo / istantaneo fremito di vita / nel rapido battito d&#8217;ali / della tua fuga. </em>Queste parole descrivono forse la <em>facies</em> più infiammata, dinamica e, però, al tempo stesso, contemplativa di Accordo dei Contrari. “Chiarezza”, “impressione”, “folgore”, “ricordo”, “fremito”, “istante”, questi pure sono tra i concetti che declino in forme diverse sul piano compositivo, quando se ne presenta l&#8217;occasione. Ovviamente, le tre parti fin qui realizzate di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta” costituiscono, a loro volta, tre movimenti di una stessa unità compositiva. Se sia completa o no, dipenderà dalla composizione o meno di movimenti ulteriori in futuro. Come sempre per Accordo dei Contrari, anche questo è un discorso aperto, in divenire.</p>
<p><strong>E anche gli artwork che accompagnano i vostri album sono sempre piuttosto particolari ed ermetici. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> La sfera e la piuma, visibili nella copertina del primo album (<em>artwork</em> di Davide Guidoni), vengono da una definizione di sintesi della musica di Accordo dei Contrari che escogitai quando si era ancora agli inizi. L&#8217;ho voluta riportare apposta nel <em>booklet</em> di <em>Kinesis</em>, a mo&#8217; di “manifesto”: <em>“&#8230;una linea agile e curva, che imprevedibilmente si sposta, vuole segmentarsi, ridursi a un punto o spezzarsi bruscamente, lasciando tuttavia come un segno nella memoria – un&#8217;eco lontana e coloratissima. Afferrarla sarebbe forse come calcolare la leggerezza di una piuma impercettibile, misurare la perfezione di una sfera”.</em></p>
<p>Un po&#8217; tutti i nostri album, anche “Kublai”, “AdC”, “Violato Intatto” e “UR-” (di questi, gli ultimi tre realizzati con l&#8217;<em>artwork</em> di Dario D&#8217;Alessandro degli Homunculus Res), inseguono linee, curve e colori. Diciamo che questo tratto “minimal”, su cui ho sempre fortemente insistito, è una riproduzione visibile, cangiante di album in album, della musica dalle architetture fluide, agili e potenti di Accordo dei Contrari.</p>
<p><strong>Parlando in generale, come “prende forma” un brano di Accordo dei Contrari e qual è, di volta in volta, il nesso tra musica e titolo (dei brani e degli album)? Avete programmato sin da subito di “evitare” l’utilizzo della voce nelle vostre creazioni (salvo rarissime eccezioni)?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Il nesso è sempre profondo, sia tra il titolo di un brano e il brano relativo, sia tra il titolo di un album e l&#8217;album relativo. A volte la corrispondenza è totale: la musica traduce il titolo e viceversa. Altre volte, la corrispondenza è parziale: il titolo è effettivamente l&#8217;<em>input</em> di un&#8217;argomentazione musicale, in cui si comunicano cose che non necessariamente sono comprese nel titolo ma da questo dipendono. La musica finisce comunque per essere più eloquente, nella misura in cui, se la parola è espressione del dicibile, la musica è espressione <em>anche</em> dell&#8217;indicibile.</p>
<p>Non abbiamo dovuto studiare a tavolino se fare musica strumentale o con voce. Comporre musica strumentale è stato per me, fin dal principio, del tutto spontaneo. E naturale l&#8217;hanno sempre sentita tutti i membri di Accordo dei Contrari, nel corso degli anni. La stessa voce, in fondo, è uno strumento musicale, a prescindere dal fatto che si accompagni a parole o meno.</p>
<p><strong>Traendo una sorta di bilancio, come è cresciuto e cambiato in vent’anni Accordo dei Contrari? Siete soddisfatti del vostro cammino artistico?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Siamo molto soddisfatti. E, se posso permettermi, orgogliosi e senza rimpianti. Accordo dei Contrari ci ha permesso di creare uno nostro spazio artistico, originale e intimamente creativo, e di coltivare tra noi, nel tempo, un legame fraterno. Le difficoltà (tante) ci hanno fortificati. Accordo dei Contrari è cresciuto nel tempo come cresce un corpo vivente e continuerà a crescere finché avrà qualcosa da dire.</p>
<p><strong>Prima parlavamo del premio ai ProgAward vinto con “Kinesis”, ma, in generale, come sono stati accolti i vostri album da pubblico e critica negli anni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Sono stati accolti sempre in modo entusiasta, soprattutto da pubblico e critica estera, in particolare negli Stati Uniti. “Violato Intatto” e “UR-” sono stati considerati i nostri migliori lavori. L&#8217;Italia, con qualche eccezione, si è dimostrata talvolta avara di particolari apprezzamenti: <em>nemo propheta in patria</em>, del resto. Marco sostiene, tanto per ridere, che, se fossimo stati svedesi, e non italiani, avremmo avuto ben altra risonanza nel nostro paese&#8230;</p>
<p>Siamo sempre andati avanti per la nostra strada, sfruttando consapevolmente la libertà che ci viene dal fatto di operare fuori dal mercato, senza velleità commerciali e con obiettivi squisitamente artistici. Non dobbiamo rendere conto di nulla a nessuno. E così continueremo a fare.</p>
<p><strong>Tornando sul fronte live già menzionato qualche volta in precedenza, negli anni vi siete esibiti sui palchi di mezzo mondo. Che idea vi siete fatti dell’attuale cultura musicale internazionale, del modo in cui il pubblico ne fruisce e dello spazio che si dedica alla musica dal vivo? E quali sono le differenze con il nostro Paese?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Le differenze sono tangibili. Il pubblico in Europa e negli States si è dimostrato sempre molto entusiasta, assistendo ai nostri concerti: partecipa e, soprattutto, ascolta senza preconcetti. Anche se gli ultimi concerti che abbiamo tenuto in Italia, nel 2022 e 2023, segnano forse un&#8217;inversione di tendenza e fanno ben sperare, in Italia ricordo raramente manifestazioni di interesse altrettanto vive e spontanee. Tutto tende ad essere inibito, come frenato. Ciò capita quando chi ascolta teme di essere giudicato troppo entusiasta dai suoi pari (gli altri ascoltatori), o quando, peggio, ci si atteggia a critici/giudici della musica che si ascolta, dimenticando di essere appunto, in primo luogo, ascoltatori. Ma è una protervia, questa, che si paga cara: si crede di continuare a saper distinguere la “buona musica” dalla “cattiva musica”, perdendo però, di fatto, la <em>sensibilità</em> che è presupposta al discernimento della “buona musica”. In pratica, è come diventare sordi (senza avere, ahimè, il talento di Beethoven).</p>
<p><strong>E, ancora a proposito di live, come è Accordo dei Contrari sul palco? Io vi ho visti per la prima volta a Roma qualche anno fa ed è stata un’esperienza travolgente.</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Ti ringrazio. Può sembrare paradossale che Accordo dei Contrari suoni poco dal vivo, poiché la musica di Accordo dei Contrari è e resta comunque <em>live</em>, nella misura in cui registriamo programmaticamente in presa diretta, senza clic o accorgimenti simili: tutt&#8217;al più si effettua qualche sovraincisione, ma mai abbiamo registrato per singole tracce (prima la batteria, poi uno strumento, poi l&#8217;altro, ecc.).</p>
<p>Il concerto dal vivo dovrebbe essere sempre un&#8217;esperienza appagante per chi suona. Qualche volta lo è, qualche volta meno. Riesci a goderti pienamente la <em>performance</em> quando puoi proporre al pubblico la tua musica con continuità e frequenza; se questa continuità manca, le preoccupazioni tecniche (gli strumenti funzionano perfettamente? L&#8217;esecuzione è all&#8217;altezza? Il pubblico sente bene?) possono a volte prendere il sopravvento, soprattutto quando non puoi affidarti, ed è il nostro caso, sempre allo stesso fonico. Un fonico abile e di fiducia, quel fonico di cui avresti bisogno perché proponi musica complessa sul piano della strumentazione (pensa alle complicazioni dovute anche soltanto all&#8217;assenza del basso elettrico) e per di più estremamente dinamica, musica che lui <em>deve</em> conoscere nei singoli passaggi, non puoi permettertelo, se non fai spesso concerti. Il fonico ideale è, a tutti gli effetti, un membro aggiunto della band: fino a questo momento non abbiamo purtroppo avuto la fortuna di trovarlo. E aggiungerò: ci farebbe comodo trovare, sempre come elemento aggiunto della band, anche un tecnico delle luci. Le luci sostengono la musica con più efficacia dell&#8217;immagine, perché l&#8217;immagine orienta, definisce e perciò limita l&#8217;immaginazione dell&#8217;ascoltatore, mentre le luci non imbrigliano la forza evocativa che il suono ha in se stesso e che si manifesta diversamente in ciascun ascoltatore, a seconda della sua personale capacità di immaginazione e del suo grado di sensibilità.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> C&#8217;è un vantaggio evidente e innegabile: web e social contribuiscono a una divulgazione facile e immediata di musica che altrimenti, per una ragione o per l&#8217;altra, non si conoscerebbe, o perlomeno sarebbe difficile scoprire. Molti ci hanno conosciuti grazie al web, e questo è senza dubbio un bene. Ma il dazio che si paga è grave: alla prova dei fatti, gli svantaggi pesano molto più dei vantaggi. Tutto ne esce appiattito, livellato, uniformato. L&#8217;ascoltatore/spettatore viene educato a non cogliere più la differenza che passa, ad esempio, tra un concerto dal vivo a cui si assiste in presenza e un concerto dal vivo a cui si assiste via web. Sappiamo bene che non sono la stessa cosa: il web ti nega la comunicazione tridimensionale della musica, quell&#8217;energia che lega musicista e ascoltatore quando interagiscono entro uno stesso spazio fisico. Il web scinde l&#8217;ascoltatore e il musicista innaturalmente; rende l&#8217;ascoltatore pigro; nega al musicista l&#8217;energia del pubblico in presenza, impoverendo la <em>performance</em>. L&#8217;orecchio dell&#8217;ascoltatore, poi, ne viene depotenziato, e l&#8217;ascoltatore stesso finisce per non maturare (o per perdere) sensibilità per le sfumature e gli aspetti caratterizzanti del suono. La conseguenza di ciò è devastante anche per chi fa musica: il pubblico non discrimina più tra un gruppo e l&#8217;altro, si accontenta (più o meno) di ricondurre questo o quel gruppo a questo o a quel genere musicale. La “civiltà 2.0” di cui parli è ricca, temo, di “musica impoverita”.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Gli ostacoli che si incontrano, e abbiamo in effetti incontrato, sono tantissimi. Non viviamo di musica e nessuno di noi ha tempo per seguire, con la costanza che sarebbe necessaria, i meccanismi di promozione. In queste condizioni, è difficile farsi conoscere e ricavare quegli utili che, per quanto ci riguarda, si reinvestirebbero in nuovi progetti musicali (fare musica costa, almeno se si vuole realizzare lavori di qualità sonora eccellente, come nel nostro caso). In termini economici, l&#8217;autoproduzione a volte ci ha dato di meno (“Kublai”), a volte di più (“Violato Intatto”, ad oggi forse l&#8217;album in assoluto più apprezzato da pubblico e critica); ma servono risorse ed energie che non sempre si hanno. D&#8217;altra parte, proprio il fatto di operare fuori dal mercato e senza velleità commerciali finisce per agevolarci: se le risorse ci sono, non abbiamo la necessità di doverle investire per averne un ritorno economico a tutti i costi. Il nostro vero ritorno è la musica, che resterà nel tempo.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Purtroppo non esistono tanti spazi. Festival ci sono, in Italia, ma sono centrati sulle “vecchie glorie”, ammiccano alle preferenze del pubblico (l&#8217;adeguamento alle tendenze garantisce pubblico pagante) e non danno, in linea di massima, il debito spazio a realtà emergenti (in quanto poco note, le realtà emergenti infatti non garantiscono pubblico pagante): chi riesce a procurarsi uno spazio lo deve, in fondo, ad agganci diretti con i vertici organizzativi, una logica a cui Accordo dei Contrari, forse anche con suo demerito, non si è mai piegato. Sia chiaro, non critico la politica dei festival in Italia: sarebbe impossibile anche soltanto ideare un festival, se non si facessero i conti con introiti/spese e non si pensasse agli incassi. Se, però, ci fosse più azzardo e generosità, il desiderio, voglio dire, di investire qualche volta anche affrontando il rischio di andare in perdita, il desiderio di far conoscere al pubblico delle novità che si ritengono effettivamente interessanti e di valore, forse si potrebbe restare piacevolmente sorpresi da un&#8217;affluenza imprevista e, magari, assistere a un piccolo miracolo: il passaggio di un gruppo dall&#8217;avere un piccolissimo seguito all&#8217;avere un seguito più grande. Qualcosa, credo, di emozionante, sia per chi fa musica, sia per chi la produce, sia per chi promuove eventi.</p>
<p>Quanto ai gruppi/progetti italiani di musica originale, ne conosciamo diversi di livello eccellente: penso ai Deus ex Machina e ai D.F.A. (oggi, purtroppo, non più attivi), Ske, gli Slivovitz, giusto per citarne alcuni. L&#8217;Italia è sempre stata e resta una garanzia. Ma i concerti sono rarissimi, e raramente, dunque, ci si incontra e ci si frequenta. Gli stessi “giri” musicali (penso alla realtà di Bologna negli anni Novanta, con gruppi come i Deus ex Machina e gli Ella Guru) non esistono più. Il villaggio globale del web e la crisi della musica dal vivo hanno smantellato le realtà musicali locali. La perdita è incalcolabile.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Accordo dei Contrari e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Mi capita occasionalmente di dedicarmi a scrittura e disegno: la passione per il disegno, anzi, si accese in me prima di quella per la musica. Avevo l&#8217;abitudine, fin da piccolo, di sedermi d&#8217;estate a un tavolo in giardino, circondato dal verde, innanzi a un foglio bianco: mi proponevo di non alzarmi finché non avessi fatto un disegno, oppure scritto qualcosa di originale. Il vento a volte mi portava via i fogli, che pazientemente raccoglievo e fermavo sotto un sasso perfettamente levigato, per poi riprendere a disegnare o a scrivere. Questa autodisciplina mi ha aiutato sia nella musica sia, più in generale, nella vita.</p>
<p>Ho poi la fortuna di occuparmi di storia e storiografia antica greca per mestiere, e ti posso assicurare che nell&#8217;intuizione scientifica c&#8217;è una componente artistico-creativa molto elevata. Chi oppone la scienza all&#8217;arte e alla creatività, dimentica che l&#8217;intuizione fonda entrambe, ed è nei fatti arido: non ha e non avrà mai niente da dire e da dare, né alla scienza né all&#8217;arte.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Non so se posso definire la mia attività quotidiana un&#8217;attività artistica ma, secondo me, e per come la vivo io, penso che in parte lo sia. Io faccio il fabbro, un lavoro che mi sono scelto e che porto avanti già da diversi anni. Ho sempre respirato il profumo del ferro in famiglia perché mio padre aveva un’azienda di carpenteria meccanica, dove ho lavorato per tanti anni. Ho avuto anche una parentesi di insegnamento della batteria, ma negli anni mi resi conto che mi mancava qualcosa, e così decisi di avviare una mia attività. Non è semplice, soprattutto di questi tempi, ma la passione per il mio lavoro, come per la musica, mi spinge ad andare oltre e sognare. Ti confesso che a volte arrivo a casa alla sera che non ho proprio molta voglia di andare a fare le prove, ma ormai Accordo dei Contrari per me non vuole dire solo fare musica, significa condivisione, rispetto, onestà. Tutti valori di cui mi nutro ogni giorno e che ritrovo in Giovanni, Marco e Stefano.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Pensare a un podio sarebbe impossibile: avrei un numero incalcolabile di primi posti, spaziando dal rock al jazz, dalla classica all&#8217;avanguardia. Confesso il mio amore per Steve Coleman e Tim Berne in tutte le loro incarnazioni; per la scuola organistica italiana, tedesca e francese di ogni secolo, fino a quella contemporanea, passando per Bach, Vierne, Dupré e Messiaen; e per Haydn, Beethoven, Schubert, Schumann, Debussy, Mahler, Bartok, Stravinskij, Ravel, Prokofiev, Shostakovich e tanti altri: vanno ascoltati.</p>
<p>Limitando il <em>range </em>alla musica rock e jazz, e alla capacità di esprimere i concetti di “mistero” e di “indefinito”, che personalmente trovo altamente poetici, ti dirò: le prime note di “We&#8217;ll let you know” in “Starless and Bible Black” dei King Crimson, quelle di “Ruins” in “Unrest” degli Henry Cow, il riverbero nell&#8217;attacco di batteria, piano e basso di “Pataphisical Introduction, part I” in “Volume Two” dei Soft Machine, l&#8217;esordio lontano di “Out-Bloody-Rageous” di “Third”, sempre dei Soft Machine, l&#8217;inizio del brano “Bitches Brew” nell&#8217;album omonimo di Miles Davis. E il finale di “Lemmings” dei Van der Graaf Generator. A parte quest&#8217;ultimo, tutti inizi, tutti semplicemente eccezionali.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Io nasco dagli ascolti di mio fratello maggiore. Police, Bruce Springsteen, Bob Marley, U2, sono tra i suoi gruppi più amati. Poi un giorno mi regalò un disco dei The Who e ne rimasi folgorato. Da lì in poi sono sempre stato influenzato dalle sonorità di quegli anni, Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, gli stessi The Who, per citarne alcuni tra i miei preferiti. Negli anni Novanta anche il <em>grunge</em> mi ha influenzato. Non penso di avere un’anima totalmente “progressive”, ma mi piace ascoltarlo e forse ancora di più suonarlo. Mi rendo conto di non avere un genere o un artista preferito, ma se devo sceglierne uno tra tutti che, secondo me, incarna al meglio la mia visione di musica, allora dico Jeff Buckley.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Anche qui scegliere è difficilissimo&#8230; Senz&#8217;altro opere immortali come “1984” di Orwell, “Viaggio al termine della notte” di Céline, o gli scritti di Borges. Guardando più indietro nel tempo, Erodoto, sottile, avvincente e spassoso; o Tucidide, se si preferisce la filosofia applicata alla storia; o il sempreverde Omero, enciclopedia del tutto, un po&#8217; come Dante. Sul versante cinematografico, suggerirei Christopher Nolan. Sul versante pittorico/grafico, Paul Klee. E già mi pento per tutti quelli, innumerevoli, che sto omettendo.</p>
<p>S.R.: Senza dubbio lo scrittore americano Kurt Vonnegut. Oltre al famoso “Mattatoio n. 5”, che rielabora in modo toccante e visionario il trauma sperimentato da Vonnegut come prigioniero americano dei tedeschi durante la II Guerra Mondiale (in particolare l&#8217;esperienza, vissuta in prima persona, del bombardamento di Dresda), “La colazione dei campioni”, “Madre notte”, “Il grande tiratore” e “Le sirene di Titano” sono tra i libri che porterei sulla proverbiale isola deserta.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Si è trattato di resistenza, o meglio, di resilienza: fu un periodo durissimo anche perché fu impossibile ritrovarsi per suonare insieme. Il famigerato <em>smart working </em>trasformò la mia attività di docente in sportello web h24: uno snaturamento inaccettabile, una vera barbarie. Per gli altri del gruppo non fu poi molto diverso. A salvarmi è stata la composizione di nuova musica, cui mi dedicavo in previsione del ritorno di Accordo dei Contrari all&#8217;attività, e l&#8217;affetto della mia famiglia.</p>
<p>La musica italiana ha pesantemente risentito di questo stato di cose, ma si è trattato senz&#8217;altro di una pausa, per quanto ben poco salutare: di una “ferita di striscio”, per mantenere la tua metafora, e non di un “colpo mortale”. Il “colpo mortale” verrà se non prenderà coscienza del fatto che l&#8217;uomo è una creatura analogica, non digitale, e che la musica, la <em>vera </em>musica, deve avere un ruolo centrale nella formazione della persona.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Gli aneddoti sarebbero tanti. Ricordo la gioia di salire sul pulmino del gruppo al termine di una mattinata di lavoro in un liceo di Bologna, al tempo insegnavo ancora a scuola, per partire alla volta del Belgio con Cristian, Marco e Daniele, e tenere l&#8217;indomani un concerto (al festival ProgRésiste di Verviers) avendo, a meno di un metro da me, il registro personale che, per disattenzione o fretta, non avevo lasciato a scuola come avrei dovuto (e che non potevo proprio permettermi di smarrire!). Mi andò bene: se mi avessero fermato alla frontiera italiana con il registro, avrebbero potuto incriminarmi per esportazione illecita di documenti ufficiali&#8230; Era il 2009. Tanto tempo è passato, anche se a me non sembra affatto: l&#8217;emozione di allora è ancora viva. Il concerto poi andò benissimo. Quei quattro ragazzi, i ragazzi che eravamo, in fondo mi mancano.</p>
<p><strong>Una domanda per Marco, che esula dal contesto Accordo dei Contrari ed è una curiosità tutta mia</strong><strong>, mi preme farla! Sul mio podio personale tra gli artisti che più adoro in assoluto ce n’è uno che ben conosci (così come Giovanni e Cristian, in realtà) e con cui hai spesso collaborato negli ultimi anni: Umberto Maria Giardini/Moltheni. Il quesito è banale: com’è Umberto, artisticamente e umanamente, e com’è lavorare con lui?</strong></p>
<p><strong>M.M.:</strong> La mia collaborazione con Umberto oramai ha superato i dieci anni&#8230; quattordici per la precisione! Anni molto intensi e formativi, carichi di produzioni e concerti. Moltheni mi ha dato la possibilità di entrare a far parte di un ambiente musicale molto interessante, soprattutto nei primi anni di questa lunga collaborazione. Ci siamo da subito intesi con Umberto. E questo pur avendo un <em>background</em> di ascolti e conoscenze musicali non sempre uguali: mi sono sempre fidato delle sue proposte musicali e lui delle mie! Quando lavoriamo sia in sala prove che in studio di registrazione condividiamo gran parte delle idee musicali che ci vengono per la testa. C&#8217;è molta affinità! E poi ha sempre avuto una certa stima e predilezione per gli Accordo dei Contrari. Non a caso, nelle radici di Umberto Maria Giardini (UMG) ci sono tre componenti degli Accordo dei Contrari: quando mi propose di coinvolgere Giovanni e poi, a ruota, anche Cristian nel germe del suo nuovo progetto, ero molto eccitato e curioso di capire ciò che poteva succedere. Ed è successo che insieme abbiamo realizzato “La dieta dell&#8217;Imperatrice”, che a mio avviso è un album molto bello e intenso, e l&#8217;EP “Ognuno di noi è un po&#8217; anticristo”.</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro di Accordo dei Contrari che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Stiamo lavorando al sesto album, in cui confluirà il materiale che ho composto nel periodo della pandemia. Questa volta sarà necessario un bassista. Proprio in questi ultimi tempi è entrato in formazione Paolo Narduzzo: da quartetto siamo quindi diventati un quintetto. Il sesto album, per la cui realizzazione contiamo di avvalerci ancora del violino di Alessandro Bonetti, sarà un ulteriore passo avanti. E non vediamo l&#8217;ora di registrarlo.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!      </strong></p>
<p><strong>Accordo dei Contrari:</strong> Grazie a te, Donato. E un saluto ai lettori.</p>
<p><em>(Ottobre, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/14/intervista-ad-accordo-dei-contrari/">Intervista ad Accordo dei Contrari</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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