Intervista ad Alberto Molesini / Baro prog

Un caro benvenuto al polistrumentista, compositore e cantante Alberto Molesini.

A.M.: Saluto tutti con molto piacere.

Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini. Quali sono i tuoi primissimi passi nel mondo della musica e i primi “amori”?

A.M.: 1972, quando avevo 7-8 anni, e mio fratello Gianguido ne aveva 14, in casa cominciavano a girare i primi vinili de Le Orme, ricordo in particolare “Collage”. Poi molte cassette, e qui mi colpivano King Crimson, Genesis ed ELP. Assorbivo per osmosi, a volte intrufolandomi in raduni fumosi tra Gianguido e gli amici in cui sentivo, oltre alla musica, altri discorsi, magari poco adatti alla mia età. Poi è arrivato lo stereo, i miei gusti musicali si erano strutturati e ascoltavo in autonomia.

Come mai Baro? Quando nasce il tuo nome d’arte?

A.M.: Sempre nel ‘72 la mia famiglia si è trasferita da Verona a Sommacampagna. L’appartamento era all’interno di una specie di maniero, che si dice fosse stato abitato da una baronessa. Da cui Barone, evoluto per tutti rapidamente nel soprannome Baro. Acquisito anche come nome d’arte. Perciò un po’ barone e un po’ baro, diciamo un nobile imbroglione. Quando ho iniziato a suonare mi sembrava che Baro sottintendesse questa interessante duplice natura.

E nel 1978 nasce il quintetto La Sintesi che ti vede pienamente coinvolto. Mi parli un po’ della band?

A.M.: Gianguido suonava piano e tastiere. La strumentazione e gli spazi del “maniero” erano disponibili anche a me e con Titta Donato e Gigi Murari, amici d’infanzia – Titta studiava chitarra classica e Gigi percuoteva qualsiasi cosa – erano iniziate sessions di improvvisazione. Poi l’arrivo di Paolo Zanella e Nicola Rotta e, in ambiente parrocchiale, le prime possibilità di proporsi pubblicamente. Gusti diversi ma comunque passione per musica “impegnata”, forse il primo denominatore comune è stata la PFM. Ma siamo partiti subito scrivendo cose musicalmente nostre, magari tagliando corto sui testi, presi da amici o da poeti come García Lorca. Nel nostro paese eravamo un riferimento, un luogo di amicizia e di gusto di fare musica insieme. Ogni tanto scopriamo qualcuno che ci lega inscindibilmente ai bei ricordi della giovinezza.

È il 1980 quando componi il concept album “Lucillo & Giada”. Mi parli della sua genesi e del suo contenuto?

A.M.: Un paio d’anni prima ho cominciato a guardarmi intorno in cerca di… ragazze. MI sono fatto subito un’idea precisa e, cominciando abbastanza presto nella mia vita, ho avuto risultati numericamente notevoli: una. Daniela, da allora ragazza e attuale moglie. La conoscevo da poco più di un anno quando lei mi ha chiesto di raccontarle una favola, anzi di scrivergliela. Da una lettera poi le cose si sono sviluppate e ho pensato di trasporre la nostra storia in chiave sociofantapolitica. Lucillo e Giada erano i nostri avatar. Ero anche in cerca di un filone di composizioni per La Sintesi, e ho messo tutto insieme. Quel concept è stato registrato con mezzi molto rudimentali ed è finito in cassetta, una per lei e poche altre copie per qualche amico. Soprattutto per La Sintesi, per iniziare a lavorarci sopra per un progetto live che si è fermato a due suites, “Lamento/Se Vorrai” e “Our Fate Lies All Around the Universe” (quest’ultima eseguita una sola volta live al liceo Medi, Giugno 1980, con Gianguido al synth).

Tre anni dopo, invece, è la volta di “Topic Würlenio”. Anche in questo caso, ti va di narrarmi il percorso che ti ha condotto alla sua realizzazione e cosa troviamo al suo interno? Mi spieghi anche il significato dello strano titolo?

A.M.: L’obiettivo era soprattutto di scrivere del materiale finito per la band, che potesse essere ascoltato e assimilato da loro. Un modo per portare idee compiute, non da sviluppare. Era una modalità di affermazione del mio individualismo compositivo, mio difetto di fondo. Sono abbastanza restio a confrontare e a rimettere alla band le mie idee musicali, e questo mi ha portato ad essere più concreto in un percorso personale, in cui altri collaborano a un mio disegno. In effetti il gruppo ha fatto propri solo alcuni brani. Qui le nuove sonorità degli anni ‘80 hanno posto alcuni condizionamenti, nel tentativo di farsi strada si vede la tentazione di una maggiore immediatezza. Tecnicamente poi, come batteria per i provini, ho usato una delle prime drum machine, non troppo sofisticata, il che ha limitato cambi di tempo e segnature dispari. Comunque l’approccio Prog è presente e marcato soprattutto nella finale “Mosaico d’Uomo”.

Qualcuno va alla ricerca del significato del titolo ascoltando la title track, che però scopre essere strumentale. Nel booklet ho riportato una nota dell’epoca: “Dall’incontro tra due persone è come nascesse una nuova entità, fatta di ciascuno dei due ma diversa dall’uno o dall’altro, con desideri ed esigenze che non sempre coincidono con i propri. A ciò che è nato dall’incontro tra me e la persona più cara della mia vita ho voluto dare un nome: Topic Würlenio”. Una dedica a Daniela – ancora lei – con la quale stavo da cinque anni.

Musicalmente, cosa ti ha ispirato/influenzato nella stesura dei due album? E quali sono i punti di contatto e le differenze sostanziali tra loro?

A.M.: I miti rock italiani e stranieri di allora. In “Lucillo & Giada” c’è forse più l’influenza italiana, Orme e PFM, in “Topic Würlenio” c’è maggiore contaminazione di new wave, electro funk e la sterzata di gruppi come Banco verso una forma canzone sempre impegnata ma, allo stesso tempo, più fruibile.

Alcuni dei brani dei tuoi due lavori vengono anche eseguiti live. Ma com’erano i La Sintesi sul palco?

A.M.: Eravamo ragazzi, ma col palco avevamo acquisito dimestichezza. Per cui disinvolti, ma allo stesso tempo umili. Giocosi, direi mai freddi.

Come mai, alla fine degli anni ’80, finisce l’avventura La Sintesi? A parte la presenza del brano “Tracce di un’Avventura” nella compilation di Radio Studio 94, non c’è nessuna testimonianza “su nastro” di quel periodo?

A.M.: Banalmente a un certo punto c’è stata coincidenza di impegni diversi: le lauree e il servizio militare, poi qualcuno si è sposato, ci si è tuffati nella vita. I concorsi e i tentativi di fare della musica “qualcosa di più” richiedevano grossi sacrifici e non avevamo ben chiaro dove avrebbero potuto portare. Nastri de La Sintesi ci sono, molte prove e quasi ogni concerto. Anche un video del concerto di inizio ‘85, mese di neve e gelo. La qualità però è molto scarsa, in parte dal punto di vista audio ma a volte anche esecutivamente. Questo è ancor più evidente riascoltando il materiale ai giorni nostri, ma già allora l’ascolto delle registrazioni spesso era deludente: l’impatto/impasto che dal vivo era parso molto buono sembrava contraddetto impietosamente dall’effetto nastro, dal mixaggio che rendeva molto diversamente rispetto alla sala. Forse con registrazioni multitraccia avremmo potuto limare e ottenere qualcosa di più proponibile.

So che c’era anche un terzo lavoro in cantiere all’epoca. Quanto di quelle idee sono tornate “in auge” con Baro prog nel nuovo millennio?

A.M.: I gusti diversi si erano ulteriormente allontanati, Paolo, in particolare, aveva iniziato ad apprezzare la fusion e il jazz. Lui e Nicola scrivevano un po’ di più. Io non insistevo troppo nel voler visitare integralmente i miei progetti, per cui il repertorio proveniva da più mani. Preferivamo lavorare su idee condivise ma non troppo sviluppate, a me stava bene perché non amavo troppo discussioni su cose che avevo già sviluppato nei dettagli. Col testo di Nicola avevo scritto “Non Sento!”, che aveva beneficiato molto del ripensamento a più voci di chitarre di Titta e Nicola. Si prestava molto all’esecuzione live, mentre altre idee avrebbero richiesto almeno due tastieristi abbastanza ossequiosi al mio pensiero (e ne La Sintesi ce n’era uno con uno stile abbastanza diverso e personale). Per cui quelle idee sono rimaste nel cassetto, in particolare quello che poi è diventato “Utopia”, che richiederebbe tre tastieristi e magari una sezione fiati. Altra idea, sempre dell’86, è finita in “Phase II”; mentre per musicare un altro testo di Nicola, “Domande”, abbiamo fatto una specie di concorso interno. Partecipammo io e Nicola e “vinse” lui, mentre la mia idea con molte tastiere e/o fiati è finita in un brano che spero di pubblicare fra un paio d’anni. Nulla è stato buttato…

In definitiva, che ricordi hai del periodo trascorso con La Sintesi?

A.M.: In realtà non è mai davvero finita. I “ragazzi” restano tra i miei più cari amici. Per cui è un ricordo presente. Certo, stavamo molto bene insieme e vivevamo un’esperienza che includeva musica, amicizia, condivisione. Adesso ne resta più l’aspetto enogastronomico.

Mi parli del progetto ELAM, condiviso con tuo cugino Emanuele (la tua “anima gemella musicale”), e, in generale, del vostro rapporto artistico?

A.M.: Ho un bel gruppo di cugini, io e Gianguido eravamo i più vecchi. Emanuele era il più vicino di età ma viveva a Milano, abbiamo iniziato a vederci al mare (lui restava in Liguria tutta l’estate) durante le medie e le superiori e lì è cresciuto un affiatamento diciamo intellettuale (ma soprattutto una convergenza su un certo sense of humour) e una reciproca esplorazione dei gusti musicali, lui si era decisamente orientato sulle correnti metal dei primi anni ‘80, AC/DC, Iron Maiden. La cosa ha potuto approfondirsi dopo, andando io all’Università a Milano. Una volta la settimana ci trovavamo, lui aveva iniziato a schitarrare e c’era una cantina che ci permetteva di fare underground. Partiti col nome Hellish Dread, siamo stati anche al Leoncavallo a jammare con batteristi occasionali. Ricordo anche che mi portò a un concerto dei Manowar. Col tempo ha acquisito un po’ di strumentazione, un quattro piste a cassette e ha iniziato a scrivere cose un po’ più pop, anche se con chitarre decisamente metal. Perciò lui alla chitarra, voce e programmazione batteria, io basso, cori e tastiere, abbiamo scritto una decina di canzoni tra il pop, il metal e l’AOR a nome ELAM (Emanuele Lopopolo Alberto Molesini) facendo girare un paio di cassette demo, con la tipica copertina fotocopiata in bianco e nero. Secondo me non era male, ma gli sbocchi erano pochissimi. Poi (1988) l’Università è finita e così il progetto. Ma non ci siamo mai persi di vista.

Storia lavorativa molto particolare, ha brevettato una specie di sostegno per la schiena associandovi il progetto musicale Baxnug, facendo uscire un CD con due gustosi video a corredo. Mi incoraggia sempre tantissimo sulle mie creazioni, a volte dandomi consigli che non sempre seguo, ma soprattutto mi ascolta attentamente e dal suo giudizio esco spesso confermato. Per cui gli sono molto grato ed è sempre un piacere rivedersi.

E poi ancora Hydra e Fratelli Brothers (quest’ultimo progetto condiviso con 4/5 dei La Sintesi). Ti va di spendere qualche parola sulle due esperienze? Che musica proponevate?

A.M.: Appena laureato e sposato ho fatto alcune nuove conoscenze, in particolare Paolo Begnoni detto Benjo, noto nell’ambiente Prog per il progetto Oneira e recentemente per l’uscita degli Hydra, versioni dei brani molto ripensate ma in cui ritrovo gli spunti di allora. I bassisti in giro erano merce rara, la loro musica molto variegata, con influenze Prog ma anche pop e new wave, era molto stimolante. Sono stato con loro un paio d’anni, poi ci siamo un po’ arenati al momento di proporci dal vivo. Restano un bel ricordo e una stima reciproca. Più qualche prestito di chitarre da Franco Piona, chitarrista e grande collezionista.

Proporsi dal vivo, appunto, era stato l’interesse successivo. Primi anni ‘90, nel pieno dell’energia fisica, coi locali live nel loro momento migliore. Con Paolo, Nicola e Gigi nascono i Fratelli Brothers, nome che indicava la familiarità tra noi mai venuta meno. Tutti d’accordo per andare a far cover nei locali, gli anni ‘80 di Michael Jackson, Sting, Toto il genere su cui convergere. Abbiamo fatto più di 300 serate in otto anni, un’esperienza indimenticabile. Ma che poi si è esaurita, purtroppo, in parte con la voce, molto messa alla prova.

E ad inizio del nuovo millennio risboccia l’amore per il Prog. Qual è stata la scintilla che ti ha riavvicinato al genere? E quando decidi che i tuoi primi due lavori meritano una “seconda opportunità”?

A.M.: La sequenza delle domande fa capire che hai studiato molto bene i miei racconti. Dopo circa 300 serate coi Brothers, Paolo è andato un po’ in crisi d’identità, aveva bisogno di spazio per coltivare la passione per il jazz. Abbiamo decisamente rallentato e ho iniziato a ripensare alla composizione e a esplorare le nuove tecnologie in questo ambito. Approfondendo la conoscenza di queste tecnologie ho capito cosa avrei potuto fare di quei brani.

Questo tuo nuovo “fermento progressivo” ti vede protagonista anche della reunion de La Sintesi. Quando nasce la decisione di tornare in pista? E come hai ritrovato la band alcuni decenni dopo?

A.M.: Diciamo che si è trattata di una situazione locale, si capiva che c’era voglia di rincontrarsi tra noi e il nostro pubblico rimasto “vicino di casa”, il desiderio di una rimpatriata un po’ più ampia di quella tra amici. L’idea era quella di uno spettacolo, andato in scena a gennaio 2011, nel quale ricostruire il clima degli anni in cui eravamo stati presenza e colonna sonora della vita del nostro paese. Avevamo parecchio materiale fotografico vintage, nostro ma non solo, che ha molto aiutato. Con la band, in realtà, grazie ai Fratelli Brothers non ci eravamo mai staccati, per cui non eravamo arrugginiti. Le difficoltà maggiori come performer le ho avute io, per il calo di estensione cui accennavo. Questa fatica, purtroppo, ha appannato soprattutto la mia prova. C’è stato un altro concerto poi, a luglio, ed altre sessions live più brevi, ma non c’erano le condizioni per un lavoro stabile che portasse a qualcosa di più della reunion celebrativa. Invece, a turno ho assegnato loro qualche spazio nelle mie registrazioni per contribuire con il loro modo di suonare, che ha sicuramente aggiunto colore e profondità ai miei prog-jets.

Non solo, nel nuovo millennio entri a far parte anche dei Marygold, con cui realizzi l’album “One Light Year” (2017). Mi parli un po’ di questa esperienza e dell’album?

A.M.: Il contatto arriva nell’ambiente di lavoro, dove ho incrociato Stefano Bigarelli, loro tastierista. Come spesso accade, band senza bassista. Accetto l’ingaggio come ospite, quindi al di fuori del lavoro creativo, per supportarli nella promozione live del primo album “The Guns of Marygold” che stava uscendo e non scartando l’ipotesi di fare qualche cover dei Genesis. Ci siamo conosciuti facendo “The Battle of Epping Forest”, l’esperienza mi ha convinto da subito che valeva la pena di investire un po’ di tempo con loro. In quel periodo avevo ultimato il demo di “Utopie” e abbiamo provato insieme una versione ridotta di “Runaways” (“Iron Garden”, che ho incluso come bonus track nella versione digital del disco pubblicato agli inizi del 2021), che avrebbe potuto far parte di un album successivo (sulle prime idee del quale ho lavorato fino al periodo della reunion de La Sintesi). E sono tornato a lavori molto avanzati, “Iron Garden” era stato dimenticato e io ho messo il basso al servizio dei brani, senza strafare. Avevo anche preparato e registrato provini dei cori di ogni brano. Ci abbiamo lavorato e ragionato sopra, poi, per ragioni di produzione, l’idea è saltata. Peccato per un paio di brani dove, secondo me, avrebbero aggiunto colori interessanti, ma in effetti sarebbero stati ritocchi forse un po’ estranei alla visione Marygold. Ma è stata questa esperienza che mi ha messo in contatto con Gianni Della Cioppa e l’Andromeda Relix, mostrandomi il percorso che avrebbe portato a rendere pubblici i miei prog-jets.

E poi arriva il 2019 e, grazie all’Andromeda Relix (con distribuzione G.T. Music), “Lucillo & Giada” e “Topic Würlenio” vedono finalmente la luce (in una confezione doppia che li racchiude entrambi). Prima di tutto: quali sono le emozioni che si provano nel toccare, finalmente, le proprie opere con mano?

A.M.: Emozione enorme. Ma forse uno dei momenti più commoventi è stato vedere su Facebook la foto del doppio proveniente dal Giappone, dal simpaticissimo Masaki Shimerson che tutti gli artisti Prog Italiani, e forse non solo, conoscono. Capire che la tua musica sta facendo il giro del mondo, anche se con piccolissimi numeri, smuove corde molto profonde.

Quanto differiscono queste due versioni da quelle originali e come hai affrontato il loro restyiling? Durante tutti questi anni non c’è mai stata, dunque, la possibilità di pubblicarli?

A.M.: i nastri originali erano inascoltabili, soprattutto “Lucillo & Giada”. Quest’ultimo avevo iniziato subito dopo a rielaborarlo un po’, anche cambiando alcuni testi, mentre nuove idee erano arrivate dalle elaborazioni live con La Sintesi. Tutte queste modifiche le ho tenuto in testa per molti anni, direi fino a quando nel ‘99 mi sono trovato per la prima volta davanti a una DAW.

In “Topic”, invece, a suo tempo lo studio sui suoni delle tastiere era stato accurato, e ritrovare quei suoni efficaci in una dotazione del tutto diversa non è stato facile. La parte compositiva dei brani è stata toccata poco, il più nella parte centrale di “Ach The Stomach Contraction”, scritto nel 1976 e portato alla versione ufficiale integrata con idee del 2012.

Nei primi anni 2000 ho messo qualcosa online su Vitaminic, chissà se qualcuno si ricorda la piattaforma. Ho provato a guardarmi in giro e, conosciuti i Marygold mentre realizzavo la demo di Utopie (2004), ho mandato qualcosa a Movimenti Prog, ma la cosa si è chiusa lì e non sapevo come muovermi. In realtà ci sarebbero state possibilità simili alle attuali, io non le ho agganciate.

Quindi sei entrato in contatto con l’etichetta di Gianni Della Cioppa grazie ai Marygold. Com’è lavorare con l’Andromeda Relix?

A.M.: Sì, tramite i Marygold che avevano firmato con l’etichetta. Ci siamo visti la prima volta a cena per festeggiare l’uscita del disco e gli ho passato le mie “bozze”. Poi mi ha confermato l’interesse per i lavori, ci siamo rivisti e mi è piaciuto particolarmente il fatto che non fosse sua intenzione intervenire sulla parte musicale, mentre mi ha dato degli input molto decisi e importanti sull’aspetto grafico, che hanno dato il loro frutto caratterizzando gli album, per “Utopie” ancora di più.

Passano due anni e sei pronto con un nuovo album: “Utopie”, concept che racconta di forme di convivenza nate dalla violenza o dall’inganno che non mantengono le loro promesse. Ti va di approfondire il suo percorso di “nascita e crescita” e il tema trattato?

A.M.: In realtà la bozza grezza di “Utopie” era lì da quindici anni. Era nella mia roadmap mentale il terzo album, per il quale avevo messo le basi intorno all’86, fermandomi poi a seguire altri stimoli. Dicevo, 1999 primo approccio a una DAW. Tre-quattro mesi per imparare a usarla senza VST, usando il general midi di una Soundblaster per tastiere e batteria, per la prima rielaborazione di “”Lucillo & Giada” a scopo “didattico”. Con l’idea subito dopo di riprendere a comporre da dove avevo lasciato in sospeso. Ma non sono partito subito da quel materiale dell’86, c’erano alcune idee ancora più vecchie e mai sviluppate che mi stavano tornando alla mente, con varie rielaborazioni. Come fanno penso tutti, agli embrioni si dà un primo nome, in questo caso fu “Smirne”. Quello che poi sarebbe diventato “Runaways”, con testo iniziale solo indicativo. Poi mi sono buttato sulle idee di quello che sarebbe diventato “Utopia” (lo racconto nel dettaglio nella mia pagina Facebook, nel post del 21 marzo 2021 a titolo “Baro 80s 2”). E lì l’idea dell’affermazione violenta dell’utopia mi si è chiarita e ho deciso di estendere il tema a (quasi) tutto l’album. Ho concluso scrivendo i due “Phase”, inizialmente un brano solo, poi mi sono reso conto che una parte stava bene in piedi da sola. E preambolato con “Non Sento”!

Nella seconda metà del 2019, uscito “Lucillo & Giada”, ho messo mano alla bozza di “Utopie” per pervenire alla realizzazione poi pubblicata, lavoro di circa un anno.

Come sono stati accolti questi tuoi lavori da critica e pubblico?

A.M.: Direi in modo per me decisamente sorprendente. Se posso riporto alcuni estratti delle recensioni di “Lucillo & Giada-Topic Würlenio”:

  • Questo lavoro ruota attorno a due concetti fondamentali, l’attesa e l’incontro; con tutto ciò che da essi può scaturire. Più ci si addentra nell’ascolto, più si rimane spiazzati, a volte storditi; ma è uno stordimento che non provavo da tantissimi anni; uno stordimento dal quale non ci si vuol riprendere, pur avendone la possibilità. Baro è riuscito nel suo intento, per quanto mi riguarda! (Francesco “Yggdrasill” su ItaliaDiMetallo.it)
  • Two different, fascinating and excellent works that contain extremely powerful moments in creativity. “Lucillo & Giada” has a more acoustic side while “Topic Würlenio” includes more synthesizers. The musical complexity, the superposition of the instrumental layers will very often make you dizzy. For sure, BARO’s “Prog-Jets” all express their depth after multiple listening. …. Luminous works full of virtuosity and genius from a musician who did not pour into the facility. [Mario Champagne su profilprog.com (Canada)]
  • La musica di BARO, ricevuta attraverso i suoi due PROG-JETS è una rivelazione. Il tutto suona fresco, arioso e anche tecnico e virtuoso. Le combinazioni strumentali, molto piacevoli, sono a volte audaci e spesso di una bella creatività. Alberto MOLESINI è un musicista da seguire. [Didier Gonzalez su Highlands n. 96 (Francia)]
  • Entrambi gli album presentano una registrazione impeccabile che mette in risalto le capacità tecniche degli strumentisti che accompagnano Baro nel suo viaggio a ritroso nel tempo. Queste opere infatti richiedono una gamma espressiva notevole, e solo un’esecuzione impeccabile può evidenziare i diversi stati d’animo dell’evolversi dei canovacci delle due trame. Il pacchetto completo è notevole. (F.Cassatella su RawAndWild.it)

Non avendo un act live, è mancato invece il contatto diretto col pubblico.

In tutto ciò, so che è anche già musicalmente pronto un quarto album per il quale, affermi onestamente, di essere ancora alla ricerca di un tema cui ispirarti per i testi. A che punto siamo di questa ricerca? Ti è possibile anticipare qualcosa su questo nuovo lavoro?

A.M.: Da inizio 2018 mi sono concentrato per rifinire la produzione dei primi album, e anche gli aspetti grafici, di promozione e social hanno richiesto molto del mio poco tempo libero. Per cui quel lavoro, musicalmente completo, è lì fermo in cantina da allora. Ho accennato come ci siano finite alcune idee degli anni ’80, mescolandosi in modo naturale con altri spunti affini nati molto dopo. Si tratta spesso di costruzioni articolate, decisamente Prog, che a mio modo rendo melodiche e fruibili. Un particolare lo concedo: un solo brano ha già il testo ed è ambientato nell’aldilà. E stato scritto tra la morte di Emerson e quella di Lake, questo mi ha ispirato una piccola sezione strumentale titolata “2KEGL” (cioè to K. Emerson & G. Lake) che è un po’ nel loro stile.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il tuo punto di vista per chi fa musica?

A.M.: C’è sicuramente molta più possibilità di autogestione. Progetti individuali possono essere più facilmente portati a termine. Per me la collaborazione a distanza è stata una modalità imprescindibile per chiudere i miei progetti; però ho una solida esperienza live e posso dire che nel bagaglio di un musicista non può mancare la musica insieme. Tecnicamente non è possibile la sala prove distribuita (per latenza e problematiche tecniche che ritengo insormontabili), e direi che tutto sommato è un bene.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel tuo caso specifico, quali ostacoli hai incontrato lungo il cammino?

A.M.: Io rimango ben rannicchiato nell’underground, per cui non ho una storia di successo da raccontare. Una storia di soddisfazioni, però, sì. Ho impiegato davvero tanto a trovare un percorso per arrivare a quello che mi interessava: il riconoscimento artistico, sostanzialmente la conferma che stavo scrivendo musica con un valore. Per cui ho passato tanti anni a fare cose per me, il che ha aiutato ad evitare i compromessi. Il contatto col pubblico ce l’avevo nei live, ma in ambito cover. Non ho mai creduto, se non nei primi anni de La Sintesi, alla possibilità di fare di questo un lavoro, il che mi ha risparmiato tentativi commerciali e delusioni. Ma a un certo punto è l’opera d’arte, nel mio piccolo, che chiede di emergere e di essere valutata e riconosciuta. Per me è stato fondamentale mettere i piedi nel percorso dei Marygold, conoscere Gianni, fidarmi di qualcuno e non voler fare tutto da solo. Se uno mi chiede se può viverci, sono abbastanza pessimista. La possibilità di farsi ascoltare e apprezzare, se si lavora sodo, è invece molto superiore a un tempo.

Qual è la tua opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

A.M.: Max Salari, recensendo “Utopie”, ha concluso “noi qui in Italia lo stiamo mantenendo (il prog) sempre più vivo e valido che mai, sembra che stia vivendo una nuova giovinezza e questo fa ben sperare anche per il futuro”. Secondo me il fermento creativo è notevole, non entro nel merito dei gruppi perché sarebbe un giudizio parziale e farei molti torti, ma basta scorrere – mi scuso se sono di parte – il recente catalogo di Andromeda Relix per trovare molti capolavori uno in fila all’altro. Le possibilità di confronto sono cresciute molto. Il live, invece, mi sembra molto penalizzato.

Esulando per un attimo dal mondo Alberto Molesini/Baro prog e “addentrandoci” nella tua vita, ci sono altre attività artistiche che svolgi nella vita quotidiana?

A.M.: Da ragazzino amavo i fumetti e ne ho realizzati un po’, “ad uso personale”. Poi, ma restiamo su Baro prog, ho scoperto il gusto della realizzazione di video, è un mondo che trovo molto interessante. Fumetti e video potrebbero anche convergere, se poi ci mettiamo anche la musica…

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), ti va di confessare il tuo “podio” di preferenze personali?

A.M.: Banale: Yes, King Crimson, Genesis. Negli anni ‘90 ho seguito molto poco l’evoluzione del Prog, ero impegnato sui generi che proponevamo live coi Brothers. Poi, grazie anche allo stimolo di qualche amico, ho scoperto in particolare Dream Theater, Porcupine Tree e Steven Wilson, Ayreon.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di te, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che ami e di cui consiglieresti di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

A.M.: Asimov ha sicuramente influito molto sulle tematiche che tratto. I suoi cicli fantascientifici sono estremamente intriganti. Poi “Cent’anni di solitudine” e “Il Maestro e Margherita”.

Anche la vision in ambito tecnologico è estremamente stimolante, ci trovo qualcosa di artistico.

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immagini il futuro della musica nel nostro paese?

A.M.: Dicevo e confermo che mi sembra che sul fronte creativo ci siamo, forse non nonostante ma proprio grazie alla riflessione a cui il Covid ha costretto, e ci sono sia lavori che danno nuova vita alla parte più classica del Prog – tra cui, spero, anche i miei – che contaminazioni molto interessanti. Ci vuole molta passione, perché il ritorno quasi mai è proporzionato agli sforzi.

Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che ti va di condividere sui tuoi anni di attività?

A.M.: Mah, ricordo una serata coi F.lli Brothers in un locale in genere abbastanza turbolento, con gente che ballava sui tavoli. Un posto in cui ci si divertiva a suonare. Arriviamo e ci dicono che prima di noi deve suonare un altro gruppo, dei professionisti. Noi non lo eravamo e ci prese un po’ di timore reverenziale. Vediamo il cantante, sembrava proprio un animale da palco. Io avevo la mia faccia da ragioniere. Per cui… mah, sarà l’ultima volta che ci chiamano. E invece hanno fatto i loro sette-otto pezzi, onestamente, ma senza infiammare particolarmente il pubblico e, anzi, un po’ lamentandosi del poco calore (cosa da non fare mai). Finiscono, ci presentiamo noi e… ovazione incredibile, tutti ci stavano aspettando, dal primo pezzo tutti sui tavoli a ballarle e cantarle tutte. Per cui via, carichi come le molle noi, carico il pubblico che ci aveva aspettato.

E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro che ti è possibile anticipare?

A.M.: Vediamo a che Utopia ci porta l’ultima uscita. Poi avanti un’altra.

Grazie mille Alberto!

A.M.: A te e a tutti quelli che hanno letto fin qui.

(Aprile, 2021)

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