Øutlier – Sinestetismi Sincretici

ØUTLIER

Sinestetismi Sincretici (2018)

Autoproduzione

 

Se siete alla ricerca di qualcosa che fa della contaminazione la sua arma vincente allora siete capitati nel posto giusto. Sinestetismi Sincretici è il primo lavoro del progetto Øutlier (una sorta di “costola” dei Liquid Shades) nato nel 2015 durante qualche infausta elucubrazione mentale post sbornia.

Emanuele Vassalli (piano, synth), Marcello Carletti (batteria), Diego Insalaco (chitarra, talk box) e Lorenzo Checchinato (basso, percussioni) partono da un’idea: trasportare in musica cinque diverse esperienze sensoriali, unite tra di loro e realizzate attraverso stili e generi musicali differenti – dalla fusion al funk, dal jazz al r’n’b – apparentemente inconciliabili tra di loro. E questa idea trova piena realizzazione in Sinestetismi Sincretici, un album in cui trovano spazio melodie imprevedibili architettate con arguzia e una buona, sana dose di follia, composizione fresche che, nella loro complessità, risultano “magicamente” di facile presa, tutto impreziosito da quella che risulta quasi essere un’”anima jam”.

I quattro non sono soli in questo lavoro ma a dar man forte troviamo Giulia Artioli (sax contralto), Luca Brunelli (tromba), Silvia Veronesi (trombone) e Niusty (lezioni di musica), di quest’ultimo gli intermezzi vocali tra i brani.

Si parte con Compromesso e, quando il piano di Vassalli prende il via, è subito chiara una cosa: difficilmente ci si annoierà nell’ascolto di Sinestetismi Sincretici. È una vivacità che pervade, con aperture fresche e sapientemente articolate che colgono il segno al primo colpo, grazie anche al giusto “peso” dei fiati ospiti e a quel pizzico di Soft Machine che non guasta. E anche quando i quattro ragazzi sembrano “perdere il filo”, il substrato sonoro ci dice che il brano c’è.

Generose indennità. L’intro unitario e incalzante di chitarra e tastiera va giù diretto e “lancia” fin da subito le ritmiche verso un percorso che potrebbe rivelarsi ipnotiche ma che, invece, è interrotto sul più bello dal solo di Insalaco (e dal “lavoraccio” di Checchinato in sottofondo). Mai disperarsi, il tragitto è ripreso ben presto ed impreziosito da nuovi “punti di vista”, con un tocco “eccessivo” alla feat. Esserelà davvero piacevole.

È un funky trascinante quello di That’s so Niusty, di quelli che invogliano a seguirlo (in più punti del brano) con un “pa pa pa pa” (ed è la stessa band a darci il LA). Grande il lavoro di Checchinato al basso nei momenti di “calma”, mentre i fiati dicono tanto nei momenti più colorati. E chitarra, tastiere e batteria fanno (alla grande) il resto, destreggiandosi magnificamente in un percorso affascinante e ricco di sfumature.

Tante anime in Dot 4. Si prende il via con una simpatica andatura che strizza l’occhio alla disco dance (rivista in chiave Øutlier) e che trova nell’uso del wah wah la sua arma migliore. A seguire è tempo di rock con un frammento che sembra omaggiare in parte “Smoke on the water” (dall’assolo alle ritmiche, le assonanze con Blackmore e soci si riescono a percepire), prima di essere catapultati in piena atmosfera tribale e chiudere con varie “riprese”, in quello che forse è il brano più camaleontico dell’album.

Quando nel lettore parte la conclusiva Holmenkollen, si resta per una manciata di secondi spiazzati, nelle orecchie sembrano pulsare le prime note di “Breathe” dei The Prodigy, ma poi la tensione nera dei maestri del Big beat non prende forma ma si resta comunque avviluppati in un gorgo elettronico che resta in lontananza ma costante. E poi si può partire. Un saliscendi emotivo è quello che si materializza poco oltre, con Carletti che detta, naturalmente, i tempi, e i compagni che creano scompiglio in superficie, tra fraseggi rapidi, cadute drammatiche (con ottoni in bella mostra), virate free e un dolce saluto finale.

E se l’intenzione dei quattro ragazzi era quella di far divertire gli ascoltatori senza l’ausilio di parole ma solo attraverso le note suonate, allora missione compiuta.

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