«Papà, dov’è mamma?».
«A pesca».
«Perché?».
«Perché è il suo lavoro, Fujiko».
E ogni mattina, da circa un anno, la piccola Fujiko Tanaki, cinque anni, poneva le stesse due domande a suo padre, allorquando, appena sveglia, si ritrovava in casa con la sola figura paterna.
Poi, consumati in fretta la zuppa di miso, una piccola porzione di riso al vapore con Nattō e qualche pezzetto di salmone al vapore, la bambina correva fuori casa dove l’attendevano le altre bambine delle abitazioni vicine. Con loro avrebbe trascorso le ore seguenti giocando a quella sorta di “nascondino” che era l’Oni Gokko, sino allo sfinimento.
Gli echi della Seconda Guerra Mondiale, intanto, s’erano sopiti solo da un paio d’anni e la vita del piccolo centro di Toba, mai realmente entrato nei giochi di guerra, aveva proseguito a scorrere lenta, guidata dagli umori dell’Oceano Pacifico su cui s’affacciava. Pochi furono i soldati “prestati” all’imperatore Hirohito e solo una mezza dozzina fece rientro a casa con le ossa intatte. Tra questi c’era anche Amane Tanaki, il padre di Fujiko.
E quando il tramonto era ormai alle porte, puntuale, andava in scena la seconda parte del “rituale”.
«Mamma, com’è andata oggi?».
«Bene, tesoro».
«Cos’hai pescato?».
«Una perla, come te» e Akiko sorrideva materna.
Anche la piccola Fujiko sorrideva a quella risposta che, senza coglierne esattamente il senso, ogni giorno arrivava puntuale al rientro a casa di sua madre.
La donna, stanca, dopo aver risposto alla figlia, riponeva il suo fagotto in una cesta in legno e scompariva in camera da letto.
E quel “rituale” andò avanti per alcuni anni, sempre uguale, con le stesse domande, le stesse risposte, gli stessi sorrisi, gli stessi enigmi.
Aveva da pochi giorni compiuto otto anni quando, una sera, Fujiko decise che la mattina seguente avrebbe seguito sua madre. La curiosità, cresciuta a dismisura in tutto quel tempo, avrebbe trovato finalmente una risposta anche visiva.
Dormì poco quella notte, non poteva lasciarsi sfuggire quei minimi rumori che indicavano la presenza di sua mamma in casa, i suoi preparativi e la sua uscita.
E quando lei chiuse la porta di casa, Fujiko, già pronta per la “fuga”, sgattaiolò fuori dall’abitazione, mentre suo padre proseguiva il suo sonno.
Camminò per circa un quarto d’ora, mantenendo sempre una certa distanza di sicurezza da sua madre e lasciandosi guidare dai primi bagliori dell’alba. Poi, in lontananza, intravide un piccolo gruppo umano parlottare sul grande spiazzo che si apriva davanti alla baia. Si avvicinò ancora un po’, appostandosi, in seguito, dietro il tronco di un albero e restò immobile a spiare.
Erano tutte donne e, la maggior parte, giovani.
Seguì con lo sguardo sua mamma e la vide scambiare qualche parola con alcune di esse.
Poi, poggiato il fagotto sul terreno, Akiko iniziò a spogliarsi. Lo stesso fecero tutte le altre.
Fujiko continuava a guardarle ipnotizzata. Quei movimenti lenti, il rimuovere dei vestiti e il riporli delicatamente sul terreno. Tutto le era nuovo e decisamente strano. Solo quando rimase coperta del solo Fundoshi, il perizoma, sua mamma afferrò dal fagotto una lama e la posizionò sul fianco, stretta tra quella striminzita fascia di tessuto e la sua pelle. Infine si fermò.
La piccola Fujiko osservò per la prima volta il corpo nudo di sua madre, statuario, senza comprendere cosa stesse avvenendo.
La donna, intanto, attese che tutte le altre avessero raggiunto il suo stesso stato e, all’unisono, si mossero verso il limite della baia, dove la terra lasciava posto all’acqua.
Qui, disposte ad un metro di distanza l’una dall’altra, iniziarono ad effettuare una serie di respiri profondi. Inspirazioni di cinque secondi, sei, poi sempre più lunghi sino a dieci.
E poi un ultimo respiro e, d’un tratto, le donne si tuffarono nelle acque piuttosto gelide dell’Oceano Pacifico. Il fondale roccioso, già a pochissima distanza dalla terraferma, raggiungeva i circa 25 metri di profondità.
Fujiko restò impietrita e trattenne, a sua volta, il fiato.
«È la prima volta che le vedi?».
«Sì» rispose automaticamente la bambina.
«Sono le Ama» disse la voce sconosciuta alle sue spalle.
Fujiko allora si voltò è incrociò il viso scavato e rugoso di una donna, doveva avere all’incirca 80 anni.
Questa le si portò accanto e la bimba, quasi immediatamente, riprese ad osservare la distesa d’acqua davanti a sé.
«Chi sono le Ama?» domandò curiosa.
«Le “donne del mare”, chiamate anche “Le sirene del Giappone” dagli occidentali».
«Perché si tuffano?».
«Per pescare».
«Cosa?».
«Alghe, polpi, ostriche, perle».
«Perle?».
«Sì».
«E dove le trovano?».
«Nelle ostriche».
Intanto nella bambina, non vedendo tornare su sua madre, iniziò a crescere il timore di una sorte avversa occorsa ad Akiko.
«Ma non tornano su?» chiese alla donna con voce preoccupata.
«Non subito».
«In che senso?».
«Possono restare in apnea fino a venti minuti».
Fujiko non rispose, cercando, nel frattempo, di quantificare il tempo già trascorso dal momento del tuffo, senza riuscirci.
«Perché sei preoccupata?» domandò la vecchina, percependo delle vibrazioni negative provenire dalla bambina.
«C’è mia madre lì sotto».
«Chi è?».
«Si chiama Akiko».
«Akiko? Tranquilla, vedrai che uscirà dalle acque tra qualche momento. Come una sirena».
La bimba attese ancora, impaziente. Poi, improvvisamente, udì una serie di fischi sconosciuti.
«Ama-isobue» disse la donna.
«Che cos’è?».
«È il suono che ti deve rassicurare».
Fujiko, lontana dal comprendere quelle parole, si voltò per la seconda volta ad osservare l’interlocutrice.
«È il suono creato dall’iperventilazione derivante dall’emersione delle Ama».
Non comprese esattamente tutto, però, pochi secondi dopo, la vide. Akiko uscì dall’acqua e, a passo deciso, camminò lungo il terreno raggiugendo il suo fagotto. Qui vi inserì un paio di piccole palline bianchicce. Erano perle.
Poi, tornata a pochi centimetri dall’Oceano, ripeté la pratica respiratoria e si tuffò nuovamente.
«Lei era una di loro?» domandò la bambina alla donna.
Non arrivò nessuna risposta.
Allora Fujiko si voltò senza trovarla. Era scomparsa.
«Mamma, com’è andata oggi?».
«Bene, tesoro».
«Cos’hai pescato?».
«Una perla, come te»
«Mamma, anch’io da grande voglio pescare le perle».
Akiko le sorrise, l’accarezzò sulla testa e annuì morbidamente. Poi, dopo aver riposto il suo fagotto nella cesta in legno, scomparve in camera da letto.
(pubblicato nell’antologia “Ritratti dal Giappone” – Idrovolante Edizioni, 2021)






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