Intervista a Ciro Ciscognetti

Un caro benvenuto al tastierista, cantante e compositore Ciro Ciscognetti.

C.C.: Grazie.

Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini. Quali sono i tuoi primissimi passi nel mondo della musica e i primi “amori”?

C.C.: Ho iniziato a 12 anni con una fisarmonica giocattolo, poi son passato ad una semiprofessionale e dopo sei mesi al pianoforte e, mentre mi dilettavo con questa, a 14 anni ho iniziato anche con la chitarra. All’età di 16 anni ho abbandonato la chitarra per dedicarmi al piano e all’organo.

E quando arrivano nella tua vita Fabio Celi e gli Infermieri? Hai fatto parte di qualche altra band in precedenza?

C.C.: Sono entrato (insieme a mio fratello Roberto, alla batteria) negli “Infermieri” nel 1973. Precedentemente avevo costituito alcuni gruppi musicali sul genere dei Vanilla Fudge, ELP e Deep Purple. Col primo di questi (con due brani dei Vanilla) nel 1970 vincemmo una coppa in una competizione con altri gruppi nell’allora Cinema-Teatro Pierrot di Ponticelli, vicino Napoli.

Il 1973 esce “Follia”, un lavoro che sotto il punto di vista strumentale e quello dei testi ha di certo lasciato il segno in quel periodo. Prima di approfondirne i contenuti, vorrei partire da un punto “ambiguo”: la sua effettiva realizzazione. Secondo la testimonianza di Fabio Celi, il disco sarebbe stato registrato nel 1969 e pubblicato solo quattro anni dopo per mancanza di mezzi della casa discografica. Le cose andarono davvero così?

C.C.: Io posso dirti questo: i brani (cinque di Antonio/Fabio Celi, più il mio “Il Presidente”) furono arrangiati da me in stile rock nel marzo/aprile del 1973 e vennero pubblicati sul disco dallo Studio 7 nel giugno di quello stesso anno. Ora, se Antonio avesse già registrato i brani, questo non lo so.

Come hai detto in precedenza il brano “Il Presidente” è completamente tuo. Ciò che mi ha sempre attirato di quella composizione è il testo “dannatamente” attuale. Come nasce, dunque, il brano? C’è un episodio specifico che ti ha ispirato?

C.C.: A quel tempo io ero l’unico del gruppo che stesse frequentando la scuola (A. Diaz di Napoli), erano gli anni della “protesta politica” che si trascinava ormai dal 1968, seppur non con la stessa violenza. Tuttavia, persisteva sempre un clima non proprio tranquillo, e gli scontri tra fascisti e comunisti, ripeto, seppur non come prima, continuavano. Io, per mia indole, ho sempre evitato quelli violenti ma spesso mi confrontavo volentieri verbalmente, senza eccedere in provocazioni, sia con gli uni che con gli altri (e non lo facevo solo a scuola), convinto assertore, come lo sono tutt’oggi, che la verità fosse nel mezzo (come asseriva il Buddha). Per non dilungarmi troppo, un giorno composi il testo e la musica del “Il Presidente” (in cui, per l’introduzione musicale, mi ispirai a “I Preludi” di Franz Listz ed un po’ alla parte di pianoforte del brano “Fortuna” dei Procol Harum, che a loro volta s’ispirarono a J. S. Bach), che insieme a tutto il resto del brano era in certo modo “progressivo” e, se non erro, anche più lungo rispetto agli altri brani. Per il testo, invece, (che, con il senno di poi, ammetto che era piuttosto compromettente ed un po’ esagerato rispetto alla realtà) raffigurai il Presidente come una persona importante, essendo la massima carica istituzionale dello Stato, ma decisiva solo nell’apparenza e non nei fatti. In effetti, la nostra non è mai stata una Repubblica Presidenziale.

Restando su “Il Presidente”, se dovessi dar retta ad un sito web quale Discogs, dovrei credere che il testo è opera di Antonio Cavallaro (il nome reale di Fabio Celi) e le musiche di Domenico Sica, Franco Zauli. Come mai? E chi sono Sica e Zauli?

C.C.: Allora, non so se quel sito abbia tratto informazioni da una dichiarazione di Antonio che, forse, avrà ricordato male, può succedere, specie dopo tanti anni, di non ricordare degli episodi o dei particolari (capita anche a me come a tutti). Tra l’altro confrontando il mio testo con gli altri suoi non dovrebbe essere difficile riscontrare un diverso stile verbale, indipendentemente dall’argomento del brano, tra “Il Presidente” e gli altri brani che, ripeto nei testi e nella musica (non gli arrangiamenti) sono completamente suoi.
Per quanto riguarda la deposizione del brano alla SIAE devo spiegare cosa avvenne. A quei tempi non ero ancora iscritto alla SIAE (l’avrei fatto nel 1976) e la produzione aveva fretta di pubblicare il disco. Per sostenere gli esami della SIAE come Autore potevo farne richiesta alla sede di Napoli, mentre per quelli di Compositore dovevo farne richiesta alla sede di Roma (allora funzionava così). A questo punto i tempi per queste procedure erano lunghi, pur ipotizzando gli esiti positivi, per cui, a meno ché non rinunciassi all’inserimento del brano, fu deciso, dalla produzione, di intestare a Sica e Zauli (che non ricordo affatto chi fossero) la paternità del brano. Venni a sapere a Roma, tempo dopo, che avrei potuto fare un “deposito cautelativo” per cui l’intestazione del brano sarebbe rimasta mia mentre avviavo le pratiche per gli esami. Ma io di tutto ciò, all’epoca dei fatti, ne ero completamente all’oscuro, non avendo alcuna esperienza a riguardo, e non so se la produzione ne fosse al corrente perché non mi fu mai menzionata questa alternativa.

In un tuo intervento recente, hai portato chiarezza anche sull’effettiva strumentazione presente e suonata in “Follia” (e sui “legittimi proprietari”). Perché l’etichetta decise di “esagerare” sul retro dell’LP?

C.C.: Questo lo dovresti chiedere al produttore. Noi non fummo d’accordo ma ci mise di fronte al fatto compiuto, i soldi della produzione del disco erano suoi e noi non ce la sentimmo di puntare i piedi.

Facendo un piccolo passo indietro, se dichiari che il tuo ingresso nel gruppo è avvenuto nel 1973, perché da qualche parte si dice che nel singolo del 1971 “Via Gaetano Argento 80141 Napoli / Fermi tutti è una rapina” c’è la stessa formazione di “Follia” (eccezion fatta per l’assenza di Luigi Coppa, al suo posto Silvio Feo)?

C.C.: E cosa vuoi che ne sappia! Quello che posso dire è questo: Gino Coppa era un chitarrista, mentre, per quello che ho sempre saputo, Silvio Feo, che conosco, era un bassista. Suonava anche la chitarra? Non lo so. Comunque nel 1971 Io e mio fratello non c’eravamo, questo è certo.

Tre curiosità. La prima riguarda il nome del gruppo: perché Infermieri?

C.C.: Non ricordo, quasi sicuramente fu una trovata di Antonio. Lui è sempre stato molto fantasioso e forse ha anche precorso qualche tempo riguardo all’impostazione del cantante solista. Una figura che, col suo modo di fare e di essere, voleva trasmettere più incisività ai suoi brani con atteggiamenti non conformisti e un vestiario molto originale (per quello che posso ricordare) per quei tempi.

Mi parli dell’episodio della censura RAI nei riguardi del vostro album? La motivazione riguardava davvero solo i testi delle canzoni?

C.C.: Per quello che ricordo è così. Non facevamo certo una musica “scabrosa” per meritarci la censura, ma i testi si erano indubbiamente provocatori. Rileggendo il testo de “Il Presidente”, ad esempio, oggi contesterei a me stesso l’ignoranza sugli incarichi (e sui limiti) che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica  (ma questo, dopo quasi cinquant’anni, succede ancora oggi, basta vedere cosa avviene nella nostra politica).
Antonio, invece, sottilmente, o palesemente, metteva in luce problematiche, ad esempio inerenti all’efficacia delle leggi sulla Giustizia (“Il Capestro”) e già sollevava il problema ambientale (“Uomo cosa fai”), cose queste ancora attuali. Purtroppo, alcuni, per la veracità o l’aggressività di alcuni dei suoi testi ci giudicarono in maniera completamente errata; avrebbero potuto censurare “Il Presidente”, ma non gli altri brani.

E, infine, mi racconti dell’aspetto sui generis dei vostri live?

C.C.: In genere utilizzavamo del “fumo scenico” e soprattutto fari con diapositive colorate (o qualcosa del genere) che cambiavano di colore lentamente e che, proiettate sui nostri camici bianchi, creavano un bell’effetto luce. Solo una volta, al Festival delle Nuove Tendenze, organizzato alla Mostra d’Oltremare di Napoli nella seconda settimana di giugno di quel 1973, facemmo una cosa piuttosto originale (frutto della geniale fantasia di Antonio). Mentre su una metà di quella grande pedana, sotto i riflettori, si esibiva un gruppo, l’altro si preparava nell’altra metà nella quasi oscurità. Approfittando di questa oscurità portammo sulla pedana, nella parte più esposta al pubblico, una cassa da morto dove Antonio, un po’ prima che il gruppo che si esibiva terminasse, vi si chiuse dentro. Quando iniziai io con un’introduzione armonica in stile “macabro”, potei notare che il pubblico guardava con un certo stupore la presenza di una cassa da morto. Ad un mio preciso passaggio musicale, io ed il resto del gruppo attaccammo il brano in programma (credo fosse “Follia”) mentre, nello stesso momento, Antonio schizzò fuori dalla cassa e mentre si dirigeva verso l’asta che reggeva il suo microfono, dal pubblico arrivò un corale “Ohhh”.

Quando e perché si separano le strade di Ciro Ciscognetti e Fabio Celi e gli Infermieri?

C.C.: Una delle ragioni fu a causa dei miei impegni scolastici. Avevo iniziato ad ottobre il quinto anno, quello che sarebbe poi sfociato negli esami di stato, e ad ottobre/novembre lasciai il gruppo.

Ad oggi, come ti spieghi tutte queste inesattezze che girano intorno a quella band e a quel disco?

C.C.: Ma credo che siano frutto di fraintendimenti, dimenticanze, copia e incolla senza verifiche e a questo aggiungi esagerazioni da parte di qualche blogger o giornalista poco informato in cerca di una certa visibilità.

Dopo la parentesi Fabio Celi e gli Infermieri inizi una nuova avventura con i Napoli Centrale. Come entri in “orbita” James Senese & Co.? Mi parli un po’ di “Qualcosa ca nu’mmore”, album in cui, da più parti, si dice compaiono le tue tastiere?

C.C.: Premetto che descrivere tutto quello che mi capitò di vivere con i Napoli Centrale meriterebbe un opuscolo a parte, quindi mi limiterò allo strettissimo essenziale.
Innanzitutto, per onestà, tengo a precisare che non ho mai suonato in alcun album dei Napoli Centrale. Detto questo aggiungo che fui contattato (fine aprile del 1977), al mio ritorno dall’Iran dopo undici mesi, da un amico comune che mi fornì il telefono di Franco Del Prete, dicendomi che i Napoli Centrale stavano cercando un pianista per gli impegni in arrivo, dato che Pippo (non ricordo il cognome), pianista siciliano, se non erro, aveva lasciato il gruppo. Fissammo un appuntamento per il giorno dopo a mezzogiorno, al binario 14 della stazione centrale di Napoli. Mi incontrai con James, Franco e Pino Daniele, che era il bassista del gruppo. Andammo a Frattamaggiore, non lontano da Napoli, in un capannone adibito a sala prove dove c’era anche un Piano Fender (non so di chi fosse) e dove avrei dovuto sostenere l’esame (d’idoneità musicale al gruppo) da parte di James. Superai l’esame ma, per quello che ricordo, il gruppo non usava il sintetizzatore, fui io allora che proposi a James di voler utilizzare anche un sintetizzatore dicendogli che ne disponevo di uno che era un FBT (a cui, però, avevo apportato molte modifiche tra cui l’inserimento di un VCF, da me progettato). Quindi io (non dovrei sbagliarmi perché i miei predecessori non usavano il sintetizzatore) fui il primo ad utilizzare questo strumento con i Napoli Centrale, ma non per molto, perché dopo alcuni concerti in cui lo usai, a detta di James, ma non era vero, lo usavo troppo alla maniera di Keith Emerson (mentre lui voleva che imitassi lo stile di Zawinul dei Weather Report cosa che a me, quello stile, non era congeniale, non era nel mio DNA, e quindi me lo fece escludere.

In quella formazione c’era anche Pino Daniele al basso. Che ricordo hai di lui?

C.C.: Pino, se ricordo bene, era più giovane di me di due anni e si era diplomato anche lui all’Armando Diaz di Napoli, ma non c’eravamo mai incontrati prima. Pino era un tipo divertente e, al tempo stesso, taciturno. Era un chitarrista, a mio avviso, di stampo rock (dopo avrebbe cambiato stile) e, quindi, anche lui come me subiva il “fischietto arbitrale” di James. Ricordo che qualche volta James lo riprendeva sul suo modo di suonare un po’ troppo rockettaro, paragonandolo vicino a quello di Jeff Beck e lontano da quello di Jaco Pastorius (ma scordava forse che J. Beck era un chitarrista e non un bassista?). A quel tempo, musicalmente, io e Pino ci trovavamo quasi sulla stessa linea, anche se in un futuro quasi prossimo avrebbe cambiato genere e modo di suonare e non avremmo mai più suonato insieme, infatti aveva concluso, o stava per concludere, un contratto discografico con la EMI e quanto prima avrebbe lasciato il gruppo. Posso dire che gli sono stato vicino proprio all’inizio della sua carriera da solista, facendogli anche da supporto morale e da fonico quando l’accompagnai, prima che lasciasse il gruppo, a Monticelli Terme insieme al suo produttore artistico della EMI, dove si esibì con due suoi brani (solo voce e chitarra) in una serata in cui c’erano anche altre promesse della musica italiana.

I concerti, il Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Napoli e la tanta musica suonata, il fervore socio-artistico del periodo e la vivace scena napoletana: come ricordi gli anni ‘70? C’è qualche aneddoto che ti va di condividere?

C.C.: Non rammento nessun aneddoto. La cosa, invece, che mi avrebbe meravigliato molto parecchi anni dopo, quando iniziai a lavorare come pianista di piano bar, fu che incontrassi pochissimi frequentatori che mi facessero richieste di qualche brano di quegli anni. Anche quelli che apparivano come miei coetanei si limitavano a richiedermi i brani commerciali degli anni ‘60, invece, a quell’epoca (gli anni ‘70) si vedevano in giro molti ragazzi con sottobraccio gli LP dei Pink Floyd, del Banco, della PFM, dei Led Zeppelin, degli ELP, eccetera, eccetera. Allora dov’erano finiti tutti quei fan che giudicavano la musica degli anni ‘60 (per intenderci Sanremo style) come solo canzonette? Erano tutti morti o la maggior parte seguì solo una moda dell’epoca?

Anche dopo i Napoli Centrale, la musica riempie completamente la tua vita. Negli anni, ad esempio, hai collaborato con una serie di artisti italiani come Claudio Villa, Bobby Solo, Gianni Nazzaro, Gepy & Gepy, Leopoldo Mastelloni, Wilma Goich. Ti va di raccontarmi qualcosa su queste esperienze?

C.C.: Senza andare in particolari un po’ da gossip, ti posso dire la mia impressione musicale su alcuni di loro. Claudio Villa era un cantante con la C maiuscola e, per le sue qualità, poteva anche cantare da solo senza musica alle spalle (non mi prendere alla lettera ma è per dare un’idea di quel che, per me, fosse). Wilma Goich una grande professionista e credo che avesse il dono dell’orecchio assoluto, dico questo in base a qualche episodio che avvenne quando lavorai con lei. Leopoldo Mastelloni, che poteva ricordare Alice Cooper per come vestiva, era, a suo modo, uno showman vero e proprio nel modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico.

Quando ti innamori del piano bar?

C.C.: MAI! Non mi sono mai innamorato del piano bar. Qui ci vorrebbe un libro a parte. Ho fatto questo lavoro, e continuo a farlo, per esigenze economiche. Non sono mai stato il classico pianista di piano bar, pur avendolo fatto sin da quando questo si svolgeva con il SOLO uso del pianoforte, ed allora non eravamo in tanti a far questo lavoro. Non nego che qualche soddisfazione l’ho avuta, ma se dovessi fare una percentuale delle soddisfazioni rispetto alle insoddisfazioni il rapporto sarebbe (su una scala da 0 a 100) 10! Da molti anni a questa parte, il piano bar è diventato “Music live”, termine molto fuorviante per quello che in realtà è. Noi che suoniamo veramente siamo ormai diventati “Dinosauri in estinzione da Jurassic Park”.  La stragrande maggioranza fa solo del “karaoke” stando lì, con un microfono in mano da solo o in compagnia di qualche cliente, improvvisato cantante, con una base musicale riprodotta da un PC portatile o “device” simile.
Il bello (dovrei dire il brutto) è che le basi sono tutte uguali. Cioè Tizio, Caio e Sempronio usano le stesse basi, cambia solo la voce, ma, a parte questa, non c’è un’interpretazione musicale personale, e come potrebbe, la stragrande maggioranza di loro non suona e quelli che suonano, ad esempio i chitarristi, i sassofonisti, devono (purtroppo per loro) attenersi alla base che, ripeto (a meno ché non ne abbiano di personalizzate) sono tutte uguali, o quasi. A volte c’è qualcuno (più di qualcuno) che ha di fronte a sé una tastiera… spenta che finge di suonare, ma la maggior parte del pubblico non se ne accorge perché non ne ha la capacità, e dopo gli fanno anche i complimenti. Certo vi sono anche quelli che se ne accorgono ma non gliene importa più di tanto, tanto è diventata una situazione “normale” quella di non suonare. Ti voglio menzionare uno dei più recenti fatti che mi è capitato. A febbraio del 2020, mentre le restrizioni per il Covid-19 non erano ancora in atto, lavoravo come pianista ad Arabba, una famosa stazione sciistica a 40 Km da Cortina d’Ampezzo, e stavo eseguendo “Your Song” di Elton John. Apro una parentesi per i veri addetti ai lavori: in alcuni luoghi, quando c’è un piano elettronico, utilizzo la sua uscita Midi per pilotare un BK-7m (arranger/expander). Di questo arranger utilizzo solo gli styles della batteria elettronica ed i quattro suoni a mia disposizione. Uno di questi lo utilizzo come basso suonato dalla mano sinistra sulla parte splittata della tastiera, gli altri tre suoni sulla parte destra e poi, ovviamente, uso il microfono. Così facendo sono solo vincolato dallo style della batteria, ma tutto il resto lo suono io come mi pare e il brano dura quanto voglio io e non quanto m’imporrebbe, sia nella stesura che nella durata, la base del PC o altro. In questo modo posso personalizzare liberamente il brano. Ora torniamo al fatto. Mentre eseguivo il brano, cantandolo, notai un tizio che mi girava attorno e mi osservava, non era la prima volta, per cui non mi meravigliai. Ad un certo punto, mentre improvvisavo sulla canzone, mi si avvicinò e mi disse con un’espressione di stupore: “Jesus you really play!”, poi rimase lì ancora qualche attimo ed andò via senza aggiungere altro. Lascio a chi legge intendere quello che c’è da intendere, quindi mi fermo qua perché ci vorrebbero fiumi d’inchiostro, per descrivere questo mondo del “music live” che di vero artistico, a mio avviso, ha molto, molto poco.

Tante altre sono le curiosità sulla tua lunga carriera che mi andrebbe di approfondire. “Sbirciando” nella tua vita, per esempio, ho trovato questo: “m’interesso di registrazioni olofoniche”. Ti va di parlarmi di questa tuo aspetto?

C.C.: Mi sono interessato di Olofonia a partire dai primi anni ‘90. Fino ad oggi ho eseguito esperimenti vari di Olofonia utilizzando “aggeggi” meccanici di mia invenzione connessi a circuiti elettronici. Ho fatto diversi esperimenti ma non ho ancora raggiunto quello che mi propongo e, a quanto ho ascoltato sul web, solo qualche registrazione si avvicina a qualcosa che ho fatto anche io ma non è andato oltre. Forse, me lo auguro, immagino ci sia qualcuno che sia più avanti di quell’“oltre”, ma fino ad ora, ripeto, non ho avuto il piacere e la fortuna di trovarlo. Voglio sottolineare che alcuni video su Youtube vengono indicati come “Olofonia 8D”, dove “D” dovrebbe stare per Dimension o Dimensione, e su questo non sono d’accordo. Ti anticipo che la questione richiederebbe un “trattato fisico/acustico” che, in tutta sincerità, non sarei in grado di sostenere perché sono un “alchimista autodidatta” e non un ricercatore scientifico. Mi limiterò a dire qualcosa per diretta esperienza e studio. Potrei dire che quell’8D è in realtà un 8P (position o posizione e c’è differenza, a mio avviso, tra posizione e dimensione) perché se noi poniamo la testa su un piano bidimensionale, il suono che viene riprodotto gira attorno alla testa e la figura che descrive è un Cerchio e non una Sfera. L’orecchio, spazialmente parlando, ha un raggio d’azione di circa 360° sferici, cosa che non ha l’occhio, per cui, pur non aiutandoci con la vista, possiamo localizzare con una buona accuratezza (escludendo la cosiddetta situazione del “Cono di confusione”) l’esatta provenienza spaziale di un suono, che può essere anche dietro di noi, a diverse intensità, distanza e direzione, sotto di noi (non il terremoto perché la cosa è diversa) o sulla punta del naso, per citare solo alcuni esempi che sono al momento difficili (almeno per me) da riprodurre. Ci tengo a precisare sommariamente che l’accuratezza, che menzionavo sopra, dipende anche dal numero delle sorgenti sonore, dal loro spettro armonico, dal tipo di strumento impiegato – percussivo o continuo – e soprattutto dal cervello dell’individuo. Ora per ascoltare una registrazione olofonica (che può essere di varie gradazioni rispetto a una tradizionale basata su Sinistro, Centro, Destro) c’è bisogno della cuffia. Ascoltandola, invece, su un impianto stereo in casa con la usuale disposizione degli altoparlanti frontalmente disposti, l’effetto è acusticamente molto poco accettabile. Attenzione però: se i due altoparlanti vengono disposti in maniera geometrica diversa, rispettando alcuni valori come distanza in metri (o in centimetri), potenza percepita in dB, equalizzazione ottimale della stanza, che non deve avere risonanze particolari in modo eccessivo ed altro, la cosa cambia completamente aspetto (questo in base a esperimenti, oltre a quelli in cuffia, da me condotti sottoponendo ad alcuni test amici e parenti).  Ora, a parte l’utilizzo artistico, che può essere di un certo interesse anche da parte mia, quello cui aspiro è poterlo applicare ai “Training Autogeni” (che in specifiche applicazioni possono aiutare le persone a venire fuori da alcune problematiche di carattere psicologico) di cui ho una piccola esperienza, avendo utilizzato questa tecnica su di me e su qualche soggetto anni addietro. Ma forse è meglio che mi fermi, perché altrimenti non la finiamo più, e quindi passo a te la parola.

Facendo, invece, un nuovo salto negli anni ’70, ho scoperto, ma ne hai già fatto cenno in precedenza, che hai addirittura costruito un synth nel 1973. In che senso?

C.C.: L’elettronica è sempre stato un “amore e passione della mia vita” e, per certi versi, mi ha portato molte più soddisfazioni e gratificazioni di quante me ne abbia date la musica. Ho iniziato a 18 anni e sono cresciuto leggendo la rivista bolognese Nuova Elettronica che, purtroppo, da diversi anni non c’è più, a cui sarò sempre grato per il suo modo di divulgazione ed insegnamento di questa branca della Scienza. Allora, il mio vero primo synth. L’ho costruito nel 1975 sulla base di uno schema, da me modificato, del sintetizzatore prodotto allora dalla FBT e che avrei poi utilizzato sia quando ho lavorato in Iran e sia con i Napoli Centrale. Quello, invece, utilizzato in “Follia” con Fabio Celi e gli Infermieri era il mio organo a doppia tastiera (VIP 255 della Farfisa) che disponeva di un pedale che generava un effetto che si chiamava Slalom, che permetteva di scalare di un’ottava l’intera estensione delle due tastiere a proprio piacimento. Infatti poteva, volendo, anche funzionare come Pitch control (controllo d’intonazione) o Transposer da 0 a -12. In pratica questo Slalom era simile, non uguale, a quello che nei sintetizzatori viene chiamato “Portamento”, con la differenza che nel sintetizzatore vero e proprio non c’era nessun pedale ma solo un circuito R/C (dove R è un potenziometro e C un condensatore) che influenzava gli oscillatori in un modo particolare, diverso, ripeto, da come poteva fare lo Slalom che utilizzava per la stessa funzione solo un potenziometro, installato in un pedale, ma che era polifonico, mentre i sintetizzatori di allora erano ancora monofonici. Ora, avevo isolato le due tastiere e sfruttavo quella inferiore che veniva manipolata nel suono da due distorsori ed un V.C.F., molto artigianale, posti in serie sulla sua uscita e che utilizzavano un’amplificazione a parte, mentre la tastiera superiore veniva usata solo come organo amplificata dal Leslie.

Tante le composizioni che hai creato negli anni, tra cui mi intrigano parecchio l’album di rock comico e la rock opera realizzata nel 1987 e sottoposta a Steven Spielberg (purtroppo senza successo). Ti va di spendere qualche parola su entrambe le tue “creature”? E perché hai proposto proprio a Spielberg il tuo lavoro?

C.C.: Riguardo al rock comico non c’è molto da dire. Sono brani di mia composizione registrati da me con le tastiere e con l’aiuto di un mio amico, Sergio Masucci, al basso. Le voci sono la mia e di Ciro Dacunzo, un altro mio amico cantante. Sono registrazioni del 1991 fatte con un registratore a 4 tracce a cassetta. Il soggetto dei testi è una brava persona perseguitata dalla sfortuna, uno sfigato. Invece di porre le situazioni in chiave “piagnistei”, l’ho imbastite in chiave comica, tutto qui.

Molto diversa, invece, è la storia riguardo a Spielberg e a “The Dream of Peter”, il titolo di una mia “opera rock”.
Nel gennaio del 1986 lavoravo a Tokyo quando avvenne la tragedia del “Challenger”, dove perirono i sette astronauti. La cosa mi dispiacque molto e mi colpì la figura di Christa McAuliffe, l’insegnante astronauta deceduta. Quando tornai in Italia, un giorno, mentre mi esercitavo al piano, mi tornò in mente la figura di quell’insegnante americana. Mi venne l’idea di comporre una “opera rock” (la chiamo “rock” ma, in realtà, tocca anche il funky, il jazz rock e la musica classica), inventando una storia di un insegnante americano di matematica che voleva fare l’astronauta. Chiamai l’insegnante Peter. I testi, come la parti descrittive ed i suoni ambientali, sono alquanto fantasiosi, e forse anche un po’ “comici”, i quali si discostano dalla realtà delle situazioni che intendo descrivere. Il lavoro lo portai avanti utilizzando per le registrazioni un 4 tracce a cassetta della TEAC in cui, sia per la musica che per i testi (tutti in inglese ma non molto perfetto), avevo fatto tutto da solo, mentre per le voci mi avevano aiutato alcuni amici. Le composizioni e le registrazioni mi presero diversi mesi e a quel punto volevo proporre questo lavoro (che nessuno mi aveva richiesto) a qualcuno che potesse interessargli. All’epoca, ero a Napoli, attraverso un amico conobbi Piero Annese, un autore teatrale che lavorava anche per Canale 5. Gli feci ascoltare il lavoro e a lui piacque e decise di darmi una mano. Piero conosceva diverse persone, più o meno influenti, che lavoravano nella Rai e a Canale 5, e un giorno mi procurò un appuntamento con un giornalista che lavorava con Rai 3, il quale avrebbe potuto farmi “da ponte” per incontrare il direttore. Andammo a casa sua e gli feci ascoltare tutto il lavoro ch’era su musicassetta. Anche a lui piacque, con qualche riserva: la lingua era in inglese, forse sarebbe stata meglio in italiano. Avrei dovuto allegare alla musica anche una certa sceneggiatura di come immaginavo le varie parti, oppure, forse per tagliare la testa al toro, sarebbe stato meglio acquistare una videocassetta con i filmati inerenti al Challenger e sostituire la parte audio con l’opera. A quel punto sarebbe andato dal direttore e, con la scusa di mostragli il filmato, gli avrebbe fatto ascoltare la composizione e gli avrebbe parlato della cosa. Mi diedi da fare con i miei limitati mezzi a fare quanto richiesto ma, alla fine, dal direttore non sortì alcun esito, ne un “no”, ne un “sì”, ma solo “Quando ho tempo gli darò un’occhiata”. A quel punto Piero (grande amico) riuscì a farmi avere un appuntamento a Roma con Marco Giovannini (che, insieme a Garinei, la famosa coppia di autori, erano di casa alla Rai).
Ci ricevette nella sua casa e gli parlai del progetto. Sembrava interessato, ascoltò una buona parte della cassetta per avere un’idea, poi incominciò a dirmi che bisognava scrivere una sceneggiatura fatta bene, trovare un regista adatto, introdurre dei dialoghi tra una parte cantata ed un’altra (a questo già stava provvedendo Piero dopo l’incontro precedente) vedere quanti attori/cantanti ed eventuali comparse sarebbero state necessarie ed  eccetera, eccetera… e bisognava vedere, la Rai, semmai avesse accettato, che budget metteva a disposizione, cosa questa molto importante. Poi mi chiese: “Ma chi pensi che sia adatto ad interpretare Peter?”. E io: “Poiché deve saper recitare, ma soprattutto deve saper cantare con il giusto accento inglese e il giusto sound rock che avevo dato all’opera, e avere una certa figura appropriata (secondo i miei gusti), avevo pensato a David Bowie”. “Cosa? David Bowie? Ma da solo costerebbe di sicuro l’intero budget” mi rispose. Poi aggiunse: “Io ci vedrei, non so… un Gianni Morandi”. “Gianni Morandi? Ma, con tutto il rispetto per Gianni Morandi, al di là delle recite, non lo vedo proprio cantare in inglese e in quegli stili… non è mai stato il suo genere” replicai. A quel punto ci disse che avrebbe sottoposto il progetto a chi sapeva lui, gli lasciammo la cassetta e andammo via; da allora non avemmo più notizie, neanche Piero riuscì più a contattarlo. Piero provò anche con Canale 5 che subito gli rispose di non essere interessata. Abbandonammo l’idea e passò qualche mese, fin quando un giorno, un mio caro amico, che aveva anche collaborato all’opera con la sua voce, Ciro Dacunzo, mi disse che conosceva un giornalista a cui aveva parlato di questo mio progetto e che era interessato ad ascoltare il nastro. Ci diede quindi un appuntamento a casa sua a Napoli dove io e il mio omonimo amico ci recammo alcuni giorni dopo. Lui ne fu colpito e ci disse che l’avrebbe voluto sottoporlo a Steven Spielberg, di cui, non so come, conosceva il suo indirizzo privato negli Stati Uniti. Preparai il tutto in un pacco e lo spedii all’indirizzo fornitomi. Passò un mese o più senza avere alcuna notizia, poi mi arrivò il mio pacco indietro. Ora devo fare una piccola precisazione: il pacco era composto da un pacco più grande, con una lettera di presentazione su me stesso, e, all’interno, un pacchetto più piccolo, in cui c’era il nastro e la storia scritta in inglese su alcuni fogli. Nel pacco che mi ritornò trovai una lettera dell’“Amblin Entertainement” che conservo ancora da qualche parte in cui sommariamente era scritto questo: “Grazie per averci scritto, tuttavia non prendiamo alcun suggerimento, o idea, o progetto che non sia stato prodotto dal nostro staff. Le garantiamo che nulla del contenuto nel pacchetto, che è ancora chiuso come ci è stato consegnato, è stato letto o ascoltato. Le auguriamo buona fortuna”. E questa è tutta la storia.

E come ci si sente a leggere il proprio nome nell’“Enciclopedia Italiana del Jazz Rock”?

C.C.: Mi sento indifferente… Se tu sapessi come ci sono finito ti verrebbe da ridere. Ero con i Napoli Centrale a Torino ed avevamo finito da poco un nostro “concerto”. I rapporti tra me e i due fondatori, James e Franco, si erano ormai deteriorati al punto che io e Franco, a volte, e sottolineo a volte, durante le esibizioni ci insultavamo a vicenda in dialetto napoletano. Il pubblico quando notava qualche strano atteggiamento tra noi due, pur non capendo cosa ci dicessimo, pensava che facesse parte di una “sceneggiata” prestabilita, dato che in qualche testo, che erano tutti in dialetto, cantato sempre da James, c’era l’uso di qualche parolaccia. Quella sera, finita l’esibizione, ero amareggiato più del solito. Avevo promesso di portare a temine i miei impegni con loro fino a metà settembre, suonando anche gratis, eccetto per le spese di alloggio, per il nome del gruppo al Festival Jazz Internazionale di Zurigo che si sarebbe svolto nella prima settimana di settembre, dopodiché, non c’erano altri impegni, sarei andato via. Ero rimasto da solo con i due tecnici che smontavano la batteria e le amplificazioni, gli altri si erano allontanati ed io ero intento a smontare il mio piano Fender (strumento che non mi è mai piaciuto per il suo suono!), quando alle mie spalle udii una voce di donna: “Scusa, posso farti qualche domanda?”. Senza voltarmi risposi di “no”. Poi, passato qualche attimo, pensai tra me e me: “Ciro, che c’entra mo’ sta persona con la tua incazzatura!?”, al che mi voltai e le dissi: “Scusami, ho un diavolo per capello per cose mie… Beh, dimmi pure”. E lei mi chiese il mio nome e cognome, di dove ero, da quando suonavo, eccetera. Alla fine mi resi conto di non averle, neppure per curiosità, chiesto il suo nome; e lo feci. Lei, mentre si allontanava, mi disse solo: “Sono una giornalista di “Panorama”… Ciao” e andò via . La cosa finì lì ed io non ne parlai con nessuno, d’altra parte capitava sovente che ci intervistassero, quindi non era un fatto eccezionale e non gli diedi nessuna importanza. Dopo circa due settimane eravamo a Parma e James mi mostrò un articolo apparso su Panorama che riassumo a parole mie per quello che m’interessava: …bla, bla… questo sound jazzistico che ha profonde radici mediterranee… Tullio De Piscopo, James Senese, Ciro Ciscognetti, Franco del Prete, Tony Esposito (e non ricordo chi altro)… Ma chi sono in realtà questi musicisti, da dove provengono? Sono dei “ragazzi arrabbiati”, che sono cresciuti nei ghetti di Napoli… che sfogano la loro “rabbia” nella musica… (ed altre cazzate varie)!!! Lì per lì rimasi un po’ attonito, poi mi venne in mente “l’intervista” rilasciata a mia insaputa alla ragazza che lavorava per Panorama e feci 2+2=4! Questa “onesta” professionista aveva manipolato a suo uso e consumo le mie parole. Ovviamente non ne feci alcun accenno a James, per non generare una discussione, data, come ho detto in precedenza, l’aria che c’era tra di noi.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il tuo punto di vista per chi fa musica?

C.C.: È una domanda che meriterebbe un esame lungo e articolato. Posso dire questo che ai miei tempi non era così facile come oggi “fare il lavaggio del cervello” proponendo lucciole per lanterne. Allora c’era un confronto molto più umano e punti di riferimento diversi da quelli di oggi, oserei dire più consistenti. Allora si considerava molto di più la qualità della musica, la bravura dei musicisti, che i neofiti cercavano di imitare, e per questo dovevano studiare, il valore dei testi e, seppure importante, l’appariscenza era parte integrante ma non principale, come spesso accade oggi. E soprattutto (elemento molto fuorviante) la bravura non era valutata dai “like”. Ti faccio un esempio: una volta c’era la trasmissione “Odeon” (la sigla finale, se non erro, era di Keith Emerson) nella quale venivano proposti brani di gruppi famosi o emergenti sia italiani che stranieri, e tra il pubblico c’erano sempre presenti dei musicisti preparati che venivano interpellati per esprimere un loro giudizio nei riguardi del gruppo o di qualche singolo di quel gruppo. In una di queste, ricordo che presenziarono Mussida (chitarrista) e Pagani (violinista) della PFM che pacatamente e costruttivamente espressero la loro opinione. Ma questi due musicisti, a mio avviso, erano due validi punti di riferimento perché avevano una preparazione oggettivamente dimostrata e riconosciuta dai musicisti italiani di quell’epoca, quindi per quello che dicevano erano affidabili. Mentre oggi cosa c’è di simile sulle reti nazionali? The Voice of Italy che è tutta un’altra cosa? Qui poi, su The Voice of Italy ce ne sarebbe da dire… Salvando il nome di alcuni cantanti con un accertato curriculum, che dire riguardo ai DJ, per esempio, che devono fare da “coach” ad aspiranti cantanti, diversi anche bravi, quando loro stessi NON cantano (forse sotto la doccia o quando guidano su un’autostrada) e nella maggior parte NON sono neppure dei musicisti? Io non ho mai sentito di un allenatore di calcio che prima di diventare tale non sia stato ANCHE calciatore e ANCHE abilitato a Coverciano ma solo un raccattapalle, o un marca campo. E che dire delle radio? C’è oggi un programma radio a copertura nazionale al pari di quello che fu “Il Gambero” di Arbore e Boncompagni? In sostanza, molto di più oggi che allora, chi fa musica, canzonette, con tre o quattro accordi o, addirittura, chi fa rap (che per me, quando non ha anche parti cantate vere e proprie, resta solo una lettura veloce modulata di un testo in cui, ammetto, è richiesta una certa bravura ma è solo quella) o qualsiasi altra cosa di breve durata, di facile assimilazione, che richiede a chi ascolta un minimo di preparazione culturale e che abbia un bell’aspetto (meglio anche se è provocatorio) e possa contare su un buon portafogli suo o di chi produce e, magari, ha un conoscente o parente di qualche persona importante, avrà moltissime probabilità in più di arrivare ad una certa notorietà.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online?

C.C.: Vi sono troppi contratti proposti da etichette o editori che sono, o si rivelano, quando è troppo tardi, una truffa o un capestro per chi li sottoscrive. Mi è capitato qualcosa di simile con qualche etichetta, ma non ci sono cascato per la mia esperienza.

Segui la scena Progressiva Italiana attuale? Qual è la tua opinione a riguardo?

C.C.: Non la seguo. A volte ascolto qualcosa su Youtube, ma per i miei trascorsi e i miei gusti non ho trovato, ancora, qualcosa di veramente attraente. Forse in futuro qualcosa verrà fuori…

Esulando per un attimo dal mondo musicale di Ciro Ciscognetti e “addentrandoci” nella tua vita, ci sono altre attività artistiche che svolgi nella vita quotidiana?

C.C.: Mi “diverto” a editare video tra i più svariati, ma senza impegni particolari.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), ti va di confessare il tuo “podio” di preferenze personali?

C.C.: Non ho specifiche preferenze. Ho i miei punti di riferimento che sono “Tecnica, Progressione, Armonie, Testi interessanti nei contenuti e nella forma sia in italiano (come li scriveva De André o li scrive De Gregori, per fare un esempio, non necessariamente restrittivo agli stili di questi due cantautori) sia in inglese”. I soliti testi “Io ti amo, tu mi ami”, per esempio, o baggianate simili, non mi interessano se non hanno dei ricami intorno di un certo spessore.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di te, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che ami e di cui consiglieresti di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

C.C.: Ce ne sono diversi e per tanti gusti diversi. Potrei citare, per la musica, Mozart, Emerson, Malmsteen, Lang Lang, Hiromi Uehara, Chick Corea, Petrucciani, Salvatore Accardo, Riccardo Muti… o, cambiando arte, Caravaggio, Magritte, Leonardo, Canaletto, Raffaello, Dalì… ma ce ne sono veramente tanti e tanti… Per i libri quelli riguardanti inchieste e dossier politici.

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immagini il futuro della musica nel nostro paese? E quanto ha influito sul tuo lavoro?

C.C.: La crisi socio-economico-lavorativa dovuta a questo retrovirus ha avuto un grandissimo impatto su di me (come su tutti quelli come me), soprattutto dal lato economico. Non voglio essere pessimista ma alla luce della situazione attuale, oggi, gennaio 2021, la vedo… grigia!

Facendo per l’ultima volta un passo indietro verso Fabio Celi e gli Infermieri: c’è mai stata la possibilità negli anni di una reunion?

C.C.: No.

E per chiudere: cosa prevede il futuro di Ciro Ciscognetti?

C.C.: Alla luce di quello che stiamo vivendo e che ha fatto saltare tutti, o quasi, gli schemi ai quali eravamo abituati posso dirti: Questo lo sa solo Dio.

Grazie di cuore Ciro!     

C.C.: Grazie a te e a coloro che hanno avuto la pazienza (e mi auguro anche un certo interesse)
di leggermi. Buon cammino a tutti.

(Gennaio, 2021)

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