Celeste – Principe di un giorno

CELESTE

Principe di un giorno (1976)

Grog

Principe di un giorno è il primo album dei Celeste, band nata dalle ceneri de Il Sistema. I due sopravvissuti, Ciro Perrino e Leonardo Ligorio, decidono di mettere su un nuovo organico con lo scopo di approfondire quegli spazi musicali che con Il Sistema erano stati solo sfiorati: quelli più classici ed acustici. Perrino racconta che le melodie ricercate non erano quelle provenienti da oltremanica, ma dovevano essere “mediterranee”, termine oggi abusato e svuotato di ogni significato ma che, nella prima metà degli anni settanta, manifestava la ferma intenzione di riappropriarsi di una propria forte identità.

Questa portò all’idea di realizzare una musica meno rock e più sinfonica, con Perrino che, per non cadere preda di “tentazioni rockeggianti”, privò la sua batteria della cassa e della serie di tom, lasciando il rullante, un timpano a terra, il charleston e i vari piatti, più altri elementi atti a creare suggestioni ritmiche.

Il risultato è un’atmosfera onirica che permea l’intero album. Un senso di leggerezza che accompagna nell’ascolto. Anche i testi scritti da Perrino sono poetici, sognanti. Grazie alle loro esperienze pregresse, alla loro cultura musicale e alle eccellenti doti di musicisti sono riusciti a creare un prodotto innovativo e “diverso”, dove la strumentazione “classica” (chitarra, flauto, piano, violino, sax, basso, percussioni) si amalgama perfettamente tra se e con gli innesti di elettronica (Mellotron e synth).

Ci fu solo un problema all’epoca: le registrazioni iniziarono nei primi mesi del 1974 e terminarono agli inizi del 1975, però il disco venne pubblicato solo nel gennaio del 1976 per scelta dell’etichetta, in quanto, a loro detta, non avrebbe potuto suscitare molto interesse. Quando venne pubblicato, però, sulla scena vi erano già altri gruppi ed interpreti che proponevano temi ed atmosfere molto simili a quelle dei Celeste e il disco non ebbe il successo che meritava.

Alcuni pensano che la band, all’uscita del disco, fosse già sciolta proprio a causa di quell’attesa. Niente di più falso. I Celeste continuarono il loro cammino insieme (con l’ingresso di un nuovo batterista) fino al 1977.

Un piccolo accenno sulla copertina del disco di un minimalismo estremo: fondo bianco su cui compare il nome della band e quello dell’etichetta. Semplicemente. Va aggiunto, però, che la band fu tenuta all’oscuro di questa scelta e che lo scoprì solo ad album stampato. Questa copertina inoltre ha creato un po’ di confusione per quanto riguarda il titolo dell’album poiché non vi compare il titolo Principe di un giorno. Infatti per molti l’album si intitola soltanto Celeste. Per fugare ogni dubbio confermiamo che il titolo autentico è il primo.

Il suono di un Mellotron apre (e chiude) Principe di un giorno. La delicatezza e la leggerezza presente nell’intero album si sprigiona perfettamente in questo brano. Assoluta la fusione tra voce, chitarra e flauto nella prima parte del brano. La seconda scorre lieve sulla falsariga della prima, manca solo la voce di Perrino, sostituita dal sax di Lagorio.

Avvio elettronico per Favole antiche, con il supporto di un vocalizzo che ricorda vagamente quello di “Introduzione” dei Balletto di Bronzo. Molto presto subentra l’atmosfera sognante, con Perrino a far da cantastorie. Ad un certo punto flauto e xilofono ci prendono per mano e ci accompagnano, tra voci e risate in sottofondo, verso un regno incantato. Il raggiungimento di tale luogo è sottolineato dall’organo e da un coro.  Qui veniamo accolti da Perrino con la seconda parte della “storia”. Il degno finale è affidato soprattutto al piano.

Straordinario il gioco di voci e flauto che da il via ad Eftus. Il prosieguo del brano è un sapiente mix di flauto, chitarra e chitarra basso, con l’uso, per un breve tratto, del synth ARP 2600. Il testo del brano è molto conciso, ma il concetto è immenso: Dov’è? Chissà? E’ qui! / In me? In te? Si è! / Non cercar… non c’èOspite d’eccezione del brano è Aldo De Scalzi il quale canta “E’ qui” e “si è”.

Continua quel senso di rapimento estatico con Giochi nella notte. Intorno al secondo minuto però il sax di Lagorio si erge a trascinatore in un frammento di “musica fuori dagli schemi” rispetto a quella cui ci stavano abituando i Celeste. Il tutto si ricompone molto presto. Da segnalare un breve intermezzo di piano la cui intensità ricorda quello di “R.I.P.” del Banco. A seguire l’ingresso di tutta la band. Solo nell’ultima parte subentra anche la voce di Perrino.

A differenza del brano precedente, La grande isola parte direttamente con le voci per sfociare, con un crescendo, in un suggestivo gioco tra Mellotron e synth. Dopo ciò, tuttavia, come in Giochi della notte, dopo la “tempesta” torna il “sereno”. Il nostro animo torna a pacarsi trasportato dalle onde sonore dei Celeste. Nel finale il synth torna alla carica.

Dei campanelli, seguiti da suoni space, ci introducono a La danza del fato. Potrebbe sembrare quasi l’inizio di un brano sperimentale, ma così non è. Il marchio di fabbrica dei Celeste si sente subito dopo con la chitarra e il flauto, su tutti, inconfondibili. Da segnalare la presenza di una Spinetta che, insieme agli altri strumenti, accompagna la voce in alcuni punti del brano.

Il brevissimo brano L’imbroglio (dura poco più di un minuto) chiude il disco. La chitarra, il tamburello e il flauto danno un senso di “medievale” alla composizione (il suono metallico che si sente rimarcare il battere invece è prodotto da una padella). Anche in questo brano c’è la straordinaria partecipazione di Aldo De Scalzi. Straordinaria in tutti i sensi perché il suo contributo è un “plop” (il suono che emettiamo utilizzando un dito e la bocca per imitare una bottiglia che si stappa)! Geniale!

Un’ultima curiosità: prima dell’uscita del disco a Perrino fu chiesto di scrivere una sorta di presentazione del disco destinata ai giornalisti. Il risultato fu che le sue parole vennero inserite sul retro del 33 giri, evidenziate dalla scritta “Commento dell’ellepi – Principe di un giorno”, ma, per far rientrare tutte le parole, pensarono bene di tagliare una riga falsando il significato di un passaggio. Se notate bene ad un certo punto si legge “[…] permettendo così agli stru- (a capo) re di creare […]” .

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