Entity – Il falso centro

ENTITY

Il falso centro (2013)

Locanda del Vento / Lizard Records

 

La Sardegna, da sempre terra ricca di fascino e di cultura, effettivamente è stata piuttosto “parsimoniosa” sul fronte progressive rock e, partendo dal Gruppo 2001 e i Cadmo sino a giungere ai contemporanei The Yleclipse, i “dati quantitativi” ne sono, purtroppo, la dimostrazione. Alla diffusione del genere negli ultimi vent’anni, per fortuna, ha contribuito anche la band degli Entity che, con l’album Il falso centro, porta a compimento il proprio lungo percorso.

Il falso centro è un concept album il cui tema centrale è ben spiegato dalle parole di Mauro Mulas, tratte dall’intervista rilasciata ad Athos Enrile: Il lavoro è ispirato alla crisi di identità che molte persone affrontano al giorno d’oggi. Spesso siamo vittime di schemi che ci vengono inculcati dalla società stessa, che cambiano il senso della nostra vita. Abbiamo voluto raccontare la storia di un uomo che prende coscienza di se e con un grande e sofferto lavoro di autocritica decide di riprendere in mano la sua vita.

Per raccontare questa storia, Mauro Mulas (tastiere), Gigi Longu (basso), Marco Panzino (batteria), Marcello Mulas, cugino di Mauro (chitarre) e Sergio Calafiura (voce), hanno coinvolto Yuri P. Deriu, autore di una mini-sceneggiatura (presente come allegato multimediale del CD) i cui testi sono stati poi “adattati” alle musiche da Mauro Mulas (“Possiamo dire quindi di aver scritto la musica in funzione della storia e poi abbiamo adattato tale storia all’interno di questa musica”, dall’intervista di Athos Enrile).

E il prog offerto dagli Entity è una musica ariosa e articolata allo stesso tempo, impostata soprattutto sulle tastiere di Mauro Mulas che passa dal lirismo di un Gianni Nocenzi all’eclettismo di un Tony Banks “senza batter ciglio”, arricchita dalle efficaci ritmiche di Longu e Panzino, dalla penetrante chitarra di Marcello Mulas e dalla incisiva voce di Calafiura. Nelle loro note si possono ritrovare caratteristiche e “richiami” tipicamente settantiani, italici e non (dal Banco ai Genesis, ma anche più recenti, vedi, ad esempio, La Maschera di Cera), ma nitida emerge la personalità del gruppo.

Particolari le foto di Sara Deidda e l’artwork di Welcome to my Mondo che accompagnano e impreziosiscono l’opera. Da evidenziare anche le parole di Stefano Zorco presenti all’interno del booklet che, in pochi passaggi, racchiudono l’essenza del conceptTornare a casa / ascoltare / i desideri / e le loro ferite che non lasciano più segni / Ho attraversato un tempo / ubriacato / da promesse vane / e da ricordi distratti / Lei / farfalla libera / sapeva farmi star male / proprio nell’istante / in cui mi vedevo al margine / Lei / da desiderare / Lei / cuore disfatto da leccare / Lei / da avere / senza aspettare / Ma stasera sono solo / Non c’è nessuno in casa / Dietro queste finestre / solo / chi / si è perso / proprio nel punto esatto / in cui le strade si confondono.

L’album si apre con Davanti allo specchio. Dopo un avvio da “allegra marcetta”, con protagonisti batteria e piano, ecco che gli stessi Mulas (Mauro) e Panzino ci invitano ad entrare in un Jazz Club retrò. Qui ci accomodiamo e, con un bicchiere di bourbon tra le mani da gustare centellinandone i sorsi, ascoltiamo i due che divagano liberamente conducendoci verso l’impennata finale in cui subentra l’energica chitarra di Marcello Mulas.

Si cambia decisamente tono con Il desiderio. L’incalzante batteria di Panzino e il solido basso di Longu fanno da sfondo agli interventi sintetici e alla tastiera acida di Mauro Mulas, tutto molto seventies. Le stesse tastiere poi si aprono per concedere spazio al breve solo di Marcello Mulas. Sono solo i primi frammenti di un brano ricco ed articolato giocato soprattutto sulle tastiere atmosferiche, i cambi ritmici e le uscite taglienti della chitarra. E dopo oltre otto minuti facciamo la conoscenza dell’espressiva voce di Sergio Calafiura. Molto interessante, nell’articolato arrangiamento che accompagna Calafiura, gli interventi sempre corposi e coinvolgenti dei cugini Mulas e le imprevedibili ritmiche di Panzino e Longu. E le evoluzioni finali certificano la notevole qualità del brano.

Episodio più intimo Il tempo. Molto intenso il canto di Calafiura mentre il piano di Mulas lo avvolge delicatamente. Solo sui versi “L’attesa è l’imbroglio del tempo che si porta via / qualcosa di eterno in ogni attimo che vola via” il brano diventa più denso. Un lungo segmento “pacifico” porta poi all’urlo di Calafiura che squarcia il velo di quiete che finora aveva avviluppato la composizione. Nel finale si pone nuovamente l’accento sul clima di fondo che ha pervaso tutti i minuti precedenti.

Il trip dell’ego. Dopo un avvio dal sentore jam, con piano pulsante, chitarra zigzagante e ritmiche che si limitano al “minimo indispensabile”, il brano prende forma con gli inserti tastieristici e il “risveglio”di Panzino. Dopo una breve pausa che sembra la rilettura minimalista e “tensiva” dell’intro di “Baba O’Riley” degli Who, torna in scena Calafiura che fa da apripista al ritorno di ritmo e corposità.

Un tocco di classicismo e romanticismo introduce ANT, col nocenziano piano di Mauro Mulas protagonista. Il clima muta con l’ingresso di Calafiura e il suo scambio di battute con chitarra e tastiere, mentre le ritmiche fungono da subalterni. I minuti finali, affidati soprattutto alle evoluzioni sintetiche del sempre attivo Mulas, prima della chiusura con piano, emanano una forte carica emotiva che, in alcuni punti, sembra ricreare l’atmosfera di “2º tempo: Adagio (Shadows)” del Concerto grosso per i New Trolls.

Più decisa L’armatura, giocata inizialmente sull’aggressività di chitarra, basso e batteria. Anche le tastiere ricoprono un ruolo importante spostando, in alcuni frangenti, il brano verso territori cari ai Genesis. Una leggera quiete subentra con l’ingresso di Calafiura, anche se Marcello Mulas “si fa sentire”. Chiusa la prima parentesi vocale si riprende a correre con i protagonisti iniziali. Sarà così anche dopo il secondo intervento di Calafiura.

La notte oscura dell’anima. Torna il soffice tocco di Mauro Mulas al piano e si rivivono attimi di puro romanticismo, come già accaduto ne Il tempo (da cui riprende il tema principale). Anche la calda voce arricchisce, in seguito, l’atmosfera poetica chiudendo morbidamente Il falso centro.

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