Stagione all’Inferno, Una – Il Mostro di Firenze

UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Il Mostro di Firenze (2018)

Black Widow Records

 

Esiste un modo per mettere in musica una delle pagine più nere della cronaca di questo paese senza cadere nella retorica? La risposta è sì.

Il Mostro di Firenze (così fu definito all’epoca l’autore (o gli autori) di una serie di duplici omicidi che, tra il 1968 e il 1985, ha terrorizzato la provincia di Firenze) è il frutto di una rinascita. La sua lunga gestazione va di pari passo con lo sviluppo della “versione 2.0” del progetto Una Stagione all’Inferno, tornato in pista nel 2011, dopo una prima partenza avvenuta nel 1997 con seguente arresto improvviso.

L’ampia formazione, che vede Fabio Nicolazzo (voce, cori, chitarra elettrica ed acustica), Laura Menighetti (voce, cori, piano, synth, organo hammond), Roberto Tiranti (basso, cori), Marco Biggi (batteria), Pier Gonella (chitarra elettrica in sei dei nove brani), Paolo Firpo (sax soprano, Akai Ewi 4000S), Kim Schiffo (violoncello), Laura Sillitti (violino) e Daniele Guerci (viola), affida la sua narrazione innanzitutto alle parole, incastonando il tutto in un rock sinfonico dalle tinte scure che si muove con destrezza tra i decenni facendo proprie le lezioni di band quali Metamorfosi, Goblin, Il Segno del Comando e Il Bacio della Medusa.

I testi scavano nell’animo umano, negli anfratti più bui e segreti, quelli in cui la mente perde la sua via razionale, e Fabio Nicolazzo, l’autore delle liriche, mostra una grande abilità nell’intrecciare le parole, affrontando una tematica di una crudezza estrema con lucidità e poeticità.

E a dare una dimensione grafica all’album ci pensa l’artwork di Romeika Cortez, con una serie di foto apparentemente antitetiche al concept. Le lande desolate avviluppate dalla nebbia emanano un senso di quiete mentre, in realtà, si rivelano la scenografia perfetta per la serie di crimini efferati.

Un senso di inquietudine si vive nelle prime battute di Novilunio, brano che dà il via a Il mostro di Firenze. Dei rumori, anche dei passi: c’è qualcosa che non si riesce a mettere a fuoco e che fa salire l’angoscia. Ci pensa il sax di Firpo a calmare gli animi. Poi, a ruota, entrano tutti sul palcoscenico: uno spettacolo vivace con un sottile (ma non troppo) velo nero. L’elemento cupo, drammatico, erompe poco oltre con le strazianti chitarre di Gonella e Nicolazzo che introducono il canto profondo e teatrale di quest’ultimo, ben rinforzato dalle altre voci (Questa / è la notte perfetta / sotto querce e ginepri / manterrò la promessa / di un enigma che non vuol farsi giorno / ora / io mi offro al delitto / all’inganno servile / che non vuole svanire […]). Un avvio sfaccettato, con qualche rimando a Il Segno del Comando, che lascia ben presagire per il seguito.

Tanto Latte e Miele e picchi da Concerto Grosso newtrollsiano per l’intro sinfonico di La ballata di Firenze. Da brividi. Anche nell’intenso e drammatico duetto piano/chitarra che introduce il morbido canto stratificato, un po’ alla Pooh, sembra di intravedere le dita di Lacagnina/Dellacasa. Dormi Firenze e sogna / le tue albe più scure / dormi Firenze / questa notte una stella cadrà / come un maglio sulla vecchia città […]. La pioggia finale lava via tutto introducendoci in una notte serena governata dalle cicale: Nella notte. Sono il basso pulsante di Tiranti e il tocco alla Simonetti della tastiera a stendere le prime pennellate e a “impostare” il clima del nuovo episodio. La chitarra di Nicolazzo segue convinto, mentre la batteria tentenna un po’. E, quasi come il Pelù dei primissimi Litfiba, ecco giungere il canto dello stesso Nicolazzo (anche i suoni, in realtà, richiamano in parte la band fiorentina del periodo). Poi il dramma, urla disperate lanciano la corsa delle ritmiche, ottimamente assecondate da chitarra e tastiere. In coda la notizia di un nuovo duplice assassinio da parte del Mostro di Firenze.

Quasi una fase di riscaldamento o una jam nera, a tratti futurista, l’apertura di Lettera anonima. La band è irrequieta, cerca un equilibrio e lo trova poco oltre. É lo squillo di un telefono a disciplinare il tutto e ci si ritrova in pieno territorio Goblin: incedere deciso e tastiere tese monopolizzano la scena. Sono le distorsioni di Gonella a dare il cambio ai tasti bianconeri quando compare la voce di Nicolazzo: […] lettera anonima / canta sacrilega perché / la sua affilata crudeltà / è una ferita che corrompe / una preghiera che non giunge / una perfetta infedeltà / dietro una scialba verità.

Piuttosto inquietante la breve Interludio macabro. Se la tastiera-carillon sembra donare luce, la voce sinistra che emerge dalle tenebre la spegne con forza (Sono il buio che inonda la notte / sono la nebbia crudele / se ti trovo ti strapperò il cuore / e me lo mangerò […]). E le risate finali non aiutano.

Una “tregua” é offerta da L’enigma dei dannati, brano quieto e malinconico guidato dall’acustica di Nicolazzo e dal canto sofferente e simbiotico dello stesso Nicolazzo e di Laura Menighetti. I tappeti eterei sullo sfondo sono funzionali al tutto. E sul finire l’umore di fondo è accentuato dall’emozionante intervento di archi e dal sax.

Caduta rovinosa nelle tenebre con Serial killer rock. Un gorgo nero, vorticoso, fatto di distorsioni massicce, voci cupe, tastiere caliginose e ritmiche martellanti, una via di mezzo tra Goblin e Rammstein. Serial killer rock / danza tra le foglie / come un angelo caduto / serial killer rock / solo sulla strada / come un’anima perduta / serial killer rock / dissoluto incede / mercenario del dolore / spettro tra le ombre dell’oscurità […].

Atmosfera carica di tensione anche nelle prime battute apparentemente vuote de Il dottore (voci, lamenti, rumori e suoni formano uno strato indefinito). É l’organo della Menighetti a dare il via alle danze, ben supportato da ritmiche e chitarra, in un frangente che, per teatralità e solennità ricorda i Metamorfosi. Poi il brano decolla trascinato dai rapidi colpi del duo Biggi/Tiranti prima di piombare nella malinconia. Interessante lo “scambio di vedute” tra sax e chitarra che precede il ritorno di Olivieri & C., arricchito dal canto passionale alla Simone Cecchini di Nicolazzo. Spettro che divori ogni cosa / nella mia anima / la notte è calata ormai / oggi non ricordo più nulla / ma il cerchio di pietra / è spezzato per sempre / nella mia testa / la fiamma maligna è una rosa scarlatta / e m’inebrio perché / ora il supplizio è un rituale / io impongo le mani / mentre abuso di nuovo di te / lasciati andare / quando l’occhio si spegne / non aver paura / io rimango con te.

Si torna all’aperto e riappaiono le cicale. C’è il dolore tra le pieghe sonore della strumentale Plenilunio e ogni strumento lo vive e lo descrive a modo suo (su tutti gli archi, le tastiere e il duetto struggente piano/chitarra): una summa emozionale di quanto ascoltato sinora, con le “anime” di Banco del Mutuo Soccorso, Metamorfosi Latte e Miele (su tutti) a vegliare dall’alto. Le deflagrazioni di metà percorso non mutano lo stato d’animo ma aprono la strada a nuovi interpreti, in primis il sax di Firpo, gli archi e l’organo. Da pelle d’oca. E sul finire il piano di Laura Menighetti mette sul tavolo l’ultimo “carico”, lasciando la sensazione che di lì a poco sarebbe comparsa la voce di Edith Piaf.

Una Stagione all’Inferno ci lascia con i brividi lungo la schiena grazie alla diabolica ghost track posta in coda.

Un esordio da ricordare per il progetto genovese.

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