Campo Magnetico – Quali Kiwi?

CAMPO MAGNETICO

Quali Kiwi? (2019)

Autoproduzione

 

A tre anni di distanza dall’esordio “Li vuoi quei kiwi?”, la prog rock band bellunese Campo Magnetico è tornata nel 2019 con un nuovo “quesito”: Quali Kiwi?.

L’embrione del secondo lavoro di Gianni Carlin (voce, flauto traverso, glockenspiel, monotron), Emmanuele Burigo (chitarra elettrica), Enrico Tormen (batteria) e Antonio Nabari (basso) prende forma già durante le registrazioni del primo album, ma una struttura vera e propria inizia ad acquisirla dal maggio 2018.

Proseguendo con quel mix fatto di Jethro Tull, Black Sabbath, prog, psichedelia e qualche rumorismo, ma “correggendone il tiro”, con Quali Kiwi? il Campo Magnetico si lancia anima e corpo negli anni ‘70, nel sound “arcigno” di band italiane quali I Teoremi, Biglietto per l’Inferno e i Procession di “Frontiera”, con continue sortite sulle rive anglosassoni, condendo tutto con della sana sperimentazione. E poi c’è la voce (novità presente in tre brani) che, come spesso accaduto in quegli anni, non è (in questo caso volutamente) il “fiore all’occhiello” dell’opera (ma Carlin si fa perdonare suonando magistralmente il flauto).

In linea con l’indole non del tutto “seriosa” del quartetto (ma con invidiabili doti tecniche), troviamo a caratterizzare il disco anche i testi surreali e canzonatori scritti da Gianni Carlin e l’artwork “impenetrabile” di Enrico Tormen (suo il dipinto in copertina) e di Gianni Carlin (sua la grafica).

Per Uviani. Una lunga sequenza di suoni alienanti e “fastidiosi” apre Quali Kiwi?, un mix tra i Dedalus di “Materiali per tre esecutori e nastro magnetico”, del krautrock e tanta elettronica insana. Un modo sbrigativo per non farsi amare o per far impennare la curiosità riguardante il prosieguo del lavoro.

Un diverso tassello di follia, più articolato e di un certo spessore, è offerto da La mano del morto. Il flauto “sparato” di Carlin è il trascinatore dei momenti privi di voce, con i suoni pachidermici delle ritmiche e i riff grezzi di Burigo che si cementano ai suoi piedi. E, mentre Carlin nei suoi momenti vocali si diverte con un canto per “non puristi”, ispirato forse ai Supercanifradiciadespiaredosi, i tre compagni di viaggio si lasciano andare tra virtuosismi, fughe e grovigli spigolosi cui partecipa anche il flauto andersoniano. Il testo del brano è ispirato all’omicidio di Wild Bill Hickok, pistolero statunitense morto nel 1876. Il 2 agosto del 1876, nel saloon “Nuttal & Mann’s” di Deadwood nel Dakota del Sud, Wild Bill stava giocando una partita di 5-card draw poker quando Jack McCall gli sparò alla schiena, uccidendolo. Wild Bill Hickok cadde lentamente e in silenzio sul pavimento senza perdere le carte che fermamente teneva tra le sue dita: la doppia coppia nera di otto e di assi, che da allora sarebbe stata conosciuta come la “mano del morto”.

Con un’andatura di certo non delle più rapide, Tormen decide le “sorti” di Bacco ti estirpa la vite, reggendo le fila dei notevoli ghirigori fiatistici di Carlin e le evoluzioni ruvide (ma senza strafare) di Burigo e Nabaro, con sporadiche sortite nei territori di Canterbury.

Un po’ sghemba si palesa Quella che cominci tu. Ancora una volta da encomiare il superbo lavoro al flauto di Carlin, con Burigo che accetta la sfida e i due “ritmatori” che fungono da arbitri, in un percorso che si muove senza indugi tra progressive italiano dei ‘70, hard rock e un pizzico di psichedelia.

La luna è meno lunatica. Dopo la straordinaria intro alla Osanna, il segmento cantato del brano centrale di Quali Kiwi? sembra muoversi tra mondi cari a CCCP/CSI (e, nuovamente, Supercanifradiciadespiaredosi). Ed è l’alternanza dei momenti guidati da Carlin, diviso tra D’Anna e Ferretti, a tirare il brano, con un eccellente lavoro dietro le quinte di ritmiche e chitarra (quest’ultimo si prende la “rivincita” poco avanti). E con il rientro del flauto è un tuffo tout court nei seventies. Il testo è un collage di immagini nate dal pensare al nostro satellite naturale che se ne sta lì, nel cielo e nulla più, mentre tutto accade su questo pianeta.

Un po’ evocativa e malibraniana ma, soprattutto, molto stramba ed “elementare”, con quelle note stridenti e “fuori fuoco” di flauto, ecco aprirsi Zucca e diavolina. Poi il solito quartetto inizia a volteggiare con Carlin che fa a “spallate” con le distorsioni ruvide di Burigo, e il suo assolo alla “Bambi”, e Tormen e Nabari, un passo indietro, sempre presenti e costanti.

Sei meno un quarto alle otto prende forma e sostanza tra le solite magie andersoniane di Carlin, l’indomabile macchina percussiva di Tormen e Nabari e i riff doom di Burigo. Il tocco delicato di glockenspiel non muta il senso di fondo del brano, prima della deflagrazione finale affidata al monotron.

Andatura blues molto statunitense per l’avvio di Maniaci, contraddistinta dal canto “dannato” di Carlin, e il suo punto di vista incoerente e piuttosto delirante di un maniaco che perseguita una ragazza, e dalla lotta tra chitarra e flauto. Il premio? “Vestire i panni” della classica armonica a bocca. A tratti, in seguito, il flauto riesce a monopolizzare la scena, emergendo dal magma creato dagli altri tre. E con un continuo saliscendi umorale si avanza spediti, con l’Edoardo Bennato magnetico padrone dei momenti cantati e Burigo delle “risposte” sonore. Poi Carlin va fuori controllo come la maionese se non la sbatti bene.

Calcestrutto. Il capitolo finale di Quali Kiwi? si apre con un intricato (ma stranamente “pulito”) ordito creato dai quattro effettivi che avanza su corde tulliane. Dura poco: ecco che le urticanti soluzioni elettriche-elettroniche arrivano a spazzare via tutto mettendo il punto a nove brani in cui soprattutto l’essenza progressiva della band fa mostra di sé con costanza, qui velata, lì senza censure, e con quel tocco “artigianale” che ne fa apprezzare ancor più la sua genuinità.

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