Electric Mud – Quiet Days on Earth

ELECTRIC MUD

Quiet Days on Earth (2020)

Autoproduzione

 

Il 2020 accoglie gli Electric Mud con un nuovo album: Quiet Days on Earth. Il quinto lavoro del progetto post-progressive rock tedesco creato da Hagen Bretschneider (basso), vede il padrone di casa condividere, ancora una volta, il proprio percorso con Nico Walser (chitarre, tastiere, basso fretless, rumori, batteria elettronica).

E anche se quei quattro colossi marmorei imperscrutabili in copertina (realizzata da Gerald Oppermann) non concedono “indizi visivi” sul contenuto dell’album, o meglio, ci lasciano intuire una sorta di “essenza enigmatica”, ascoltando le 15 tracce strumentali di Quiet Days on Earth, e partendo dall’etichetta post-progressive rock “auto-affibbiatasi” dal progetto, siamo partecipi di un viaggio che si estende verso la scuola teutonica di chiave space rock, con una forte componente floydiana e, non di rado, ambientazioni cinematografiche, con cambi d’umore chiaroscurali interpretati ottimamente da chitarre, tastiere e ritmiche, e una volontà di sperimentare palpabile.

Carezzevole ed etereo prende il via Aurora moon, brano d’apertura di Quiet Days on Earth. Un lungo flusso che assimila, lentamente, un elemento space ambiguo: virerà verso lande nere? Quasi… Infatti, avanza tenendo un piede nelle atmosfere sinistre alla Annot Rhül e un altro tra placidi arpeggi di chitarra, tutto avviluppato da suoni fluidi che prendono il sopravvento sul finire, portando tutto su territori elettronici.

Silhouettes Floating Down a Rain-Slicked Street. Romanticismo alla Barbara Rubin nel dialogo piano/“archi” iniziale, poi piccoli tasselli sonori scuri iniziano a modificare il cammino lasciandoci cadere tra note sintetiche alla Kraftwerk. Gli archi provano a tener duro e riescono nell’impresa, lasciando poi il campo ad una vacuità space che s’illumina col trascorrere dei secondi diventando “solida” nel finale.

“Carillon” un po’ gobliniano e un po’ orientalizzante, ammantato da una “carica amorosa” da cinema italiano anni ‘60-’70: questa Mer de Glace, con le ritmiche che aggiungono spessore gradualmente.

Le prime battute di Quiet Days on Earth restituiscono qualche elemento alla Lucio Battisti per poi gettarsi tra le braccia dei Pink Floyd, mentre, a seguire, il passo deciso delle ritmiche si lascia avviluppare “senza reagire” da una stratificazione di suoni leggermente psichedelici e da una chitarra spagnoleggiante posta in contrasto. E poi l’elettronica ci catapulta in pieno terreno teutonico, con qualche elemento alla Mike Oldfield che fa capolino qui e là e un assolo appassionato, ma che parte acidissimo e termina post, che si prende la scena sul finire.

Quieta si palesa Wading Through the Waters of Time, ma solo per pochi istanti. Poi l’angoscia nei tappeti elettronici di Walser, di stampo prettamente cosmico, prende il sopravvento. E d’un tratto una batteria pachidermica piomba sulla scena, affiancata dal passo doom della chitarra, prima che tutto svanisca tra luci e ombre, con quel pizzico di colonna sonora morriconiana in chiave elettronica e un tocco alla Klaus Schulze che non guasta.

Più compassata e sinuosa The Echoes of Acheron, con la sua essenza floydiana che si sprigiona completamente col trascorrere dei secondi, dopo un avvio “rinascimentale”, e trova compimento nel solo gilmouriano di Walser. Finale sontuoso.

Una stratificazione di voci in lontananza e una sorta di omaggio all’avvio di “Comfortably numb” apre The Loneliness of the Somnambulist. Tutto si dissolve per ricompattarsi, poi, intorno all’ipnotica sequenza elettronica/elettrica alle Tangerine Dream: spazi immensi si dischiudono davanti ai nostri occhi, prima di raggiungere la serenità.

Tanta quiete in Durance, nei suoi tappeti eterei e nelle andature non invadenti delle tastiere, con la batteria “educata” spettatrice nelle retrovie. E anche quando qualcosa sembra mutare, l’elettronica di Walser tiene tutto sotto controllo.

Rarefatta prende il via The Space Between the Shadows. Poi la chitarra acustica entra in scena portando un elemento che, dopo quanto ascoltato sinora, non ci si attenderebbe così “massiccio” e leader. A seguire, la dolcezza di “nuove corde” si fa spazio sgomitando con tastiere alla Arturo Stàlteri e paesaggi fiabeschi alla Celeste. Ed è festa di chitarre quando vi partecipa anche l’elettrica con un morbido assolo.

Melliflua prende corpo Adventures in a Liquid World, con i suoi pacati incroci di chitarre e synth. Altre corde appaiono poco oltre, altro clima, una miscela di folk, raga e southern rock, che si gonfia per poi affievolirsi tra suoni gobliniani. E si ricomincia, placidi, tra le note romantiche del solo di Walser, accelerando solo in coda, senza volontà di “ferire”.

Dapprima sinistra, alienante, con il basso di Bretschneider che pulsa senza sosta, poi carica di tensione elettronica, prende vita The Blinding Absence of Light. Atmosfere scure, gotiche, un po’ Antonius Rex e un po’ Una Stagione all’Inferno, che non accennano a diradarsi ma che, invece, si fanno sempre più dense ed avvolgenti col trascorrere dei secondi.

Eyes Watching Skies. Un organo di bartoccettiana memoria di introduce in un’ambientazione solenne e gotica, quasi offrendo un diverso “punto di vista” del brano precedente. Ma è tutto fuorviante. La chitarra di Walser spazza ben presto tutto via e, anche se nelle retrovie c’è dell’elettronica pulsante, l’episodio avanza luminoso.

La prima parte di Foggy Postcard from a Barren Land avanza tra ricami di corde dall’indole ambigua: c’è una sorta di spensieratezza ma anche una sensazione di “sospensione”, un’attesa di qualcosa di imprevedibile. Ed è un piano poetico, poco oltre, a diradare le nubi nonostante, nelle retrovie, un “sottobosco” sintetico avanzi indisturbato.

Tenera, a tratti struggente, Into the Great Unknown con i suoi delicati orditi di corde e tastiere che occupano la prima parte. Poi la batteria e il synth subentrano e la poesia s’infrange, anche se, tra pieghe corvine, una natura malinconica emerge lentamente convogliandosi, infine, tra le note del sax.

Con l’essenza sognante di Sleeping Under a Green Desert Tree c’è il commiato degli Electric Mud. È tutto colmo di sentimento nei percorsi delle tastiere e del piano che si scontrano senza ferirsi, concedendosi un “riposo” (in aperta campagna) solo in coda. Si chiude così un “bagno di fango elettrico” rigenerante.

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