Intervista ai Qirsh

Un caro benvenuto a Daniele Olia (D.O.), Andrea Torello (A.T.), Michele Torello (M.T.), Marco Fazio (M.F.), Leonardo Digilio (L.D.), Pasquale Aricò (P.A.) e Giulio Mondo (G.M.): Qirsh.

D.O.: Grazie mille per l’ospitalità. Mi raccomando, domande facili!

A.T.:  Ciao… è un piacere poter far conoscere la nostra musica.

M.T.: Ciao!

M.F.: È un enorme piacere essere qui, grazie per l’opportunità che ci dai di farci conoscere, anche se siamo, come sai, un gruppo musicale famosissimo.

L.D.: Ciao!

P.A.: Grazie per l’ospitalità. Speriamo di non farti sfigurare troppo.

G.M.: Ciao a tutti!

Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nasce il progetto Qirsh e cosa c’è prima dei Qirsh nelle vite di Daniele, Andrea e Michele?

D.O.: Prima dei Qirsh c’erano le scuole medie, infatti abbiamo cominciato la nostra esperienza nei primi anni del liceo! Prima di quel momento la musica per me era: suonare la chitarra ai boy-scout, suonare la mia tastierina Casio in camera, suonare il flauto (alle medie, appunto) e ascoltare tanti dischi di vario genere. Quindi la musica già rappresentava una grande fetta della mia esistenza, mi mancava solo incontrare gli altri Qirsh. Anzi, in realtà alcuni di noi si erano già incontrati, perché andavamo insieme proprio ai boy-scout, o eravamo compagni della squadra di basket, o compagni di scuola.

M.T.: La musica è entrata in casa ben prima dei Qirsh, con un mangiacassette azzurro su cui facevamo girare qualsiasi tipo di musica passasse il convento o cercando di registrare direttamente dalla radio i pezzi stando bene attenti a cosa sovrascrivere. La chitarra è arrivata dopo, con mio fratello alle medie costretto a suonare qualcosa per l’ora di musica. Io avrei preferito la tastiera, ma ormai in casa c’era una chitarra… e comunque era meglio del flauto.

A.T.: Credo abbia già detto tutto mio fratello Michele… La musica in casa nostra c’è sempre stata, diventando poi “d’obbligo” con l’avvento delle scuole medie, in quanto ciascuno di noi doveva solo decidere quale strumento fosse a lui “più vicino”. La scelta era fra i seguenti strumenti: flauto, tastiera e chitarra, con nettissima vittoria di quest’ultima, anche se il primo anno mi sono cimentato col flauto… Devo però ammetterlo, anche io, come mio fratello, ho sempre avuto un’attrazione particolare per le tastiere e per la loro possibilità di ottenere suoni pressoché infiniti.

Qirsh: come avviene la scelta del nome e cosa significa?

D.O.:  È tutta “colpa” del nostro primo batterista, Luis Fancello. Nei primi mesi di prove eravamo, infatti, alla ricerca di un nome. Luis frequentava il liceo linguistico, quindi ci siamo fidati ciecamente di lui quando ha proposto il nome Qirsh (non ricordo neanche quale spiegazione avesse dato). Era un nome perlomeno originale e così abbiamo accettato. Soltanto nei decenni successivi, con l’avvento di Internet, ci siamo accorti che Qirsh era anche il nome di un’antica moneta in uso nell’Impero Ottomano. Pazienza, pensavamo di essere originali e invece siamo arrivati in ritardo di secoli.

Tra il 1994 e il 1996, arrivano a dar man forte alla band Marco, Leonardo e Pasquale. Come entrate in “orbita” Qirsh? E quali sono le vostre esperienze precedenti all’ingresso della band?

M.F.: Mi sono avvicinato alla batteria appena finite le scuole medie, con entusiasmo e talento fra loro inversamente proporzionali. Dopo molte lezioni prese in un garage, che misero a dura prova la pazienza buddhistica del mio maestro, se l’entusiasmo aumentava, il talento rimaneva, e rimane tuttora, non pervenuto. Dopo alcuni imbarazzanti e imbarazzati provini con musicisti che ora mi capita talvolta di vedere in tv, il mio compagno di liceo Andrea mi chiese se fossi disponibile a fare una prova con il suo gruppo. Così, in un pomeriggio di un tiepido aprile (chi vuole, può cogliere la citazione di Battiato) mi presento, “suono” qualcosa e vengo assunto. È di lapalissiana evidenza il fatto che i Qirsh scelsero me per espiare delle colpe, evidentemente molto gravi, commesse dai loro avi. Altrimenti non si spiega.

L.D.: Ricordo di aver avuto esperienze sul palco del Telethon a Savona nel dicembre 1993 insieme a due compagni di classe del liceo… venti minuti cronometrati, ma andò bene, tanto che Daniele, Andrea e Michele, con i quali già condividevo la stessa canotta della squadra di basket e che avevano assistito alla performance, mi proposero l’ingresso nella neonata band. Così, un pomeriggio dei primi mesi del 1994 caricai la mia tastiera sull’autobus bus nr. 5 direzione Villa Caterina (sede della sala prove), ed eccomi qua.

P.A.: L’incontro con i Qirsh è merito di un’amicizia in comune con Andrea, avvenuta tra le mura del liceo Classico. Era il 1995, e all’epoca ero fidanzato con una sua compagna di classe. Io, ancora minorenne, ricevetti l’offerta tra i corridoi, durante l’intervallo. Vidi Andrea avvicinarsi, pensavo volesse bullizzarmi (era di due classi più grande) e, invece, è andata bene. Ed eccoci qui. Prima dei Qirsh, dopo aver preso lezioni di piano per un paio d’anni, avevo subito iniziato in una cover band dei Toto, nata nell’oratorio sotto casa. Oltre a questo, provavo a cimentarmi per conto mio nello scrivere canzoni. All’epoca ero molto influenzato da varie band Progressive (Genesis, Rush, Dream Theater), cantautori italiani e, ovviamente, dai mitici Pink Floyd! Per questo, devo qui ringraziare i miei genitori che mi hanno educato al loro ascolto sin da giovanissimo. Il giorno del provino con i Qirsh, sapevo a memoria già molti loro brani e questo elemento fece da collante a presa rapida tra me e gli altri elementi della band. All’epoca avevo da poco comprato una GEM WX2 che, grazie ai suoi suoni mistici, mi aiutò molto.

Il 19 settembre 1994 tre membri del gruppo vanno a Torino a vedere il concerto dei Pink Floyd allo stadio delle Alpi; questo evento lascerà pesanti ripercussioni (o piuttosto ‘disturbi’) nella vocazione musicale dei ragazzi. Mi raccontate l’esperienza e cosa è effettivamente scattato in voi dopo quella sera? 

D.O.: Alle ore 21.00 di quel 19 settembre si spensero le luci nello stadio e partì “Astronomy Domine”… alle 21.03 ero già diventato appassionato di astronomia (da quel momento ho cominciato a leggere libri di astronomia e astrofisica, fatto la tesi di maturità sulla fisica del cosmo, cominciato a frequentare il Gruppo Astrofili Savonesi). Sono tornato sulla terra solo parecchi anni dopo. Musicalmente parlando, invece, mi sono spostato sempre di più sul genere “psichedelico” e, inoltre, nelle nostre esibizioni live ho cominciato ad imitare la tecnica della chitarra slide, rovesciandola e suonandola in orizzontale, come David Gilmour in alcuni pezzi dei Pink Floyd.

A.T.: Conoscevo i Pink Floyd solo su cassetta, in quanto a casa sentivamo gli album “The Wall” e “The dark side of the moon”, ma stare in mezzo a 80.000 persone, essere travolti da un’imponente coreografia di luci, laser, suoni… beh, è tutta un’altra cosa, specie per un’adolescente in piena crisi esistenziale. Rapito da quella serata a dir poco eccezionale, ho provato quindi ad emulare in tutto il gruppo inglese… Più volte ho cercato di convincere gli altri membri della band ad utilizzare materassini da spiaggia a forma di coccodrillo, in modo da ricreare (artigianalmente) l’effetto dei maiali di “One of these days”. Ringrazio che nessuno mi abbia dato (troppo) ascolto.

M.T.: …i maiali volanti di “One of these days”, il fiore che si apre a centro palco quando parte il secondo solo di chitarra di “Comfortably Numb”, i cori di “Shine on you crazy diamond”… siamo scesi pure sul prato a portarci via una mistica zolla di terra.

M.F.: Io non c’ero… e quello dei Pink Floyd “tutti insieme” è il concerto che mi sono perso con più rammarico, così come quello dei Rush.

L.D.: Non ho assistito al concerto, però ne ho subito gli effetti collaterali. Il primo obiettivo fu imparare, infatti, “Shine on you crazy diamond”… non tutti i suoi venticinque minuti, ma almeno le prime parti, e questo per il concerto di fine anno scolastico… e così è stato. Siamo stati una band fuori dagli schemi dell’epoca, intanto perché suonavamo i Pink Floyd, evento più unico che raro specialmente sulla piazza savonese, e poi per essere stati sempre attenti all’effetto scenico piuttosto che quello musicale.

Qirsh quale cover band, tre voci femminili (poi quella maschile), esibizioni live sui generis, feste scolastiche, concorsi per band emergenti (anche se ad emergere saranno sempre gli altri), il Prog-trash: come ricordate, dunque, questi primissimi anni della band?

D.O.: I primi anni, come spesso succede, sono stati i più intensi e divertenti. Onestamente, rispetto ad altre band giovanili della zona, noi non eravamo certo i più bravi (anzi, diciamo che la nostra tecnica lasciava molto a desiderare), ma ci divertivamo veramente, ed avevamo una scaletta lunga e varia, con la quale riuscivamo a esibirci anche nei contesti più disparati: sul ponte di una motonave in navigazione, in cima a una fortezza medievale, su un camion in movimento, all’ingresso di una banca, in un centro sociale… oltre che, ovviamente, nelle innumerevoli serate in pub e locali della zona. E poi le esibizioni alle feste scolastiche nella palestra della scuola, dove la gente si aspettava musica per ballare, mentre noi invece proponevamo “The Wall” o “Shine on you crazy diamond” in versione integrale. Penso che pagherei per tornare ancora a rivivere quei momenti.

A.T.: Il periodo delle tre coriste è stato talmente breve e primordiale che quasi non ne ho ricordo, se non per il fatto che con quella formazione facemmo il nostro esordio nell’estate del 1993 presso l’oratorio della parrocchia in cui facevamo gli scout. Quel primo periodo di vita della band ha coinciso con una scarsissima tecnica individuale, ma con una voglia ed un entusiasmo che quelli più bravi di noi (ovvero tutti) all’epoca non avevano… e devo dire, tutt’ora non hanno. Ciascuno di noi aveva il classico “fuoco sacro” dentro e ben presto ci siamo resi conto quanto ci stessero strette le sole cover, motivo per cui, già nel 1996, demmo “fuoco alle polveri” con alcuni brani di nostra produzione… che, anche in questo caso, erano quanto di più distante ci fosse dalla musica suonata dai nostri coetanei, che non sapevano (e credo non sappiano ancora) se lo facessimo apposta o se fossimo proprio fatti così…

M.T.: Era un misto di voglia di andare avanti per la propria strada e di vergogna quando venivamo costantemente “asfaltati” dai più bravi, cioè praticamente tutte le altre band della zona… ma durava poco, poi tornavamo a “battercene il belino”.

M.F.: Credo che il nostro motto all’epoca fosse: “se non per il talento, stupiamoli per qualcos’altro”. Chi avrebbe mai pensato che tale principio sarebbe diventato la base della carriera di molti musicisti contemporanei? Al di là della sterile polemica da mancata rockstar con i capelli grigi, ricordo che i nostri live erano caratterizzati da un’imponente (quanto artigianale) impianto scenico: abat-jour, tastiere finte, batteria con 5 tom (molti pezzi significano batterista molto bravo, ovviamente), armi medievali, poster di dubbio gusto. Crescendo, abbiamo imparato che la nostra miglior prerogativa è – e rimane – l’autoironia… sempre… sia nel caso di interviste che nei concerti, come in tutti i contesti più strani dove ci siamo esibiti: un salone parrocchiale, una pista di pattinaggio (fortunatamente non sul ghiaccio), il cassone di un camion, il tetto del bancone di un pub (grande come un letto a due piazze), una banca, il palasport di Genova (ci avevano suonato anche i Beatles), una motonave in navigazione, un maneggio, il teatro Chiabrera di Savona, il Museo Alfa Romeo a Milano, un locale di lap dance, un centro sociale okkupato autogestito, una televisione locale in playback.

P.A.: Ecco, qui inizia il bello. Dopo il provino mistico, i Qirsh avevano già una prima data. Una indimenticabile (sicuramente per me) serata alla “Kasbah”, un improvvisato centro sociale appena sopra il porto di Savona. Dico solo che il palco, rialzato, era stato ricavato affiancando dei banchi di scuola adagiati su degli scalini… già mi immaginavo la mia nuova tastiera rotolare giù alle prime note. Al centro il palco era rimasto separato dalla fila dei gradini che salivano fino ad una porticina nascosta. Ovviamente ero nervoso: gruppo nuovo, scaletta nuova, tastiera nuova, ma soprattutto posto nuovo e pieno di improbabili personaggi tutti ovviamente più grandi di me. Come se non bastasse, avevamo in programma un pezzo improvvisato. Non mi era stato detto molto, se non il giro degli accordi ed il ritmo da tenere. Capì solo durante lo spettacolo il motivo… mentre stavo suonando, dalla porticina alle mie spalle, che pensavo fosse stata chiusa (che ingenuo!), uscì un personaggio pazzesco: Walter Beccaria! Il quale, sul pezzo improvvisato, iniziò ad inventare una serie di storie su donne equivoche, il tutto condito da turpiloqui irripetibili. Le donne erano soprannominate “bariste” con mal sottili doppi sensi sulle loro indiscusse abilità professionali che, ovviamente, niente avevano a che fare con il servire un caffè al banco. Questi erano i Qirsh, un gruppo psichedelico e caleidoscopico, capaci di spaziare senza confini delineati di genere e di preconcetti. Un giorno ti trovavi a veleggiare sulle note di “Shine on you crazy diamond” su di un traghetto nel porto di Genova (emulando nelle intenzioni il famoso concerto dei Pink Floyd a Venezia) e il giorno dopo potevi avere gli strumenti abbracciati ad un palo da lap dance (ancora unto dalla sera prima) ad improvvisare brani di Ligabue per compiacere il proprietario del locale… avvalendosi, in queste situazioni, della collaborazione di Andrea Veschi, la “fonocopia” dell’originale di Correggio. E tutto questo perché l’esperienza era tutto quello che contava a dispetto delle forme. E io ne facevo parte. Ed era fighissimo!

A fine dicembre 1996 i Qirsh registrano il primo album “artigianale”: dieci brani in stile “pop-rock-cosmic” e cinquanta copie in tutto regalate ad altrettanti amici (per stampare le copertine sfruttarono a tradimento la fotocopiatrice della chiesa di S. Paolo). Mi raccontate la genesi dell’album? Quali sono state le fonti d’ispirazione che vi hanno “aiutato” nella sua realizzazione?

D.O.: Per evitare ritorsioni da parte delle Autorità Ecclesiastiche devo precisare che, in realtà, lasciammo cinquemila lire nella cassetta delle offerte. Per quel che riguarda l’album, era fatto in buona parte coi brani che poi avrebbero costituito “Una Città per noi”; si trattava di canzoni pop-rock già ideate negli anni precedenti e che decidemmo di registrare “in presa diretta” nella nostra sala prove. Le copertine erano ritagliate e piegate a mano una per una; per farle sembrare cassette vere, ricordo che gli appiccicavamo etichette con scritto “16000 lire”, staccate dai CD veri.

A.T.: Se ricordo bene, le registrazioni avvennero in due serate nella seconda sala prove della band, quella del batterista Marco, sita poco sopra le alture di Varazze, ed ottenuta tappezzando le pareti di casa sua con cartoni delle uova usati. In questa atmosfera, nel freddo serale del dicembre 1996, suonammo tutto quello che ci venne per la testa, e le cose migliori (o le meno peggiori) finirono in una cassetta demo. Copertina in bianco e nero. Entusiasmo ed autostima a mille.

M.T.: In realtà, ricordo poco di questo episodio, forse giusto la copertina in bianco e nero ma non saprei manco dire cosa ci abbiamo suonato dentro.

M.F.: Ancorché comprensibilmente poco plausibile, considerata la qualità del lavoro, posso assicurare che la fonte di ispirazione non aveva nulla di lisergico, oppiaceo o, quantomeno, alcolico: eravamo proprio così di nostro. Ricordo la fatica per piazzare le cassette agli amici, alcuni cambiavano strada, altri si fingevano morti.

P.A.: La copertina dell’album era un decoupage mistico che “Escher levati”. Poteva essere roteata, ribaltata, ruotata e persino capovolta, ma sempre avevi l’immagine di un uomo che ti guardava fisso mentre alle spalle geometrie non euclidee si facevano gli affari propri. La leggenda narra che se la cassetta fosse stata messa nella centrifuga di una lavatrice, il disegno che ne sarebbe scaturito fuori avrebbe ipnotizzato un gatto. Fortunatamente fu fatta a tiratura limitata e non fu mai venduta ad un animalista.

Questi primi anni intensi sono anche piuttosto “turbolenti” per la band che vede numerosi avvicendamenti (anche Leonardo lascia per poi rientrare nel 2007). Come mai questa instabilità interna? 

D.O.: Il principale avvicendamento fu quello di restare in cinque, dopo la dipartita delle tre coriste.  Dopodiché ci furono alcune rapide entrate e uscite (un cantante, un tastierista-mixerista, un sassofonista), poi nel 1996 ci fu effettivamente un periodo di “scollamento”, ma si trattava di alti e bassi fisiologici per una giovane band: dopo qualche mese senza prove, tornammo, infatti, a rivederci, anche se con qualche cambio.

A.T.: Diciamo che la band è sempre rimasta la stessa dal principio, quantomeno nel suo nucleo portante. Il problema vero, o quantomeno quello da noi percepito come tale, è sempre stato quello del cantante/frontman. Nel panorama delle band savonesi dell’epoca, infatti, era davvero impensabile trovare qualcuno che potesse “fare al caso nostro”, tanto che, appunto, non trovammo mai nessuno. Ci adattammo tutti quindi a cantare, lasciando il ruolo principale al duo Daniele/Pasquale, con gli altri a fare i cori. Quindi di vere e proprie rivoluzioni non possiamo parlare. Diciamo che, come tutte le band che si rispettino, ci sono stati alcuni più che normali avvicendamenti, ma se considerati i quasi trent’anni di attività, sono pressoché il nulla.

M.T.: Eravamo alla ricerca di una forma, mancava in sostanza, come detto da Andrea, un cantante vero che facesse anche da frontman. Non l’abbiamo in realtà mai trovato, ma forse non ci serviva.

M.F.: Diciamola tutta: Andrea aveva una torrida storia d’amore con una delle coriste, e l’effetto Yoko Ono era dietro l’angolo, ma a noi andò meglio che ai Beatles e, per evidenti ragioni anatomopatologiche, molto meglio che a John Lennon.

L.D.: Sono andato alla ricerca di nuove sonorità e sono tornato con un bel bagaglio da condividere.

P.A.: Non capii mai fino in fondo il perché Leo avesse lasciato la band. Nelle registrazioni (rigorosamente in VHS) che lo ritraevano, era già un fenomenale tastierista. Lo ringrazierò sempre perché, senza la sua temporanea assenza, oggi non farei parte del gruppo.

Il 1997 è l’anno di “Una città per noi”. Il primo vero contratto discografico offerto dall’etichetta indipendente Edizioni Musicali Bottega d’Arte, registrazione in studio, iscrizioni dei brani alla SIAE, distribuzione dell’album (rigorosamente su musicassetta, in 200 copie): mi parlate un po’ di questa esperienza che ha un po’ “stravolto”, in meglio, il vostro cammino? E quanto di quel primo lavoro “artigianale” c’è, dunque, in “Una città per noi”?

D.O.: Durante una serata/concorso presso la discoteca “Crazy Boy” di Centallo, in provincia di Cuneo, l’organizzatore della serata, nonché direttore artistico di Radio Belvedere di Mondovì (oltre che presidente della sopra citata etichetta, che aveva sede nella radio), incuriosito dalle nostre canzoni, ci propose di registrare un album presso di loro e di realizzarne 200 copie da mettere in vendita a Savona e nel basso Piemonte. Per noi ventenni fu come firmare un contratto con la EMI o con la Virgin.

A.T.: Di “Una città per noi” ci sarebbe troppo da raccontare, a partire dal motivo per cui ci trovammo ad un concorso per band emergenti in provincia di Cuneo che, ovviamente, non vincemmo, ma che stupì l’organizzatore a tal punto da farci firmare, appunto, il nostro primo vero contratto discografico. La registrazione fu un vero e proprio parto, con lunghissime sessioni di registrazione, anche notturne, tanto che, per non fare avanti/indietro dalla Liguria al basso Piemonte, dove aveva sede lo studio di registrazione, ci fermammo anche a dormire nella sede della radio Belvedere (Mondovì), distesi fra batteria, amplificatori ed una marea di cavi audio.

M.T.: È stato un vero e proprio punto fermo per il gruppo. Mi hanno rapito direttamente il giorno stesso dell’esame di maturità, facendomi anche cenni del tipo “sbrigati che dobbiamo andare”… Il tutto durante la sessione d’interrogazione orale. Ci siamo rinchiusi praticamente un mese in sala di registrazione. Bei tempi.

M.F.: Scrive G. Pedemonte: “I Qirsh partirono da Savona a bordo di una fiammante (nel senso che poteva prender fuoco da un momento all’altro) Renault 19, la vettura ammiraglia che veniva utilizzata per gli spostamenti di rappresentanza. All’epoca delle cartine stradali e dei “scusi, è questa la seconda a destra?”, trovare Centallo non fu semplice, ma alla fine la sagoma del capannone della discoteca, diede segno di sé (per dirla col Fossati) fra le nebbie post-meridiane di quel lembo di Pianura Padana. (…) Terminata la loro serata e già pensando alla lunga striscia d’asfalto che li separava dal letto, i nostri si avviarono alla macchina. Stavano prendendo posto sui sedili della loro coupé francese quando un omino arrivò nel parcheggio tutto trafelato, chiedendo a grandi gesti di spegnere il motore. “Per caso c’era da pagare la Siae?” fu la prima domanda che passò in tutte le cinque teste. Invece no: l’omino con pochi capelli in testa si presentò come un produttore discografico. (…) E così per i Qirsh si aprirono, per la prima volta, le porte di una vera sala di incisione. I Qirsh passarono molte giornate dell’estate ‘97 in studio di registrazione: arrivavano li per il pranzo. Purtroppo, la casa dei Qirsh era troppo lontana, quindi i cinque si organizzarono di volta in volta per estemporanei picnic sul prato retrostante la palazzina della radio, un ex giardino, rigoglioso di sterpaglie e gravido di aspidi. Di buon mattino, lavoravano di buona lena fino a mezzodì, quando i tecnici li lasciavano per andare a casa”.

Il quinquennio 1997-2001 è sicuramente il più intenso dal punto di vista ‘live’. Quasi tutte le settimane il nome o la foto dei Qirsh fanno capolino nella pagina degli spettacoli della provincia di Savona o di Imperia. Come avete vissuto questo periodo di “fama”?

D.O.: In un modo o nell’altro finivamo sempre sul giornale (anche perché chiamavamo le redazioni presentandoci con “Buongiorno, sono il produttore dei Qirsh…”); era bello vedere la nostra foto in bianco e nero campeggiare sulla pagina degli spettacoli dei quotidiani, ma ancora più bello era vedere la città tappezzata (abusivamente) dei nostri volantini. Comunque, piuttosto che “fama”, direi “fame”: i locali pagavano poco, e a volte detraevano dal compenso il costo dei panini e delle bibite per il gruppo. Penso che sia capitato a tutte le band giovanili.

A.T.: Diciamo che la nostra voglia di suonare andava di pari passo con il nostro volerci “distinguere ad ogni costo”. È vero, fra il 1997 ed il 2001 abbiamo davvero suonato ovunque e per qualsiasi occasione, tanto che il nome Qirsh appariva sui quotidiani locali tutti i fine settimana.

M.T.: Come detto in precedenza, abbiamo suonato ovunque, su una barca con mare mosso, davanti a pali della lap dance, sui camion. L’importante era avere una serata, dove e perché era di secondaria importanza.

M.F.: Avremmo fatto, e realmente facemmo di tutto, pur di suonare: anche liscio, anche basi latinoamericane. Quando ci davano duecentomila lire era festa grande, e se poi ci avessero permesso di mangiare gli avanzi, sarebbe stato Natale per noi…

P.A.: “Siamo venuti a Calizzano pensando di trovare un clima tropicale e, invece, stiamo gelando di freddo, ma per fortuna ci avete riscaldato con i vostri applausi” (citazione fatta alle ore 23.50 quando in platea ormai c’erano solo mia mamma e il proprietario del bar della piazza). Questa frase, detta da un Marco Fazio vestito di pantaloncini e maglietta al termine di una gelida serata estiva in quel di Calizzano, ridente paese dell’entroterra ligure, rende benissimo l’idea di quanto fossimo impreparati e, al tempo stesso, determinati nell’affrontare qualunque situazione pur di suonare. Detto in una parola: kamikaze. Prendevamo qualunque data possibile, purché si suonasse. La “fama”, come sempre, era millantata. Si, perché sebbene usassimo qualunque machiavellico espediente per convincere chi avevamo davanti a farci suonare, alla fine eravamo sempre noi. L’iter era: 1) prendi date impossibili in posti improbabili 2) chiama Stampa e Secolo XIX per comunicare che da qualche parte nel mondo, seppur un remoto angolo della Liguria, noi c’eravamo.

E nel 2001 raggiungete lo straordinario traguardo del centesimo concerto. Ne avete già fato vari accenni, ma vi va di andare un po’ più “a fondo” sul vostro aspetto live dei primi anni (come definito prima, sui generis)?

D.O.: Come dicevamo prima, eravamo molto versatili. La scaletta includeva Queen, U2, Pink Floyd, Pooh, Battisti, C.S.I., Elio… riuscivamo quindi a suonare in molte occasioni e molto diverse fra loro. A quel tempo abitavamo tutti nella stessa zona e quindi potevamo provare con continuità, aggiungere nuove canzoni in scaletta, darci da fare. Al contrario di oggi, eravamo molto più orientati verso le cover e le serate live, piuttosto che verso le nostre canzoni originali. Mi ricordo, però, che davamo più importanza al nostro divertimento e a suonare un po’ di tutto, piuttosto che a perfezionare e imparare bene i pezzi. Inoltre, mentre suonavamo, ci distraevamo facilmente a guardare le persone del pubblico o a guardarci tra di noi e ridere; se a questo aggiungiamo che l’acustica del locale spesso non era ottimale e quindi non sentivamo bene il nostro stesso suono, in conseguenza di tutto ciò facevamo tantissimi errori, che i veri musicisti in sala notavano subito. Tuttavia, in quegli anni 2000 mi ricordo un episodio emblematico: l’esibizione al “Giuditta Rock cafè” di Borgio Verezzi (famosa discoteca rock-live di tendenza in quegli anni): noi avremmo dovuto suonare mezz’oretta alle ore 23.00, nel pre-serata, ma ci furono problemi con la band ufficiale (che arrivò tardissimo o non arrivò) e quindi ci fu chiesto di ritardare l’inizio e di fare del proprio meglio. Ore 24.00: locale strapieno, scaletta rivoluzionata all’ultimo minuto per arrivare ad almeno un’ora di musica rock, timor reverenziale. Ore 1:00: saluti finali ed “effetto bomba” a chiudere “Run Like Hell”, applausi del pubblico (non sappiamo se per noi o per festeggiare l’arrivo del DJ). Il miracolo fu compiuto, suonammo bene e senza errori, proprio nel tempio della musica live ligure.

A.T.: I nostri live del periodo 1997-2001 probabilmente non erano tecnicamente ineccepibili, anzi, tutt’altro… cosa che, gli altri confermeranno, mi ha sempre piuttosto innervosito, perché essendo io un pessimista cronico, ho sempre cercato di trovare difetti nelle nostre esibizioni piuttosto che quanto di buono fatto. Il tutto ovviamente in ottica costruttiva, quantomeno nelle mie intenzioni. Forse non nei fatti. I concerti, però, avevano tutto quello che le altre band non potevano offrire: autoironia, scaletta enorme e variegata, pezzi propri, pubblico sul palco a cantare ed improvvisare pezzi con noi… diciamo che per noi, ogni concerto era una festa, nel vero senso della parola, e spesso avevano il “tutto esaurito” per questo.

M.T.: Non ho mai tenuto il conto del numero delle date, ma la scaletta era di tre ore e spacca…

M.F.: Spesso, alle prime battute col pubblico, chiedevamo, se fosse loro possibile, di non sbadigliare o, almeno, di farlo in maniera celata; certamente noi ci mettevamo del nostro, come quando pretendemmo di fare tutta, e dico tutta, “Shine on you crazy diamond” ad una festa studentesca, come ricordato prima.

P.A.: In cento e più concerti abbiamo fatto davvero di tutto. Posso vantarmi di aver suonato una volta usando il bloccasterzo della macchina di Daniele. Avete presente quelli fatti a doppio manico d’ombrello? Esatto, proprio quello. Ed andavo anche a tempo! Giuro! Ma scherzi a parte, ci siamo fatti davvero un mazzo così e, tuttavia, eravamo sempre sul pezzo. Anzi… “sui pezzi”! Si, perché negli anni continuavamo ad aggiungere pezzi alla scaletta, pur di essere preparati ad ogni evenienza. Tanto che metteva male rispondere alla più semplice domanda “Che genere fate?” “Di tutto!”. Anche se, in fondo, le nostre primordiali passioni restavano come punti fissi e spuntavano nelle scalette delle serate.

In questi anni i Qirsh si divertono anche con un progetto parallelo, il gruppo demenziale ‘Walter Beccaria e i Luridi’ (dal nome dell’eclettico cantante), ma raccontare anche questa esperienza porterebbe via troppo tempo (e decoro). Posso portarvi via, dunque, un po’ di tempo (e decoro) e chiedervi di parlarmi del progetto? È ancora attivo?

D.O.: Certamente, le canzoni venivano improvvisate e parlavano di temi come fxxx, cxxx, txxxx, xxxxxxx, xxxxxxxx, ma anche di fxxxx, pxxxxxx, sxxxxxx, usando espressioni dialettali e colorite come ad esempio “x xxxxx x x xxxxxxx”, “xx xxxx xxxxxxxxxx xxxxx x xxx xxxxxxxxxx”, “xxxxxxxxxxx xxxxx”. Vuoi che continuiamo?

A.T.: Sono entrato in questo progetto nel 1996 e ancora oggi, per tutti, sono Andrea Mandingo. Ciascuno di noi ha, ovviamente, in questo progetto un nome di fantasia… e come non potrebbe averlo? Per dirla tutta… io suono con la mascherina nera di zorro!!! Punto. La band è composta da: Walter Beccaria, Ennio Torpedine, Andrea Mandingo, Michele Libidine, Raul Fracco, Arik Easterly.

M.T.: Non ho nulla da dichiarare. Però la “Pornononna” è una pietra miliare. Firmato Ennio Torpedine.

M.F.:  Diciamo che se i Genesis hanno avuto il coraggio di suonare “Illegal alien”…

P.A.: Del primo incontro artistico con Walter Beccaria ho già detto… La cosa bella era che il nostro trasformismo eclettico con lui arrivava a punti sublimi tali per cui i Qirsh svanivano per ricomparire come “i Luridi”, il gruppo spalla di Walter Beccaria. Allora era puro divertimento e sfogo. Sul palco poteva succedere letteralmente di tutto. Non parlo solo dei testi delle sue canzoni, sempre diverse ad ogni sua interpretazione e nelle quali i soggetti diventavano degli esser mitologici ed evocativi come “Il nonno di Oscar”, “La barista”, “la Pornononna”… ma parlo anche di quello che potevamo fare sul palco, nell’impeto della piena libertà creativa. Seri nell’esecuzione delle parti musicali, ma totalmente coinvolgenti nella parte interpretativa. Dovrebbero esistere anche delle registrazioni clandestine o, per meglio dire, dei bootleg delle esibizioni, vendute di sottobanco.

Trasferimenti, lauree, lavoro: all’inizio del millennio il progetto subisce dei forti rallentamenti e, tra il primo e il secondo album passano addirittura poco più di tre lustri. Come avete vissuto questo periodo di “sospensione” (anche se sul fronte live avete cercato di “resistere”, per quanto possibile)? 

D.O.: È stato il famoso “millennium bug”, ma era inevitabile. Resistevamo facendo almeno un concerto all’anno, tipo festa privata, per tenerci vivi. Non avevamo ancora familiarità con le tecniche di registrazione casalinghe (cioè mediante i programmi di mixing e mastering), quindi attendevamo che il destino ci facesse di nuovo riunire stabilmente.

A.T.: Io ho sempre cercato di tenere vivo in me il “sacro fuoco” della musica, tanto che, non appena i Qirsh hanno cominciato a non “invadere” tutti i fine settimana della mia vita, ho cercato di colmare il tempo libero a mia disposizione suonando con altre band… e ho cominciato a suonare davvero un po’ di tutto: dance anni ’80, Progressive metal, anni ’60, rock americano, AOR… ma sempre dando priorità ai Qirsh, l’unica band che considero “mia” al 100%.

M.T.: Ricordo ancora i viaggi in treno Genova/Varazze, anche due volte a settimana. Era così, si faceva e basta. Poi la vita fa il suo corso e la musica non ci ha mai pagato realmente da vivere, quindi doveva andare così.

M.F.: I Qirsh esistono, sempre e comunque, come il tempo, come lo spazio, come le tasse…

L.D.: In quegli anni vivevamo in città diverse e, a proposito di destino, verso la fine del 2006 a Savona incontrai Daniele che mi raccontò come il progetto Qirsh fosse ancora attivo, così promisi che al successivo live estivo sarei rientrato nella band… Conservo ancora con affetto il premio “il ritorno” che i miei amici mi consegnarono durante la serata Aspera Summer Lounge 2007. Poi da lì abbiamo riorganizzato le idee e abbiamo messo in cantiere il progetto per un album.

P.A.: Un terremoto. Punto. È stato molto difficile tenere insieme il gruppo perché si sa, come in amore, la lontananza non aiuta. Ognuno di noi era impegnato a mettere le fondamenta della propria vita professionale/coniugale ed era difficile anche solo vedersi per una semplice pizza tra amici. Inoltre, in quel periodo ci fu il ritorno di Leo come tastierista e fu difficile anche rimodulare la band vista la convivenza di due tastieristi. Intendiamoci, fu un bene il suo ritorno. Leo, oltre che un caro amico, ha una tecnica immensa, un gusto delicato e la band ne ha tratto solo che giovamento. Ma c’è voluto lo sforzo di tutti per ri-arrangiare e ripensare la band. La profonda stima ed amicizia non ci ha mai fatto lasciare, ma mancava una cosa fondamentale per un gruppo: la musica. Ed è stata proprio la prepotente voglia di fare musica che ci ha fatti ritrovare. Sebbene in quegli anni alcuni non avessero mai interrotto di suonare impegnandosi anche in altri progetti (Andrea più di tutti), mancava tuttavia la “nostra” musica, la musica dei Qirsh. A posteriori, ora possiamo dirlo, la lontananza ci ha migliorati; ci ha fatto maturare focalizzando il gruppo su progetti concreti e più vicini alle nostre corde.

Tra 2009 e 2012 vi dedicate alla stesura del nuovo album “Sola andata” (uscito nel 2013 per Lizard Records). Quali sono i punti di contatto e le differenze sostanziali con “Una città per noi”? E, in definitiva, come sono cresciuti e cambiati i Qirsh?

D.O.: “Una Città per noi” è l’album dei Qirsh diciottenni/ventenni (si sente dallo stile più adolescenziale e dagli arrangiamenti più confusionari). “Sola Andata” è l’album dei Qirsh trentenni o poco più, decisamente più maturo, con una sua “personalità”, ed è un “concept album”. Si percepisce che nel frattempo avevamo approfondito la conoscenza del rock anni ’70, del Progressive, ecc., ecc…. oltre al fatto che, intanto, avevamo avuto le nostre esperienze di vita. In realtà tre brani erano già stati composti nel 1998 (quindi subito a valle del primo album), poi, dopo dieci anni, tirati fuori dal cassetto e riammodernati; gli altri brani invece sono nati dopo il 2008.

A.T.: Quello che posso aggiungere è un dato tecnico che, però, dà l’idea su quanto “Una città per noi” abbia rappresentato il primo passo nel mondo della musica, mentre “Sola andata” sia stato un disco decisamente più maturo, più pensato e ragionato. “Una città per noi” è stato infatti registrato e mixato dai fonici di studio della casa discografica, i quali, in alcuni brani ed in alcuni arrangiamenti, andarono anche un po’ distante dalle nostre aspettative. “Sola andata” è stato, invece, registrato, mixato e masterizzato interamente da noi stessi, nelle nostre sale prove e nei nostri “home-studio” casalinghi, e dove tuttora diamo vita ai nostri brani.

M.T.: Un progetto più maturo e senza i compromessi giovanili di “Una città per noi”. Pezzi decisamente più maturi dal punto di vista musicale.

M.F.: Guarda, io non sono molto esperto delle nuove tecnologie, ma nel 1997 mi hanno fatto suonare tutti i pezzi, mentre nel 2009 mi dicevano “Suona un po’ qui, per due minuti”, quindi mettevano tutto nel computer e ne usciva fuori uno bravo che suonava tutte le canzoni…

P.A.: “Sola Andata” non fu solo l’album del ritorno della band, fu, appunto, anche l’album della maturità e della consapevolezza. L’album è un book di esperienze di viaggio. Proprio quelle stesse esperienze che ognuno aveva fatto nella vita reale e che poi sono state trasposte in opera. È stato anche il fondamentale salto dalla registrazione analogica, fatta in studio tutti assieme, a quella digitale. Grazie anche alle nuove opportunità tecnologiche, la musica ha viaggiato per posta, abbattendo le distanze fisiche.

Tema centrale dell’album è il viaggio nelle sue più varie sfaccettature: fisico-geografico (frutto delle esperienze della band), d’esplorazione, nella cronaca, nella mente e nelle paure. Qual è, tra questi, il “viaggio” che più vi ha affascinato o visti coinvolti?

D.O.: Personalmente, il periodo tra il 2002 e il 2012 ha rappresentato il “brodo di cultura” in cui sono nate e si sono sviluppate le sensazioni che poi sono state trasformate in musica coi brani di “Sola Andata”; in quegli anni, praticamente, prendevo l’aereo una o due volte al mese, per motivi di lavoro, per turismo o motivi personali.  Ad esempio, “La nebbia” è un dramma sentimentale ambientato in aeroporto; “Rianimazione” è un incubo psichedelico durante una corsa in ambulanza (tranquilli, non è capitato veramente)… ma un mio viaggio “fisico” che ricordo con piacere è stato quello in Algeria, un capodanno nel deserto del Grand Erg: appena rientrato in Italia, in pochi giorni è nata “Mercato Ghardaia”.

A.T.: Io, appena posso, cerco di viaggiare il più possibile. Ma i viaggi che porto di più nel cuore, e che mi hanno lasciato sensazioni ed emozioni particolari, sono stati quelli in Islanda e nella Polinesia Francese. Da un viaggio fisico nascono poi viaggi emozionali e spirituali. E quindi canzoni, perché è il nostro linguaggio.

M.T.: Ho viaggiato fisicamente parecchio. Bali, Australia, Canarie, Marocco, Azzorre, praticamente ogni costa europea, ma qui, in effetti, il tema è anche più metafisico. Dentro “Sola Andata” ho provato, per esempio, a inserirci la malaria appiccicosa e umida balinese.

M.F.: Ho sempre avuto occasione, fortunatamente, di viaggiare spesso; cerco sempre di lasciarmi sorprendere da luoghi, persone, culture. Nel corso degli anni, e dei molti viaggi, ho fissato solo pochi punti fermi dai quali non mi discosto: alberghi mai sotto le tre stelle, perché non sopporto tutto quello che inizia per “camp”, e posto fisso “F” sull’aereo, perché dormo sempre sul lato destro.

P.A.: Sicuramente il brano di apertura, il viaggio polare di “Artico”, è quello che mi coinvolge ed emoziona di più ogni volta che lo suoniamo. Daniele ha lavorato molto alla scrittura del pezzo, ricreando atmosfere reali di una storia fantastica. Musicalmente il brano ci coinvolge tutti, impegnandoci sia musicalmente che vocalmente e culminando con un coro liberatorio che sa rievocare, durante l’esecuzione, la riunione della band.

“Sola andata” esce, appunto, per la Lizard Records. Come nasce il rapporto con l’etichetta di Loris Furlan?

D.O.: Nel 2013, dopo aver completato le nove canzoni dell’album, eravamo alla disperata ricerca di un’etichetta disponibile a pubblicare il nostro lavoro. La paura era quella che non interessasse a nessuno e che avremmo potuto solo realizzare qualche copia “amatoriale” da dare agli amici (come nel 1996, ritagliando a mano le copertine). Quindi mandammo i nostri demo a centinaia di etichette, siti, radio… con invii ripetuti. Un “mega spam” su base planetaria. Loris ci rispose quasi subito, l’e-mail cominciava con: “Daniele, mi hai bombardato di messaggi”.

A.T.: Loris è un contatto che mi era stato consigliato, all’epoca, dall’amico Alberto Sgarlato, tastierista della Progressive band dei Flower Flesh, con cui ho avuto la possibilità di suonare insieme in un’altro paio di band. Conoscendo lui quello che facevo con i Qirsh, non ha avuto dubbi sull’interesse che avrebbe potuto avere la Lizard. E così è stato.

M.F.: Anche qui non vi sono parole più adatte di quelle del Pedemonte, che annota: “Alle quattro di quel pomeriggio mi trovai su una fiammante Giulietta rossa, Daniele al volante e Marco come copilota, che viaggiava sicura sull’A4 verso “dove comincia il sole”, per dirla con i Pooh. Tempo di viaggio: 180 minuti, rispettando con perizia gli accorgimenti utili al risparmio di carburante in una silenziosa guerra che Daniele aveva dichiarato ai voraci iniettori della sua potente automobile. Loris, nella sua ultima mail, era stato molto chiaro, “appuntamento all’uscita di Preganziol alle 18.30, ho una macchina da vero produttore progster, una Dacia Sandero bianca”. E così fu. E così il produttore si materializzò al volante della media di casa Renault in un parcheggio fuori dell’autostrada, dall’asfalto sconnesso e le sembianze di un ritrovo di scambisti, ma che a Daniele e Marco parve subito come il giardino dell’Eden, un Olimpo ove tutte e nove le muse si erano appena materializzate al suono della lira e del cembalo. Cena “di lavoro” al ristorante “La Gemma”, una sorta di circolo della cirulla ove alla domanda di Daniele “che birre avete?”, la risposta fu “beh, alla spina e in bottiglia”. Ma la tagliata era buona, i formaggi pure: prerogative perfette per un colloquio proficuo. Loris aveva dato come tempo massimo le 20.30, “perché dopo ho un impegno” ma dopo quasi quattro ore di Loris, Daniele, Marco e il Pedemonte a far da spettatore, Loris aveva annullato il suo impegno. A contorno di una discussione ampia e cordiale sui loro generi musicali preferiti, tutti gli accordi vennero perfezionati e l’approccio professionale del discografico mutò in breve nell’incontro fra (nuovi) amici, tanto che il meeting di lavoro finì a casa di Loris, dove la deliziosa accoglienza di sua moglie, annaffiata da ottimo e corroborante succo di frutta, rese davvero speciale la fine della serata. Quando, intorno all’una di notte, Daniele offrì il volante a Marco, per potersi assopire un poco sul sedile del passeggero, il batterista, conscio che la Mobil Economy Run, inventata nel 1936, era stata comunque un’esperienza chiusa nel 1968, aspettò pochi chilometri e, appena gli occhi stanchi del suo compagno si abbandonarono alle lusinghe di Morfeo, la lancetta del tachimetro non scese mai sotto i 160 km/h”.

P.A.: Loris, dopo aver ascoltato più volte tutte le nostre canzoni, ci scrive “Sì, ma che genere fate?”. Noi fummo stupiti dal fatto che, dopo aver ascoltato i brani, ci rifacesse quella domanda. Lui voleva indicare che non facevamo un genere “tradizionale” o ben definito, quindi voleva sapere in quale genere noi ci volevamo inquadrare. La domanda ci sembrava divertente, ma era il segno che il nostro stile era originale.

E nel 2016 iniziate a gettare le basi per quello che sarà “Aspera Tempora – Parte 1”, concept album prog-rock sul tema delle paure dell’uomo: le paure adolescenziali delle false voci, la paura del vuoto, la paura della solitudine, del dolore, del giudizio divino (pubblicato nel 2020). Come mai la scelta di un tema del genere e com’è stato affrontato sia musicalmente sia nelle liriche?

D.O.: Il tema sembra stato scelto apposta per descrivere il “tempo difficile” della pandemia (senza contare che è uscito nei giorni di Halloween e dei Morti!), ma è casuale: l’idea di un concept album sulle paure è nata praticamente subito dopo l’album precedente, le canzoni sono state appunto scritte tra il 2016 e il 2019, il titolo è stato scelto a fine 2019, quindi in tempi non sospetti. Quando nel 2015 discutemmo tra di noi del tipo di album su cui volevamo lavorare, non ci furono dubbi nell’optare ancora per un “concept” e, istintivamente, alcuni suggerirono il tema delle paure. È certamente un tema su cui chiunque può avere molte cose da dire, perché le paure toccano tutti, e, inoltre, si prestava bene per il nostro genere: infatti, rispetto ai primi due album, “Aspera Tempora” è ancora meno commerciale e più “progressive” (anche per quel che riguarda la durata dei brani). Musicalmente abbiamo voluto puntare sul mix tra suoni più “classici” o ancestrali (organo, strings, piano) e suoni rock, ricorrendo frequentemente a cambi di atmosfera e ad effetti vocali che richiamano le tante “voci” della paura. Le musiche sono nate come per l’album precedente: cominciando a pensare intensamente al tema del brano, alle nostre esperienze passate, e a quel punto partendo con un riff o con qualche suono… fino a che scocca la scintilla, cioè arriva l’ispirazione che ci trasporta e ci fa “visualizzare” l’intero brano; poi, ovviamente, lavorando e perfezionando le varie parti, intro, intermezzi, provando le combinazioni migliori dei suoni. Per le liriche, in alcuni casi c’è un lavoro documentale a monte (ad esempio, per “Rumors” e “Oremus” abbiamo dovuto cercare ispirazioni nella storia o nella letteratura), mentre altre vengono scritte quasi di getto, in breve tempo; dipende dalla complessità del tema.

A.T.: “Aspera Tempora” nasce in piena “sintonia Qirsh”. Daniele ed io, infatti, parlando del più e del meno, ci scambiammo anche idee sul tema del prossimo disco. Io esordii dicendo: sto scrivendo un brano sulle paure dell’uomo (il brano sarebbe poi diventato “Anansi”). Risposta di Daniele: io veramente avrei già pronti almeno altri tre-quattro brani sullo stesso tema. Fine. Cos’altro c’era dire? Era deciso.

P.A.: Nel 2016 Daniele ci manda un messaggio: “Sto scrivendo un album sulle paure”. E la cosa si fa interessante. Da lì a poco tempo (il 19 dicembre per l’esattezza) arriva via e-mail la prima traccia: ventitré minuti di musica. Io e Michele ci scambiamo due rapidi messaggi, perplessi… ventitré minuti per un brano in un’epoca dove le canzoni non durano neanche la metà di un 45 giri. Però la curiosità del progetto ci stuzzica ed inizio a farmi coinvolgere. E da lì è cambiato tutto.

Soprattutto nei suoni io vi ho riscontrato tanta rabbia. Se ho visto giusto, da cosa nasce e verso chi è rivolta?

D.O.: Verso i giornalisti che ci fanno domande difficili. Scherzooooooo! Dico solo una cosa: la rabbia è meno della sofferenza, e la sofferenza è meno della paura. Per questo che abbiamo scelto il tema della paura (“…The oldest and strongest emotion of mankind is fear”).

M.T.: Da piccolo distorcevo tutti i suoni per principio. Ora mi sto ripulendo. Un percorso catartico e opposto.

M.F.: È tutto un paradosso, una truffa: io non mi arrabbio mai…

P.A.: C’è tanta consapevolezza in questo album su di noi e su quello che vogliamo essere oggi. Per dirla con una frase ad effetto: da giovani volevamo essere i Pink Floyd, oggi vogliamo essere i Qirsh.

Sul retro dell ‘album compare la frase “Don’t fear hard times, the best comes from them”. Chi di voi vuole approfondire il concetto? Siete dunque ottimisti sul futuro (musicale e non)?

D.O.: La frase che compare sul retro del CD descrive il messaggio dell’album: i momenti di paura sono momenti difficili, e i momenti difficili ci fanno paura, ma è da quelli che tiriamo fuori il meglio di noi stessi. Inoltre, le paure possono essere anche intense e profonde, ma solo fin quanto la nostra mente lo permette. C’è sempre un modo di uscirne. Quindi anche se il tema può sembrare un po’ cupo e pessimistico, in fondo si vuol dare un messaggio positivo.

M.F.: Penso che ci sia sempre una luce in fondo al tunnel, ma che molto spesso questa luce sia quella della locomotiva di un treno…

P.A.: Esternare le proprie paure è sempre stata una volontà innata dell’uomo. Credo che faccia parte del processo di maturazione di ogni civiltà; esprime il bisogno culturale ed antropologico di descrivere le proprie paure più varie quali, ad esempio, l’amore, la morte, i pregiudizi; cosa ci mette ansia, cosa ci angoscia. La musica, attraverso la sua forma espressiva, può aiutare a rappresentarle ed avere una funzione di assoluzione del problema. Tutti i giorni vediamo rappresentazioni, penso anche religiose, delle nostre paure e questa cosa in qualche modo ci conforta e ci salva. La conoscenza del mistero delle paure dell’uomo e l’unica via per comprendere ed accettare. Tutto il resto sono solo “scuse che consumano” (per citare una frase all’interno dell’album).

 “Parte 1”. È quindi in cantiere (o è già pronta) una seconda parte di “Aspera Tempora”? 

D.O.: Quando ci siamo accorti di avere già più di cinquanta minuti di materiale musicale, abbiamo deciso che era sufficiente per pubblicare un album; però, purtroppo, molte idee erano rimaste fuori, molte paure ancora da trattare, e quindi abbiamo deciso di lanciare una sfida a noi stessi, intitolando l’album “parte 1” e obbligandoci ad un sequel. Ma potremmo anche cambiare idea e scegliere un argomento totalmente diverso per il prossimo album, lasciando tutto nel mistero. In ogni caso, conoscendo i nostri tempi (…sotto questo aspetto, e solo questo, assomigliamo ai Pink Floyd) il prossimo album arriverà tra non meno di cinque anni.

M.F.: Prendetela come una minaccia.

L.D.: Ci stiamo lavorando… ho già un paio di spunti che prossimamente condividerò con i miei soci.

P.A.: Chissà… In questi casi sempre meglio essere vaghi e creare aspettative. Le idee ci sono, ma ci vorrà tempo perché maturino.

Una delle novità del nuovo album è la presenza in formazione di Giulio Mondo. Giulio, come nasce la tua collaborazione con la band? E cosa c’è nella tua vita artistica prima dei Qirsh?

G.M.: La collaborazione nasce inizialmente dalla passione comune per la musica che mi sono ritrovato ad avere con mio fratello Pasquale. Da lì, la voglia di suonare e creare qualcosa assieme e, passando per qualche gruppo di “transizione”, abbiamo capito che potevamo collaborare nei Qirsh, sua band storica, per provare a portare qualcosa di nuovo e magari implementare il mio stile nel loro genere. Prima di tutto ciò, partendo dal principio, ho iniziato il mio percorso musicale studiando chitarra elettrica all’età di 12 anni. Passando per le prime band create in ambito scolastico (in cui suonavo la chitarra) e, nel mentre, giocando parecchio a “Guitar Hero”, sia con chitarra che batteria, mi sono accorto che la batteria era uno strumento mi appassionava molto e che volevo approfondire. Da lì a poco la prima batteria acustica e il mio studio appassionato e ricercato per quello strumento, interamente da autodidatta; il mio gruppo in cui suonavo la chitarra stava andando scemando e quindi ci staccammo in tre componenti dai cinque totali. Quest’ultima formazione, tolto il bassista che se ne andò di lì a poco per impegni personali, è quella che poi fu la più importante: I Project Breakers, un duo rock-elettronico con un disco all’attivo, composto da me alla batteria e Diego Lodato alle voci e alle tastiere, con l’aggiunta di basi totalmente autoprodotte per aggiungere “corpo” ai pezzi durante i live. Questo gruppo esiste ancora ma, purtroppo, non è più attivo come una volta. Oltre a questo, ultimamente ho suonato in vari gruppetti, anche più alle prime armi, ma niente che alla fine, almeno per ora, si è rivelato di una certa importanza, fino alla collaborazione con i Qirsh.

Come si gestisce una formazione a sette elementi (e due batterie)?

D.O.: Mentre cinque suonano, gli altri due, a rotazione, vanno a bersi una birra. Scherzi a parte, siamo abituati da più di vent’anni a stare stretti sul palco ed inciampare nei cavi, ma bisogna dire che non abbiamo ancora fatto nessun concerto live in sette, tantomeno con due batterie; se capiterà, chiameremo un architetto per studiare insieme la planimetria del palco, le vie di fuga, il carico delle travi portanti…

A.T.: Due chitarristi, due tastieristi, due batteristi… ma un solo bassista. Io vinco facile.

M.T.: Con amicizia e buon senso. A volte, meno è meglio, quindi non vuol dire che si suoni sempre tutti contemporaneamente e lo stesso vale per le due chitarre.

M.F.: Ci sono sempre riusciti i Genesis, oppure i King Crimson, che di batterie ne avevano tre… Poi Giulio è bravo più di me, giovane più di me, bello quasi quanto me.

L.D.: E due tastiere…

P.A.: E tre voci… (e non avete sentito ancora Marco cantare!).

G.M.: Abbiamo due batterie ma a giro ne usiamo una sola mentre l’altra, attaccata alla presa di corrente, si ricarica.

Andrea, nel tuo curriculum annoveri anche due album con la band progressive metal NightCloud, collaborazioni live, in studio e come opener di Riccardo Fogli, Marco Ferradini, Alberto Camerini e Dario Mollo, sei il bassista dei The Dragon Attack (tribute band dei Queen), della Premonition Band (tribute band dei Creedence Clearwater Revival) e dei C’EroKee (tribute band degli Europe). Mi parli un po’ della tua vita artistica fuori dai Qirsh?

A.T.: La mia vita artistica al di fuori dei Qirsh è, in effetti, piuttosto impegnativa, ma al momento riesco abbastanza bene a conciliare tutto quanto, più che altro perché gli altri progetti hanno come loro scopo primario le sole esibizioni live, trattandosi infatti di tribute band. Purtroppo, io non riesco a stare con le “mani in mano”, e se intravedo un piccolo spazio di tempo libero, mi butto a capofitto in progetti con amici musicisti di Liguria e Piemonte.

E nel 2018 pubblichi l’album strumentale, dalle forti tinte elettroniche, “Appunti di Viaggio”. Quando nasce l’esigenza di realizzare qualcosa di esclusivamente personale? E quanto “Andrea non Qirsh” c’è in quel lavoro?

A.T.: Dopo la realizzazione di “Una città per noi”, ho iniziato a scrivere alcuni brani per il nuovo disco, quello che sarebbe poi diventato “Sola andata”, ma più scrivevo, più mi rendevo conto di quanto tutto ciò fosse distante anni luce dal “mondo Qirsh”. I brani, infatti, stavano andando in una direzione più “intimista”, più “personale” e decisamente più “ambient”. È stato un percorso di crescita e di conoscenza personale piuttosto lungo e complicato. E decisamente sofferto. E che non si ferma di certo qui. Al momento, infatti, sto scrivendo i brani per il mio secondo disco, che dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2021.

Andrea, come ci si sente ad essere l’anima critica del gruppo? E gli altri cosa ne pensano del tuo “potere”?

A.T.: Essendo io un pessimista cronico, so bene di essere il “rompipalle” di turno, perché trovo difetti in tutte le cose, ma cerco sempre di farlo in maniera costruttiva, perché vorrei sempre far sì che le cose siano perfette, cosa ovviamente impossibile da ottenere.

D.O.: Rompe un po’ le scatole, soprattutto quando litiga col proprietario del locale e rischiamo di non suonare. Ma non possiamo licenziarlo, perché la nostra principale sala prove è a casa sua.

M.T.: A volte bisognerebbe prenderla un po’ più “leggera”, ma sta migliorando, da giovane era ancora più ipercritico. Mi ricordo le occhiatacce al buon Marco come se fossero qui ora.

M.F.: I riferimenti al bullismo del nostro ultimo album nascono proprio dalla condotta di Andrea nei nostri confronti. Paragonato a lui, Kim Jong-un è il Mahatma Gandhi. In realtà Andrea vorrebbe che tutto fosse sempre perfetto, ma con grande e affettuosa magnanimità lui sa benissimo che con me tutto questo non funziona: una volta, preoccupato per la ritmica di un pezzo, mi disse “Marco, mi raccomando il tempo”, e io risposi “Tranquillo Andrea, non piove!”.

P.A.: Andrea è l’anima concreta del gruppo. Ma con gli anni si sta ammorbidendo e viene sempre più trascinato nel turbinio delle idee psichedeliche di Daniele.

G.M.: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” … Le lasciamo ad Andrea…

E ad essere, invece, la vera mente musicale del gruppo, insopportabile in fase di mixaggio perché capace di spendere un’ora dietro a dilemmi tipo “il pre-delay del synth è meglio di 5 millisecondi o di 10?” (lui sostiene che ci sia una differenza abissale), Daniele? O il “tecnico”, come Michele?

D.O.: Tutti noi siamo pieni di hobby e passioni che riempiono il tempo libero, io forse sono tra quelli che riesce a dedicare più spazio alla musica (anche weekend interi, soprattutto quando all’orizzonte arriva l’ispirazione per un nuovo brano), se ciò comporta il titolo di “mente musicale”… mi fa piacere! Per quel che riguarda arrangiamenti e mixaggio, effettivamente, a volte mi ritrovo a spendere ore dietro a un singolo suono, ma non me ne rendo conto: quando lavoro sulla musica, il tempo scorre ad una velocità diversa, come nel film “Interstellar”: per me sono passati dieci minuti (ho solo registrato due giri di accordi di strings), ma per voi sulla Terra sono passate quattro ore.

M.T.: Il buon Daniele è sicuramente vulcanico e anche a tratti trash, bisogna contenerlo. Gli si vuole bene e lo si prende così come è, a parte i suoi cavi sempre tra le balle.

Marco e Pasquale, leggendo le vostre biografie ho trovato alcuni interessi, tra gli altri, in comune: l’archeologia (industriale) e Battiato (di cui, si dice, ti consideri sacerdote del culto laico di Franco Battiato), per Marco, e la passione per il fumetto Martin Mystére, per Pasquale. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?

M.F.: Dell’Archeologia Industriale ho fatto un percorso accademico prima e il mio lavoro poi. Durante gli anni dell’Università ho sperimentato direttamente l’archeologia “da Indiana Jones”, ma ho realizzato che fango, polvere e sudore non facevano per me; così mi sono orientato alla storia del sapere e del saper fare, traendone grande soddisfazione. Quindi, poiché da sempre amante di un certo tipo di auto, dopo la laurea ho mandato un curriculum al settore storico dell’Alfa Romeo, mi hanno chiamato ed il resto è storia recente. Franco Battiato, il profeta del nostro tempo, del cui culto laico mi onoro di essere indegno sacerdote, fa parte da sempre della mia vita e rappresenta alcune fra le più importanti tappe della mia crescita umana e spirituale; subito dopo, per importanza e legame con la mia cultura, metto solo Paolo Conte. A differenza dei miei cantanti e gruppi preferiti, come il già citato Conte, la PFM, i Pink Floyd, i Genesis, gli Stones e altri, dei quali ho sempre piacere ad ascoltare tutti i pezzi, ci sono brani di Battiato che reputo talmente profondi, preziosi ed emozionanti, che sento molto ma molto raramente, quasi per paura di rovinarli, quasi temendo che un ascolto ripetuto nel tempo tolga loro quell’aura di sacralità della quale sono permeati.

P.A.: Oltre alla buona musica, i miei genitori mi hanno trasmesso la passione per i fumetti della Bonelli. Adoro anche Dylan Dog e Nathan Never di cui ho i primi 200 numeri.
Ho anche una grandissima passione per i giochi da tavola (ne ho un’intera parete) e Magic.
Sicuramente sono il più nerd del gruppo.

Nella vostra lunga carriera, come s’incastra il libro biografico (non sono in tanti a poterne vantare uno, almeno in Italia) dal titolo emblematico “Volevamo essere i Pink Floyd” (2014), scritto da Gerolamo Pedemonte.

D.O.: Mi fa sempre sognare una dimensione parallela in cui i Pink Floyd suonavano al “Giuditta Rock Cafè” e scrivevano il libro “Volevamo essere i Qirsh”.

A.T.: È un libro divertente, da cui mi auguro che, prima o poi, qualche “folle” possa pensare di ricavarne un film (e con cui potremo diventare finalmente ricchi)… non tanto per gloria personale, ma quanto più perché descrive situazioni che sono senz’altro comuni a qualsiasi altra band che abbia iniziato il suo percorso nel mondo della musica (improbabili manager, registrazioni in studio, locali malfamati, migliaia di aneddoti divertenti, ecc., ecc.).

M.T.: Era essenziale e necessario.

M.F.: Ci sono film dei quali era meglio il libro, e ci sono libri dei quali era meglio l’albero… ma non in questo caso! Gerolamo ci fa sapere che i personaggi famosi che avrebbero voluto scrivere la prefazione erano talmente tanti che, alla fine, per non scontentare nessuno, il libro è uscito “senza la prefazione di nessun personaggio famoso”.

L.D.: Abbiamo radunato i nostri ricordi di gioventù (forse neanche tutti) e li abbiamo resi eterni.

P.A.: È una cosa emozionante rileggere decine di aneddoti racchiusi in un libro come se fosse un diario. Non ringrazierò mai abbastanza Gerolamo per la generosità dimostrata nei confronti del gruppo.

Spostandoci, invece, sul fronte live, sono passati quasi trent’anni da quel primo concerto presso la parrocchia di San Paolo a Savona (e dal giudizio del pubblico accorato e unanime: inascoltabili!). Come sono cresciuti e cambiati i Qirsh su questo fronte? Cosa c’è da aspettarsi oggi da un vostro concerto?

A.T.: Io, anziché usare un amplificatore per basso da 15 watt, esco oggi con una 4×10 da 700 watt e con almeno due bassi al seguito… Daniele cerca sempre di coprire tutti noi con suoni “improbabili” e strabordanti di effetti, Michi ha trasformato la sua prima Cheri Stratocaster in una fiammante Fender Stratocaster, Marco si è dato alla batteria elettronica… tutto il resto credo sia rimasto uguale, luci e fumi a parte. Siamo invecchiati. Non siamo cresciuti.

D.O.: È cambiato poco, ci si può sempre aspettare che calpestiamo inavvertitamente le prese di corrente e si spengono tutti gli amplificatori. Ma, rispetto al primo live del 1993, almeno oggi usiamo sempre la macchina del fumo, quindi in caso di brutte figure possiamo dileguarci nella nebbia.

M.T.: Abbiamo le luci. E tante.

M.F.: Sempre inascoltabili, ma con, appunto, più macchine del fumo. Avevamo all’epoca due o tre groupies: in tempi più recenti, per sicurezza, le abbiamo sposate. Inutilmente, azzarderei, perché poche vengono ai nostri concerti.

L.D.: Oggi, a giudicare dalle recensioni che ci sono pervenute, sembra che siamo un po’ più ascoltabili… almeno dal disco…

P.A.: Sicuramente è cambiata la scaletta. Non più un patchwork di pezzi slegati tra di loro ma un filo unico conduttore creato da nostri pezzi più qualche cover. Sicuramente per pochi, in tutti i sensi. Ma meglio così.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

A.T.: Io credo ci siano solo dei “contro” in merito a questa globalizzazione della musica (come potrei dire il contrario, essendo pessimista di natura?). Se è vero che la musica oggi può, infatti, raggiungere qualsiasi parte del globo con un solo click, è anche vero che chiunque oggi può fare musica, anche senza il minimo talento e senza la più vaga idea di cosa stia facendo. E sempre che abbia comunque qualcosa da dire. Succede così che, chi realmente “abbia i numeri”, o chi realmente voglia trasmettere un messaggio… beh, è facile che si perda nel “mare magnum” del nulla odierno… E, in tutto questo, i social amplificano e massificano solo chi pensa più ad apparire che ad essere.

D.O.: L’aspetto positivo è che, per poter pubblicizzare l’album, prima si poteva contare solo sulle news o recensioni che apparivano sui giornali o i siti specializzati. Ora, invece, grazie ai social network e al web in generale si può arrivare molto più capillarmente agli ascoltatori, anche all’estero: ci fa molto piacere, infatti, trovare recensioni del nostro album in siti russi, olandesi, giapponesi (a volte non capiamo la traduzione e neanche l’alfabeto), o sapere che un nostro brano è in playlist su una radio brasiliana, o ricevere un complimento da un tizio canadese o tedesco che ha acquistato il CD.  Detto questo, per un musicista “tradizionale” le cose sono sempre più difficili: oltre al fatto che sempre meno giovani sono appassionati di musica rock e ancora meno di Prog Rock, il problema è che sempre meno persone comprano i CD, potendo scaricare quasi tutto da internet. Ma, purtroppo, un musicista incassa ben poco dagli ascolti o download fatti sulle piattaforme online.  Inoltre, l’accesso alla rete permette a milioni di “musicisti” (anche improvvisati) di realizzare canzoni e metterle online, che da un certo punto di vista sembra un aspetto positivo, dall’altro significa che la rete ormai è satura di proposte musicali, l’offerta è ben superiore alla domanda e la concorrenza tra musicisti non è più tra chi fa la musica migliore, ma tra chi ottiene più “like” o ascolti online.

M.T.: Non ho nulla da dichiarare, con la tecnologia ci lavoro quotidianamente e ho punti di vista a 360 gradi. Non c’è un vero bene e un vero male in questo.

M.F.: Dovresti chiedere a quelli che fanno musica…

P.A.: Come dicevo prima, internet ha avuto un importante ruolo nella realizzazione degli album permettendoci di lavorare separatamente ma coordinati. In più, grazie ai social ed alle grandi piattaforme, chiunque oggi può ascoltare i nostri brani gratuitamente su YouTube o Spotify dal proprio cellulare… Accidenti, credo che questo potrà far scendere le vendite dell’album. La cosa negativa è che abbiamo smesso di stressare i giornali per promuoverci. Ma non è detto che non si ricominci prima o poi.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, al netto di quanto raccontato sinora, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?

A.T.: Purtroppo, al giorno d’oggi, far conoscere la propria musica è la parte più difficile del lavoro, perché non basta più “aver fatto un disco”, garanzia di qualità e di “quantità” fino a qualche anno fa. Oggi suoniamo principalmente per noi stessi. E ci sponsorizziamo da soli con i soldi guadagnati con un “lavoro vero”, come direbbe mia madre.

D.O.: Più o meno quello che ho detto nella risposta precedente. Le stesse etichette discografiche non possono permettersi di impegnarsi in campagne promozionali con l’incertezza di un effettivo ritorno economico; le cose ovviamente cambiano per quegli “artisti” più commerciali che possono contare su milioni di “followers” nei social media. Basta vedere la lista dei “big” del Festival di Sanremo. Oggi se un gruppo musicale simile al nostro vuole promuovere il proprio album, deve sperare nella fortuna, oppure affidarsi a costose “agenzia stampa” che promettono ascolti, passaggi radio, inserimento in playlist, ecc., ma poi siamo al punto di prima. Quindi si suona soprattutto “per la gloria”.

M.T.: Non si suona live. Da nessuna parte.

P.A.: Daniele, scusa ma non mi avevate detto venticinque anni fa che avremmo suonato per un’altra cosa? Accidenti, mi avete imbrogliato! Maledetti Qirsh!

Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E, rispetto al passato, ci sono oggi abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

A.T.: Sulla musica Progressive attuale non mi pronuncio perché non conosco abbastanza bene l’argomento, devo essere sincero. Se non per le band liguri legate a questa preziosissima nicchia, ma sono una piccola parte di un mondo decisamente più vasto. L’ultima domanda, invece, ha una risposta piuttosto facile. A fine anni ’90, solo con i Qirsh, riuscivo a fare una trentina di serate l’anno. Adesso, con tre tribute band all’attivo (che quindi dovrebbero avere più “appeal” in quanto più facilmente vendibili nei locali), sommati ai Qirsh, raggiungo sì e no dieci serate l’anno. Le motivazioni sono troppe: pochissimi locali che propongono musica live, scarsissimo interesse per la “musica suonata” dalle nuove generazioni, scarsa qualità di chi dovrebbe pubblicizzare la musica live rispetto alla musica “ignorante”, ecc. ecc.. A Savona città esistevano negli anni ’90 qualcosa come cinque locali che proponevano stabilimento musica. Oggi nessuno.

D.O.: Gli spazi per proporre la musica dal vivo sono sempre meno, non è una novità. Come detto da Andrea, molti dei locali in cui suonavamo negli anni ’90 e 2000 oggi sono chiusi o riconvertiti ad altro stile. Per fortuna ci sono tante band che continuano a suonare e anche a proporre la musica “originale”, sebbene la visibilità sia limitata a quei pochi circuiti live o a quei blog/pagine dedicate al Prog.

P.A.: Ci sono pochissimi spazi per suonare dal vivo. Se poi fai musica non commerciale ma di nicchia, come nel nostro caso, è ancora peggio. Ma speriamo con i ricavi dell’album di costruire il primo “Qirsh live theatre” che permetterà a tutti i musicisti di esibire la propria musica senza compromessi.

Esulando per un attimo dal mondo Qirsh e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nella vita quotidiana?

A.T.: Diciamo che la musica ricopre il 100% della mia “vena artistica”, se così la possiamo definire… Posso anche dire che sto sempre più approfondendo il discorso della fase di registrazione digitale e del missaggio… quindi studio, seguo corsi, m’informo su come far suonare bene i pezzi sui dischi insomma…

D.O.: Quando gioco a basket cerco di disegnare traiettorie artistiche col pallone, ma l’allenatore non apprezza l’arte e mi sbatte in panchina. Per quel che riguarda le arti vere, mi piace ogni occasione in cui si può usare la fantasia, ma a lato pratico c’è solo la musica, sebbene di recente ho cominciato a dilettarmi con le “arti grafiche” collaborando alla lavorazione di copertina e booklet del nostro CD (ma c’è ancora molta strada da fare).

M.T.: Facevo parecchie fotografie, ma con tre bimbi il discorso è drasticamente cambiato.

M.F.: Potrei dire che la più bella opera d’arte che ho mai fatto (in collaborazione) è mia figlia Anna, ma siamo su OrizzontiProg e non su Donna&Mamma. Però penso che collezionare auto d’epoca e orologi sia ascrivibile alle forme d’arte.

P.A.: Vale anche “arte marziale”? Sono cintura nera di Kung Fu tradizionale e, nel mio piccolo, ho anche vinto delle gare a livello nazionale ed internazionale di combattimento, forma a mani nude e con armi. Quando non suono o non picchio la gente (in realtà scappo dalla gente che vuole picchiarmi), mi piace ballare la Salsa ed andare a correre. Per poi finire con tutti gli adorabili interessi nerd.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?

A.T.: Premettendo che ho sempre ascoltato davvero di tutto, dalla musica classica al death metal, passando per la musica leggera italiana ed il rock americano ed inglese, posso dire che un segno indelebile nella mia crescita professionale sia arrivato da artisti “minori”, o quantomeno di nicchia, che però, per me, ricoprono vette inarrivabili: David Sylvian, Sigur Rós, M83. Ma se vogliamo estendere il podio a qualche scalino più sotto, non posso non citare: Ryūichi Sakamoto, Ennio Morricone, The The, Pink Floyd, Queen, Talk Talk. Potrei andare avanti per ore…

D.O.: Sono cresciuto nel periodo della “new wave” degli anni ‘80, poi ho iniziato a seguire alcuni gruppi in particolare: ho cominciato con gli italianissimi Pooh (soprattutto quelli del Prog Rock sinfonico degli anni ‘70 e ‘80), che per me hanno rappresentato anche l’esempio di gruppo sano e duraturo (come i Qirsh… almeno per quanto riguarda il “duraturo”); poi c’è stato l’incontro coi Queen e coi Pink Floyd, che mi hanno aperto nuovi orizzonti, come già raccontato. Successivamente altre due “folgorazioni”: gli Yes ed i Genesis. Da qui ho approfondito il Progressive, anche quello italiano rappresentato da PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Goblin, ecc.. Restando in Italia, non posso non menzionare l’influenza dei C.S.I. e di Battiato. Tornando all’estero: Doors, Deep Purple, Depeche Mode, Camel, Supertramp… ooops, mi avevi chiesto solo “il podio”?

M.T.: Tutto ciò che ha un senso melodico, dal reggae ai Guns N’ Roses, purché che non sia banale ed abbia qualcosa da dire. Un Bon Jovi dei primi tempi per dire, ma non degli ultimi. Uno Springsteen di qualsiasi tempo. Tutto ciò che non scende al compromesso musicale per vendere.

M.F.: Franco Battiato, Paolo Conte e… Qirsh, ovviamente.

L.D.: Le band che ha elencato Daniele hanno influenzato un po’ tutti noi; personalmente per un periodo ho virato verso l’hard rock, che va un po’ fuori dal nostro schema e, infatti, in qualche brano si avverte la contaminazione.

P.A.: Se mi chiedi il podio dei miei gruppi musicali mi mandi in crisi, anche perché spesso la scelta della musica dipende dal momento. Se dovessi fare solo tre nomi, sicuramente direi: Pink Floyd, Elio e le Storie Tese, Muse e Rush (ho barato, ne ho detti quattro, perdonatemi). Ma farei un torto a tanta musica che adoro ascoltare: dal Prog dei Genesis e dei Dream Theater, a Frank Sinatra, dai Coldplay ai Beatles per poi arrivare ai tanti cantautori nostri, De André in primis.

G.M.: Difficile creare un podio personale. Sono cresciuto ascoltando di tutto, dalla classica al metal, passando per rock, blues, jazz, hip-hop ecc.. Probabilmente il podio personale varia ogni giorno in base al mio “mood” e a cosa mi sento di ascoltare in quella giornata.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

A.T.: Adoro Tiziano Terzani ed i suoi libri-reportage sui viaggi, sulla vita e sul suo perenne senso di domandarsi “chi siamo”, ma in senso senz’altro non banale. A livello pittorico penso di avere un amore morboso per Hieronymus Bosch.

D.O.: C’è un nuovo gruppo rock di Savona, si chiamano i Qirsh, fanno musica eccezionale… e consiglio a tutti di comprare i loro CD.

M.T.: Da ragazzo mi è piaciuto molto “Oceano mare” di Baricco.

M.F.: Venticinque anni fa ho fatto conoscere ad Andrea il gruppo hard blues dei The The, ed egli mi ha molto ringraziato. Se volete un libro per rinfrancare lo spirito lasciando l’intelligenza accesa, provate Gerald Durrell o uno dei titoli della serie africana di McCall Smith.

P.A.: Adoro l’arte, in tutte le sue forme. Sono il tipico italiano che si è visto tutti gli speciali di Philippe Daverio ed Alberto Angela. L’ultima volta che sono stato ai Musei Vaticani ne sono uscito dopo appena otto ore. Troppo poco. Stravedo per Van Gogh quale crocevia artistico e sintesi massima tra l’arte dell’Ottocento e Novecento. Ma non credo di essere l’unico…

Tornando al giorno d’oggi, alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo), come immaginate il futuro della musica nel nostro paese?

A.T.: Gran bella domanda… Non lo so, devo essere sincero. Probabilmente sarà sempre più marcata la differenza fra chi fa musica per le masse (chiamiamola musica “pop”, intesa come “popular”) e chi suona per le nicchie, qualsiasi esse siano.

D.O.: “Don’t fear hard times, the best comes from them”. E non appena riprenderanno i “live”, cercheremo di organizzare una serata insieme ad altre band Prog Rock della nostra zona.

M.F.: Quando tutta la popolazione sarà vaccinata, ed i no-vax inviati al confino nelle gallerie di ghiaccio del Bernina, torneremo a suonare e ad andare ai concerti.

P.A.: Credo che dopo questa terribile esperienza, riusciranno ad affermarsi tante belle novità. Il Covid ci ha costretto a reinventare la comunicazione a distanza.

Nella vostra biografia online narrate decine di aneddoti divertenti. Prima di salutarci, ce n’è qualcuno in particolare che vi va di condividere, anche “inedito”, sui vostri anni di attività (oltre ai numerosi già “snocciolati” lungo l’intervista)?

D.O.: Partiamo dal recente passato: durante un nostro viaggio in Veneto per alcune interviste radiofoniche, abbiamo fatto tappa in un megastore di strumenti musicali vicino a Treviso, perché uno di noi doveva comprare un set di corde da chitarra. Siamo usciti dal negozio dopo quattro ore con: nuovo impianto live con woofer e subwoofer, nuova macchina del fumo, set di otto faretti da palco, una borsa piena di bacchette, plettri, accessori vari (e un conto a diversi zeri).

M.T.: …e venne il giorno in cui Fabio Caprile, produttore del primo storico disco “Una città per noi”, ci consegna le prime 100 cassette… ma una sgradita sorpresa ci aspetta dietro l’angolo: la cassetta è stata registrata interamente in mono, quindi tutti gli effetti stereo non si sentono, e l’esplosione finale che chiude l’album sembra piuttosto una pernacchia sorda. Il produttore prova a minimizzare (“Ma non si nota che è mono”“In fondo è bello anche così, è un sound ancora più compatto”), ma, per fortuna, si convince presto che le cassette sono da rifare. Con buona pace di tutti.

M.F.: Non posso non ricordare l’“Hollywood Concert” organizzato al Palasport di Genova… A nostra disposizione c’era un mega palco con mega luci e mega fumi (ed il rischio di mega figure di m…a). Noi dobbiamo riempire la mezz’ora che precede l’intervento del comico Beppe Grillo; l’occasione è ghiotta per ripetere l’esperimento psichedelico dei “Pozzi” di due anni prima: suite di quindici minuti con tutti gli effetti sonori a disposizione… e nuovamente risposta prevedibile da parte del pubblico: il gelo che scende sul Palasport. Ma era di nuovo una sensazione eccezionale (secondo il motto “bene o male, purché se ne parli”). Peraltro in quell’esibizione non mancarono i consueti involontari momenti comici (io che inciampo e cado sul palco, Daniele che si perde nel fumo e non trova il microfono per dieci interminabili secondi, Pasquale che sbaglia i nomi dei compagni durante la presentazione finale)… ma la cosa sicuramente più divertente fu vedere che, già due ore prima dell’esibizione della band, riuscii, in non so quale modo, ad impossessarmi del microfono e affiancare i presentatori ufficiali nella conduzione della serata, finendo poi col sovrastarli di parole e trasformando l’“Hollywood Concert” quasi in un mio (e dei Qirsh) show personale. Quindi fu una serata indimenticabile per vari motivi.

A.T: Mi ricordo di un concerto presso la MaxiDiscoteca “Ai Pozzi” di Loano: in quella occasione, nell’ambito di una serata dedicata a band emergenti di vario genere, noi Qirsh facciamo il primo vero “esperimento musicale”: brano psichedelico di sedici minuti con tutti gli effetti sonori a disposizione, chitarre sdraiate suonate con la tecnica dello “slide” (mio fratello Michele, all’ultimo secondo, non trova più il tondino metallico ed utilizza una bottiglia di birra, per fortuna vuota), Daniele che passa alternativamente dalla chitarra ad un improvvisato set di percussioni (non amplificato). L’esito è prevedibile: gelo in sala, i complimenti di rito della presentatrice, alcuni di noi che escono dalle uscite laterali per confondersi con il pubblico.

L.D.: Nel corso di una trasmissione serale su “TeleVarazze” abbiamo provato l’ebbrezza del playback: microfoni finti, cavi che spariscono sotto il tappeto, Marco che per sbaglio colpisce un piatto per davvero e copre quindi il volume della base (così non si sente più niente e si suona alla cieca)… Un’esperienza tragicomica.

P.A.: Fine anni ’90, dovevamo studiare a casa un pezzo per poi provarlo tutti assieme in sala prove. Poteva capitare che non arrivassi sempre preparato. In realtà sto addolcendo la cosa… Ammetto che spesso ero impreparato. Prima di iniziare a suonare Michele si gira e mi chiede “L’hai studiata, allora?”. Io, che manco sapevo cosa avremmo dovuto suonare, in quel momento credo che “Allora” fosse il titolo del pezzo (sì, lo so che può sembrare incredibile, ma è tutto vero, sigh!) e gli rispondo “Alloraaa? Che pezzo è? Io non lo conosco”. Gli altri scoppiano in una risata ed io capisco ancora di più quello che diceva il mio professore di italiano sull’importanza delle virgole. Prima o poi scriverò un pezzo con quel titolo, ne va della mia dignità…

E per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro dei Qirsh che vi è possibile anticipare?

D.O.: Stiamo pensando non solo all’eventuale “parte 2” di “Aspera Tempora”, ma anche a riarrangiare e ri-registrare il nostro primo album “Una Città per noi”, magari in versione acustica, o in versione ancora più rock. L’occasione potrebbe essere il suo trentennale, cioè il 2027. Si tratta di “pianificazione a lungo termine”! Intanto nel 2021 contiamo di tornare al “live”, magari con una scaletta che oltre a includere le nostre nuove canzoni si estende anche a qualche vecchia cover, in modo da rappresentare tutta la nostra storia musicale.

P.A.: Tra i vari progetti c’è la preparazione di un live senza compromessi, tutto nostro. Venite a sentirci, tappi per le orecchie in omaggio!

Grazie mille ragazzi! 

A.T.: Grazie a te e alla prossima!

D.O.: Come, già finito?

M.F.: Come, solo “grazie”? Non hai nulla da darci? Non so, un pacchetto di caffè, un panino col salame, un minipony, una scarpa, una scarpata, del mascarpone, del mascara, una maschera, un marasso, un maraschino…

L.D.: Grazie.

P.A.: “L’hai studiata “Allora”?”.

(Gennaio, 2021)

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