Un caro benvenuto ad Andrea Ferrari (A.F.), Andrea Grumelli (A.G.), Matteo Ravelli (M.R.) e Andrea Serino (A.S.): Aether.
A.G.: Grazie Donato per lo spazio concesso al nostro progetto e per il prezioso lavoro che fai per la promozione e diffusione dei piccoli progetti come il nostro.
Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono gli Aether e cosa c’è nelle vite di Andrea F., Andrea G., Matteo e Andrea S. prima degli Aether?
A.G.: Gli Aether nascono un paio di anni fa in embrione, inizialmente con lo scopo di arrangiare e preparare alcuni pezzi per la mia tesi di laurea al biennio di basso elettrico jazz presso il Conservatorio di Piacenza. L’obiettivo principale era quello di fondere gli elementi che amo di più nella musica e quindi le armonie del jazz con un approccio più rock, influenzato sia dal Progressive Rock di scuola Canterbury che dalle tendenze più moderne, una sorta di incontro ideale tra Soft Machine, King Crimson e Rymden con il jazz europeo di scuola ECM, utilizzando strumenti non proprio super canonici del jazz come chitarre molto effettate e distorte e sintetizzatori.
M.R.: Di tutto, ho suonato dal death metal al mainstream jazz, Progressive, psichedelia e quant’altro. No fastidio. Ho preso una laurea in batteria jazz ai Civici Corsi di Jazz di Milano studiando con Tony Arco e musicisti come Marco Visconti Prasca, Franco Cerri ed Enrico Intra, che hanno aperto i miei orizzonti musicali a suoni e metodi che per me erano completamente nuovi.
A.S.: Per quanto mi riguarda, prima degli Aether ci sono anni di studio di musica classica, jazz ed elettronica, categorie che metterei in un unico contenitore chiamato “musica colta”. Non mi sono mai interessato ai generi di facile ascolto: al liceo, mentre i miei compagni ascoltavano i Guns N’ Roses, io divoravo il “Live at Pompeii” dei Pink Floyd o “Selling England by the Pound” dei Genesis.
Aether: come cade la scelta sul nome?
A.G.: La scelta del nome è arrivata un po’ tardi, prima della registrazione dei brani nell’estate 2022. Volevamo un nome che rappresentasse molto da vicino la musica delle nostre composizioni e desse anche un’idea dell’amalgama delle differenti attitudini al suo interno. La sua scelta è quindi caduta su ether che, forse, non è il massimo dell’originalità, ma che ben rappresenta il concetto di viaggio sonoro presente nei brani, con un richiamo al processo alchemico di fusione degli elementi come metafora della fusione delle nostre diverse influenze.
Il progetto Aether mescola Jazz, Progressive Rock e Ambient e da questa “convivenza sonora” nasce il vostro esordio discografico “Aether” (2023). Come ricordato da Andrea G., i brani nascono, in realtà, in occasione della sua tesi di laurea. Mi narrate, dunque, qualcosa in più sulla sua genesi?
A.G.: Dopo la stesura dei brani per la tesi, essendo rimasti molto soddisfatti del risultato sull’arrangiamento dei primi pezzi, ed essendoci trovati molto bene anche dal punto di vista umano, che a mio avviso è un elemento essenziale per poter condividere e lavorare su un progetto, abbiamo continuato con la produzione e l’arrangiamento di altri brani che erano stati composti nello stesso periodo e con lo stesso obiettivo ma accantonati. Da qui siamo partiti con l’arrangiamento di questi nuovi brani e il rimaneggiamento di alcuni altri in modo meno canonico e più vicino alle nostre sensibilità, e così è nato il primo disco degli Aether.
M.R.: Tutto è successo in maniera molto lineare, fino alla tragicomica registrazione del disco in un giorno di luglio in cui, a Milano, c’erano 45 gradi all’ombra e un’umidità del 200%.
A.S.: Andrea aveva scritto armonie e melodie interessanti, dallo stile semplice e complesso allo stesso tempo. Per fare un esempio, una frase del tema di “Pressure” copre una nona minore all’interno di due battute da 7/8; non è una cosa che scriverebbero tutti. Questo per me è uno stimolo a suonare cercando soluzioni a cui non sarei arrivato suonando, ad esempio, uno standard jazz.
Come coabitano, dunque, le tre “anime” citate poco sopra nella vostra musica (pienamente riconoscibili e godibili all’ascolto)? E quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?
M.R.: Io non mi pongo limiti quando bisogna scrivere. I miei ascolti ancora oggi possono andare dal grindcore a Fever Ray e ai Grateful Dead, ogni canzone può dare un’idea nuova e credo che questo abbia portato una buona dinamicità al disco.
A.S.: Il jazz per natura è un genere che incontra altri generi, li assorbe, li rielabora e, così facendo, evolve in qualcosa di nuovo. Mescolare generi diversi è una cosa a cui sono abituato da tempo; è uno stimolo, spesso è difficile farlo in modo originale ma non è faticoso proprio perché mi piace farlo.
Come mai la scelta di realizzare musica esclusivamente strumentale?
A.G.: Perché i cantanti sono mediamente insopportabili! Scherzi a parte, all’inizio, avendo scritto l’arrangiamento dei brani per quartetto, studiando l’incastro delle diverse parti, la voce non era contemplata, anche perché, spesso, la presenza della voce diventa un focus primario fin troppo importante che distoglie l’attenzione dell’ascoltatore sul resto dell’arrangiamento, cosa che si voleva evitare. Inoltre, cercando di utilizzare questo progetto anche come laboratorio di sperimentazione dove ci spingiamo vicendevolmente a cercare soluzioni meno inflazionate possibili, dovremmo riuscire a trovare un musicista che intenda la voce in maniera meno canonica, più come strumento che come “la linea melodica sopra l’arrangiamento”. Ciò non esclude che in futuro possa esserci un disco targato Aether con all’interno parti vocali o addirittura tutto cantato.
Mi parlate un po’ anche della parte grafica che accompagna “Aether”?
A.G.: La grafica del disco nasce dalle bellissime foto di Fabio Volpi (Dies Project). Fabio è un amico che si occupa di audiovisuale performance/digital scenography/projection mapping e sound engineering creando delle installazioni a mio avviso bellissime e molto suggestive. Poco prima della registrazione dei brani ha pubblicato online queste sue foto molto suggestive di una sua escursione sull’Etna e, appena le ho viste, mi sono sembrate perfette per rappresentare la musica di Aether. Idea che sta alla base e avere un soggetto profondamente italiano (l’Etna) che riporta alle nostre radici e, in questo caso, in ambito musicale, la spiccata tendenza alla melodia dei brani, e, dall’altra parte, un chiaro riferimento alle copertine della ECM che richiamano alle influenze del jazz nordico ben presenti nel nostro lavoro.
Il disco esce per Overdub Recordings. Come entrate in contatto con l’etichetta e come si è svolta la collaborazione?
A.G.: Subito dopo le registrazioni in estate 2022 ci siamo dedicati alla post-produzione con l’inserimento di un po’ di elettronica in alcuni brani ed il mix del disco. Nell’autunno, quindi, abbiamo contattato un po’ di etichette e, anche se la natura molto sperimentale del progetto ha portato con sé qualche difficoltà nel presentarlo a casa discografiche specializzate sia in jazz che in Progressive, abbiamo ottenuto risposte da diverse etichette. Con diverse di loro abbiamo avuto contatti per capire come progettare l’uscita del disco ma, alla fine, dopo diverse call con Marcello di Overdub Recordings, ci siamo convinti che fosse la scelta più azzeccata per la release e la promozione del disco. Al momento sia noi che Overdub ci stiamo concentrando quindi sulla promozione, per far conoscere il più possibile il disco.
Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?
A.G.: Essendo nati negli anni ’80, abbiamo vissuto la transizione della fruizione della musica da cassette a CD, sino a mp3 e piattaforme online. Come per ogni strumento, ci sono pro e contro. Certamente la facilità di avere tutto a portata click permette la scoperta di mondi e progetti “insospettabili”, con l’ovvio vantaggio di poter essere esposti a molteplici idee e influenze che in passato richiedevano una maggiore dose di sforzo personale. Personalmente, però trovo che questo “sforzo” della ricerca portasse a una maggiore consapevolezza e un attaccamento maggiore ai progetti/band/generi che si seguivano, un po’ proprio per la fatica necessaria a scovare nuove proposte, un po’ perché la scena era meno satura di proposte come quella attuale. È un discorso molto simile a quello che si può fare per la produzione discografica. La diffusione dei mezzi di produzione ha, da una parte, permesso a molti di incidere a casa propria prodotti di indiscussa qualità, dall’altra parte ha livellato verso uno standard meno personale la scelta di suoni e proposte e inondato il mercato di proposte.
M.R.: Io compro ancora CD e vinili in abbondanza ma il mondo della musica digitale ha dei vantaggi incredibili a livello di distribuzione. Uno svantaggio è che mette più o meno tutti allo stesso livello per cui spesso è molto difficile arrivare al pubblico desiderato, oltre ovviamente ad aver troncato gli introiti degli artisti.
A.S.: Forse l’aspetto che più mi infastidisce dei social è uno dei suoi effetti collaterali. Chi usa i social si aspetta un contenuto breve, immediato, che arrivi in poche righe o pochi secondi o poche immagini, a seconda del mezzo di comunicazione. Questo mi sembra stia abbassando la nostra soglia di attenzione: oggi registrare un brano di venti minuti sarebbe quasi impossibile (ammesso di voler raggiungere un target abbastanza ampio). Sui social siamo costretti a pubblicare piccoli estratti di una musica che dovrebbe essere ascoltata per intero, se vuoi capirla. Non abbiamo tempo di ascoltare quattro minuti di un brano, di leggere un post lungo 500 parole. Anche chi scrive per il web deve rispettare l’F-pattern. Siamo impazienti. Quindi ci fermiamo spesso alla superficie delle cose. Così non ci accorgiamo che esistono dischi molto belli perché ne abbiamo ascoltato trenta secondi, i quali probabilmente non ci hanno colpito così a fondo. Se Coltrane pubblicasse oggi mezzo minuto di “Giant Steps”, io non lo capirei e probabilmente deciderei di non ascoltarlo per intero, e sarebbe un bel peccato.
E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?
A.G.: Sicuramente oggi la promozione e la realizzazione di progetti di musica originale, ancora più se non inserita in determinati canoni e stilemi, è molto complessa. L’autoproduzione è l’unica via e, tuttavia, rimane paradossalmente un primo passo/investimento poiché, senza un’adeguata promozione (la quale anche richiede molto tempo per la realizzazione del materiale e, di conseguenza, di denaro), l’autoproduzione rischia di essere confinata tra amici e conoscenti e, quindi, si perdono un sacco di proposte valide nel mare magnum di ciò che esce ogni mese. Con i mezzi a disposizione oggi, l’autoproduzione comunque è molto più alla portata del musicista, sia professionista che amatore. Il problema principale sono i canali, molto pochi purtroppo, per la diffusione della propria opera.
Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?
A.G.: Il termine Progressive ha in sé un’ambiguità di fondo. Il Progressive Italiano che si rifà più o meno velatamente al Progressive degli anni ‘60 e ’70, e quindi al periodo d’oro del genere e alle formazioni italiane che hanno avuto più successo e conosciute poi in tutto il mondo, è, ovviamente, al momento una nicchia abbastanza piccola dove dentro si trova un po’ di tutto, dallo sperimentatore al talebano del Progressive. Se si intende, invece, Progressive come una ricerca all’interno della musica, lo spazio è purtroppo ancora più ridotto a una nicchia della nicchia e, quindi, le possibilità di proporre la nostra musica dal vivo non sono tantissime, anche perché il pubblico che ama i generi più contaminati è comunque un pubblico di nicchia, anche se ci sono diversi festival molto importanti e molto ben strutturati (tipo il “Jazz is Dead”) a cui, però, al momento per noi è ancora difficile accedere visto che il progetto è ancora abbastanza giovane.
M.R.: Ci sono gruppi che sembrano delle cover band, altri più interessanti ma, in generale, pochissime occasioni per suonare live in contesti decenti che valorizzino la musica.
Esulando per un attimo dal mondo Aether e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?
A.G.: Essendo una mezza pattumiera musicale e apprezzando diversi generi, mi trovo catapultato in diversi progetti musicali che spaziano dal jazz (Luca Tagliabue Quartet, con cui abbiamo inciso il disco “Brezza”, uscito a giugno ’23 per Barnum), al rio/avantgarde con i Nichelodeon, al death metal melodico con i Wake Arkane (disco in uscita a fine ’23), alla collaborazione oramai ventennale con la pianista Francesca Badalini con cui componiamo e suoniamo musiche per film muti in cine-concerti. Per l’aspetto live, invece, suono con la cover-party band Sick Brain, classici del Rock anni ‘70-‘80-’90.
M.R.: Dopo la fine dei King Bong, con cui ho scritto e suonato per 15 anni, ho aperto il mio progetto solista (Borda) con cui faccio elettronica (drone, ambient, glitch, suonacci). Nel frattempo, suono una batteria “riciclata” nel progetto Zi Rock and His Little Toys, con cui stiamo avendo un discreto successo. Collaboro anche con Claudio Milano nel duo RaMi e nel suo progetto Nichelodeon.
A.S.: Al momento sono molto interessato all’arrangiamento per medie o grandi formazioni. Collaboro con Artchipel Orchestra, per la quale ho arrangiato un brano di Jonathan Coe nell’ultimo disco che ha ricevuto molti riconoscimenti (il disco, non il brano) e continuo ad arrangiare e, occasionalmente, a suonare il piano o strumenti elettronici. Collaboro anche con big band strutturate in modo più tradizionale, come la Maxentia Big Band guidata da Eugenia Canale, una giovane pianista con molte idee interessanti.
E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?
A.G.: Da giovane sono stato metallaro incallito e seguo ancora la scena, anche se, in realtà, le novità più interessati mi sembrano arrivare dall’area più estrema, dove c’è una ricerca di nuove sonorità e un tentativo di integrare nuove tendenze, come oggi fanno i Liturgy o gli Imperial Triumphant. Sono un grande appassionato del funk anni ’70 e della Motown, a causa degli studi sullo strumento, e mi piacciono molto alcune cose del jazz contemporaneo più volto alla fusione di stili (penso agli ultimi lavori di Brad Mehldau, Avishai Cohen e Rymden, da cui abbiamo in parte preso ispirazione). Rifuggo abbastanza I talebani della musica, per i quali esistono classifiche o categorie, e spesso mi trovo ad ascoltare musica della più disparata natura.
M.R.: Prince, Grateful Dead, King Crimson. Ma questo lascia fuori i Today Is The Day, i Toto, i Depeche Mode, Aphex Twin… troppa roba.
A.S.: La tradizione jazzistica (diciamo Bill Evans); qualcosa di elaborato dal punto di vista compositivo (diciamo Richard Beirach); uno standard di 80 anni fa suonato in modo sorprendentemente moderno (diciamo Brad Mehldau). Ho citato tre pianisti ma potevo anche nominare Miles Davis, Kenny Wheeler e Chris Potter.
Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?
A.G.: Della letteratura contemporanea mi hanno affascinato molto i libri (quasi tutti) del collettivo Wu Ming, poi Chuck Palahniuk e Michel Houellebecq.
M.R.: Consiglio a chiunque di leggere “Ocean of Sound” di David Toop, un saggio meraviglioso sulla musica ambient.
A.S.: Douglas Adams. Per portarsi avanti con il lavoro (spoiler alert).
Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?
A.G.: Suddividerei la questione dal punto di vista della produzione musicale e dei live. La pandemia personalmente ha dato modo di scrivere diverse cose (tra cui questo album) e registrare diversi progetti nel cassetto, oltre a dedicare un po’ di tempo in più allo studio. La parte live, invece, ne ha risentito in maniera devastante. Personalmente ritengo che il mercato musicale per le proposte inedite fosse già morto prima, a causa della mancanza di un pubblico e del graduale degenerare della musica da forma artistica a forma di puro e mero intrattenimento. Covid e lockdown hanno accelerato un trend che ha obbligato diversi luoghi della cultura a serrare i battenti, o a ridurre drasticamente le proposte (soprattutto quelle meno mainstream), per incentrare le programmazioni su eventi di intrattenimento che assicurino un certo incasso, e visto il periodo non posso biasimarli.
M.R.: Ero chiuso in casa con poco da fare, ho scritto materiale per nove dischi.
A.S.: Ho scritto molto. Che altro potevo fare?
Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri primi anni di attività?
A.G.: Diciamo che, essendo nati non da tantissimo tempo, non abbiamo grandi momenti epocali da condividere, se non la certezza di non voler registrare più nei mesi estivi, visto che quattro persone in uno studio milanese di luglio è un’esperienza che vorremmo evitare di ripetere per la nostra sanità fisica e, soprattutto, mentale.
E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro degli Aether che vi è possibile anticipare?
A.G.: Nel periodo successivo alla registrazione del primo album non siamo rimasti particolarmente con le mani in mano e abbiamo composto l’ossatura di quello che sarà il secondo disco degli Aether. Se l’ossatura dei brani del primo disco è stata sostanzialmente composta da me e poi arrangiati tutti assieme, a questo giro abbiamo partecipato tutti più attivamente alla stesura dei brani che, quindi, risentono maggiormente delle influenze di tutti quanti. I brani in nuce sono praticamente già pronti e contiamo di registrare un nuovo album questo inverno o con l’inizio dell’uomo anno.
A.S.: Credo che tutti noi stiamo cercando di fare un disco diverso dal primo, anche se non ce lo siamo detto in modo esplicito. Sarebbe anche abbastanza noioso pubblicare un disco che è una fotocopia del primo con note diverse, no?
Grazie mille ragazzi!
A.G.: Grazie a te per lo spazio concesso e l’attenzione data al nostro progetto, invito i tuoi lettori sui nostri social e link per ascoltare qualcosa di Aether e farci sapere cosa ne pensano.
(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)





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