Intervista ad Accordo dei Contrari

Un caro benvenuto a Giovanni Parmeggiani (G.P.), Cristian Franchi (C.F.), Marco Marzo (M.M.) e Stefano Radaelli (S.R.): Accordo dei Contrari.

G.P.: Grazie a te, Donato. Per noi è un vero piacere rispondere alle tue domande e far conoscere qualcosa di noi ai lettori. Sarò soprattutto io a risponderti, con il placet dei miei “fratelli in arte” Cristian, Marco e Stefano.

Partiamo con una domanda scontata: come nasce Accordo dei Contrari e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nelle vite di Giovanni e Cristian?

G.P.: Accordo dei Contrari nasce dal sodalizio mio e di Cristian nel 2001. Fu un incontro voluto fortemente da Alessandro Pedrini, il nostro primo chitarrista: avevo cominciato a lavorare con Alessandro su musica originale e lui mi parlava, ogni tanto, di un batterista bravissimo con cui aveva già avuto in precedenza l’opportunità di suonare, insisteva sul fatto che sarebbe stato perfetto per noi. Ovviamente si trattava di Cristian. E Alessandro aveva visto giusto. Ora, pare che Cristian non intendesse, al tempo, lanciarsi in avventure musicali particolari e, soprattutto, impegnative; ma ascoltata una musicassetta passatagli da Alessandro, con un brano di mia composizione, “Anexelenkton” (poi apparso alcuni anni dopo nel primo album del gruppo, “Kinesis”, AltrOck 2007), non ci pensò due volte. Decise di unirsi a noi, e fece bene. Insieme abbiamo creato una realtà bellissima nelle nostre vite.

Accordo dei Contrari è nato come trio senza basso elettrico. Prima di Accordo dei Contrari ci furono tanta passione musicale ed ascolti svariati; ed esperienze in gruppi diversi, sia per me sia, soprattutto, per Cristian, ma non tanto significative quanto quella che poi abbiamo avuto insieme in Accordo dei Contrari. Mi chiederai che cosa abbia fatto la differenza. Ti rispondo: stima reciproca, amicizia, fiducia nelle idee, ispirazione, dedizione e chiarezza nella condivisione degli obiettivi. Questi valori, indubbiamente portanti, hanno fatto fin dal principio, di Accordo dei Contrari, qualcosa di autentico, di artistico e di originale per sua natura e per sua struttura, e di conseguenza qualcosa di più importante e longevo di tutto il resto.

C.F.: Forse la cosa più ovvia che mi verrebbe da dire è che senza Giovanni non esisterebbe Accordo dei Contrari. Ma non è solo questo che ci lega. Il nostro rapporto umano è ormai diventato qualcosa di imprescindibile, sia che si faccia o non si faccia musica. Personalmente, prima dell’esperienza con lui e di conseguenza con gli altri membri del gruppo, suonavo già in un paio di formazioni. Con un gruppo, in cui c’era già Marco alla chitarra, facevamo pezzi nostri ispirati sempre a sonorità anni ’70 e cover come Hendrix, Zappa, The Beatles… Nell’altro gruppo, che costituì una specie di anticipazione di Accordo dei Contrari, si respirava un’aria ancora più psichedelica e ci rifacevamo a dei classici, dai Creedence Clearwater Revival ai Grand Funk Railroad… Qui, al basso, c’era Daniele Piccinini. Ricordo che i primi pezzi che ci hanno fatto iniziare nell’approccio dei tempi dispari sono stati “Tom Sawyer” dei Rush e “Deep Shadows” dei Goblin. Da lì è nato sempre più l’interesse per il genere anche grazie ad Alessandro Pedrini alla chitarra. Nel tempo, però, tutto si sciolse e solo a distanza di anni Alessandro e Giovanni iniziarono a suonare insieme, mi contattarono, mi fecero sentire “Anexelenkton” e me ne innamorai. Ecco che prese vita Accordo dei Contrari, prima in trio, poi in quartetto con il basso, ed infine con Marco alla chitarra. Da lì nacquero i primi album e il resto già lo conosci…

Accordo dei Contrari: come cade la scelta su di un nome che “cela e svela” tutta (o quasi) l’essenza della vostra proposta?

G.P.: Il nome fu scelto da Cristian in ragione dei confronti, a tratti accesi, all’interno del gruppo. Ma, al di là della circostanza specifica della sua genesi, la definizione in sé di “accordo dei contrari” riproduce fedelmente un concetto che, sul piano musicale, ho sempre seguito e coltivato in fase compositiva, esaminandolo e riesaminandolo da molteplici prospettive in tutti gli album che abbiamo realizzato. Dunque, l’originaria intuizione onomastica di Cristian finisce per aver valore ben al di là della sua specifica occasione.

I primi anni, appunto, sono di “assestamento” per la formazione e, dopo l’abbandono di uno dei tre membri fondatori (Alessandro Pedrini), nel 2003 arriva il bassista Daniele Piccinini, mentre nel 2004 entrano a far parte della famiglia Marco Marzo alla chitarra e Vladimiro Cantaluppi al violino (quest’ultimo uscirà nel 2006). La domanda è per Marco, tutt’ora elemento imprescindibile della band: come entri in “orbita” Accordo dei Contrari e quali sono le tue esperienze precedenti?

M.M.: Non vi è stato un vero e proprio inizio con Accordo dei Contrari, nel senso che da subito mi sono sentito a mio agio, sin dai primi ascolti di una musicassetta che Giovanni mi aveva fatto avere e che ancora custodisco. Ricordo che il primo brano che ascoltai fu “Meghiste Kinesis”. Una registrazione realizzata in sala prove che mi ha permesso di entrare in “orbita”, mantenendo comunque saldo il mio stile chitarristico che non era prettamente Progressivo… A me piaceva il blues e pensavo che le pentatoniche non potessero suonare bene su un brano come quello: mi sbagliavo! Suonavano benissimo. E comunque già suonavo con Cristian in un altro gruppo… Diciamo, dunque, che la sintonia era già evidente. Anche con Giovanni era capitato un paio di volte di suonare.

Se penso all’inizio, mi viene in mente la sensazione che provavo suonando con Accordo dei Contrari fin dalle prime prove… Una sensazione di benessere e di orgoglio nei confronti del mio tempo trascorso a studiare musica. Uno studio che non è ancora terminato proprio grazie alle esperienze fatte con Accordo dei Contrari… Accordo dei Contrari, per me, è un’esperienza di Vita che continua oramai da tanti anni. Probabilmente la cosa che più di ogni altra cosa ci tiene uniti è la profonda stima e amicizia: per noi la musica non è altro che un mezzo vitale attraverso cui stabilire un contatto umano… fa parte della nostra vita.

E il 2007, finalmente, arriva il vostro esordio discografico: “Kinesis”. Bastano davvero solamente i primi secondi di “Lester” per immaginare, almeno in parte, il viaggio straordinario che sarà l’intero album. Mi narrate, dunque, la sua genesi? Quali sono le fonti d’ispirazione che vi hanno “guidato” nella sua stesura?

G.P.: Fatta eccezione per “Lester”, che di base è un brano di Marco, e “Gondwana”, che è più il risultato di uno sforzo collettivo, “Kinesis” consta di mie composizioni. Le elaboravo per lo più il sabato mattina, quando avevo tempo e la casa era più silenziosa, ad un vecchio Kaps, un pianoforte a muro, dal suono caldissimo. Registravo le parti e, nell’entusiasmo, le facevo poi ascoltare al telefono a Cristian (che ovviamente, in condizioni così improbabili di ascolto, non poteva capire granché, come potrai immaginare); quindi davo istruzioni ai ragazzi in sala prove.

A qualcuno “Kinesis” ha ricordato lo stile dei magnifici D.F.A., che, però, fino alla pubblicazione di “Kinesis” non conoscevo. Ad altri, “Kinesis” ha ricordato lo stile di un’altra fantastica band, i National Health; ma al tempo, ammetto l’ignoranza, non conoscevo nemmeno questi! Personalmente ho sempre ascoltato molta musica, sia classica sia contemporanea, rock e non. Ma ti confesserò, nella composizione non ho mai cercato di seguire le orme di alcun modello. Sarà anche naturale che le esperienze pregresse di ascolto si manifestino irrazionalmente, nel momento in cui un’idea prende forma; ma è pur vero che chi arrivasse ad analizzare un brano di “Kinesis”, o di altri album di Accordo dei Contrari, riferendo questo o quel passaggio a questo o a quel modello, finirebbe per commettere l’errore più grave: smontare il pezzo, perdere di vista la totalità della composizione e, con questo, rendersi cieco innanzi alla sua originalità effettiva. L’accostamento analogico può tutt’al più servire a un ascoltatore per dare una vaga idea di un brano a chi non l’ha ancora ascoltato; ma spesso, almeno quando non viene fatto con la dovuta cautela, finisce per essere fuorviante.

Quanto a “Lester”, Marco aveva un tema a cui stava lavorando per sola chitarra, che intendeva, però, proporre al gruppo. Una sera, dopo aver bevuto una birra insieme, ci ritrovammo a casa sua, e ci fece ascoltare praticamente la prima parte e il cantato conclusivo del pezzo (la seconda parte, l’ostinato irregolare di piano elettrico con i soli di chitarra e sax e, a seguire, l’impetuosa serie di sei accordi che poi, ritmicamente alterata, sostiene il cantato del finale, venne composta da me in seguito, ad integrazione delle idee di Marco).

“Lester” è stato per molti anni un nostro “cavallo di battaglia”: un brano sentito da tutti e, per certi versi, “liberatorio”. Penso che, presto o tardi, lo riporteremo di nuovo sul palco, insieme ad altri pezzi che non eseguiamo da diversi anni. Ora c’è la maturità giusta per rileggere il repertorio pregresso e attualizzarlo con efficacia.

ProgAward per il miglior album italiano Progressive Rock del 2007, i concerti in giro per il mondo e l’inizio della collaborazione con Richard Sinclair. Come ricordate gli anni intercorsi tra “Kinesis” e il nuovo album “Kublai”, uscito nel 2011?

G.P.: Fu un periodo molto stimolante: in quegli anni si cominciò a suonare dal vivo anche in Europa. Sfumò l’opportunità di suonare negli Stati Uniti soltanto per l’annullamento del NEARfest 2011, per il quale eravamo già stati ingaggiati. Un vero peccato.

L’incontro con Richard fu importante. Richard ci insegnò che cosa veramente fosse il “giro di Canterbury”: non soltanto una “scuola musicale”, ma anche e soprattutto un modo di vivere le relazioni personali, mettendo l’amicizia al servizio dell’arte e l’arte al servizio dell’amicizia. Un’idea, questa, in cui personalmente mi ritrovavo e in cui, al tempo, penso ci ritrovassimo tutti. Il quartetto (allora c’era anche Daniele Piccinini al basso) era affiatato e procedeva a pieno regime, e si crearono così i presupposti per un passo più maturo di “Kinesis”…

“Kublai”, appunto. Secondo il mio modesto parere c’è un qualcosa che lo rende ancor più “complesso” rispetto al vostro esordio (difficile da esprimere a parole). Ma quali sono, secondo il vostro punto di vista, le differenze e i punti di contatto con “Kinesis”? Mi parlate un po’ di questo lavoro?

G.P.: Eravamo certamente cresciuti come gruppo. In “Kublai” c’è l’intensità di “Kinesis”, ma con un afflato canterburiano più evidente (soprattutto in brani come “L’ombra di un sogno” e “Battery Park”), accentuato dal fatto che la musica non è, passami l’espressione, “gridata” e (quasi) sempre aggressiva, come quella di “Kinesis”, ma più chiaroscurata e variegata: il gruppo aveva acquisito la maturità per interpretare le composizioni mie e di Marco accentuando le dinamiche e il dialogo strumentale (e in questo riprendendo e sviluppando quanto già lasciava intuire “OM”, l’ultimo brano di “Kinesis”, la cui parte centrale è, in effetti, un’improvvisazione programmata). In “Kublai” c’è il sussurro, lo spazio e la tensione (“Dark Magus”), la contemplazione e l’attesa (“Arabesque”), la decisione e lo slancio (“Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta [parte I]”), l’emotività del ricordo e l’inseguimento del passato (“L’ombra di un sogno”)… Ma, in fondo, i brani di “Kublai” sono le sei sezioni di un solo affresco, o i sei capitoli di una sola narrazione, se preferisci, come già i brani di “Kinesis” e come poi i brani degli album successivi (con la sola eccezione, intenzionalmente asimmetrica, di “Violato Intatto”, che de facto è un album doppio).

Gli anni di “Kublai” furono per me molto creativi: composi allora brani che, come gruppo, provammo sì ad eseguire, ma senza che fossimo ancora pronti a farlo. Brani che infatti appaiono, da me per l’occasione ripensati, negli album successivi: penso a “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”, “Dua” e “Seth Zeugma” (apparsi su “AdC”, pubblicato con AltrOck nel 2014) e a “Così respirano gli incendi del tempo” (apparso in “UR-”, Cuneiform 2021).

In teoria, già “Kublai” poteva essere un album doppio. Ricordo che avevo pensato anche a due album realizzati a stretto giro l’uno dall’altro. Se non fu realizzato un album doppio, né furono pubblicati due album ravvicinati, è perché, al di là di certe contingenze, che ci impegnarono su fronti anche diversi da Accordo dei Contrari, avemmo l’accortezza di capire che serviva ancora tempo: cuore e testa non erano ancora sufficientemente “educati”, diciamo così, per eseguire certa musica.

Come mai decidete di inserire un brano cantato, affidando la voce a Sinclair?

G.P.: L’opportunità si presentò per caso. Avevo già composto un brano strumentale, “L’ombra di un sogno”, che eseguivamo anche dal vivo. Un amico di Daniele conosceva personalmente Richard, e Richard era incline a collaborazioni, di modo che Daniele mi chiese se avessi del materiale che poteva ospitare la voce di Richard. Pensai allora a parti specifiche di “L’ombra di un sogno” e contattai Richard, dandogli poi, dopo riflessione, carta bianca sul testo.

Richard apprezzò moltissimo la composizione e fece un ottimo lavoro. Chi conosce la discografia di Sinclair, ha riconosciuto che “L’ombra di un sogno” è uno dei brani più riusciti e più ispirati della sua discografia recente. Mi è stato riferito che anche Dave Stewart, il tastierista/compositore di “Egg”, “Hatfield and the North” e “National Health”, ha ascoltato “L’ombra di un sogno” e l’ha apprezzata tanto. Per molti è il fiore all’occhiello di “Kublai”.

Una curiosità riguardante la sua uscita come autoproduzione (cosa che succederà anche per il vostro quarto lavoro “Violato Intatto” del 2017): come mai questa sorta di “alternanza” negli anni?

G.P.: Anche questo fu un caso: Accordo dei Contrari, nomen omen. Ci fu qualche contatto con Leonardo Pavkovic (Moonjune) e con Marcello Marinone (AltrOck). Leonardo ci stimava, ma le cose non funzionarono. Intendevamo poi realizzare il vinile con AltrOck, ma anche in questo caso non se ne fece nulla. Ci accontentammo del CD autoprodotto.

E il 2014, invece, è l’anno di “AdC” (che vede il vostro ritorno nella famiglia AltrOck Productions). Peculiarità dell’album è, come ricordato da Giovanni precedentemente, il contenere al suo interno anche dei brani del periodo “Kublai” “scartati” per quella pubblicazione. Come si sono “amalgamati” con le nuove composizioni?

G.P.: Non fu necessario cercare alcun amalgama. Vedi, tutti i brani che compongo sono parte di uno stesso percorso in divenire: quand’anche concepiti in tempi diversi, sono tra loro in un’interazione, diciamo così, naturale. Certo, alcune parti dovevano essere riviste, e il fatto che siano state riviste ha comportato anche che, di uno stesso brano, esistessero, alla fine, versioni differenti: di “Nadir”, ad esempio, esiste una versione dal finale alternativo. Un giorno spero, anzi, di pubblicarla.

Saremmo probabilmente arrivati prima ad “AdC” se io, Cristian e Marco non fossimo stati coinvolti da Umberto Giardini nel suo nuovo progetto (UMG) nel biennio 2011-12, in cui realizzammo l’album “La dieta dell’imperatrice” e l’EP “Ognuno di noi è un po’ anticristo”. Anni, anche questi, stimolanti, caratterizzati ancora dalla composizione (miei brani sono “Il sentimento del tempo” e “Omega”, mentre di Marco è “Il desiderio preso per la coda”) e da un’intensissima attività dal vivo (qualcosa di inconsueto per noi). Impegni extra ad Accordo dei Contrari finirono per rallentare l’attività del quartetto, e forse per sfibrarlo un po’; ma dal 2013 l’attività riprese a tempo pieno ed era quello che più volevo. Avendo, del resto, già “assaggiato” gli States nel 2012, volevamo intensamente tornarci: già allora eravamo coscienti del fatto che oltreoceano avremmo trovato il nostro pubblico.

AdC”, inoltre, vede la presenza anche degli archi in due dei brani (un utilizzo che definirei quasi un classico nella vostra produzione, anche successiva, eccezion fatta per “Kublai”). Quanto conta, dunque, l’apporto di strumenti del genere nella riuscita dei vostri brani e come nascono, di volta in volta, le collaborazioni?

G.P.: Hai ragione a evidenziare l’importanza degli archi, sono da sempre appassionato di musica da camera, per archi in particolare. Già “Kinesis” prevedeva parti di violino per tutti i brani (Vladimiro Cantaluppi, appunto un violinista, era stato membro di Accordo dei Contrari nel periodo 2004-6); queste parti furono inizialmente sovraincise in vista della pubblicazione dell’album, ma vennero per lo più rimosse: allora si convenne che il quartetto rendeva meglio senza strumenti “aggiunti”… Come sempre, si tratta di acquisire quella maturità che sola permette di impiegare strumenti anche non elettrici al meglio del loro potenziale espressivo, una direzione, questa, che sta tuttora trovando sviluppo, e che ha raggiunto fin qui un apice nella sintesi elettroacustica di “UR-”: nel 2014, l’anno di “AdC”, questa sensibilità poteva ritenersi acquisita. Quanto all’individuazione di collaboratori agli archi per “AdC”, fu certamente agevolata dalle conoscenze personali. Nessuna “audizione” formale: fu tutto piuttosto semplice. C’era Vladimiro, che dopo la sua rapida apparizione in formazione prima di “Kinesis”, rientrò per “AdC” apposta per collaborare all’incisione di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”. Marco coinvolse una sua amica e collega, Marina Scaramagli, insegnante di violoncello nella stessa scuola di musica in cui, al tempo, lui insegnava. Poi ebbe un suo peso anche l’amicizia che ci legava, e ancora ci lega, ai Deus ex Machina: arrivammo così a Enrico Guerzoni, già violoncellista dei Deus. Questo fu il presupposto per la collaborazione con Alessandro Bonetti, il violinista storico dei Deus, negli album successivi.

E, mentre la vostra attività live internazionale prosegue senza sosta, il 2014 vede anche l’uscita di Piccinini dalla band. Com’è stato proseguire a tre per circa un paio di anni, prima dell’arrivo di Stefano Radaelli nel 2016? Sostituire un bassista con un sassofonista può sembrare strano per un “comune mortale”…

G.P.: Non è stato per niente traumatico. Innanzitutto, l’assenza di un bassista permanente non fu sentita, e non costituiva, in effetti, una lacuna da colmare: le mie idee spesso nascono dalla mia mano sinistra (dunque da linee di basso che compongo); dovevo soltanto colmare le frequenze basse con l’organo, synth e piano elettrico. Il nostro concerto in trio senza basso elettrico, a margine del festival organizzato da Paolo Fresu a Berchidda (estate 2014), consolidò la sensazione che si potesse procedere in questa direzione senza farsi carico della ricerca di un nuovo bassista, cosa che avrebbe potuto anche rallentarci. Avevo molte nuove composizioni, alcune pensate anche per strumenti a fiato (ad esempio, “Folia saxifraga”), altre pensate esclusivamente per il trio senza basso elettrico (è il caso di “Di eccezione in variante”). Un sassofono, comunque, serviva ai fini della progettata registrazione del nuovo album, e Marco conosceva un ragazzo, lui diceva, che, anche per carattere, si sarebbe integrato bene nel gruppo: Stefano Radaelli. Stefano (al sax alto e baritono) si è integrato immediatamente, con entusiasmo e abilità, arricchendo il nostro potenziale sonoro e solistico. In meno di un anno (!) eravamo nuovamente in studio per registrare (estate 2016).

In retrospettiva, i mesi tra il 2015 e il 2016 sono stati forse i più felici per Accordo dei Contrari. Negli spazi estremamente angusti della nuova saletta (un piccolissimo container nel garage di casa Franchi: ancora mi chiedo come potessimo starci tutti, considerati gli spazi già occupati dalla batteria, dalle mie tastiere e dagli amplificatori!) facemmo miracoli. C’era molta curiosità, ed eravamo convinti che, una volta usciti da quella piccola saletta, il sound del gruppo sarebbe letteralmente esploso. E così fu.

Stefano, anche per te la domanda fatta a Marco: anche se Giovanni l’ha un po’ anticipato, come entri nella famiglia Accordo dei Contrari e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nella tua vita artistica?

S.R.: Ho iniziato a suonare con Accordo dei Contrari a inizio 2016, dopo aver incontrato Marco a una jam session grazie alla comune conoscenza del pianista bolognese Nicola Guazzaloca. Già dalle prime prove ci siamo trovati in forte in sintonia, sia artisticamente che umanamente, e pochi mesi dopo eravamo in sala di registrazione per incidere “Violato Intatto”. Il primo impatto con i brani, per me, è stato entusiasmante. C’era tutto quello che cercavo da un punto di vista musicale, e non ringrazierò mai abbastanza il destino che mi ha fatto incontrare Giovanni, Marco e Cristian.

Prima di Accordo dei Contrari le mie esperienze musicali sono state diverse ma anche molto discontinue. Il periodo in cui sono entrato nel gruppo è stato forse uno dei più intensi e stimolanti da quel punto di vista. Nel 2015 avevo partecipato a un seminario al Jazz Club di Ferrara organizzato e diretto da due musicisti straordinari, molto eclettici e di idee aperte: il sassofonista e compositore Piero Bittolo Bon e il tastierista Alfonso Santimone (anche lui compositore e arrangiatore). Per me è stata un’esperienza veramente importante; lavoravamo su composizioni di autori jazz contemporanei come Henry Threadgill, Steve Coleman, Tim Berne e Anthony Braxton, e non c’è dubbio sul fatto che questo lavoro su pezzi complessi, non di rado con metri irregolari, mi abbia preparato a quello che mi aspettava di lì a poco con il repertorio di Accordo dei Contrari.

In tre, dunque, iniziate a comporre quello che sarà il vostro quarto album “Violato Intatto” (2017). Una novità importante è la sua “fisicità”, un doppio album con undici brani in totale. Come mai la scelta di “esagerare”? L’essere slegati da un’etichetta vi ha concesso più spazio di manovra?

G.P.: Vero, è un doppio album “muscolare”. Probabilmente anche in ragione del suono dell’organo, che andava irrobustito per via dell’assenza di un basso elettrico: così trovammo il sound denso e graffiante che in effetti volevo. Ma il fatto che sia un album doppio dipende esclusivamente dall’ispirazione e dall’entusiasmo della band in quel periodo: Marco portò due brani, Stefano uno, io addirittura otto (avevo tantissimo materiale, più del solito). Questa volta non si selezionò, come si era fatto ai tempi “Kublai”: il gruppo era pronto per eseguire praticamente tutto (a parte “Marienkirche” e “Il violato intatto”, un brano, quest’ultimo, che avevamo provato soltanto a spezzoni, e di cui Cristian, Marco e Stefano “compresero” il senso soltanto a registrazione ultimata), e c’era la maturità per non lasciare da parte nulla.

Nella recensione che scrissi nell’occasione, dissi che in Violato Intatto troviamo tutta l’anima eclettica e “ossimorica” di Accordo dei Contrari riversata in undici micro(macro)mondi irrequieti e onirici, frizzanti e ponderati, in cui i quattro riescono quasi con semplicità disarmante a “piegare” la volontà degli strumenti a proprio favore in quel “gioco degli opposti” che è elemento insito nel DNA della band, concludendo poi dicendo che sarebbe quasi riduttivo citare confronti ed “echi” […] la musica di Accordo dei Contrari suona essenzialmente come la musica di Accordo dei Contrari. Vi ci rivedete? E come si riesce ad essere così “(molto) sopra la media”?

G.P.: Direi che hai fatto centro. Dei nostri primi quattro album, nessuno incarna l’identità musicale di Accordo dei Contrari meglio di “Violato Intatto”. Non c’è molto altro da dire, hai praticamente detto tutto tu. Se poi sia un album “(molto) sopra la media”, questo è un giudizio che ci fa molto piacere e lasciamo, ovviamente, all’ascoltatore. Quel che posso dirti, personalmente, è che mai come in quel periodo ho sentito la necessità di esplorare simultaneamente sentieri espressivi diversi: in “Violato Intatto” l’unità del concetto “accordo dei contrari” è declinata in forme tutte nitidamente distinte tra loro.

Oltre ad essere un album doppio, c’è anche un’altra novità “numerologica”: dopo tre album da sei brani (e così sarà anche per “UR-”, il lavoro uscito nel 2021), “Violato Intatto” ne ha undici. Che significato ha, dunque, per voi il numero 6? Io, onestamente, mi attendevo sei brani per “facciata”! Ma anche questo fa parte della vostra imprevedibilità…

G.P.: Ecco, l’aspetto numerologico non è casuale. Il numero 6 è simbolo di completezza, e le mie composizioni spesso constano di due o tre parti/ movimenti (2 e 3 sono numeri primi che, moltiplicati tra loro, danno 6). “Violato Intatto”, il nostro quarto album (le cui iniziali, V ed I, formano insieme il numero romano corrispondente a 4, quando rovesciati [IV], come si vede anche sulla copertina) consta di “Violato” (6 brani) e “Intatto” (5 brani). La violazione della norma dei 6 brani doveva essere in “Violato”, ovviamente, data la definizione; ma anche in questo caso ho optato per il rovesciamento: così proprio la seconda parte, che si intitola “Intatto”, consta di 5 e non di 6 brani, la violazione è nell’integrità. Ovviamente, quando più tardi si è trattato di aggiungere due brani per pubblicare il doppio in vinile (in tutto 13 brani), li ho distribuiti secondo il principio opposto: 7 brani per “Violato” (primo vinile) e 6 brani per “Intatto” (secondo vinile).

Il concetto “accordo dei contrari” autorizza simili giochi, invero particolari e, per quanto mi riguarda, significativi: come ogni brano (o parte di brano) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti i brani precedenti e susseguenti, così ogni album (o parte di album) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti gli album precedenti e susseguenti.

E il 2021, come anticipato, vi vede tornare con un nuovo album: “UR-”. Una prima domanda: cosa significa il titolo?

G.P.: “UR-” è un prefisso della lingua tedesca che, attaccato a un sostantivo, ne proietta automaticamente il significato indietro nel tempo. Così, ad esempio, la parola Geschichte, che in tedesco significa “storia”, diventa, con l’aggiunta di ur-, Urgeschichte, “storia delle origini” o “storia originaria”. L’album “UR-” ha molto a che vedere con il concetto di “passato”: in un certo senso riparte dall’ultimo brano di “Violato Intatto”, appunto “Il violato intatto”, che conteneva già elementi sonori evocativi del mio passato personale (ad esempio, la scala simmetrica in apertura del pezzo, in 15/8, che avevo trovato autonomamente ed ero solito eseguire in continuazione quando, da piccolo, mi accostavo al piano). “UR-” riguarda le mie radici.

Vi va di presentare il nuovo album?

G.P.: Come ogni album di Accordo dei Contrari, anche “UR-” è sintesi e superamento di tutti gli album precedenti, e con questi è in un rapporto di continuità e di dialettica al tempo stesso. “UR-” riprende e sviluppa la vocazione cameristica più spigolosa di “Kinesis” e la forma cameristica più organizzata e consapevole di “AdC”, fondendole con la dimensione invece orchestrale e, però, flessibile, quasi elastica per varietà di forme, di “Violato Intatto”. “UR-”, poi, è parallelo a “Kublai”: ne riprende l’attenzione verso le categorie di “spazio” e “colore” (i chiaroscuri) associandole a (o meglio, letteralmente facendole precipitare in) quella di “tempo”. Infine, “UR-” si contrappone a “Violato Intatto”(monolitico il primo, flessibile il secondo), ma lo sviluppa approdando a una nuova “musica totale” elettroacustica. In questo senso, “UR-” è l’esempio più compiuto di “musica totale” di Accordo dei Contrari. Per me non si tratta né di Progressive Rock né di jazz-rock né di rock da camera: è altro, è Accordo dei Contrari. Ci sono brani nati al di fuori della strumentazione caratteristica del quartetto: “Tergeste”, ad esempio, è nata per solo organo liturgico, e soltanto in un secondo momento l’ho riarrangiata per formazione elettroacustica. Anche questo è indicativo del fatto che, se proprio si vuole insistere nel cercare una definizione per la musica di “UR-”, quella di “musica totale” sarebbe forse più consona.

E visti gli anni difficili che abbiamo vissuto a causa della pandemia, con quale spirito avete composto, registrato e pubblicato l’album? C’è qualcosa di tutta questa strana situazione attuale che si può “leggere” nelle note di “UR-”?

G.P.: La composizione del materiale risale al periodo 2018-19, durante i miei viaggi in treno da Bologna a Trieste e viceversa; la registrazione fu in quattro giorni tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2020, subito prima della pandemia. Poi la pandemia ha ritardato terribilmente i tempi per le sovraincisioni e il mixaggio; per non parlare della masterizzazione, realizzata da Udi Koomran a Tel Aviv sotto la minaccia dei razzi palestinesi… Il complicato “parto” di “UR-” finisce per essere un po’ lo specchio di quel periodo difficile; le circostanze hanno poi reso il brano intitolato “UR-”, in un certo senso, l’apice drammatico dell’album, quasi profetico.

Novità importante è il cambio di etichetta: dalla AltrOck Productions alla Cuneiform Records. Come nasce la collaborazione con gli statunitensi e quali sono, se ci sono, le differenze nel lavorare con loro rispetto alla AltrOck?

G.P.: Avevamo avuto contatti con Steve Feigenbaum fin dai tempi di “Kublai”. Conobbi poi Steve personalmente in occasione del ProgDay 2012, il nostro primo concerto oltreoceano. Steve ha sempre apprezzato tanto la musica di Accordo dei Contrari ma la tradizionale “politica” di Cuneiform gli impediva di prenderci in scuderia. La svolta è avvenuta, non a caso, quando Cuneiform si è rinnovata, e quando abbiamo avuto l’opportunità di suonare qualche concerto in più negli States, nel 2018. Steve, dopo il nostro concerto all’Orion di Baltimora (poco giorni dopo il ProgStock, nell’ottobre 2018), mi disse che si sarebbe preso cura di noi. Così è stato e continua ad essere, in effetti: Steve è molto attento ai gruppi Cuneiform; lavora seriamente, come in passato ha lavorato seriamente per noi anche AltrOck.

Un aspetto, tra i tanti, che mi stupisce della vostra carriera è che ogni album è stato registrato con “sessioni lampo” in studio. Come si riesce ad essere così rapidi mettendo, però, su disco qualcosa di una qualità così elevata?

G.P.: Credo dipenda da due fattori, la fiducia nella bontà della musica in gioco e la “chimica” tra i componenti di Accordo dei Contrari. Concentrazione, sensibilità e amicizia reciproca hanno sempre fatto la differenza; l’energia, anche nei momenti (ineludibili) di tensione, è sempre orientata dalla chiarezza di visione verso un preciso obiettivo condiviso, tenacemente perseguito. Serve molta disciplina, attenzione e resistenza per sostenere il carico mentale di Accordo dei Contrari: non è da tutti disporne.

Tra le altre numerose cose che mi incuriosiscono della vostra attività è quella che riguarda il brano “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta”. Cosa vi lega ad esso tanto da “aggiungere” una nuova parte ad ogni nuovo album (più o meno)?

G.P.: Si tratta di un testo poetico che scrissi molti anni fa e che si può leggere nel booklet di “Kublai”: Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta / ti tuffi e deflagri abbagliante / nel magma dei miei giorni / folgorando / Ti ricordo / istantaneo fremito di vita / nel rapido battito d’ali / della tua fuga. Queste parole descrivono forse la facies più infiammata, dinamica e, però, al tempo stesso, contemplativa di Accordo dei Contrari. “Chiarezza”, “impressione”, “folgore”, “ricordo”, “fremito”, “istante”, questi pure sono tra i concetti che declino in forme diverse sul piano compositivo, quando se ne presenta l’occasione. Ovviamente, le tre parti fin qui realizzate di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta” costituiscono, a loro volta, tre movimenti di una stessa unità compositiva. Se sia completa o no, dipenderà dalla composizione o meno di movimenti ulteriori in futuro. Come sempre per Accordo dei Contrari, anche questo è un discorso aperto, in divenire.

E anche gli artwork che accompagnano i vostri album sono sempre piuttosto particolari ed ermetici. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?

G.P.: La sfera e la piuma, visibili nella copertina del primo album (artwork di Davide Guidoni), vengono da una definizione di sintesi della musica di Accordo dei Contrari che escogitai quando si era ancora agli inizi. L’ho voluta riportare apposta nel booklet di Kinesis, a mo’ di “manifesto”: “…una linea agile e curva, che imprevedibilmente si sposta, vuole segmentarsi, ridursi a un punto o spezzarsi bruscamente, lasciando tuttavia come un segno nella memoria – un’eco lontana e coloratissima. Afferrarla sarebbe forse come calcolare la leggerezza di una piuma impercettibile, misurare la perfezione di una sfera”.

Un po’ tutti i nostri album, anche “Kublai”, “AdC”, “Violato Intatto” e “UR-” (di questi, gli ultimi tre realizzati con l’artwork di Dario D’Alessandro degli Homunculus Res), inseguono linee, curve e colori. Diciamo che questo tratto “minimal”, su cui ho sempre fortemente insistito, è una riproduzione visibile, cangiante di album in album, della musica dalle architetture fluide, agili e potenti di Accordo dei Contrari.

Parlando in generale, come “prende forma” un brano di Accordo dei Contrari e qual è, di volta in volta, il nesso tra musica e titolo (dei brani e degli album)? Avete programmato sin da subito di “evitare” l’utilizzo della voce nelle vostre creazioni (salvo rarissime eccezioni)?

G.P.: Il nesso è sempre profondo, sia tra il titolo di un brano e il brano relativo, sia tra il titolo di un album e l’album relativo. A volte la corrispondenza è totale: la musica traduce il titolo e viceversa. Altre volte, la corrispondenza è parziale: il titolo è effettivamente l’input di un’argomentazione musicale, in cui si comunicano cose che non necessariamente sono comprese nel titolo ma da questo dipendono. La musica finisce comunque per essere più eloquente, nella misura in cui, se la parola è espressione del dicibile, la musica è espressione anche dell’indicibile.

Non abbiamo dovuto studiare a tavolino se fare musica strumentale o con voce. Comporre musica strumentale è stato per me, fin dal principio, del tutto spontaneo. E naturale l’hanno sempre sentita tutti i membri di Accordo dei Contrari, nel corso degli anni. La stessa voce, in fondo, è uno strumento musicale, a prescindere dal fatto che si accompagni a parole o meno.

Traendo una sorta di bilancio, come è cresciuto e cambiato in vent’anni Accordo dei Contrari? Siete soddisfatti del vostro cammino artistico?

G.P.: Siamo molto soddisfatti. E, se posso permettermi, orgogliosi e senza rimpianti. Accordo dei Contrari ci ha permesso di creare uno nostro spazio artistico, originale e intimamente creativo, e di coltivare tra noi, nel tempo, un legame fraterno. Le difficoltà (tante) ci hanno fortificati. Accordo dei Contrari è cresciuto nel tempo come cresce un corpo vivente e continuerà a crescere finché avrà qualcosa da dire.

Prima parlavamo del premio ai ProgAward vinto con “Kinesis”, ma, in generale, come sono stati accolti i vostri album da pubblico e critica negli anni?

G.P.: Sono stati accolti sempre in modo entusiasta, soprattutto da pubblico e critica estera, in particolare negli Stati Uniti. “Violato Intatto” e “UR-” sono stati considerati i nostri migliori lavori. L’Italia, con qualche eccezione, si è dimostrata talvolta avara di particolari apprezzamenti: nemo propheta in patria, del resto. Marco sostiene, tanto per ridere, che, se fossimo stati svedesi, e non italiani, avremmo avuto ben altra risonanza nel nostro paese…

Siamo sempre andati avanti per la nostra strada, sfruttando consapevolmente la libertà che ci viene dal fatto di operare fuori dal mercato, senza velleità commerciali e con obiettivi squisitamente artistici. Non dobbiamo rendere conto di nulla a nessuno. E così continueremo a fare.

Tornando sul fronte live già menzionato qualche volta in precedenza, negli anni vi siete esibiti sui palchi di mezzo mondo. Che idea vi siete fatti dell’attuale cultura musicale internazionale, del modo in cui il pubblico ne fruisce e dello spazio che si dedica alla musica dal vivo? E quali sono le differenze con il nostro Paese?

G.P.: Le differenze sono tangibili. Il pubblico in Europa e negli States si è dimostrato sempre molto entusiasta, assistendo ai nostri concerti: partecipa e, soprattutto, ascolta senza preconcetti. Anche se gli ultimi concerti che abbiamo tenuto in Italia, nel 2022 e 2023, segnano forse un’inversione di tendenza e fanno ben sperare, in Italia ricordo raramente manifestazioni di interesse altrettanto vive e spontanee. Tutto tende ad essere inibito, come frenato. Ciò capita quando chi ascolta teme di essere giudicato troppo entusiasta dai suoi pari (gli altri ascoltatori), o quando, peggio, ci si atteggia a critici/giudici della musica che si ascolta, dimenticando di essere appunto, in primo luogo, ascoltatori. Ma è una protervia, questa, che si paga cara: si crede di continuare a saper distinguere la “buona musica” dalla “cattiva musica”, perdendo però, di fatto, la sensibilità che è presupposta al discernimento della “buona musica”. In pratica, è come diventare sordi (senza avere, ahimè, il talento di Beethoven).

E, ancora a proposito di live, come è Accordo dei Contrari sul palco? Io vi ho visti per la prima volta a Roma qualche anno fa ed è stata un’esperienza travolgente.

G.P.: Ti ringrazio. Può sembrare paradossale che Accordo dei Contrari suoni poco dal vivo, poiché la musica di Accordo dei Contrari è e resta comunque live, nella misura in cui registriamo programmaticamente in presa diretta, senza clic o accorgimenti simili: tutt’al più si effettua qualche sovraincisione, ma mai abbiamo registrato per singole tracce (prima la batteria, poi uno strumento, poi l’altro, ecc.).

Il concerto dal vivo dovrebbe essere sempre un’esperienza appagante per chi suona. Qualche volta lo è, qualche volta meno. Riesci a goderti pienamente la performance quando puoi proporre al pubblico la tua musica con continuità e frequenza; se questa continuità manca, le preoccupazioni tecniche (gli strumenti funzionano perfettamente? L’esecuzione è all’altezza? Il pubblico sente bene?) possono a volte prendere il sopravvento, soprattutto quando non puoi affidarti, ed è il nostro caso, sempre allo stesso fonico. Un fonico abile e di fiducia, quel fonico di cui avresti bisogno perché proponi musica complessa sul piano della strumentazione (pensa alle complicazioni dovute anche soltanto all’assenza del basso elettrico) e per di più estremamente dinamica, musica che lui deve conoscere nei singoli passaggi, non puoi permettertelo, se non fai spesso concerti. Il fonico ideale è, a tutti gli effetti, un membro aggiunto della band: fino a questo momento non abbiamo purtroppo avuto la fortuna di trovarlo. E aggiungerò: ci farebbe comodo trovare, sempre come elemento aggiunto della band, anche un tecnico delle luci. Le luci sostengono la musica con più efficacia dell’immagine, perché l’immagine orienta, definisce e perciò limita l’immaginazione dell’ascoltatore, mentre le luci non imbrigliano la forza evocativa che il suono ha in se stesso e che si manifesta diversamente in ciascun ascoltatore, a seconda della sua personale capacità di immaginazione e del suo grado di sensibilità.

Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?

G.P.: C’è un vantaggio evidente e innegabile: web e social contribuiscono a una divulgazione facile e immediata di musica che altrimenti, per una ragione o per l’altra, non si conoscerebbe, o perlomeno sarebbe difficile scoprire. Molti ci hanno conosciuti grazie al web, e questo è senza dubbio un bene. Ma il dazio che si paga è grave: alla prova dei fatti, gli svantaggi pesano molto più dei vantaggi. Tutto ne esce appiattito, livellato, uniformato. L’ascoltatore/spettatore viene educato a non cogliere più la differenza che passa, ad esempio, tra un concerto dal vivo a cui si assiste in presenza e un concerto dal vivo a cui si assiste via web. Sappiamo bene che non sono la stessa cosa: il web ti nega la comunicazione tridimensionale della musica, quell’energia che lega musicista e ascoltatore quando interagiscono entro uno stesso spazio fisico. Il web scinde l’ascoltatore e il musicista innaturalmente; rende l’ascoltatore pigro; nega al musicista l’energia del pubblico in presenza, impoverendo la performance. L’orecchio dell’ascoltatore, poi, ne viene depotenziato, e l’ascoltatore stesso finisce per non maturare (o per perdere) sensibilità per le sfumature e gli aspetti caratterizzanti del suono. La conseguenza di ciò è devastante anche per chi fa musica: il pubblico non discrimina più tra un gruppo e l’altro, si accontenta (più o meno) di ricondurre questo o quel gruppo a questo o a quel genere musicale. La “civiltà 2.0” di cui parli è ricca, temo, di “musica impoverita”.

E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?

G.P.: Gli ostacoli che si incontrano, e abbiamo in effetti incontrato, sono tantissimi. Non viviamo di musica e nessuno di noi ha tempo per seguire, con la costanza che sarebbe necessaria, i meccanismi di promozione. In queste condizioni, è difficile farsi conoscere e ricavare quegli utili che, per quanto ci riguarda, si reinvestirebbero in nuovi progetti musicali (fare musica costa, almeno se si vuole realizzare lavori di qualità sonora eccellente, come nel nostro caso). In termini economici, l’autoproduzione a volte ci ha dato di meno (“Kublai”), a volte di più (“Violato Intatto”, ad oggi forse l’album in assoluto più apprezzato da pubblico e critica); ma servono risorse ed energie che non sempre si hanno. D’altra parte, proprio il fatto di operare fuori dal mercato e senza velleità commerciali finisce per agevolarci: se le risorse ci sono, non abbiamo la necessità di doverle investire per averne un ritorno economico a tutti i costi. Il nostro vero ritorno è la musica, che resterà nel tempo.

Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?

G.P.: Purtroppo non esistono tanti spazi. Festival ci sono, in Italia, ma sono centrati sulle “vecchie glorie”, ammiccano alle preferenze del pubblico (l’adeguamento alle tendenze garantisce pubblico pagante) e non danno, in linea di massima, il debito spazio a realtà emergenti (in quanto poco note, le realtà emergenti infatti non garantiscono pubblico pagante): chi riesce a procurarsi uno spazio lo deve, in fondo, ad agganci diretti con i vertici organizzativi, una logica a cui Accordo dei Contrari, forse anche con suo demerito, non si è mai piegato. Sia chiaro, non critico la politica dei festival in Italia: sarebbe impossibile anche soltanto ideare un festival, se non si facessero i conti con introiti/spese e non si pensasse agli incassi. Se, però, ci fosse più azzardo e generosità, il desiderio, voglio dire, di investire qualche volta anche affrontando il rischio di andare in perdita, il desiderio di far conoscere al pubblico delle novità che si ritengono effettivamente interessanti e di valore, forse si potrebbe restare piacevolmente sorpresi da un’affluenza imprevista e, magari, assistere a un piccolo miracolo: il passaggio di un gruppo dall’avere un piccolissimo seguito all’avere un seguito più grande. Qualcosa, credo, di emozionante, sia per chi fa musica, sia per chi la produce, sia per chi promuove eventi.

Quanto ai gruppi/progetti italiani di musica originale, ne conosciamo diversi di livello eccellente: penso ai Deus ex Machina e ai D.F.A. (oggi, purtroppo, non più attivi), Ske, gli Slivovitz, giusto per citarne alcuni. L’Italia è sempre stata e resta una garanzia. Ma i concerti sono rarissimi, e raramente, dunque, ci si incontra e ci si frequenta. Gli stessi “giri” musicali (penso alla realtà di Bologna negli anni Novanta, con gruppi come i Deus ex Machina e gli Ella Guru) non esistono più. Il villaggio globale del web e la crisi della musica dal vivo hanno smantellato le realtà musicali locali. La perdita è incalcolabile.

Esulando per un attimo dal mondo Accordo dei Contrari e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?

G.P.: Mi capita occasionalmente di dedicarmi a scrittura e disegno: la passione per il disegno, anzi, si accese in me prima di quella per la musica. Avevo l’abitudine, fin da piccolo, di sedermi d’estate a un tavolo in giardino, circondato dal verde, innanzi a un foglio bianco: mi proponevo di non alzarmi finché non avessi fatto un disegno, oppure scritto qualcosa di originale. Il vento a volte mi portava via i fogli, che pazientemente raccoglievo e fermavo sotto un sasso perfettamente levigato, per poi riprendere a disegnare o a scrivere. Questa autodisciplina mi ha aiutato sia nella musica sia, più in generale, nella vita.

Ho poi la fortuna di occuparmi di storia e storiografia antica greca per mestiere, e ti posso assicurare che nell’intuizione scientifica c’è una componente artistico-creativa molto elevata. Chi oppone la scienza all’arte e alla creatività, dimentica che l’intuizione fonda entrambe, ed è nei fatti arido: non ha e non avrà mai niente da dire e da dare, né alla scienza né all’arte.

C.F.: Non so se posso definire la mia attività quotidiana un’attività artistica ma, secondo me, e per come la vivo io, penso che in parte lo sia. Io faccio il fabbro, un lavoro che mi sono scelto e che porto avanti già da diversi anni. Ho sempre respirato il profumo del ferro in famiglia perché mio padre aveva un’azienda di carpenteria meccanica, dove ho lavorato per tanti anni. Ho avuto anche una parentesi di insegnamento della batteria, ma negli anni mi resi conto che mi mancava qualcosa, e così decisi di avviare una mia attività. Non è semplice, soprattutto di questi tempi, ma la passione per il mio lavoro, come per la musica, mi spinge ad andare oltre e sognare. Ti confesso che a volte arrivo a casa alla sera che non ho proprio molta voglia di andare a fare le prove, ma ormai Accordo dei Contrari per me non vuole dire solo fare musica, significa condivisione, rispetto, onestà. Tutti valori di cui mi nutro ogni giorno e che ritrovo in Giovanni, Marco e Stefano.

E parlando, invece, di gusti musicali, di background individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?

G.P.: Pensare a un podio sarebbe impossibile: avrei un numero incalcolabile di primi posti, spaziando dal rock al jazz, dalla classica all’avanguardia. Confesso il mio amore per Steve Coleman e Tim Berne in tutte le loro incarnazioni; per la scuola organistica italiana, tedesca e francese di ogni secolo, fino a quella contemporanea, passando per Bach, Vierne, Dupré e Messiaen; e per Haydn, Beethoven, Schubert, Schumann, Debussy, Mahler, Bartok, Stravinskij, Ravel, Prokofiev, Shostakovich e tanti altri: vanno ascoltati.

Limitando il range alla musica rock e jazz, e alla capacità di esprimere i concetti di “mistero” e di “indefinito”, che personalmente trovo altamente poetici, ti dirò: le prime note di “We’ll let you know” in “Starless and Bible Black” dei King Crimson, quelle di “Ruins” in “Unrest” degli Henry Cow, il riverbero nell’attacco di batteria, piano e basso di “Pataphisical Introduction, part I” in “Volume Two” dei Soft Machine, l’esordio lontano di “Out-Bloody-Rageous” di “Third”, sempre dei Soft Machine, l’inizio del brano “Bitches Brew” nell’album omonimo di Miles Davis. E il finale di “Lemmings” dei Van der Graaf Generator. A parte quest’ultimo, tutti inizi, tutti semplicemente eccezionali.

C.F.: Io nasco dagli ascolti di mio fratello maggiore. Police, Bruce Springsteen, Bob Marley, U2, sono tra i suoi gruppi più amati. Poi un giorno mi regalò un disco dei The Who e ne rimasi folgorato. Da lì in poi sono sempre stato influenzato dalle sonorità di quegli anni, Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, gli stessi The Who, per citarne alcuni tra i miei preferiti. Negli anni Novanta anche il grunge mi ha influenzato. Non penso di avere un’anima totalmente “progressive”, ma mi piace ascoltarlo e forse ancora di più suonarlo. Mi rendo conto di non avere un genere o un artista preferito, ma se devo sceglierne uno tra tutti che, secondo me, incarna al meglio la mia visione di musica, allora dico Jeff Buckley.

Restando ancora un po’ con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?

G.P.: Anche qui scegliere è difficilissimo… Senz’altro opere immortali come “1984” di Orwell, “Viaggio al termine della notte” di Céline, o gli scritti di Borges. Guardando più indietro nel tempo, Erodoto, sottile, avvincente e spassoso; o Tucidide, se si preferisce la filosofia applicata alla storia; o il sempreverde Omero, enciclopedia del tutto, un po’ come Dante. Sul versante cinematografico, suggerirei Christopher Nolan. Sul versante pittorico/grafico, Paul Klee. E già mi pento per tutti quelli, innumerevoli, che sto omettendo.

S.R.: Senza dubbio lo scrittore americano Kurt Vonnegut. Oltre al famoso “Mattatoio n. 5”, che rielabora in modo toccante e visionario il trauma sperimentato da Vonnegut come prigioniero americano dei tedeschi durante la II Guerra Mondiale (in particolare l’esperienza, vissuta in prima persona, del bombardamento di Dresda), “La colazione dei campioni”, “Madre notte”, “Il grande tiratore” e “Le sirene di Titano” sono tra i libri che porterei sulla proverbiale isola deserta.

Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?

G.P.: Si è trattato di resistenza, o meglio, di resilienza: fu un periodo durissimo anche perché fu impossibile ritrovarsi per suonare insieme. Il famigerato smart working trasformò la mia attività di docente in sportello web h24: uno snaturamento inaccettabile, una vera barbarie. Per gli altri del gruppo non fu poi molto diverso. A salvarmi è stata la composizione di nuova musica, cui mi dedicavo in previsione del ritorno di Accordo dei Contrari all’attività, e l’affetto della mia famiglia.

La musica italiana ha pesantemente risentito di questo stato di cose, ma si è trattato senz’altro di una pausa, per quanto ben poco salutare: di una “ferita di striscio”, per mantenere la tua metafora, e non di un “colpo mortale”. Il “colpo mortale” verrà se non prenderà coscienza del fatto che l’uomo è una creatura analogica, non digitale, e che la musica, la vera musica, deve avere un ruolo centrale nella formazione della persona.

Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?

G.P.: Gli aneddoti sarebbero tanti. Ricordo la gioia di salire sul pulmino del gruppo al termine di una mattinata di lavoro in un liceo di Bologna, al tempo insegnavo ancora a scuola, per partire alla volta del Belgio con Cristian, Marco e Daniele, e tenere l’indomani un concerto (al festival ProgRésiste di Verviers) avendo, a meno di un metro da me, il registro personale che, per disattenzione o fretta, non avevo lasciato a scuola come avrei dovuto (e che non potevo proprio permettermi di smarrire!). Mi andò bene: se mi avessero fermato alla frontiera italiana con il registro, avrebbero potuto incriminarmi per esportazione illecita di documenti ufficiali… Era il 2009. Tanto tempo è passato, anche se a me non sembra affatto: l’emozione di allora è ancora viva. Il concerto poi andò benissimo. Quei quattro ragazzi, i ragazzi che eravamo, in fondo mi mancano.

Una domanda per Marco, che esula dal contesto Accordo dei Contrari ed è una curiosità tutta mia, mi preme farla! Sul mio podio personale tra gli artisti che più adoro in assoluto ce n’è uno che ben conosci (così come Giovanni e Cristian, in realtà) e con cui hai spesso collaborato negli ultimi anni: Umberto Maria Giardini/Moltheni. Il quesito è banale: com’è Umberto, artisticamente e umanamente, e com’è lavorare con lui?

M.M.: La mia collaborazione con Umberto oramai ha superato i dieci anni… quattordici per la precisione! Anni molto intensi e formativi, carichi di produzioni e concerti. Moltheni mi ha dato la possibilità di entrare a far parte di un ambiente musicale molto interessante, soprattutto nei primi anni di questa lunga collaborazione. Ci siamo da subito intesi con Umberto. E questo pur avendo un background di ascolti e conoscenze musicali non sempre uguali: mi sono sempre fidato delle sue proposte musicali e lui delle mie! Quando lavoriamo sia in sala prove che in studio di registrazione condividiamo gran parte delle idee musicali che ci vengono per la testa. C’è molta affinità! E poi ha sempre avuto una certa stima e predilezione per gli Accordo dei Contrari. Non a caso, nelle radici di Umberto Maria Giardini (UMG) ci sono tre componenti degli Accordo dei Contrari: quando mi propose di coinvolgere Giovanni e poi, a ruota, anche Cristian nel germe del suo nuovo progetto, ero molto eccitato e curioso di capire ciò che poteva succedere. Ed è successo che insieme abbiamo realizzato “La dieta dell’Imperatrice”, che a mio avviso è un album molto bello e intenso, e l’EP “Ognuno di noi è un po’ anticristo”.

E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro di Accordo dei Contrari che vi è possibile anticipare?

G.P.: Stiamo lavorando al sesto album, in cui confluirà il materiale che ho composto nel periodo della pandemia. Questa volta sarà necessario un bassista. Proprio in questi ultimi tempi è entrato in formazione Paolo Narduzzo: da quartetto siamo quindi diventati un quintetto. Il sesto album, per la cui realizzazione contiamo di avvalerci ancora del violino di Alessandro Bonetti, sarà un ulteriore passo avanti. E non vediamo l’ora di registrarlo.

Grazie mille ragazzi!     

Accordo dei Contrari: Grazie a te, Donato. E un saluto ai lettori.

(Ottobre, 2023 – Intervista tratta dal volume “Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti“)

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