Locus Amoenus – Clessidra

LOCUS AMOENUS

Clessidra (2013)

Autoproduzione

È l’Irpinia ad offrirci una novità davvero intrigante in ambito progressivo: stiamo parlando dei Locus Amoenus e il loro lavoro d’esordio Clessidra.

La formazione vede Mauro Cefalo (batteria), Antonio Di Filippo (sax alto, sax tenore), Raffaele Purgante (chitarra elettrica, chitarra semiacustica, guitar effects), Alessandro Ragano (basso elettrico, synth bass, tastiere addizionali nel brano Inverno) e Alessio Vito (voce, chitarra elettrica, chitarra acustica, flauto traverso, chitarra classica ne Il suono di Lei): cinque ragazzi che mostrano sin da subito di possedere carattere.

In questo primo lavoro firmato Locus Amoenus, come affermato dalla stessa band, si ritrovano influenze che spaziano dal “Blues al Rock, dal Metal alla Psichedelia, dal Progressive Rock al Progressive Metal, dal Jazz alla Fusion”, elementi che ritroviamo “metabolizzati” negli oltre 65 minuti di Clessidra. E il Tempo, osservato da varie angolature, è il tema che guida le liriche scritte da Alessio Vito, ed è un senso d’inquietudine e tristezza quello che emerge addentrandosi nelle sue parole.

Prima di passare all’analisi dell’album è d’obbligo soffermarsi sulla cover dell’album, immagine poetica ed “ermetica” realizzata da Davide Panarella, ricca di particolari che richiamano alcuni versi dei brani e il “filo tematico” dell’album: dal “minaccioso” occhio che osserva l’amaro destino della Terra / dall’alto guarda la sua sconfitta, all’albero dalle fronde secche che perde i suoi frutti in primavera, passando per le nuvole di fumo che coprono il cielo (versi tratti da Inverno), dal fiume invalicabile che irrompe verso il mare alla terra friabile de Il suono di lei. Tutto sottostà al trascorrere del tempo, così come indicato dalla clessidra la cui parte superiore è ancora carica di sabbia. E poi quell’ombra umana, restituita dall’albero, che lascia spazio a molteplici interpretazioni, e, infine, sullo sfondo, le piccole cinque figure sfocate dei membri della band sembrano osservarci così come l’“occhio dell’Anima” (così come definito dagli stessi). Ad un “occhio” più attento, inoltre, non sfuggirà la similarità tra il bulbo oculare dei Locus Amoenus (per una sua migliore visione basterà aprire il jewel case ed estrarre il disco) e quello degli Anekdoten di “Nucleus” (band cui rimandano anche alcune sonorità dei nostri). Sfogliando il booklet ci si inoltra, invece, tra immagini “sfuggenti”, in cui è soprattutto la natura a farla da padrona, rese tali dalla “assenza di colore” (eccezion fatta per la macchia d’inchiostro rosso di Lettera di un folle) e dalla sfocatura/trasparenza delle stesse.

Tra la mente e gli infiniti inverni dell’anima (preludio). Si parte subito forte. È la chitarra a dare il via alle danze, inizialmente con leggerezza “sinistra”, in seguito con sferzate ruvide e taglienti. La compagnia delle ritmiche sostenute aggiunge un tassello che avvicina il tutto ad atmosfere heavy prog. Interessanti gli interventi al flauto di Alessio Vito, con il suo “soffio” alla Ivano Fossati, e quelli di Di Filippo al sax che ammorbidiscono il clima.

Con Inverno facciamo la conoscenza della voce di Vito ma, prima che si presenti a noi, troviamo oltre quattro minuti di soluzioni davvero notevoli: dalle trame di chitarra e batteria dai toni a tratti scherzosi, all’irruvidirsi degli stessi (basso incluso), sino all’ingresso del flauto dal tocco davvero invidiabile che si fa strada tra le ritmiche tribali. Quando entra in scena Vito il clima si fa più morbido e malinconico e il ritmo cadenzato funge da degno supporto alle meste parole del testo. Si torna a correre nella parte finale con un frammento davvero seventies (vedi Osanna) in cui ancora una volta è il flauto a fare la “voce grossa”, ma non da meno sono “colui che detta i tempi”, chitarre e basso.

Episodio molto complesso è Il suono di Lei. Si parte col canto di Vito adagiato su una struttura rapida e acustica, con prove interessanti di chitarra e sax. Successivamente, una serie di “schiaffi” della chitarra distorta muta l’atmosfera e il brano prende il volo grazie alla batteria pulsante di Cefalo e alle evoluzioni di flauto e soci: un tuffo nel passato da brividi. E, poco oltre i sei minuti, uno “zapping radiofonico” che porta alla mente il Battiato di “Ethika fon Ethica”, crea una cesura netta nel brano. Il segmento che segue vede i Locus Amoenus intenti in volteggi jazzati che “odorano” d’improvvisato.

Altro brano composito e interessante è la suite Lettera di un Folle. Da alfa e omega fungono due segmenti delicati in cui le acustiche di Purgante e Vito mostrano il loro tocco vellutato (i movimenti Apertura e Chiusura). Sulla stessa frequenza troviamo poi sax, batteria e voce. All’interno del “morbido contenitore” i Locus Amoenus danno spazio a nuove cavalcate nel movimento bipartito Corpo (Follia – Riflessione): da momenti in cui sax e canto ricordano i Picchio dal Pozzo ad altri in cui si possono riconoscere frammenti alla Nucleus di “We’ll talk about it later” o Soft Machine di “Fourth” (è ancora il sax di Di Filippo, con batteria e chitarra, a dare questa sensazione). Poi si accelera e ci s’incattivisce giungendo a sonorità hard simili ai contemporanei Bornidol (privati delle tastiere) e ad un ultimo segmento in cui non poteva mancare l’apporto, seppur ridotto, del flauto di Vito.

Brano molto free e psichedelico è Amleto. Batteria, flauto, sax e strumenti a corda si lasciano andare a sette minuti senza vincoli, arricchiti da continui effetti elettronici creati dai pedali di basso e chitarra e dal recitato di Vito che intona versi tratti dall’Amleto di Shakespeare, ricordando a tratti, come impostazione, il conterraneo Fabio Celi in “Follia”.

Più lineare, rispetto ai brani precedenti, Anima. È soprattutto la voce di Vito a guidare i compagni: nei momenti lenti e melodici (vedi inizio), in quelli più corposi (vedi refrains) e in quelli “filtrati” con rullata annessa. Lungo il percorso trova spazio anche Purgante per un assolo.

Con I segni del Mio tempo viene fuori tutta l’anima “ballad” dei Locus Amoenus. Il ritmo cadenzato, con chitarra e sax “tormentati”, fa da sfondo allo sfogo di Vito: A viver come bruti / è cosa del mio tempo, / le virtù di un mondo vuoto / privo di conoscenza. / La bellezza si perde / dando spazio all’inutilità, / la poesia svanisce / fallisce cosi la libertà. / E la musica muore, / anche la musica muore / oggi la musica muore / mentre nasce la vanità. / Cosi mediocre è il Mondo / il talento si misura in quantità, / almeno tu se vuoi / fluisci ancora nelle mie vene. L’indole addolorata la si scorge anche nei seguenti assoli degli strumenti succitati. E sul finire, a mo’ di ghost track, la band dà sfogo a tutta l’energia repressa nei minuti precedenti (anche sul finire del brano, a dire il vero, si scorgevano le prime “avvisaglie”).

Idee chiare e capacità notevoli per questo quintetto campano. Davvero un esordio di cui andare fieri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *