Peluso Carlo – Kaleidocity

CARLO PELUSO

Kaleidocity (2020)

Autoproduzione

 

Dopo cinque anni torna Carlo Peluso con un nuovo EP: Kaleidocity. Proseguendo quanto di buono fatto con il precedente “EarthShape” (2015), il poliedrico musicista e compositore ha saputo ottimizzare il “tempo libero” (causa lockdown) per raccontare in musica tre quartieri di una Torino deserta (il parco, il mercato e il centro), città in cui ha preso vita l’opera.

Nel “dipinto” creato da Carlo c’è il progressive, ma ci sono anche il jazz, la fusion e la sperimentazione, differenti “tonalità” calde e luminose che vanno ad animare Kaleidocity, un mix eclettico e articolato che tiene sempre alta la concentrazione (di chi suona e di chi ascolta). E la “policromia” dei suoni di Kaleidocity rivive anche nell’artwork creato da Laura Zoè.

E “squadra che vince non si cambia”, ecco dunque, come in “EarthShape”, comparire accanto a Carlo (tastiere e drum programming), nuovamente Giovanni Peluso (chitarra) e Marco Fabricci (basso). Inoltre, diversamente dal lavoro precedente, troviamo in questo caso anche degli ospiti: Katya Tasheva (voce in Tianguis), Matteo Bevilacqua (inserti vocali in Tianguis) e Davis West (violino in Headquarter).
Taxus Garden è letteralmente una “prova di forza” delle tastiere di Carlo Peluso. Dopo un’accoglienza morbida, i tasti bianchi e neri del padrone di casa iniziano a volteggiare, ben assecondati dalle ritmiche e, tra momenti jazz molto “liberi” e virate crimsoniane (tra le tante), il brano corre senza freni concedendo anche spazio al solo di Giovanni Peluso prima di chiudere.

Headquarter prende vita “senza fronzoli”, prima di lasciar emergere una forte sensazione Premiata (ma anche un pizzico Barock Project). E con una certa fluidità nei suoni il brano prosegue tra giochi ritmici e ottime soluzioni tastieristiche, quest’ultime sempre luminose e briose. E dopo una sorta di “sosta”, melliflua e jazzata, l’episodio riprende quota tra colpi ritmici netti e tratteggi di tastiera e chitarra sino ad esplodere. E sarà ancora un saliscendi sonoro, un’alternanza “pieno/vuoto” ciò che ci conduce sino alla conclusione. Decisamente un ottimo brano.

Più corpose, rispetto ai due capitoli precedenti, le note di apertura di Tianguis, prima di planare tra i tasti carezzevoli del piano. Poi tutto si addensa per ricadere, successivamente, di nuovo tra le dita di Carlo. Ciò che segue è nuovo, compare la voce calda di Katya Tasheva che offre un estratto del brano folk bulgaro “Ochi, ochi” (con i cori di Matteo Bevilacqua), inframezzata da momenti vivaci in cui il trio prosegue con i propri intrecci carichi di tensione (ma mai cupi), chiudendo a pieni giri l’episodio conclusivo di Kaleidocity.

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