Fede e fedine

«Secco, ce l’abbiamo».
«Dimmi tutto».
Dopo aver preso posto su uno dei numerosi scatoloni che rendevano piuttosto claustrofobico quel locale che, in realtà, era un quattro metri per quattro, Serpe, con il suo volto smunto, le gote incavate e quella evidente apertura tra gli incisivi superiori, diede il via al racconto caratterizzato dalle sue peculiari “s” sibilanti.
«Sono stato fino a poco fa col Tafano al bar de Susy, se semo fatti du birre e m’ha detto che è tutto ok. Il contatto vuole fare l’affare con noi».
«Questo l’ho capito, vai avanti».
Di fronte a lui, in piedi, mentre apriva a caso delle grandi scatole, osservando incuriosito le miriadi di colori che caratterizzavano le piccole palline in plastica in esse contenute, la figura esile del Secco, con i muscoli lievemente accentuati e quel viso scuro e cattivo, voleva subito giungere ai dettagli dell’operazione.
«Allora, la cifra è quella: du milioni! Ce n’è abbastanza per starcene fuori da sta merda per un po’ di tempo».
«E fin qui ok. Ma il materiale che abbiamo richiesto per la prova?».
«Ce lo fornisce lui».
«Tramite per scambio bottino/soldi?».
«Il Tafano».
«Dove?».
«Per il materiale ci vediamo una de ste sere da lui, al suo “ufficio” a Via Giolitti, vicino Santa Bibiana. Poi, dopo il colpo, ce se vede sempre in zona per lo scambio. Decideremo dove quando sarà il momento».
Il Secco non rispose, riflessivo aprì un’altra scatola zeppa di collanine colorate già pronte per la vendita.
«Nun poi capí questo che c’ha in casa! Robba de lusso in ogni dove!» esclamò all’improvviso Serpe.
«Ci sei stato?».
«No, ma me l’ha detto il Tafano e del Tafano possiamo fidarci ciecamente».
«Ma il nome si sa?».
«No, toppesecret. Però è uno da politica, tipo un senatore, na cosa così. C’ha ‘n sacco de sordi e na casa superlusso a Trastevere».
«Ok, allora cor Nasone ce parlo io e lo aggiorno. Mo annamo va».
«Si, annamo che sta puzza de plastica me sta uccidendo».

«Ciao Chen. Ci vediamo presto» disse il Secco uscendo dal piccolo negozio di bigiotteria situato in Via Filippo Turati, non distante da Piazza Manfredo Fanti, uno dei tanti che puntellava il dedalo di vie che carezzava la Stazione Termini a Roma.
L’orientale, come faceva sempre al momento della loro uscita dal negozio, proferì qualcosa d’incomprensibile all’orecchio dei due romani poco raccomandabili che avevano scelto il retrobottega di quella attività come loro ritrovo in cambio di protezione. Il Secco rispondeva sempre con un sorrisino beffardo.

A vederlo così, al Secco, mai si sarebbe pensato ad un’anima sensibile verso l’arte. Amava spesso frequentare musei, luoghi d’arte, viaggiare, e in più di un’occasione aveva coinvolto anche Serpe, animo piuttosto restio a questo genere di attività.
Quel giorno erano in Santa Croce in Gerusalemme, dinanzi alle Reliquie della Croce, e a Serpe venne spontaneo dire: «Ma veramente la gente crede che sta robaccia sia davvero de Cristo?».
«La fede, Serpe. La fede».
«Ho capito la fede, ma questa è davvero na presa per…».
«La fede» il Secco lo interruppe prima di terminare la frase blasfema.
«Ma secondo te a qualcuno interesserebbe comprare ste cianfrusaglie?».
«In che senso?» chiese sorpreso il Secco.
«Se le rubiamo, qualcuno che le compra e ce copre de soldi lo troviamo?».
«E che ne so, forse si, forse no. É roba che scotta».
«Ci informiamo?».
«Ma nun dì cazzate. Come lo sfondiamo quel vetro?».
«A pallettoni».
«A pallettoni?!» chiese sbalordito il Secco.
«Si, a pallettoni».
«Quindi noi entriamo con un fucile in chiesa, sfondiamo il vetro, prendiamo la roba, cercando di non rovinarla, e ce ne andiamo via indisturbati?».
«Esattamente».
«Tu non stai bene».
Nacque così l’idea di rubare le Reliquie della Croce.

«Allora, innanzitutto dovremo essere almeno in tre e per il terzo sappiamo già chi chiamare».
«Nasone».
«Esatto. Poi dovremmo fare qualche altro sopralluogo, trovare informazioni sul tipo di vetro che protegge le reliquie, entrare in possesso di almeno un esemplare simile ed esercitarci per capire come sfondarlo».
Nel retrobottega del negozio di Chen il Secco esponeva tutti i punti del piano che aveva buttato giù nelle ultime due notti insonni.
«E dove troviamo sti vetri?».
«Nello stesso punto in cui troviamo l’acquirente».
«E sarebbe?».
«A questo ci penserai tu. Sei tu quello con i contatti giusti».
«Mmm, ce l’ho. Il Tafano».
«Ok, sonda il terreno allora».

Due settimane dopo il Tafano portava in dote l’acquirente e due esemplari dei vetri.
Dopo averli caricati nel furgone, il mezzo con a bordo il Secco, Serpe e Nasone, lasciava Via Giolitti e, dopo aver svoltato in Via Pietro Micca, s’immetteva in Via di Porta Maggiore, diretto verso la campagna romana, poco oltre Valmontone.
«Ma chi ce dice che so gli stessi vetri?» chiese Nasone con la sua testa a palla, quel naso visibile a cento metri di distanza e la voce cavernosa figlia di tre pacchetti di Camel divorati al giorno.
«Il Tafano».
«E ce fidamo?».
«Si, tranquillo» disse Serpe. Poi aggiunse: «L’acquirente é ‘n tipo co le mani in pasta dappertutto: politica, chiesa, malaffare. Ha dato lui il contatto giusto al Tafano dei tipi che hanno costruito il vetro. Robba seria qua, a Nasó!».
Era ormai buio quando raggiunsero il vecchio casolare abbandonato, una delle varie “sedi” delle attività illecite di Secco e Serpe.
«Ok. C’avemo i vetri. Ma mo?» chiese dubbioso Nasone.
«E mo entri e nun rompi il cazzo!» rispose il Secco.
«Ta da!» disse Serpe appena varcata la soglia. «Sono o non sono er mejo de Roma?».
Davanti a loro una riproduzione quasi perfetta dell’altare che conteneva le reliquie, mancava solo il vetro.
«Ammazza! Bravo Serpe!» esclamò il Secco.
«Pure le reliquie ce so!» aggiunse Nasone.
«Si, ho preso du chiodi e na tavoletta qua fuori e ce li ho messi dentro».
«E ora?» chiese Nasone.
«E ora montiamo un vetro e passiamo all’azione» rispose il Secco.

«Allora, dalle informazioni che m’ha passato Serpe sul vetro e che c’ha fornito il nostro caro Tafano, ho capito che dovrebbero bastare due colpi in rapida successione sparati in uno degli angoli bassi, poi col piede di porco infilato nel buco creato, dovremmo stacca tutto il vetro che non dovrebbe frantumarsi addosso a noi» disse il Secco.
«Dovrebbe, dovrebbe, ma na cosa sicura no?».
«A Nasò, per ora niente è certo qua».
«Vabbè vabbè, ma con che arma lo famo sto lavoro?» chiese poi Nasone.
«Questa» rispose Serpe estraendo da un baule un PTRS-41 russo della Seconda Guerra Mondiale.
«E da dove esce sto rottame?».
«Sto rottame, come lo chiami tu, è un fucile anticarro e ha proiettili da 14,5 mm che possono penetrare una placca di metallo spessa 40 mm ad una distanza di 100 metri».
«E come ce lo facciamo entrare in chiesa quel coso?».
«N’attimo e ti diciamo tutto».

«A Serpe, ma semo sicuri di quello che stamo a fa? Dici che ce la facciamo?» chiese perplesso il Secco.
«Secondo me si. Ma se non te senti pronto lassàmo perde tutto».
«No no, ormai siamo in ballo e io sto ballo me lo vojo fà».
La coppia camminava a testa bassa lungo Via Principe Amedeo. Giunti nei pressi di uno degli ingressi del Nuovo Mercato Esquilino Secco propose di entrare.
«Me piace sentì gli odori di questo posto».
«La puzza vorrai dire».
«Non capisci niente».
«Vabbè, ripassiamo il piano».
E tra i mille colori delle spezie e gli odori pungenti, tra il vestiario policromo in vendita e il forte vocio, i due osservavano l’eterogenea umanità che frequentava quel posto mentre, a bassa voce, ripetevano i punti del loro piano perfetto.
«Allora, Nasone ci lascia in macchina in Via Sebastiano Grandis e lentamente si avvicina alla piazza per ritrovarsi quindici minuti dopo davanti al portone della Basilica col motore acceso. Noi due ci dirigiamo verso la chiesa ed entriamo con molta calma e senza dare nell’occhio. Saranno passate da poco le 14 e in giro ci sarà poca gente» disse il Secco.
«E fin qui tutto semplice».
«Entriamo e ci dirigiamo verso la cappella delle reliquie. In chiesa, salvo imprevisti, non dovrebbe esserci nessuno o comunque poca gente».
«E se trovamo un gruppo de turisti?».
«Come deciso, aspettiamo o rimandiamo. Comunque non possiamo restare troppo tempo dentro con il viso coperto, anche se fuori fa freddo e per un po’ nessuno ci farà caso».
«Ok, vai avanti».
«Una volta nella cappella ci assicuriamo che non ci sia nessuno, estraiamo i ferri e rapidamente passiamo all’azione. Abbiamo un minuto, non un secondo di più per fare tutto e dobbiamo farcela».
«Però hai visto come so preciso col ferro, eh? Bum! Bum! E il vetro se buca proprio dove dico io!».
«E così dovrà essere anche domani, per forza».
«Che fai, nun te fidi de me?».
«Certo che mi fido ma dovremo essere precisi al millimetro e al secondo».
«E lo saremo. L’unica cosa che non mi convince e come riuscire a non dare nell’occhio con quel fucilone».
«L’unico modo è quello che ho proposto. Camuffarlo da asta telescopica fotografica con una custodia a coprire il calcio. Solo uno sguardo attento si accorgerà che qualcosa non quadra nella tua fotocamera».
«Mmm».
«Andiamo avanti. Recuperato tutto usciamo, entriamo in auto e andiamo velocemente dal Tafano».
«Ma secondo te perché ha scelto proprio Piazza Vittorio per lo scambio? Non era meglio uscire subito da Via Nola, prendere la tangenziale e pensarci poi con calma alla consegna? C’è troppo casino lì».
«Forse proprio per questo, così non diamo più di tanto nell’occhio, ci liberiamo subito del malloppo, ci prendiamo i soldi e ognuno per la sua strada».

E così fu. Il giorno prefissato, ore 14.30, la coppia Secco-Serpe, cappello in testa, sciarpa intorno al viso e zaino da campeggiatore sulle spalle per il primo e “fotocamera” per il secondo, entrava in chiesa con fare da turista. Le mani rigorosamente in tasca a nascondere i guanti neri. La chiesa era deserta. Si diressero con relativa calma verso la cappella delle reliquie, uno sguardo d’intesa e nelle mani dei due comparvero il PTRS-41 e il piede di porco.
Fu un attimo. Nello spazio sacro Serpe esplose due colpi in rapida successione, precisi. Secco subito dopo si gettò verso l’altare e con il piede di porco forzò il vetro che pochi secondi dopo si staccava quel tanto che bastava per recuperare le reliquie che venivano poste rapidamente nel suo zaino mentre il Serpe rioccultava l’arma.
Meno di un minuto dopo la coppia lasciava l’edificio di culto in tutta fretta mentre l’allarme riempiva l’ampio volume della Basilica. Fuori, ad attenderli, Nasone che li caricò a bordo della sua Golf nera e schizzò via attraverso Via di Santa Croce in Gerusalemme.
Raggiunta Via Conte Verde, l’auto virò a destra su Via Bixio, poi a sinistra su Via Principe Eugenio e, infine, ancora a destra in Via Ricasoli. Qui Nasone si fermò in doppia fila proprio davanti alla piccola vetrina dell’orologiaio. Secco e Serpe scesero dall’auto con lo zaino contente le reliquie sulla schiena del primo e raggiunsero il Tafano che li attendeva sotto il portico che guardava Piazza Vittorio Emanuele II, non distante dalle scale di accesso alla Metro A.
Gli sguardi di Serpe e del Tafano si incrociarono. Solo pochi metri di distanza li separava quando il secondo si accorse della presenza di due uomini in divisa alle spalle della coppia. Con gli occhi fece intendere ai due di non avvicinarsi e di seguirlo. Il tramite nell’affare, anche lui zaino in spalla, si voltò e si diresse verso Via Mamiani, Secco e Serpe attesero pochi secondi facendo finta di guardare le riviste della vetrina della piccola edicola e poi s’incamminarono a loro volta. Raggiunto l’incrocio con Via Turati, il Tafano svoltò a sinistra mentre i due lo seguivano a circa dieci metri di distanza. Camminarono a passo svelto lungo la sonnolenta via, superando i vari negozi vuoti, sino a raggiungere Piazza Fanti. Il Tafano entrò nel parco, notò alcuni turisti che esaminavano i resti dell’edificio d’età imperiale e si diresse sul retro del classicheggiante Acquario Romano. Secco e Serpe osservarono i suoi movimenti a debita distanza.
Pochi secondi dopo i tre, finalmente, si riunirono. Incrocio di sguardi e segni di assenso, poi scambio rapido degli zaini.
«Alla prossima Tafà» disse sottovoce Serpe.
Usciti dalla piazza le figure presero strade diverse. La coppia tornò verso Via Ricasoli dove Nasone li attendeva impaziente, Tafano, invece, si diresse verso il suo “ufficio” in Via Giolitti. Scorti nello specchietto retrovisore, appena svoltato dai portici di Piazza Vittorio, l’uomo dal vistoso naso mise in moto la sua auto.
«Semo dei grandi! Sgomma, a Nasò!» esclamò Serpe appena sedutosi all’interno della vettura.
L’auto, dopo una serie di svolte, riprese con noncuranza Via Principe Eugenio diretta alla campagna di Valmontone mentre l’aria, all’approssimarsi di Porta Maggiore, s’impregnava del suono acuto delle sirene della Polizia.

«Semo mejo de Arsenico Lupin!» urlò Serpe una volta varcata la soglia del vecchio casolare.
«Arsenio, ignorante!».
«Vabbè, si! Sempre Lupin è!».
Una volta dentro Serpe aprì avidamente lo zaino fino a poco prima collocato sulle spalle del Tafano.
«Ammazza e quanti so! E chi li hai mai visti tutti insieme!».
«Du milioni so du milioni, a Serpe!».
Nasone taceva osservando estasiato tutte quelle banconote.
Come d’accordo divisero il bottino, duecentomila euro al Nasone, che in fin dei conti aveva svolto solo la funzione d’autista, e novecentomila a testa per Serpe e Secco.
«E mo ce la possiamo spassà per un po’!».
«Si, ma ora andiamo via e non incrociamoci per qualche tempo» disse saggiamente il Secco.

Per oltre un mese i due non s’incontrarono, per la gioia, effimera, di Chen. Poi, una mattina, Serpe andò a casa del Secco.
«Ma hai saputo?».
«Cosa?».
«Il tipo, quello ricco delle reliquie. Se lo sono bevuto!».
«Davvero?» chiese stupito il Secco.
«Si! Pare che qualche infame abbia fatto na segnalazione agli sbirri e a casa sua hanno trovato il nostro regalo».
«Pazienza, cazzi suoi».
«Potemo sta tranquilli secondo te?».
«Se non fa il nome del Tafano e, a sua volta, lui non fa i nostri, sì. Ma conviene mettere le cose in chiaro fin da subito col Tafano. Se parla se la rischia».
«Ci penso io».
«Ottimo. Fammi sapere».

Una grande folla di fedeli riempiva tutti gli spazi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Poco meno di due mesi dopo il ritrovamento delle reliquie, ci fu una solenne cerimonia presieduta dal Papa stesso per festeggiarne il ritorno. Sull’altare, di fronte al pontefice, erano allineati i frammenti della Vera Croce, uno dei chiodi utilizzati nella crocefissione, il Titulus Crucis, i frammenti della Grotta della Natività e del Santo Sepolcro, la falange del dito di San Tommaso, il Patibolo del Buon Ladrone e due spine provenienti dalla Corona di Gesù.
Tra l’immensa umanità solo un occhio attento avrebbe potuto scorgere l’esile figura del Secco. Capo chino per lungo tempo, l’uomo alzò per un attimo lo sguardò fissando gli oggetti sacri.
“Non era giusto lasciarvi allo sguardo di un uomo solo. Ho dovuto farlo”.

(pubblicato nell’antologia “Rukelie” – Premio Muratori, 2018)

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