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	<title>Interviste Archivi - Donato Ruggiero</title>
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	<title>Interviste Archivi - Donato Ruggiero</title>
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		<title>Intervista ai Caravaggio</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 12:13:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Vittorio Ballerio (V.B.) e Fabio Troiani (F.T.) dei Caravaggio. Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Caravaggio e cosa c’è nelle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-15071 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Caravaggio-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Vittorio Ballerio (V.B.) e Fabio Troiani (F.T.) dei Caravaggio.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Caravaggio e cosa c’è nelle vite di Vittorio e Fabio prima dei Caravaggio? Ad esempio gli Adramelch…</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> I Caravaggio nascono da un&#8217;idea di Fabio, maturata negli anni, ma che prende effettivamente forma nel 2014, a ridosso della fine degli Adramelch, band molto più metal nata nel lontanissimo 1987, e poi rinata nel 2003, in cui Fabio e io abbiamo militato, che ha dato alla luce alcuni interessanti CD tra metal, rock e qualche spunto Progressive. Nelle nostre vite, in realtà, c&#8217;è anche molto altro, ma gli Adramelch sono senz&#8217;altro l&#8217;episodio più noto.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Io e Vittorio avevamo già suonato insieme nel lontano 1989 in una band dell’hinterland milanese, Anathema, con la quale avevamo inciso un demo che oggi è piuttosto ricercato dai collezionisti del metal underground. E poi, per un brevissimo periodo, anche nella formazione Prog Enter, il cui demo è stato recentemente pubblicato su CD dall’etichetta tedesca Pure Prog.</p>
<p><strong>Il viaggio del vostro esordio discografico “Caravaggio”, pubblicato nel 2022, inizia poco dopo l’uscita dell’ultimo disco degli Adramelch “Opus” (2015) e la fine del progetto stesso. Mi narrate la lunga genesi dell’album?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Possiamo dire senza tema di smentite che il Covid non ha aiutato, ma dobbiamo anche ammettere che non è l&#8217;unica causa di un tempo così lungo. Tra le concause, in ordine sparso, possiamo menzionare la difficoltà nel trovare i musicisti giusti per il nostro progetto, la pignoleria maniacale di Fabio che, per sua fortuna o disgrazia – a seconda dei punti di vista –, è dotato di un orecchio tremendamente fine ed attento, gli eventi delle nostre vite private e professionali, visto che di musica in Italia (ma non solo) è sempre più difficile, se non impossibile, vivere&#8230;</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Sono passati effettivamente molti anni tra l’ultimo album degli Adramelch e l’esordio dei Caravaggio. Ma era necessario non avere fretta. Bisognava permettere al nostro stile di formarsi, in modo da proporre qualcosa di originale. Mi piace l’idea di pubblicare un disco solo quando sentiamo di avere una proposta artistica dalla forte personalità, non semplicemente quando abbiamo accumulato una dozzina di buone canzoni.</p>
<p><strong>Prima di approfondire qualche aspetto di “Caravaggio”, va detto che ad affiancarvi in questa avventura troviamo Alessio Del Ben e Marco Melloni. Come entrano in “orbita” Caravaggio e cosa c’è nelle loro vite artistiche prima della band di Vittorio e Fabio?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Ci tengo a dire di essere sinceramente onorato dalla loro presenza. La ricerca è stata complessa e lunga ma se il disco è uscito così bene (e parrebbe essere un parere non solo mio, visto che le recensioni paiono confermarlo) il merito va ascritto certamente anche alle loro sensibilità umane e musicali!</p>
<p>Alessio suonava la batteria nei Purple Moon, la band di un caro amico di vecchissima data, Andrea Malandrini, quello con cui ho mosso i primi passi come cantante: nella sua cantina, in condizioni a dir poco approssimative, suonavamo le prime cover dei Black Sabbath, coi testi tirati giù a orecchio da me che all&#8217;epoca avevo un pessimo inglese! Nel loro demo avevo tra l&#8217;altro fatto un&#8217;ospitata, di quelle che tanto mi divertono, cantando un brano insieme alla loro cantante e Alessio, che è giovanissimo, mi era piaciuto parecchio, musicalmente e umanamente.</p>
<p>Marco è un amico di Fabio da moltissimi anni. Insieme hanno suonato in gruppi molto diversi. È un musicista incredibile che meriterebbe grandi onori se nella musica vigesse la meritocrazia. Passa dal rock al metal al jazz con grande scioltezza e sempre con un tocco e un gusto impareggiabili. La pessima notizia è che, per necessità famigliari, purtroppo recentissimamente ha dovuto lasciare il gruppo. La buonissima notizia è che abbiamo già un degnissimo sostituto: Piero Chiefa, nome già noto nel settore per aver partecipato a diverse interessanti band del panorama rock e metal negli ultimi anni. Due nomi su tutti: uno che appartiene al passato, Holy Shire, ed uno assolutamente attuale, Carmine Capasso. Piero è un musicista preparatissimo, amante del Prog e super entusiasta del progetto: in un paio di prove abbiamo portato a casa l&#8217;80% del repertorio, nonché la sua completa integrazione nel gruppo&#8230; A mia memoria non ricordo un inserimento altrettanto rapido e riuscito!</p>
<p>In questa sede, ritengo abbia senso introdurre le altre novità che riguardano la line up della band: in ordine cronologico dobbiamo citare Serhan Kazaz, chitarrista che è entrato nella band da qualche mese e che ha portato un carico musicale incredibile e assai peculiare&#8230; Serhan è un mio amico che recentemente si è trasferito a Milano e quando ci siamo visti a pranzo nello scorso inverno mi ha chiesto: <em>&#8220;Vorrei suonare, se senti in giro qualcosa fammelo sapere&#8221;</em>. Io, che lo conoscevo per alcuni brani a suo nome che avevo ascoltato in passato, mi sono acceso e gli ho immediatamente chiesto se entrare nei Caravaggio potesse essere per lui interessante e voilà! Entusiasta lui, super entusiasti noi!</p>
<p>La musica dei Caravaggio, sin dai primi vagiti, aveva una certezza: doveva esserci la fisarmonica. Purtroppo la nostra granitica certezza si è scontrata con la scarsa comunicazione tra i diversi mondi musicali: il nostro, che genericamente possiamo chiamare &#8220;rock&#8221; e quello dei fisarmonicisti che ondeggia tra folk, musiche popolari e qualche incursione nel jazz&#8230; Siamo arrivati fino all&#8217;inizio del 2023 senza averlo trovato, poi, grazie ad una comune amica cui va tutta la nostra gratitudine, finalmente abbiamo incontrato Saro Calandi, altro super professionista con alle spalle anni di concerti e insegnamento, che forse, per la prima volta, si è trovato in sala con chitarre elettriche distorte e batteria molto rock&#8230; e si è divertito da matti! Saro, che tra le altre cose è anche un clarinettista, ha portato ulteriori influenze folk contribuendo a imbastardire la nostra musica.</p>
<p>Oggi, con una formazione stabile e così variopinta, non vediamo l&#8217;ora di mettere mano alle nuove composizioni che vedranno l&#8217;apporto di tutti questi elementi!</p>
<p><strong>“Caravaggio”, dicevamo. Nei suoi suoni ci sono tante influenze, ma l’“etichetta” utilizzata da più parti per descrivere la vostra musica è Prog Mediterraneo. Mi parlate, dunque, del Prog Mediterraneo che troviamo nel vostro album? Da cosa si è lasciato ispirare?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Io ascolto tantissima musica, anzi, ad esser precisi, ascolto tantissime musiche, anche molto diverse tra loro. E personalmente, tra le caratteristiche che mi fanno apprezzare un gruppo o un artista vi sono originalità e riconoscibilità. Osservavo proprio recentemente che negli ultimi dieci anni, nel rock, le band di cui mi sono più innamorato hanno questa caratteristica: Bent Knee, A Formal Horse, Thumpermonkey, Hannah Moule and the Moulettes!</p>
<p>Noi, quindi, nati e cresciuti in Italia, invece di &#8220;scimmiottare&#8221; la musica anglo-americana, abbiamo deciso di spingere sulle melodie e i suoni che caratterizzano di più questa parte di mondo, e non certo perché la musica anglo-americana non ci piaccia, ma perché le nostre melodie son nate così, che senso avrebbe avuto mascherarle?</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Mentre scrivevo i brani che avrebbero fatto parte dell’album, sono emerse alcune mie influenze esterne al rock, tra cui la musica etnica. In particolare, quella dell’area mediterranea: Marocco, Spagna, Italia, Grecia… Il passo successivo è stato scegliere i suoni e gli strumenti adatti a valorizzare queste influenze: fisarmonica, mandolino, bouzouki, nacchere, scacciapensieri, percussioni varie…</p>
<p>Il nostro Prog Mediterraneo si è formato pian piano, come una presa di coscienza del fatto che la nostra provenienza geografica poteva essere una ricchezza persino nel mondo del rock, quasi sempre omologato alle tendenze angloamericane.</p>
<p><strong>E restando in tema di influenze, Vittorio e Fabio, quanto e come la vostra ampia esperienza negli Adramelch ha influenzato la musica dei Caravaggio?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Beh, dodici anni di musica insieme, sale prova, viaggi, registrazioni di tre dischi e concerti hanno certamente consentito una conoscenza reciproca umana e musicale che è la base su cui il gruppo si è costruito. Dal punto di vista musicale, a me non pare che vi siano grandi similitudini fondamentalmente perché si tratta di gruppi nei quali i brani sono stati scritti da una persona: negli Adramelch era Gianluca (Corona) nei Caravaggio è Fabio. A costo di suonare autoincensante, mi tocca dire che forse la più grossa similitudine è la presenza della mia voce che, bella o brutta che sia, è la voce di entrambe le band e il timbro vocale è (forse?) uno dei tratti più facilmente riconoscibili in un brano.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> L’esperienza fatta con gli Adramelch in un certo senso è sempre presente. A livello compositivo, personalmente mi ha lasciato il gusto per il carattere evocativo, quasi “cinematico”, che la musica in certi momenti può avere.</p>
<p><strong>Vi va di approfondire anche le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?</strong></p>
<p><strong>F.T.:</strong> Pur riconoscendo l’enorme eredità del Prog Italiano del passato, vogliamo rivolgerci agli appassionati di Prog Rock di tutto il mondo, e la scelta dell’inglese è stata quindi la più naturale. Va detto che abbiamo scelto questa strada sapendo di poter contare sull’ottima pronuncia di Vittorio.</p>
<p>Per quanto riguarda i temi trattati, penso di poter dire che non nascondiamo certo il nostro orientamento &#8220;ideologico&#8221;, ancorché questa parola possa suonare fuori moda.  Emergono chiaramente lo spirito non belligerante (“Not on Me”), una analisi spietata del modo in cui le masse vengono orientate e condizionate, si cita Guy Debord (“Healing the Leaders”) e in “Guernica” si racconta la storia di Alfredo Terragni, mio lontano parente, che non resistette al richiamo di un ideale di giustizia e corse in Spagna per arruolarsi al fianco dei lealisti, contro i franchisti, per difendere la Repubblica. Una volta persa quella guerra si spostò in Francia al fianco dei partigiani che combattevano per la liberazione del loro paese dai nazisti, per poi morire in battaglia a pochi giorni dalla liberazione di Parigi. Ma c&#8217;è spazio anche per una malinconica storia d&#8217;amore (“Joyful Graveyard”) e per una &#8220;lettera&#8221; da padre a figlio (“Life Watching”).</p>
<p><strong>L’album vede la presenza di un gran numero di ospiti. Com’è stata gestita questa “squadra allargata” e come sono stati scelti di volta in volta gli artisti coinvolti?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> A livello internazionale, Courtney Swain, cantante dei Bent Knee, che canta in “Fix You” (cover dei Coldplay) è probabilmente l&#8217;ospite più &#8220;famoso&#8221;. La collaborazione con lei è nata grazie alla conoscenza diretta. Ho amato follemente il loro &#8220;Shiny Eyed Baby&#8221;, uscito nel 2015, e quando ho saputo che sarebbero venuti tour in Europa ho cominciato a fantasticare e li ho messi in contatto con Massimo Cataldi, all&#8217;epoca gestore della programmazione Prog de &#8220;La Casa di Alex&#8221;, che per anni è stato il tempio del Prog a Milano (oggi purtroppo chiuso definitivamente). Il contatto ha funzionato ancor meglio di quanto sperato e il 30 luglio 2016 (data particolarmente sfigata per un concerto a Milano) hanno riempito il locale all&#8217;inverosimile e fatto un concerto indimenticabile.</p>
<p>Antonio Zambrini, pianista e compositore jazz apprezzatissimo non solo in Italia, suona il flauto in “Life Watching”. Antonio è un amico, con lui studiai (con scarsissimo profitto per manifesta incapacità di studio) piano jazz moltissimi anni fa e da allora lo seguo nei suoi concerti molto spesso. Prima di dedicarsi al piano, Antonio suonava il flauto traverso e su quel brano il flauto era proprio quel che serviva&#8230;</p>
<p>Nadio Marenco, Mauro Poeda e Carmine Turilli sono fisarmonicisti di grande esperienza e spessore che ci hanno aiutato suonando le parti di fisarmonica, a causa del fatto che, come dicevamo, all&#8217;epoca un fisarmonicista da far entrare in organico ancora non lo avevamo. Oggi, invece, come anticipato e recentemente condiviso sui nostri canali social, Saro Calandi è ufficialmente il fisarmonicista dei Caravaggio.</p>
<p>Guido Block, che conosco da svariate decine di anni, è il proprietario dello studio in cui abbiamo registrato ed è uno straordinario musicista (cantante e bassista). Amo da sempre il suo timbro (aveva partecipato anche al disco degli Adramelch) e a sua volta ama contribuire vocalmente. In “Not on Me” avevamo bisogno di un timbro diverso dal mio per una parte <em>lead</em> e voilà!</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Sempre a proposito di voci, è stata fondamentale la presenza di Simona Pala, che ha registrato tutte le tracce dei cori del brano “Pompeii”, oltre agli interventi da soprano nel brano “Guernica”. Lei può fare di tutto: dal metal alla lirica, passando per il soul e l’R&amp;B. E, infatti, so che è anche un’ottima insegnante in alcune scuole di musica. Anche Simona, proprio come Guido, era stata nostra ospite nell’ultimo album degli Adramelch, “Opus”.</p>
<p>Inoltre, abbiamo avuto la partecipazione del mio amico Alex La Bua, percussionista con cui suono spesso cover in giro per la Lombardia. Una persona con un cuore enorme, che ha la capacità di “sentire” la musica a livello istintivo, a volte meglio di tanti musicisti che vantano una formazione accademica.</p>
<p>Erika Carretta, attrice e scenografa teatrale, ha recitato una poesia di Alda Merini (unico testo in italiano di tutto l’album) nel brano “Comfortable”. Avendola vista in un paio di spettacoli teatrali, potevo immaginare come avrebbe recitato la poesia, dandole il giusto livello di tensione, e, in effetti, è stata grande.</p>
<p>Per un brano è stato coinvolto anche il mio “socio in affari musicali” (produzioni e altro) Massimo Mescia, un bravissimo pianista jazz che ha studiato a lungo con il mitico maestro Franco D’Andrea. Ha suonato il piano elettrico sul brano “Not on Me”.</p>
<p>Prima parlavamo della lunga gestazione di questo album&#8230; Beh, contattare, decidere le parti e organizzare le registrazioni di ben dieci ospiti può aver contribuito ad allungare un po&#8217; i tempi.</p>
<p><strong>Decisamente affascinante l’<em>artwork</em> realizzato da Gianfranco Ferlazzo. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Gianfranco è un amico. Ci conosciamo da&#8230; 40 anni circa, per quanto possa fare impressione! Abbiamo iniziato insieme ad ascoltare Black Sabbath, Blue Öyster Cult, Ted Nugent&#8230;</p>
<p>In realtà, non ci siamo frequentati per decenni, ma in qualche modo siamo rimasti in contatto, e quando abbiamo pensato ad un artista che potesse illustrare il nostro CD, e auspicabilmente restare il nostro punto di riferimento costante e riconoscibile, il suo è stato uno dei primi nomi che mi è venuto in mente. La nostra idea è proprio quella di conquistare una riconoscibilità non solo musicale ma anche iconografica. Il CD, in quanto oggetto fisico, è sempre meno necessario e proprio per questo si deve trattare di un oggetto che abbia un suo valore. Per questo lo abbiamo curato molto e lo abbiamo voluto con le immagini delle opere di Gianfranco, rinunciando ai nostri bei faccioni che ci sembrava dessero, tutto sommato, scarso valore aggiunto.</p>
<p><strong>Com’è stato accolto l’album da pubblico e critica? L’americana Progrock Radio, ad esempio, vi ha nominati due volte (“Best song of the year” e “Best album from Italy”) nel suo “Best progressive rock of 2022”…</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Difficile guadagnarsi spazio sulla stampa suonando questo genere ma, effettivamente, fin qui ci siamo guadagnati solo recensioni positive e spazi tutto sommato importanti, anche considerato che siamo del tutto sprovvisti di una figura che sappia come muoversi e promuoverci.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Nonostante la difficoltà di trovare spazi (comune a tutti i gruppi al primo album e in un genere di nicchia) possiamo dirci soddisfatti. Alcune reazioni sono state molto al di sopra delle attese. È il caso di molte radio, ma soprattutto dell’americana Prog Rock Radio che hai citato. Pensa che la categoria “Best Album from Italy” l’abbiamo addirittura vinta, mentre siamo arrivati secondi nella classifica della miglior canzone dell’anno, con il brano “Guernica”!</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> A costo di suonare banale io credo sia una questione generazionale, ma non solo. Oggi, molto più di ieri, conta sapere come promuovere molto più che produrre musica di qualità. La <em>&#8220;too much information&#8221;</em> di cui già cantavano i Police svariati decenni or sono, con internet è diventata una questione di impossibile soluzione. Mi rendo conto in prima persona di essere molto spesso alla ricerca di nuove cose da ascoltare senza aver dedicato neanche la metà dell&#8217;attenzione alle cose che ho da poco scoperto&#8230; È un meccanismo che crea dipendenza e che bisogna saper arginare per non andare in <em>crash</em>.</p>
<p>Viviamo in un mondo che ha preso un&#8217;accelerazione senza precedenti, e non sto riferendomi solo all&#8217;universo di internet. L&#8217;idea che almeno in occidente avevamo del futuro fino a quattro o cinque anni fa è drasticamente diversa da quella che abbiamo oggi. E la velocità con cui si assurge a vette di notorietà mondiali, o da quelle vette si precipita, solo pochi anni fa era inimmaginabile e non mi riferisco alla &#8220;nostra&#8221; musica ma ai fenomeni pop miliardari&#8230;</p>
<p>Capire queste logiche e come provare a sfruttarle a nostro vantaggio è senz&#8217;altro fuori dalla nostra portata. Quindi, per quanto ci riguarda, noi continuiamo a fare la musica che ci piace fare e se troveremo qualcuno che ci affiancherà e saprà aiutarci a farla conoscere, tanto meglio.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Beh, appunto, i CD si vendono sempre meno, chi ti vuole ascoltare ha a disposizione lo <em>streaming</em>, legale, da cui la gran parte degli artisti non riceve quasi nulla. Quindi, comprare il CD, o i brani in formati digitale, diventa una forma di finanziamento della band che non ha altre entrate soprattutto se, come nel nostro caso, non abbiamo davanti tournee mondiali da cui trarre profitti. E fare musica, dal punto di vista finanziario, diventa esclusivamente una spesa.</p>
<p>Oggi come oggi, che un&#8217;etichetta si offra di pagarti le registrazioni è quasi impossibile. Nella migliore delle ipotesi paga le spese di stampa e distribuzione (spesso inesistente). E allora ti chiedi se ne valga la pena, no?</p>
<p><strong>F.T.:</strong> In effetti l’ostacolo principale è quello economico (sia per incidere un album, sia per organizzare un concerto). La speranza è sempre quella di autofinanziarsi attraverso la vendita di CD e <em>merchandising</em>. A proposito… abbiamo da poco prodotto le nostre t-shirts, le spille e le borse in cotone, e le abbiamo messe in vendita durante i nostri due recenti concerti (dove hanno avuto un bel successo!) e sulla nostra pagina Bandcamp.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> La scena odierna a me pare sia cresciuta. In Italia esistono sempre più festival che crescono anche di importanza. il primo nome che viene in mente per il Prog è certamente il 2Days Prog + 1 Festival di Veruno, che ospita da anni gruppi di caratura internazionale organizzando un festival di altissima qualità in un clima di grande convivialità. Ma non è certo l&#8217;unico! Il Trasimeno Prog Fest è un&#8217;altra realtà storica e anch&#8217;esso gode di ottima salute. E poi esistono festival rock, nel senso più ampio del termine, che danno spazio anche al Prog e richiamano tanto pubblico patito di MUSICA, come l&#8217;Isola Rock (alle porte di Verona) cui quest&#8217;anno siamo stati onorati di partecipare nella giornata conclusiva, insieme ai mitici Goblin e Witchwood, il 14 maggio 2023. Quella serata, nonostante sia stata funestata dall&#8217;assenza di Serhan, per motivi di salute, è stata davvero incredibile. Un palco pazzesco, spazio bellissimo, organizzazione perfetta e anche suoni perfetti: devo ammettere tutto molto al di sopra delle più rosee aspettative. L&#8217;organizzazione è stata impeccabile.</p>
<p>I grandi assenti, per lo meno a Milano, dove viviamo, sono i locali o i pub: quei pochi rimasti ospitano band che suonano cover, se non addirittura tributi. Ma qui la colpa direi che è anche del pubblico che difficilmente esce di casa per andare ad ascoltare una band che non conosce, soprattutto se si parla di rock (nel jazz le cose sono un po&#8217; diverse). Esisteva un&#8217;isola felice che si chiamava La Casa di Alex, era il tempio del Prog, ci abbiamo visto concerti di grandissimi artisti nazionali e internazionali, ma la pandemia lo ha ucciso.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Di sicuro possiamo essere soddisfatti della qualità media delle band. Ce ne sono tante che, se fossero nate in paesi più attenti alla musica di qualità, si sarebbero ritagliate un grande spazio. Ma con i “se” e con i “ma” non si va da nessuna parte, lo so…</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Caravaggio e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Che domanda curiosa Donato! In effetti sì, anche se non si può parlare di quotidiano: ci metto mano decisamente meno spesso di quanto vorrei. Amo plasmare la creta e produco piccole sculture per esclusivo piacere personale. E poi, ancor più raramente disegno/dipingo. Sono, per esempio, fiero di farti sapere che il logo dei Caravaggio l&#8217;ho disegnato io! E amo la fotografia che pratico con una certa frequenza.</p>
<p>Restando nell&#8217;ambito musicale, invece, ci sono altri progetti nell&#8217;aria ma non sono in grado di dire se e quando si concretizzeranno.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Ad eccezione di una parentesi in cui mi sono dedicato alla poesia, ho sempre scelto la musica come forma d’espressione. Questo però mi ha portato a una serie variegata di attività: arrangiamenti di brani per altri artisti, piccole produzioni discografiche, composizione di musiche di sottofondo per produzioni video, o semplicemente suonare cover nei locali…</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Questa è una domanda molto difficile. E siccome le liste annoiano molto, proverò a riassumere, cosa che, quando si parla dei miei idoli, mi riesce spesso molto difficile. Oltre ai nomi citati prima, tra i &#8220;BIG&#8221; devo certamente citare i primi lavori di Steven Wilson e la produzione dei Porcupine Tree in blocco, i Rush, i King Crimson, i Queensrÿche&#8230; e poi tantissimi artisti lontani dal Prog come Nik Baertsch, gli Ikarus, Avishai Cohen (il contrabbassista), Leila Martial, David Binney&#8230;</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Siccome il mio <em>background</em> è vastissimo, provo a evidenziare alcuni movimenti che mi hanno appassionato… Direi quindi tutto l’hard rock/heavy metal anni ‘80 e primi ‘90, il crossover degli anni ‘90 (in particolare Rage Against The Machine, Living Colour e chiunque univa l’hard rock al funky e all’hip hop), il periodo d’oro della fusion (Chick Corea, Tribal Tech, Yellowjackets…), l’acid jazz (Incognito, Brand New Heavies, US3…) e naturalmente il Progressive Rock scandinavo (The Flower Kings, Opeth, Seven Impale, Beardfish…). Ho anche un debole per tanta musica pop inglese, o almeno quella più raffinata (Kate Bush, The Police, Sting, Tears for Fears, David Bowie…).</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Altra domanda intrigante e decisamente fuori dal comune, ti ringrazio. Di musica abbiamo parlato molto, quindi forse più interessante parlare di altre Arti, no?</p>
<p>Amo molto la scultura e tra gli artisti contemporanei apprezzo tantissimo le opere, spesso di enormi dimensioni, di Cristina Iglesias. E poi Alberto Burri, che ha rivoluzionato molti campi dell&#8217;arte, dalla scultura alla grafica, e le sculture di Fausto Melotti&#8230;</p>
<p>Se parliamo di scrittori, il primo grande amore è stato Kafka, e poi mi vengono in mente Amos Oz, Etgar Keret, Shalom Auslander, Isaac Bashevis Singer…</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Attraverso gli anni, ho amato tanti scrittori e generi letterari e in tutti ho trovato “nutrimento”. Partendo dall’800 per arrivare ai nostri giorni, provo a ricordare quelli che mi hanno più colpito: Fëdor Dostoevskij, Oscar Wilde, Franz Kafka, Dino Buzzati, George Orwell, Italo Calvino, Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende, Philip Roth… Tra i contemporanei vorrei consigliare Chuck Palahniuk, Douglas Coupland e il collettivo Wu Ming. Oltre ai romanzi, leggo anche molti saggi, soprattutto nei campi della sociologia, della politica, della storia. Credo sia essenziale per cercare di capire i tempi che viviamo, per allargare le vedute ad un panorama più ampio.</p>
<p>Attualmente mi sto riavvicinando al cinema, andando a ripescare i film di Ken Loach.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Per chi vive di Musica, scelta che di per sé è sempre più difficile per i motivi accennati prima, è stato un periodo durissimo e i sostegni offerti al mondo dello spettacolo sono stati davvero miseri. L&#8217;unica ragione per cui non si è trattato di &#8220;colpo mortale&#8221; è che fare musica è spesso una necessità. Fare Arte, per alcuni, è necessario, è il modo per esprimersi, per restare connessi al mondo. È una fortuna per l&#8217;umanità che questi speciali esseri umani esistano, perché senza questa loro &#8220;irresistibile pulsione&#8221; la vita dell&#8217;umanità sarebbe terribilmente vuota.</p>
<p>In prima persona non mi pare di averne risentito molto, ma per i giovani mi pare sia stato un tempo durissimo. Ho la sensazione che le ferite inferte in questo periodo necessiteranno cure a lungo termine.</p>
<p><strong>F.T.:</strong> All’inizio del 2020, poche settimane prima dell’arrivo del Covid in Italia, abbiamo pianificato la pubblicazione del singolo intitolato “Joyful Graveyard” (in italiano: il cimitero gioioso), che quindi è uscito proprio durante il picco della pandemia. Ovviamente non potevamo immaginare cosa stava per succedere nel mondo, ma il titolo ha dato fastidio in alcuni casi. Qualcuno ha fatto un po’ di polemica su Facebook, e una radio inglese che stava per trasmetterlo ha poi pensato che potessero essere accusati di cattivo gusto. Un brano che arriva dall’Italia (epicentro della pandemia in Europa) ambientato in un cimitero! In realtà, il testo è una dolce dichiarazione d’amore fatta dal fantasma di un uomo vissuto diversi secoli fa nei confronti del fantasma di una donna della nostra epoca. Lui riconosce in lei l’anima gemella che ha sempre aspettato. L’ostacolo che li ha sempre divisi, il tempo, ora non esiste più. Per nostra fortuna, durante tutto il periodo della pandemia eravamo concentrati nella produzione dell’album, quindi non siamo certo tra le band che hanno dovuto cancellare una serie di concerti.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?</strong></p>
<p><strong>F.T.:</strong> Magari non veri e propri aneddoti, ma certamente un sacco di ricordi legati soprattutto al periodo Adramelch… Andare a suonare per la prima volta ad Atene e trovarti davanti ad un pubblico che conosce a memoria i testi dei tuoi brani… Andare a suonare in Germania e trovarti di fronte una fila di fans con i CD e i vinili da autografare… E poi, lunedì mattina, tutti in ufficio in Italia…</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro dei Caravaggio che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Al momento stiamo completando il rodaggio con i nuovi membri della band e insieme a loro preparando le versioni live dei nostri brani. Speriamo davvero di poter trovare qualche data per quest&#8217;autunno: come cantante, stare sul palco con cotanti signori professionisti è un onore, un privilegio nonché un pazzesco godimento!</p>
<p>E poi, naturalmente, ci dedicheremo al nuovo repertorio. Molti brani, nella loro struttura più grezza, sono già lì, pronti a essere trattati&#8230; Davvero, non vedo l&#8217;ora!</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi! </strong></p>
<p><strong>V.B.:</strong> Grazie a te Donato, bellissimo poter raccontare di noi in questo momento di grande crescita e trasformazione, bellissimo poter raccontare del rapporto con l&#8217;Arte, anche al di fuori della Musica, che resta naturalmente il nostro Grande Amore!</p>
<p><strong>F.T.:</strong> Siamo noi che ringraziamo te per questo prezioso spazio. Invitiamo tutti i tuoi lettori ad approfondire la nostra proposta artistica attraverso i nostri social @caravaggiotheband, e soprattutto sulla nostra pagina Bandcamp: <a href="http://caravaggio1.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noopener">caravaggio1.bandcamp.com</a></p>
<p><em>(Agosto, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/04/07/intervista-ai-caravaggio/">Intervista ai Caravaggio</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista agli Episcopio Vistarama</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 12:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Gabriele Maran (G.M.), Andrea Paolessi (A.P.) ed Emanuele Pellegrini (E.P.): Episcopio Vistarama. Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono gli Episcopio Vistarama e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/03/10/intervista-agli-episcopio-vistarama/">Intervista agli Episcopio Vistarama</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img decoding="async" class="size-full wp-image-15079 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Episcopio-vistarama-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Gabriele Maran (G.M.), Andrea Paolessi (A.P.) ed Emanuele Pellegrini (E.P.): Episcopio Vistarama.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono gli Episcopio Vistarama e cosa c’è prima degli Episcopio Vistarama nelle vite di Gabriele, Andrea ed Emanuele?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Dunque, gli Episcopi nascono, come magari spesso accade, da una casualità: io e Giovanni Ferretti siamo stati coinvolti per formare un gruppo <em>ad hoc</em> per un musical di paese (“Jesus Christ Superstar”) da amici comuni. C’è stata un&#8217;immediata sintonia tra di noi e Giovanni praticamente mi “costrinse” a formare un progetto musicale insieme! Avevamo questa passione comune per il Progressive Rock, nonostante io non avessi mai avuto occasione di suonare in un gruppo dedicato questo genere (io avevo avuto altri progetti, principalmente metal estremi, ma anche di natura completamente diversa come la banda di paese, corale, big band swing, gruppi acustici alternative rock e folk, heavy metal classico&#8230;) e quindi, nonostante alcuni miei dubbi iniziali su come trovare il tempo, accettai più che volentieri!</p>
<p>Giovanni era molto giovane, nemmeno maggiorenne, ma aveva già avuto un&#8217;esperienza con un gruppo Progressive molto in gamba e coraggioso (avevano due bassi e due batterie! Dovevamo ovviamente trovare almeno un batterista e un chitarrista per i nostri scopi e io conoscevo da tempo, erano miei amici stretti, Emanuele e Gabriele, ma nonostante la nostra forte amicizia non avevo mai suonato in un gruppo specifico con loro (solo con Emanuele nella banda di paese e nel gruppo swing, ad essere precisi!).</p>
<p>Provai a proporlo, anche se avevo grossi dubbi, soprattutto su Emanuele per il fatto che stesse già dedicandosi alla batteria a livello professionale, e dubitavo che, nonostante gli avesse fatto sicuramente piacere, avesse potuto accettare… E, invece, tempo due giorni si era già fatta la prima prova!</p>
<p>Emanuele e Gabriele avevano militato nei Samsara, gruppo Rock Prog alternativo, ed Emanuele aveva già una lunga schiera di partecipazioni in vari gruppi, dato il suo talento e la sua dedizione già indirizzata a livello professionale… Anche lui generi più disparati e mi risulta difficile ricordare tutte le sue partecipazioni (forse anche a lui, ahahah!).</p>
<p><strong>E.P.:</strong> Prima degli Episcopio c&#8217;è un&#8217;intensa attività musicale in vari gruppi Prog ma non solo; l&#8217;iter che ho approfondito va dalla classica al jazz.</p>
<p><strong>Episcopio Vistarama: il vostro nome è piuttosto particolare. Ma come nasce e cosa significa esattamente?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Domanda che gradisco, anche se mette a nudo il mio cervello bollito… Ahah! Praticamente tutto deriva da una vecchia pubblicità (anni ‘80?) che compariva nei giornali per ragazzi o simili del tempo (“Topolino”? “Settimana enigmistica”? “Gente” o simili? Boh…). Avete presente quelle in cui si pubblicizza roba tipo gli occhiali per vedere la gente nuda? Il binocolo per vedere attraverso i muri? Le creme per avere un petto villoso, desiderato dalle donne? Che tempi… Ecco, c’era anche la pubblicità di questo arnese, praticamente un proiettore di nastri con cartoni per bambini o diapositive, o roba simile. Quel nome, non so perché, mi colpì e già da allora dissi che un domani avrei voluto creare un gruppo che si chiamava in quella maniera (non ero capace di suonare nemmeno un diapason al tempo&#8230;). Ecco, questa cosa mi è sempre rimasta in testa e&#8230; quale miglior nome di quello per un gruppo che si rifaceva molto al Progressive Rock anni ‘70?</p>
<p><strong>E.P.:</strong> Tutto merito del bassista.</p>
<p><strong>I primi anni vi vedono molto attivi sul fronte cover e su YouTube è possibile trovarne delle testimonianze. Ma quando si passa dall’essere una cover band di Rock Progressivo al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> L’intenzione c’era sicuramente da subito… però, diciamo che all’inizio volevamo rodarci e cominciare a creare un’intesa musicale tra noi, oltre che suonare prima possibile (avevamo una smania…). Ad ogni modo, la stesura del primo pezzo (“Ubi maior minor cessat”) è cominciata quasi da subito, in parallelo, ma, ovviamente, prima di completarlo e portarlo in pubblico abbiamo atteso un po&#8217;. Dopo i pezzi sono nati come funghi e abbiamo presto ridotto di molto la presenza delle cover.</p>
<p><strong>E.P.:</strong> La scintilla è stata la nostra attitudine comune. Abbiamo sempre avuto tutti delle formazioni con pezzi originali.</p>
<p><strong>Il 2014 è l’anno del vostro unico album: “Episcopio Vistarama”. Mi narrate la sua genesi?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Tutto è andato avanti in maniera molto naturale: scrivevamo i pezzi, uno dietro l’altro e senza obiettivi prefissati, i pezzi prendevano forma via via in base all’ispirazione. Quasi sempre Giovanni si presentava con delle incisioni fatte da lui con alcune idee buttate giù, poi in sala prove direttamente si elaboravano collettivamente le idee e si estendevano e creavano nuovi giri e il pezzo prendeva forma. Un modo compositivo che forse ora viene reputato superato e impossibile (almeno da quello che ho potuto vedere), e forse anche poco professionale, ma sono tutt’ora convinto che, se il gruppo è ispirato, coeso e c’è intesa, sia il migliore.</p>
<p>C’era una intesa, in particolare, tra noi sorprendente… Per dire, le mie conoscenze musicali teoriche erano (sono) limitate e spesso mi spiegavo canticchiando o, addirittura, certe volte, per dire, pensavo ad un giro di accordi che avrei voluto mettere in un pezzo… ma senza dire note o altro, guardavo Giovanni negli occhi, gli facevo una espressione che mi ispirava il giro e magari gli inventavo una storiella al volo che lo descriveva (che poi magari diventava parte del testo) e&#8230; lui SUONAVA QUEL GIRO! Una delle sensazioni più belle che si possano provare! La auguro a tutti!</p>
<p><strong>Atmosfere piuttosto complesse che affondano le radici negli anni ’70 contraddistinguono il vostro album. Ma chi e/o cosa vi ha influenzato nella sua stesura sul doppio fronte suoni/parole? E cosa trattano le liriche?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Una domanda che non avrei voluto ricevere dato che faccio una figuraccia! Allora, per quanto riguarda le sonorità, ovviamente le nostre passioni musicali sono molto rappresentate dalle cover fatte durante l’inizio: Gentle Giant, Jethro Tull, ELP, King Crimson, Genesis, Camel, ecc. Diciamo principalmente un repertorio classico Prog Rock anni ’70 (ma, in effetti, si può sentire anche qualche passaggio più duro, proveniente dal metal che, a parte la mia forte passione per il genere, ovviamente piace a tutti noi).</p>
<p>I testi… Qui vengono le dolenti note! Ovviamente hanno rifilato la rogna a me… che tutto farei tranne scrivere testi! Non riesco a dare l’importanza che meritano ai testi&#8230; quindi diciamo che vado molto a caso, non curandomi tanto di scrivere qualcosa che colpisce o di particolarmente profondo (anche se magari casualmente ci ricado…). Non mi interessa&#8230; Però, ecco, le tematiche variano molto in conseguenza a questo e in conseguenza a ciò che al momento mi capita molto casualmente di pensare. Ci sono sia argomenti profondi, interiori, che per qualsiasi motivo la musica che stiamo componendo mi evoca (la musica per me comanda sempre! Il testo è una conseguenza ed è totalmente subordinato), sia temi <em>straleggerissimi</em> di storie di fantasia fuori cervello create e ispirate da vecchi videogiochi (una mia passione fortissima, anche legata alla loro musica), di marmotte spaziali e la loro ricerca per la conquista di gemme preziose che donano non si sa quale potere (vi assicuro che non mi sono mai drogato!), o di, diciamo, bizzarre situazioni vissute in prima persona e narrate in modo come dire umoristico&#8230;!</p>
<p><strong>Cinque brani dai titoli particolari, da “Svarovski Lunar Crystals” a &#8220;Gipron-B (Strawberry Big Forever)”, passando per “Longitudinale” e “Ubi Maior Minor Cessat”. Ma cosa significa, invece, “D.L.T.F.E.Y.D.”?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Avrai capito che spesso siamo dei cazzoni… ed ecco che quella sigla sta a significare “Don’t let the flies eat your dick” (si sente anche in esteso all’interno del pezzo)… Questa simpatica esclamazione che eviterò di tradurre in italiano (direi si capisce abbastanza!) deriva da un saggio di paese che assisteva alle prove del musical che facevamo con Giovanni… e diciamo che, quando vide che le prove procedevano molto a rilento per discussioni di natura frivola e inessenziali, scappò fuori con questa frase per sollecitare e, come per dire, <em>“Non pensate alle cavolate e datevi una mossa!”</em>! Si capisce bene la genialità dell’esclamazione, rappresentando il fatto che una persona inattiva che si perde in cavolate non utili, sta talmente ferma che finisce per farsi mangiare un certo organo dalle mosche…!</p>
<p><strong>…</strong><strong>e c’è anche una </strong><strong><em>ghost track</em></strong><strong>: “The Slump”</strong><strong>…</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> È bello sapere che il disco ti ha interessato in modo da non chiudere l’ascolto subito a fine tracce ma a spingerti fino al fondo seminascosto&#8230; Era l’ultimo pezzo composto ma la sua composizione non è mai stata completata collettivamente da tutto il gruppo, quindi avevamo deciso di non metterlo nel disco ma solo di inciderlo al volo (buona la prima) in studio, giusto per ricordo. In realtà, dopo il pezzo funzionava tutto sommato abbastanza, anche se si sentivano le magagne del “buona la prima” e della composizione lasciata come era&#8230; Quindi ho completato un po&#8217; il tutto programmando io le tastiere (di fatto non ci sono tastiere suonate ma solo tracce midi) e, dispiacendomi il fatto di non includerlo per niente nel disco (le idee buone c’erano), suggerii agli altri di inserirlo come traccia fantasma non dichiarata. Emanuele ancora mi maledirà per questo!</p>
<p><strong>Come mai questa “indecisione” sulla lingua da utilizzare, tra italiano e inglese?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> In realtà non c’era indecisione: io ero ultra-convinto di usare l’inglese. Mi suona sempre molto meglio quando ascolto pezzi di altri gruppi. Però, per un mero esperimento di emulazione dei nostri gruppi beniamini di Prog Rock Italiano degli anni ‘70, mi sono voluto buttare nel tentativo di “Longitudinale”. Devo dire che, col senno di poi, forse era meglio se non ci si fosse limitati ad un unico pezzo… Un distributore americano che ci comprò trentacinque copie in una botta, oltre che usare l’argomento economicamente convincente del dirmi che, se era tutto in italiano, ce ne avrebbe subito comprate cento, mi aprì gli occhi sul fatto che, in effetti, per quanto una pronuncia dell’inglese sia buona, si sente sempre che è un inglese pronunciato da uno straniero… e questo altera un po&#8217; la percezione dei pezzi in fase di ascolto&#8230; Non ci avevo mai pensato ma ormai era troppo tardi&#8230;</p>
<p><strong>Vi va di spendere qualche parola anche sulla stravagante copertina?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Eheh! Semplicemente raccoglie un po&#8217; tutte le varie stravaganti tematiche trattate nei testi! Anche se principalmente rappresenta l’ispirazione data per la stesura di “Svarovski Lunar Crystals”, ampiamente derivante da un vecchio gioco per Commodore 64 (e vari sistemi 8 bit) in due capitoli: “Nodes of Yesod” e “Arc of Yesod”. Chi li conosce, saprà che gli <em>sprite</em>/grafica stessi utilizzati sono presi dichiaratamente dal gioco. Una citazione più esplicita si vede chiaramente sul videoclip del pezzo.</p>
<p><strong>Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Potrei dire calorosamente, perlomeno per la diffusione che ha avuto, anche se, in realtà, questa è stata limitata da vari fattori: il disco è stato completato in fase di scioglimento di fatto del gruppo purtroppo, quindi, ovviamente non c’era più ormai questo interesse e questa spinta a diffonderlo più di tanto, era solo rimasto il piacere di diffondere un prodotto di cui eravamo fieri per soddisfazione. Quindi la diffusione è stata fatta in pratica in maniera casalinga, senza etichette o grosse pubblicizzazioni, passandolo sui social, internet o poco più. Però devo dire che la risposta, nonostante questa limitatissima pubblicizzazione, è stata sorprendente e molto prolungata negli anni! Per nessun gruppo in cui ho militato è mai successo…</p>
<p>Al tempo molte persone ci contattarono per chiedere il disco, anche il succitato distributore americano, e in maniera quasi inattesa, ogni tanto uscivano fuori interviste o recensioni, persone che anche da paesi esteri più o meno lontani chiedevano il disco e si complimentavano, addirittura clienti fissi che compravano il disco anche per amici! Perfino pubblicazioni su YouTube mai notificate a noi di chi aveva avuto particolare interesse per il gruppo! Credo che, nonostante la poca pubblicità al tempo e l’abbandono del progetto, se ogni tanto qualcuno ti chiede il disco o manifesta interesse dopo così tanti anni, evidentemente qualcosa che colpisce qualcuno nella nostra musica c’è!</p>
<p><strong>E poi sugli Episcopio Vistarama cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Purtroppo, come anticipato, il gruppo si stava sciogliendo già in fase di incisione: vari impegni familiari, personali o di lavoro impedivano un po&#8217; a tutti di continuare e io, diciamo, non ho mai pensato di continuare con una altra formazione il progetto, non avrebbe avuto senso, non solo a livello dei rapporti tra noi ma, soprattutto, a livello musicale. In qualche modo, lì ho forse maturato l’idea di continuare o, meglio, creare un seguito al progetto con il mio gruppo solista… anche se, ovviamente, lì mi sono preso tutte le mie libertà.</p>
<p>Sul futuro&#8230; non nascondo di aver pensato/proposto qualche reunion (però magari per un singolo concerto e per piacere personale o poco più) e non è che sia del tutto infattibile ora come ora! Certo gli impegni ci sono&#8230; ma vedremo!</p>
<p><strong>E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Gabriele e Andrea?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Dopo una breve militanza in una cover band acustica dei Queen (con Andrea al basso), complice anche la nascita di un figlio, mi sono specializzato in musica per bambini ed attualmente vanto un repertorio che spazia dai grandi classici (“Nella vecchia fattoria”, “Giro giro tondo”) a composizioni meno <em>mainstream</em> (“Torero Camomillo”, “La mucca Lola”), con una forte predilezione per il coro dell’Antoniano.</p>
<p>Scherzi a parte, purtroppo impegni lavorativi e familiari hanno limitato fortemente il tempo a disposizione da dedicare alla musica suonata e, eccezion fatta per le ardite sperimentazioni sonore di cui sopra, ho <em>progressivamente</em> abbandonato la chitarra, ma la passione è comunque forte, quindi in futuro chissà…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Io ho continuato i miei progetti paralleli, altri sono nati&#8230; Qualche anno dopo ho cominciato a buttare giù roba per il mio progetto solista (Ðiatharchy), che ho lasciato fermo fino a poco tempo fa, ma di recente ho inciso in maniera più seria e tra poco spero ne sentirete parlare! Poi ho continuato con i Dithyrambs (psichedelia e metal), Sevitia (Death/groove/thrash metal) e sono stato ingaggiato nei Wandering Vagrant (Prog Metal). Poi altre cose si muovono di continuo&#8230;</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Purtroppo, come avrai anche capito dalle nostre influenze musicali, siamo molto in linea col famoso motto <em>“Si stava meglio quando si stava peggio”</em>. Questo per dire che il grande vantaggio che porta avere a disposizione praticamente tutto lo scibile in campo musicale, se da una parte ti consente di approfondire le tue conoscenze e a stupirti della meravigliosa varietà e complessità di un panorama che, fino a qualche tempo fa, neanche ti immaginavi, dall’altra ti porta ad un ascolto molto più “mordi e fuggi” e meno approfondito. Quanti dischi mi è capitato di comprare su consiglio di amici o in base a recensioni stratosferiche che a un primo ascolto non mi hanno entusiasmato &#8211; se non fortemente deluso &#8211; ma che poi ho riapprezzato qualche tempo dopo e, in alcuni casi, perfino adorato (tanto per fare un nome a caso: “Nursery Cryme” dei Genesis): ecco, questa cosa qua, con la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso, la vedo molto meno realizzabile, e chissà quanti giovani d’oggi si stanno perdendo l’ascolto di un loro potenziale “Nursery Cryme”.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Ho sempre desiderato, al tempo, di avere una fonte dove recuperare TUTTA la musica che avrei desiderato ascoltare. Ora è possibile ed è TROPPA! Ci si perde nel mare di tutto l’eccesso di disponibilità che c’è e si rischia di non trovare quello che davvero ci interessa. Prima c’era il problema opposto, poche cose ti arrivavano all’ascolto e sicuramente emergeva quello che veniva prefiltrato da recensioni e successo… Rischiavi di perderti quello che stava sotto e, quando trovavi un gruppo sconosciuto che ti piaceva, ti gasavi ma pensavi <em>“Chissà quanti gruppi mi sto perdendo perché non trovo una fonte dove ascoltarli”</em>. Ecco, ora la fonte c’è ma ti ci perdi anche di più! È difficile trovare una soluzione a questo…</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Come dicevo sopra, credo essenzialmente l’eccesso di disponibilità. Oggi chiunque può autopubblicarsi ma rimane lì, perso nella marea di proposte disponibili. Chi viene fuori è chi, in qualche modo, viene pompato e pubblicizzato dalle etichette più famose e in rilievo&#8230; ma per arrivare lì spesso il criterio (alla fine, purtroppo, comprensibile) è: cosa ne guadagno io? Quanta gente mi smuovi e quanti soldi mi fai fare? Quindi spesso il rischio è che viene fuori chi “funziona” al primo ascolto ed ai primi cinque minuti, anche se magari ha una proposta musicale più piatta e meno ispirata. Ormai è pieno di gruppi perfetti dal punto di vista tecnico, di suono e di attitudine, che colpiscono subito. Però poi ascolti tutto il disco e ti rompi i coglioni (scusate, ma è esattamente così). Un gruppo magari più imperfetto ma che suona con più passione, energia e ha forse più idee e ispirazione nella stesura dei pezzi, sembra che non riesca ad arrivare più ad interessare a sufficienza, o viene bloccato in partenza da questa situazione.</p>
<p><strong>G.M.:</strong> Andrea ha perfettamente delineato il quadro attuale. Aggiungo che, soprattutto per le piccole realtà come la nostra, la migliore promozione rimane sempre la musica dal vivo: suonare il più possibile e in più luoghi possibili. Questo, purtroppo, ormai per noi non può più accadere, ma colpisce molto anche me l’interesse che il nostro disco ha suscitato nonostante la quasi totale assenza di promozione da parte nostra.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Come tutti, sappiamo che l’epoca d’oro del Prog Italiano è finita da un pezzo. Noto però, a livello internazionale (e, di riflesso, anche in Italia), un interesse crescente al rispolverare vecchie sonorità, soprattutto legate alla scena <em>Canterburyana</em> e ai <em>Sixties</em>, che vanno a braccetto con il Progressive. Un perfetto esempio di tutto ciò sono, per dirne una, i The Winstons, un supergruppo con membri di Calibro 35 e Afterhours, che sembrano appena usciti da una macchina del tempo (anche nel look). Ascoltare per credere. Un’altra band che mi sento sicuramente di consigliare è quella dei quasi conterranei Sycamore Age (nei quali, per un breve periodo, ha militato anche Giovanni), orientati più sul versante psichedelico, soprattutto nei primi lavori, e gli Ujig, questi ultimi autori di un jazz-rock strumentale accostabile in parte ai Soft Machine.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Purtroppo, proprio per i motivi sopra esposti di iper-disponibilità (ma anche miei personali di tempo), ho perso molto i contatti con le nuove uscite musicali in genere. Non ho praticamente nessun gruppo da citare che mi abbia colpito ultimamente, anche se, appunto, magari è colpa mia che non indago abbastanza! Devo dire che, però, sono molto contento delle varie reunion di nomi storici che ogni tanto si vedono e che devo dire non sono quasi mai deludenti!</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Episcopio Vistarama e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Purtroppo l’unica attività creativa che svolgo al momento è quella culinaria! Progetti ne avrei tanti, chissà, forse un domani…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Al di fuori di altri progetti musicali purtroppo no&#8230; Forse mi piacerebbe ma chi ce la fa, di tempo? Forse l’unica che esula da qualcosa di esclusivamente musicale è il mio appuntamento annuale teatrale con la compagnia popolare del Bruscello, nel quale, oltre a cantare, recito.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di </strong><strong><em>background </em></strong><strong>individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Mi definisco un onnivoro musicale, l’elenco anche nel mio caso sarebbe infinito, ascolto praticamente di tutto, da Pat Metheny ai Sepultura. Visto che parlavamo prima di Progressive contemporaneo, direi che al momento apprezzo particolarmente la scena scandinava: oltre ai “mostri sacri” Opeth e Motorpsycho ci sono altre band meno conosciute come El Doom &amp; The Born Electric, Dungen e Kairon; IRSE! che reputo veramente molto valide. Se poi dovessi limitarmi ad un podio personale direi 1° Queen, 2° Pink Floyd, 3° Radiohead… Non molto originale, vero?!</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Jethro Tull e Opeth in cima a pari merito. Poi non finirei più… Queen, ELP, Desaster, Leprous, Solefald, Cruachan, Mithotyn, musica di giochi per C=64, Genesis, Vintersorg, Old man’s child, Vektor, Rovescio della medaglia, Voivod…</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Fantozzi lo possiamo dire? Eheh!</p>
<p>Comunque, sono cresciuto a pane e Stephen King: ricordo che, quando i miei amichetti leggevano “Topolino”, o, i più intellettuali, addirittura si cimentavano col temibile libro “Cuore”, io mi portavo in spiaggia mattoncini tipo “Cujo” o “Misery”. “It” l’ho letto successivamente, a causa principalmente del fatto che mi veniva un’ernia solo per portarmelo dietro. Quindi, ecco, se devo scegliere uno scrittore che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita direi lui. Ultimamente non lo seguo più, anche perché, visto il ritmo con cui sforna nuovi <em>mallopponi</em>, sarebbe chiedere troppo al mio tempo a disposizione sempre più risicato. Comunque qualche raccontino o ripasso dei vari film tratti dalla sua copiosa produzione me lo faccio sempre volentieri.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Non leggo quasi niente&#8230; Non mi ammazzate! Ma di sicuro, come artista che mi ha colpito in maniera devastante, direi David Lynch!</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Personalmente devo dire che, per fortuna, il Covid non ha inciso significativamente né sulla sfera lavorativa né sulla sfera privata: mi rendo conto di essere un privilegiato, ma ne ho approfittato per dedicare più tempo alla famiglia e concentrarmi su un importante obiettivo lavorativo. Ovviamente mi è mancata molto la socialità ma, fortunatamente, grazie alla tecnologia odierna, ho continuato a sentirmi spesso con gli amici più cari, nonché organizzare degli splendidi “Aperitivi online”!</p>
<p>Ovviamente la pandemia ha colpito duramente tutti i settori, in particolar modo quello dello spettacolo e della musica dal vivo. Alcuni artisti, secondo me, hanno reagito in maniera costruttiva, sfruttando la pausa forzata imposta dal Covid per concentrarsi sulla composizione di nuovo materiale: infatti, trovo che molti dischi usciti in questa fase post pandemica siano di grande qualità.</p>
<p>Quello che è stato colpito a morte, invece, secondo me è la musica dal vivo: non intendo tanto i musicisti in senso stretto, quanto piuttosto coloro che lavorano “dietro le quinte”: basti pensare alla chiusura di molti Live Club e locali storici italiani e non. E proprio quando il Covid ha allentato la morsa, e si tornati cautamente alla normalità (e, soprattutto, alla socialità), ecco che lo spropositato aumento dei costi dell’energia e delle materie prime a livello globale ha assestato un’ulteriore batosta alla già complicata situazione. Speriamo bene…</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Speravo che fosse stata una parentesi in cui, con le difficoltà e limitazioni che conosciamo, un artista avrebbe comunque avuto modo di trascorrere il periodo esprimendosi in altro modo o curando altri aspetti, come la composizione intensiva di pezzi o simili. Io, ad esempio, ho portato avanti e inciso, anche se in maniera anomala e isolata, il mio progetto solista, sfruttando la pausa forzata. Oppure, con i Wandering Vagrant, abbiamo partecipato ad un evento online, suonando una nostra <em>suite</em> singolarmente a casa e mettendo insieme le varie esecuzioni per un concerto in <em>streaming</em>.</p>
<p>Di fatto, ora sto vedendo una cosa che non mi aspettavo, ovvero la grossa difficoltà per problemi più tangibili di costi e di organizzazione dei concerti dal vivo. Non si contano le date annullate, rimandate, modificate o i costi che stanno aumentando sempre di più. Speriamo sia una tendenza reversibile, altrimenti vedo male un futuro per le date dal vivo.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Il periodo che abbiamo trascorso insieme, che è andato ben oltre l’attività musicale, era un aneddoto continuo… Mi piace (a posteriori!), però, ricordare quando si andò a suonare a 10 minuti da casa mia, si montò tutto e, mentre si cenava, il gestore ci disse <em>“Mi sa che stasera non suonate&#8230; non mi viene nemmeno il pesonale!”</em>. Guardammo fuori dalla finestra e vedemmo una quantità di neve allucinante. Si tornò a casa solo con la mia macchina (eravamo con tre macchine ed un furgone per portare tutto), senza catene e ad una media di 5-10 kmh… Credo ci si mise due ore. Giovanni stava più lontano e dormì a casa mia. Per sdrammatizzare Emanuele ogni minuto attivava un bicchiere/pelouche di birra che avevo in macchina che cantava in tedesco e ruttava alla fine. Diciamo che surreale/tragicomico era dire poco!</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro degli Episcopio Vistarama che vi è possibile anticipare?</strong></p>
<p><strong>A.P.:</strong> Come dicevo prima, per ora nulla e sicuramente niente di certo. Speriamo/chissà!</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!</strong></p>
<p><strong>G.M.:</strong> Grazie tanto a te per l’intervista e per l’interesse dimostrato, ed un grande saluto a tutti i lettori.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Grazie a te, anche per la tua pazienza e disponibilità! E grazie a chi ci leggerà!</p>
<p><em>(Luglio, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/03/10/intervista-agli-episcopio-vistarama/">Intervista agli Episcopio Vistarama</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ai David&#8217;s Lodgers</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 12:29:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro Benvenuto a Lorenzo Bernardini (L.B.), Luca Dallatorre (L.D.) e Riccardo Molinari (R.M.): David&#8217;s Lodgers. Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “scontata”: come nascono i David&#8217;s Lodgers e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/02/16/intervista-ai-davids-lodgers/">Intervista ai David&#8217;s Lodgers</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img decoding="async" class="size-full wp-image-15075 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Davids-lodgers-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro Benvenuto a Lorenzo Bernardini (L.B.), Luca Dallatorre (L.D.) e Riccardo Molinari (R.M.): David&#8217;s Lodgers.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “scontata”: come nascono i David&#8217;s Lodgers e cosa c’è prima dei David&#8217;s Lodgers nelle vite di Lorenzo, Luca e Riccardo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>I David’s Lodgers nascono come tante altre band negli anni della scuola, per l’esattezza noi tre ci siamo conosciuti verso i 12 anni. Il nostro incontro è nato da amicizie comuni, in quanto non frequentavamo gli stessi istituiti o le stesse classi. È scaturito tutto dall’incontro di Luca e Riccardo all’epoca delle medie. Luca, in quel periodo, suonava con un ragazzo che sarebbe diventato, anni dopo, il bassista dei David’s Lodgers.</p>
<p>Lorenzo era un conoscente di Luca, frequentavano lo stesso istituto ma erano in classi diverse e, per un giro infinito, si sono trovati ad esibirsi assieme durante un concerto della loro scuola media. Da questi incontri casuali, dovuti ad amicizie comuni e gusti musicali affini, è nato il nucleo centrale dei DL.</p>
<p>Le idee poco chiare, la voglia di sperimentare e la grande passione per la musica ci ha permesso di suonare diverse cover spaziando in tanti generi diversi, passavamo dal punk al grunge, dall’hard rock a tutto quello che ci trasmetteva emozioni.</p>
<p><strong>David&#8217;s Lodgers: come nasce il nome della band? Mi parlate di David?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ahahah! Stranamente nessuno ce lo aveva mai chiesto! È una di quelle domande che immagino si sentano rivolgere spesso i musicisti seri! Ripensandoci ci scappa un po’ da ridere perché eravamo da tempo alla ricerca di un nome.</p>
<p>Per un paio di anni ci siamo chiamati Cavi Protozoici, ma un pomeriggio stavamo caricando gli strumenti nelle auto di uno dei nostri genitori, la sera avremmo dovuto esibirci ad un concorso nella provincia piacentina. Mentre discutevamo del nome da usare quella sera, dato che Cavi Protozoici era davvero troppo imbarazzante, Lorenzo se ne uscì con il nome di David’s Lodgers in onore del padre di Luca che ci ospitava nel suo piccolo studio di registrazione casalingo e che è stata la nostra tana per alcuni anni.</p>
<p>In quella sala è dove siamo cresciuti musicalmente e dove abbiamo mosso i primi passi nel mondo della musica ed è anche dove abbiamo registrato e composto il disco. Luca amava chiamarla la nostra piccola “Abbey Road”. Lì abbiamo passato davvero una quantità infinita di ore negli anni!</p>
<p><strong><em>I David&#8217;s Lodgers hanno iniziato da tempo il loro viaggio e, molto affamati, hanno divorato, durante il loro percorso, le cover dei Nirvana e dei Deep Purple, dei Genesis e dei Pink Floyd</em></strong><strong>. Quando si passa, dunque, dall’essere una cover band al comporre del proprio materiale? Qual è stata la “scintilla” che vi ha fatto cambiare direzione?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Onestamente non ricordiamo di preciso. Con Luca e Riccardo era già dai tempi delle medie che tentavamo di comporre qualcosa ma erano pezzi semplici e immediati e spesso brani del tutto nonsense e goliardici.</p>
<p>La svolta verso la musica “matura” crediamo sia avvenuta con l’arrivo di Lorenzo qualche mese dopo.</p>
<p>Ciascuno di noi aveva la propria educazione musicale derivata dalle nostre famiglie, avendo avuto tutti e tre la fortuna di crescere in ambienti dove si ascoltava musica e con genitori musicisti. Lorenzo era molto incentrato sui cantautori all’epoca, Riccardo più sul blues, grazie a suo padre, e Luca è cresciuto a pane e Genesis.</p>
<p>La svolta Progressive, è stata abbastanza naturale in quanto era un genere che affascinava tutti e tre. Passavamo ore a parlare di band e scambiarci dischi influenzandoci a vicenda.</p>
<p>Tornando alle composizioni, un giorno Riccardo è arrivato in sala con quella che sarebbe diventata “Dice”, il brano di apertura del disco. Era una bozza, ma subito siamo rimasti impressionati e abbiamo iniziato a registrare dei demo con un 4 piste che ci aveva messo a disposizione il padre di Luca. Assieme a questo pezzo è iniziata la frenesia compositiva, principalmente per opera di Riccardo, che è sempre stato il più prolifico, bisogna ammetterlo!</p>
<p><strong>Il 2008 è l’anno del vostro unico album: “David&#8217;s Lodgers”. Mi narrate la sua genesi?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Non ricordiamo ci sia mai stata l’idea di fare un disco. Ci piaceva registrare, forse abbiamo iniziato a parlare di autoprodurre un disco solo nel 2008 quando già avevamo quasi tutti i brani pronti, spinti anche dal fatto che vedevamo tante band locali di nostri amici pubblicare le loro opere, anche se, a onor della cronaca, noi eravamo i soli a fare quel genere, bene o male.</p>
<p>I brani sono nati tutti per caso mentre si provava e contemporaneamente registrava per poi essere ri-registrati svariate volte dato che ogni tanto spuntava fuori una nuova idea o una nuova diavoleria tecnologica che ci veniva prestata dal padre di Luca.</p>
<p>Ci siamo trasformati in topi da “studio”, a differenza di tante band che, invece, provavano i pezzi tutti assieme rafforzando il sound. Noi abbiamo fatto tutto al contrario, non amavamo suonare dal vivo all’epoca e onestamente la nostra proposta musicale non era nemmeno tanto considerata. Così ci sentivamo a nostro agio nel nostro piccolo studio, dove potevamo passare ore indisturbati dato che avevamo la fortuna di averne uno gratis per giunta.</p>
<p>Molto bello ma anche molto frustrante, non sembrava mai di raggiungere il risultato sperato, soprattutto per Luca che si occupava di registrare il tutto (e che ha sempre avuto un po&#8217; le manie di perfezione e controllo, era un gran rompi scatole a volte!).</p>
<p>Sostanzialmente è così che è nato il disco, dal 2006 alla pubblicazione. Un continuo lavoro di composizione, registrazione e rifacimenti per apportare migliorie. Ognuno portava un brano o parte di esso e ci lavoravamo in studio assieme per ore&#8230; e ore e ore!</p>
<p><strong>Quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Per quanto riguarda la parte prettamente musicale crediamo che i mostri sacri del genere siano stati sicuramente le nostre principali fonti di ispirazione. Il Progressive inglese soprattutto è quello che abbiamo sempre ascoltato fin da giovani, sia le band più affermate che quelle meno conosciute. Quelli che conoscono il disco possono però cogliere che è un miscuglio di influenze non solo Progressive. C’è tanto anche di altri generi musicali.</p>
<p>Suonavamo principalmente brani dei Pink Floyd, qualcosa dei Genesis e altri brani rock di vecchia data, questi sono sicuramente tra gli artisti che ci hanno influenzato, ovviamente non c’era una gran richiesta per una cover band di sedicenni che suonava la musica dei cinquantenni! Avevamo quindi sviluppato un certo gusto e alcune mezze idee durante gli anni precedenti alla pubblicazione del disco, frutto della megalomania dell’epoca presumiamo. L’idea centrale era di creare un <em>concept album</em>, un grande classico del Progressive Rock. Come ricordato prima, nessuno aveva in mente di pubblicare un disco fintanto che non abbiamo avuto tre o quattro brani fatti e finiti e, a quel punto, ci è sembrato naturale farlo.</p>
<p>Un altro stimolo è derivato ovviamente dal padre di Luca che ci ha fornito l’attrezzatura per registrare, tanti consigli e anche tempo oltre che aiutarci in fase di mix e master. Avere a disposizione uno spazio è stato fondamentale.</p>
<p><strong>E sul fronte delle liriche, vi va di approfondire le tematiche trattate nei testi? E come mai la scelta dell’inglese?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>I testi sono stati scritti principalmente da Riccardo e da Luca. A parte “What I feel”, cantata e scritta da Lorenzo che, a nostro avviso, è una piccola perla. Avevamo questa idea di scrivere su argomenti che riguardassero diversi momenti dell’esistenza delle persone e dei vari stati d’animo che si vivono in quegli attimi. Alcuni esempi sono la frenesia della vita moderna che tutti noi facciamo, la rassegnazione e la tristezza in punto di morte, il sentirsi impotenti di fronte a certi eventi, l’amore ovviamente. Ma il fulcro centrale doveva essere uno e cioè il fato, la casualità che in tante culture riveste una parte essenziale.</p>
<p>Il fato, o destino, a nostro avviso dominava le vite, da qui l’idea del testo di “Dice”, appunto, e della copertina del disco. Forse abbiamo peccato un po&#8217; di presunzione all’epoca, non eravamo nemmeno maggiorenni e già si pensava di aver capito tanto!</p>
<p>L’inglese è stata quasi una scelta obbligata, innanzitutto nessuno voleva cantare e alla fine è toccato farlo a Luca, complice il fatto che fosse probabilmente quello un po&#8217; più intonato e forse, sotto sotto, anche quello un po&#8217; più megalomane. Nota a chi lo conosce la sua eterna fissa per Phil Collins, si credeva un po&#8217; il cantante batterista. Dal vivo, però, le canzoni è toccato cantarle a Riccardo, dato che era impensabile per Luca farlo mentre era impegnato con le bacchette e anche perché, spesso, ci siamo scontrati con molti fonici che storcevano il naso alla sola richiesta di mettere un microfono al batterista per fare anche solo dei cori. Poi, ammettiamolo, non avere qualcuno davanti che ci mette la faccia e comunica col pubblico è un grosso limite per una band&#8230; Purtroppo alla gente piace avere qualcuno da guardare in prima fila invece che ascoltare e basta.</p>
<p>Tornando al discorso principale, è stato scelto l’inglese perché è una lingua più musicale, più semplice dell’italiano da cantare. I tentativi di scrivere qualcosa di apprezzabile nel nostro idioma si sono rivelati vani. Ogni volta che rileggevamo i testi scritti in italiano e pensavamo a cosa gli autori famosi riuscissero a comporre nella nostra lingua madre ci sentivamo in difetto. Ergo abbiamo optato per l’inglese avendo anche la fortuna di masticarlo tutti abbastanza bene.</p>
<p><strong>Vi va di spendere qualche parola anche sulla surreale copertina dell’album?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>L’idea o, meglio, le prime idee sono nate una sera nel pub che solitamente frequentavamo (o meglio, quella sera abbiamo pensato agli elementi che avremmo voluto per la copertina del disco). Non volevamo le nostre facce, non ci è mai piaciuta l’idea di esporci. Volevamo uno o più disegni che rappresentassero nella quasi totalità i testi le musiche presenti nel disco, niente foto ammiccanti o grafiche futuristiche. Riccardo portò l’idea di un dado che rappresentasse il fato, Luca, all’epoca, ero fissato con Dalì (pur non capendo nulla di arte) e cercava di portare esempi di opere dell’autore a cui ispirarsi e Lorenzo aveva dato altri spunti sul significato che la copertina dovesse assumere. Così abbiamo coinvolto Carlotta Ghiretti, un’amica di infanzia che studiava arte, molto brava a disegnare. Le abbiamo parlato delle nostre idee di cosa per noi dovesse esserci sulla copertina per poi darle carta bianca. Ci ha messo tanto del suo, è stata una delle prime persone a leggere i testi e a sentire le registrazioni al fine di capire e immedesimarsi nelle atmosfere del disco per poi restituire graficamente le sensazioni che la nostra musica le dava. Così Carlotta ha realizzato gli stupendi disegni del disco, una collaborazione tra amici e appassionati di diverse forme d’arte. Siamo molto fieri della copertina e del suo lavoro, è riuscita a capire le canzoni e a darle una sua interpretazione. Era la prova che il nostro messaggio poteva arrivare ed essere compreso.</p>
<p>All’interno del libretto, invece, Luca ha insistito per inserire un tocco misterioso, così è nata l’idea della nostra foto totalmente oscurata all’interno, una specie di richiamo a “And then there were three” dei Genesis, scattata in mezzo ad un campo di grano, anche se ovviamente non si capisce!</p>
<p><strong>Come venne accolto il lavoro da pubblico e critica?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Onestamente, non avendo etichette o agenzie di <em>booking</em>, la promozione è stata pressoché nulla. Si andava in cerca di date nella nostra provincia, suonavamo ovunque potessimo e soprattutto dove ci volevano. Ovviamente mai pagati e solamente per la gioia di farlo e poter far sentire la nostra musica.</p>
<p>Le vendite furono scarse, perché non c’era una vera distribuzione del disco. La distribuzione e la vendita era tutto a carico nostro, infatti era solito venderlo di persona ai concerti come veniva fatto da tante altre band, o, in alternativa, tramite chi ci scriveva una mail o chi ci contattava su MySpace, all’epoca molto in voga.</p>
<p>Non ci aspettavamo nulla, sia chiaro, eravamo già contenti di avere un supporto fisico con le nostre idee, è stata una grande soddisfazione soprattutto perché avevamo fatto tutto da soli senza l’aiuto di etichette, produttori o figure simili. Dal comporre al registrare ogni singola nota, all’<em>editing</em> al mix e master tutto è stato fatto da noi e da David, ovviamente, e ancora oggi ne andiamo molto fieri, pur riconoscendo i limiti del nostro lavoro, sia chiaro!</p>
<p>La vera nota positiva venne dai giornalisti del settore che lavoravano per blog e riviste! Ci siamo presi la briga di spedire a nostre spese delle copie gratuite ad alcuni di essi con all’interno una lettera in cui spiegavamo chi diavolo fossimo e pregandoli di ascoltare il nostro disco e in caso di darci un parere! Le critiche furono buone in molti casi, alcune ottime addirittura, ma non sono mancate le stroncature, sia chiaro, qualcuno ci definì prolissi! Per noi era un complimento in realtà! Ricevemmo buone recensioni dagli esperti del settore e finimmo per avere un’ottima recensione di un paio di pagine su una rivista come Rockerilla, e su un blog molto importante come ProgArchives! Fu davvero speciale e unico e grazie a quelle recensioni vendemmo alcune copie che spedimmo personalmente in USA, nel Regno Unito e persino Australia e Giappone. Niente boom di vendite sia chiaro, ma per dei ragazzi di appena 18 anni è stata una soddisfazione immensa.</p>
<p><strong>Mi parlate un po&#8217; del brano “Pigmalione” che fa parte della compilation “Male d’Amore” (2010)?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>“Pigmalione” è nato nel secondo periodo della band, quando siamo diventati più una band live che da studio. E si sente…</p>
<p>Erano entrati da poco due altri membri, Giovanni Ziliani al sax e Enrico Crippa al basso. Entrambi erano nostri amici dai tempi delle medie, ma suonavano in band differenti. Nessuno di noi voleva più cantare dal vivo, era diventata una sofferenza. Eravamo parecchio timidi nonostante tutto e sostanzialmente nessuno di noi si sentiva in grado di farlo. Abbiamo provato a cercare un cantante, per un breve periodo abbiamo provato con un ragazzo che oggi è abbastanza conosciuto nel panorama Prog Italiano ma non ha funzionato. Non faceva per noi avere un <em>frontman</em>. Così, con l’ingresso di Enrico al basso e di Giovanni al sax abbiamo deciso di concentrarci e diventare una band solo strumentale e di ampliare anche i nostri orizzonti musicali e aggiornare un po&#8217; le nostre influenze verso sound più moderni. I nuovi ingressi hanno portato enormi benefici e nuovi stimoli, la differenza con l’avere un bassista di ruolo e capace e un altro musicista che spaziava tra sax e flauti nella band ha dato una svolta decisiva al nostro sound. Abbiamo composto tanto e, per la prima volta, l’abbiamo fatto in sala tutti assieme suonando come una band, arrivando ad avere materiale esclusivamente strumentale sufficiente per un nuovo disco che purtroppo non siamo mai riusciti a pubblicare.</p>
<p>Detto questo, “Pigmalione” è nata dall’idea di Lorenzo che strimpellava da un po&#8217; l’arpeggio iniziale e aveva letto da poco qualcosa riguardo il mito di Pigmalione. Ci ha raccontato un po&#8217; di cosa parlasse e abbiamo cercato di sviluppare tutti assieme una musica che potesse narrare questo mito a modo nostro. L’idea che avevamo della nostra musica era di provare a narrare qualcosa. Cercavamo un argomento che ci piacesse e che stimolasse tutti, lo approfondivamo e provavamo a metterlo in musica trasferendo le emozioni che ci suscitava con note e atmosfere musicali&#8230;</p>
<p><strong>E poi, dopo qualche anno, sui David&#8217;s Lodgers cala il silenzio. Come mai e quando il percorso artistico della band termina? Non c’è nessuna possibilità si rivedervi insieme in futuro?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Abbiamo suonato assieme fino al 2012 poi, purtroppo, la nostra vita è cambiata. Chi è entrato nel mondo del lavoro come Luca, chi ha continuato gli studi universitari e si è dovuto trasferire in altre città come Riccardo e Lorenzo. Fisiologicamente il tempo è diminuito, esaurendo man mano i momenti liberi per vederci. Non c’è stato nessun litigio, ma un forzato allontanamento dovuto alla crescita umana e agli impegni che tutti hanno dovuto affrontare nella vita di studio e di lavoro. Siamo ancora ottimi amici in buoni rapporti, con passioni e idee in comune, ma il tempo anche solo per trovarsi e bere una birra al pub è sempre meno purtroppo. La speranza, un giorno, quando la vita di tutti si sarà assestata, è quella di riuscire a riprendere il percorso intrapreso assieme fin da ragazzi.</p>
<p><strong>E cos’hanno fatto dopo la fine della band, e fanno tutt’ora, Lorenzo, Luca e Riccardo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ad oggi abbiamo impieghi in campi diversi. Alcuni di noi hanno continuato per alcuni anni a suonare assieme in altri progetti totalmente differenti dai David’s Lodgers come Luca e Riccardo, Lorenzo ha suonato per anni in una band formata da lui e altri ragazzi. Al momento nessuno ha un progetto musicale in cantiere e si suona davvero poco sfortunatamente, vivendo tutti in città diverse. La musica ricopre ancora oggi un ruolo importante nelle nostre vite ma al momento più in veste da fruitori.</p>
<p><strong>Sulla vostra pagina Facebook possiamo ancora leggere: <em>Do you know why the clouds are so strange?</em> Voi, dunque, siete riusciti ad individuarne il motivo?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Ancora non lo abbiamo capito e rimaniamo sempre meravigliati da questo fenomeno che tanto ci affascinava da ragazzi, quando passavamo ore nei parchi piacentini a suonare e guardare il cielo discutendo dei temi e delle cose che le vita ci metteva davanti!</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Possiamo parlare come fruitori dall’inizio di questo fenomeno. Ricordiamo con piacere i primi social come MySpace con i quali ci siamo interfacciati sin da subito per far conoscere la nostra musica. Facebook è arrivato successivamente e non era certo fatto per promuovere una band all’epoca. Ora le cose sono diverse e tutti i social possono essere utili. Ci lasciano tuttavia un po&#8217; perplessi questo fenomeno, da amanti del supporto fisso, e crediamo che avere qualcosa da maneggiare, scartare e visualizzare abbia il suo fascino e la sua utilità. Tuttavia è innegabile che la possibilità di farsi conoscere al giorno d’oggi è di gran lunga superiore. Se dobbiamo pensare a un risvolto negativo, però, l’ampia scelta di proposte musicali può portare ad una conseguente difficoltà per il fruitore. Scovare qualcosa di realmente interessante potrebbe risultare complicato!</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? Non avete mai pensato di tentare la “carta” etichetta discografica per il vostro esordio?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Le difficoltà ci sono sempre state, soprattutto per chi suona e crea musica di un certo tipo. Nel nostro piccolo l’autoproduzione è stata una scelta obbligata. Provenendo da una piccola città di provincia non avevamo contatti di sorta, gli studi di registrazione erano scarsi e le nostre possibilità economiche ancora di più. Inoltre, la scena musicale era di un certo tipo, molto settoriale, il mercato per le band emergenti era orientato su generi diversi e proposte molto differenti dalla nostra. Tuttavia Piacenza in quegli anni era una città che offriva una scena musicale davvero viva, con tante band che suonavano generi molto diversi tra loro. Oggi purtroppo non è più così. Le cover band la fanno da padrona. Nonostante questo fenomeno non positivo per chi suona musica propria, abbiamo notato negli ultimi anni un ritorno di interesse verso certi generi musicali, tra cui il Progressive appunto.</p>
<p><strong>Facendo un parallelo tra letteratura e musica, tra il mondo editoriale e quello discografico, è, non di rado, pensiero comune etichettare un libro rilasciato tramite <em>self-publishing</em> quale prodotto di “serie B” (o quasi), non essendoci dietro un investimento di una casa editrice (con tutto il lavoro “qualitativo” che, si presume, vi sia alle spalle) e, in poche parole, un giudizio “altro”. In ambito musicale, al momento dell’uscita di “David’s Lodgers”, avete percepito la stessa sensazione o ritenete questo tipo di valutazione sia ad uso esclusivo del mondo dei libri? Al netto della vostra esperienza, consigliereste alle nuove realtà che si affacciano al mondo della musica la via dell’autoproduzione?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Per chi ha la possibilità di crearsi un proprio spazio consigliamo sicuramente di autoprodursi per iniziare un percorso musicale, soprattutto se si vuole suonare un certo genere. Ad oggi la tecnologia per creare un <em>home studio</em> è ben diversa da quella che avevamo noi. Le apparecchiature sono ormai economicamente e alla portata di tanti. Acquistare microfoni, pc con schede audio, preamplificatore, ecc. a prezzi ragionevoli è fattibile. Si possono, inoltre, seguire corsi anche online per imparare a registrare, editare, mixare. Ovvio costa fatica, impegno e tanto tempo. Non è una cosa che tutti sono disposti a fare.</p>
<p>Noi abbiamo fatto tutto da soli e con fatica, ma la nostra era una situazione particolare. Non si trattava solo di trovare i soldi e andare a registrare in uno studio con qualcuno che sapeva dove mettere le mani e premere REC. Il nostro è stato un viaggio alla scoperta del metodo compositivo e alla scoperta delle tecniche di registrazione, grazie alle tecnologie che potevamo permetterci tramite gli investimenti di Davide, il padre di Luca, che ci ha seguito durante le registrazioni e le fasi successive come mixaggio e master. Non è una cosa che tutti i gruppi possono o vogliono fare, siamo stati molto fortunati, ma anche molto determinati perché questa scelta ci ha permesso di avere la massima libertà e tanto tempo per crescere.</p>
<p>Ci sono stati anche lati negativi, è stato un viaggio lungo, fatto di rifacimenti, successi e insoddisfazioni a volte.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Non sono purtroppo molto aggiornato, ultimamente mi sono trasferito in Brasile ed esploro perlopiù la musica locale. Se hai qualche buon consiglio su cosa ascoltare, sono tutt&#8217;orecchi!</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo David&#8217;s Lodgers e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Cerco di scrivere un’opera di narrativa e, a periodi, macino pagine e in altri vado in letargo insieme alle marmotte. Amo follemente il gioco degli scacchi, e se Marcel Duchamp sosteneva che <em>“Non tutti gli artisti sono giocatori di scacchi, ma tutti i giocatori di scacchi sono artisti”</em>, io non posso che accodarmi con un po’ di puzza al naso.</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Non ho mai avuto grandi talenti, a parte saper suonare. Mi cimento da qualche anno nella fotografia grazie alla mia attuale compagna Jennifer, che mi ha fatto conoscere questo nuovo mondo. Ho concentrato negli anni il mio tempo libero verso la pesca sportiva, attività che amo e mi consente di stare a contatto con la natura il più possibile, ma non credo possa essere considerata come un’attività artistica!</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Genesis e Pink Floyd sono la mamma e il papà. I The Beatles sono i nonni.</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Per me risponderti è molto facile, la mia triade rimane da anni inalterata: Genesis, The Beatles e Porcupine Tree sono stati tra i primi gruppi che ho conosciuto e di cui ho sviscerato e ascoltato praticamente tutto. Rimane un elenco un po&#8217; stringato purtroppo, tralascio tanti artisti che davvero amo con tutto me stesso, soprattutto italiani! Non basterebbe una pagina per elencarli</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>L.B.:</strong> Omaggiamo un gruppo Prog brasiliano anni ‘70: Secos &amp; Molhados. Il cantante, Ney Matogrosso, ha un’estensione da contraltista e una presenza scenica alla Renato Zero. Veramente grandissimi!</p>
<p><strong>L.D.:</strong> Rimanendo in campo musicale, ultimamente ascolto molto una band italiana che esula decisamente dal Progressive, i Perturbazione. Amo il loro modo di scrivere brani non convenzionali soprattutto per la musica italiana.</p>
<p>Per quanto riguarda altre forme d’arte, sono un amante del cinema e personalmente adoro i film di Nanni Moretti, un regista troppo snobbato, soprattutto dal grande pubblico.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Crediamo che, in realtà, la musica e tutte le altre forme di espressione artistica siano state, invece, un salvagente per tanti, soprattutto durante il periodo del <em>lockdown</em>. Sia per chi creava, sia per chi ha goduto del lavoro artistico altrui, anche tramite le nuove tecnologie.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Abbiamo un ricordo che ci fa sempre sorridere. Dovevamo esibirci in un locale assieme ad un’altra band di ragazzi un po&#8217; più grandi ed esperti di noi. Era una serata dedicata ad un certo tipo di musica in cui volevamo emergere e fare colpo, non tanto sul pubblico, quanto anche sui nostri compagni di palco. Tra gli avventori c’era un nostro amico che si dilettava nella giocoleria. Così, durante il <em>soundcheck</em>, nel pomeriggio, ci è balzata in mente l’idea di esibirci assieme a lui, mentre svolgeva alcuni numeri. D’altronde la nostra musica, essendo prettamente strumentale, si prestava ad ulteriori immersioni in forme d’arte. È stata una serata divertente che ricordiamo con estremo piacere!</p>
<p>Un altro bel ricordo è quando ci siamo esibiti nella piazza principale del centro di Forlì. Avevamo conquistato la partecipazione a questo festival vincendo un contest nella nostra città. Arrivati nella piazza l’emozione è stata tanta, le altre band erano ovviamente gruppi che suonavano musica completamente diversa dalla nostra. Tuttavia abbiamo conquistato parecchi fan quella sera tra il pubblico ricevendo tanti complimenti anche da parte degli organizzatori. È stato davvero un momento emozionante!</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra eventuale novità sul prossimo futuro dei David&#8217;s Lodgers che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Al momento no, abbiamo sempre i brani dell’epoca di “Pigmalione” nel cassetto, non hanno mai visto la luce infatti. Se sarà possibile ci siamo ripromessi di finire il secondo disco e tornare di nuovo assieme per scrivere altra musica, ma al momento è davvero impossibile vivendo in città e anche nazioni diverse.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!    </strong></p>
<p><strong>D’s.L.: </strong>Grazie a te Donato, è stato davvero un piacere! Ti auguriamo il meglio per questo progetto e speriamo di aver contribuito anche noi con la nostra piccola storia di band di provincia.</p>
<p><em>(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2026/02/16/intervista-ai-davids-lodgers/">Intervista ai David&#8217;s Lodgers</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ad Accordo dei Contrari</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 13:11:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Giovanni Parmeggiani (G.P.), Cristian Franchi (C.F.), Marco Marzo (M.M.) e Stefano Radaelli (S.R.): Accordo dei Contrari. G.P.: Grazie a te, Donato. Per noi è un vero [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/14/intervista-ad-accordo-dei-contrari/">Intervista ad Accordo dei Contrari</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15022 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Accordo-dei-Contrari-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Giovanni Parmeggiani (G.P.), Cristian Franchi (C.F.), Marco Marzo (M.M.) e Stefano Radaelli (S.R.): <a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a>.</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Grazie a te, Donato. Per noi è un vero piacere rispondere alle tue domande e far conoscere qualcosa di noi ai lettori. Sarò soprattutto io a risponderti, con il <em>placet</em> dei miei “fratelli in arte” Cristian, Marco e Stefano.</p>
<p><strong>Partiamo con una domanda scontata: come nasce <a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a> e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nelle vite di Giovanni e Cristian?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Accordo dei Contrari nasce dal sodalizio mio e di Cristian nel 2001. Fu un incontro voluto fortemente da Alessandro Pedrini, il nostro primo chitarrista: avevo cominciato a lavorare con Alessandro su musica originale e lui mi parlava, ogni tanto, di un batterista bravissimo con cui aveva già avuto in precedenza l&#8217;opportunità di suonare, insisteva sul fatto che sarebbe stato perfetto per noi. Ovviamente si trattava di Cristian. E Alessandro aveva visto giusto. Ora, pare che Cristian non intendesse, al tempo, lanciarsi in avventure musicali particolari e, soprattutto, impegnative; ma ascoltata una musicassetta passatagli da Alessandro, con un brano di mia composizione, “Anexelenkton” (poi apparso alcuni anni dopo nel primo album del gruppo, “Kinesis”, AltrOck 2007), non ci pensò due volte. Decise di unirsi a noi, e fece bene. Insieme abbiamo creato una realtà bellissima nelle nostre vite.</p>
<p>Accordo dei Contrari è nato come trio senza basso elettrico. Prima di Accordo dei Contrari ci furono tanta passione musicale ed ascolti svariati; ed esperienze in gruppi diversi, sia per me sia, soprattutto, per Cristian, ma non tanto significative quanto quella che poi abbiamo avuto insieme in Accordo dei Contrari. Mi chiederai che cosa abbia fatto la differenza. Ti rispondo: stima reciproca, amicizia, fiducia nelle idee, ispirazione, dedizione e chiarezza nella condivisione degli obiettivi. Questi valori, indubbiamente portanti, hanno fatto fin dal principio, di Accordo dei Contrari, qualcosa di autentico, di artistico e di originale per sua natura e per sua struttura, e di conseguenza qualcosa di più importante e longevo di tutto il resto.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Forse la cosa più ovvia che mi verrebbe da dire è che senza Giovanni non esisterebbe Accordo dei Contrari. Ma non è solo questo che ci lega. Il nostro rapporto umano è ormai diventato qualcosa di imprescindibile, sia che si faccia o non si faccia musica. Personalmente, prima dell’esperienza con lui e di conseguenza con gli altri membri del gruppo, suonavo già in un paio di formazioni. Con un gruppo, in cui c’era già Marco alla chitarra, facevamo pezzi nostri ispirati sempre a sonorità anni ’70 e cover come Hendrix, Zappa, The Beatles… Nell’altro gruppo, che costituì una specie di anticipazione di Accordo dei Contrari, si respirava un’aria ancora più psichedelica e ci rifacevamo a dei classici, dai Creedence Clearwater Revival ai Grand Funk Railroad… Qui, al basso, c’era Daniele Piccinini. Ricordo che i primi pezzi che ci hanno fatto iniziare nell’approccio dei tempi dispari sono stati “Tom Sawyer” dei Rush e “Deep Shadows” dei Goblin. Da lì è nato sempre più l’interesse per il genere anche grazie ad Alessandro Pedrini alla chitarra. Nel tempo, però, tutto si sciolse e solo a distanza di anni Alessandro e Giovanni iniziarono a suonare insieme, mi contattarono, mi fecero sentire “Anexelenkton” e me ne innamorai. Ecco che prese vita Accordo dei Contrari, prima in trio, poi in quartetto con il basso, ed infine con Marco alla chitarra. Da lì nacquero i primi album e il resto già lo conosci&#8230;</p>
<p><strong><a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari/">Accordo dei Contrari</a>: come cade la scelta su di un nome che “cela e svela” tutta (o quasi) l’essenza della vostra proposta?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Il nome fu scelto da Cristian in ragione dei confronti, a tratti accesi, all&#8217;interno del gruppo. Ma, al di là della circostanza specifica della sua genesi, la definizione in sé di “accordo dei contrari” riproduce fedelmente un concetto che, sul piano musicale, ho sempre seguito e coltivato in fase compositiva, esaminandolo e riesaminandolo da molteplici prospettive in tutti gli album che abbiamo realizzato. Dunque, l&#8217;originaria intuizione onomastica di Cristian finisce per aver valore ben al di là della sua specifica occasione.</p>
<p><strong>I primi anni, appunto, sono di “assestamento” per la formazione e, dopo l’abbandono di uno dei tre membri fondatori (Alessandro Pedrini), nel 2003 arriva il bassista Daniele Piccinini, mentre nel 2004 entrano a far parte della famiglia Marco Marzo alla chitarra e Vladimiro Cantaluppi al violino (quest’ultimo uscirà nel 2006). La domanda è per Marco, tutt’ora elemento imprescindibile della band: come entri in “orbita” Accordo dei Contrari e quali sono le tue esperienze precedenti?</strong></p>
<p><strong>M.M.:</strong> Non vi è stato un vero e proprio inizio con Accordo dei Contrari, nel senso che da subito mi sono sentito a mio agio, sin dai primi ascolti di una musicassetta che Giovanni mi aveva fatto avere e che ancora custodisco. Ricordo che il primo brano che ascoltai fu “Meghiste Kinesis”. Una registrazione realizzata in sala prove che mi ha permesso di entrare in “orbita”, mantenendo comunque saldo il mio stile chitarristico che non era prettamente Progressivo&#8230; A me piaceva il blues e pensavo che le pentatoniche non potessero suonare bene su un brano come quello: mi sbagliavo! Suonavano benissimo. E comunque già suonavo con Cristian in un altro gruppo&#8230; Diciamo, dunque, che la sintonia era già evidente. Anche con Giovanni era capitato un paio di volte di suonare.</p>
<p>Se penso all&#8217;inizio, mi viene in mente la sensazione che provavo suonando con Accordo dei Contrari fin dalle prime prove&#8230; Una sensazione di benessere e di orgoglio nei confronti del mio tempo trascorso a studiare musica. Uno studio che non è ancora terminato proprio grazie alle esperienze fatte con Accordo dei Contrari&#8230; Accordo dei Contrari, per me, è un&#8217;esperienza di Vita che continua oramai da tanti anni. Probabilmente la cosa che più di ogni altra cosa ci tiene uniti è la profonda stima e amicizia: per noi la musica non è altro che un mezzo vitale attraverso cui stabilire un contatto umano&#8230; fa parte della nostra vita.</p>
<p><strong>E il 2007, finalmente, arriva il vostro esordio discografico: “Kinesis”. Bastano davvero solamente i primi secondi di “Lester” per immaginare, almeno in parte, il viaggio straordinario che sarà l’intero album. Mi narrate, dunque, la sua genesi? Quali sono le fonti d’ispirazione che vi hanno “guidato” nella sua stesura?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Fatta eccezione per “Lester”, che di base è un brano di Marco, e “Gondwana”, che è più il risultato di uno sforzo collettivo, “Kinesis” consta di mie composizioni. Le elaboravo per lo più il sabato mattina, quando avevo tempo e la casa era più silenziosa, ad un vecchio Kaps, un pianoforte a muro, dal suono caldissimo. Registravo le parti e, nell&#8217;entusiasmo, le facevo poi ascoltare al telefono a Cristian (che ovviamente, in condizioni così improbabili di ascolto, non poteva capire granché, come potrai immaginare); quindi davo istruzioni ai ragazzi in sala prove.</p>
<p>A qualcuno “Kinesis” ha ricordato lo stile dei magnifici D.F.A., che, però, fino alla pubblicazione di “Kinesis” non conoscevo. Ad altri, “Kinesis” ha ricordato lo stile di un&#8217;altra fantastica band, i National Health; ma al tempo, ammetto l&#8217;ignoranza, non conoscevo nemmeno questi! Personalmente ho sempre ascoltato molta musica, sia classica sia contemporanea, rock e non. Ma ti confesserò, nella composizione non ho mai cercato di seguire le orme di alcun modello. Sarà anche naturale che le esperienze pregresse di ascolto si manifestino irrazionalmente, nel momento in cui un&#8217;idea prende forma; ma è pur vero che chi arrivasse ad analizzare un brano di “Kinesis”, o di altri album di Accordo dei Contrari, riferendo questo o quel passaggio a questo o a quel modello, finirebbe per commettere l&#8217;errore più grave: smontare il pezzo, perdere di vista la totalità della composizione e, con questo, rendersi cieco innanzi alla sua originalità effettiva. L&#8217;accostamento analogico può tutt&#8217;al più servire a un ascoltatore per dare una vaga idea di un brano a chi non l&#8217;ha ancora ascoltato; ma spesso, almeno quando non viene fatto con la dovuta cautela, finisce per essere fuorviante.</p>
<p>Quanto a “Lester”, Marco aveva un tema a cui stava lavorando per sola chitarra, che intendeva, però, proporre al gruppo. Una sera, dopo aver bevuto una birra insieme, ci ritrovammo a casa sua, e ci fece ascoltare praticamente la prima parte e il cantato conclusivo del pezzo (la seconda parte, l&#8217;ostinato irregolare di piano elettrico con i soli di chitarra e sax e, a seguire, l&#8217;impetuosa serie di sei accordi che poi, ritmicamente alterata, sostiene il cantato del finale, venne composta da me in seguito, ad integrazione delle idee di Marco).</p>
<p>“Lester” è stato per molti anni un nostro “cavallo di battaglia”: un brano sentito da tutti e, per certi versi, “liberatorio”. Penso che, presto o tardi, lo riporteremo di nuovo sul palco, insieme ad altri pezzi che non eseguiamo da diversi anni. Ora c&#8217;è la maturità giusta per rileggere il repertorio pregresso e attualizzarlo con efficacia.</p>
<p><strong>ProgAward per il miglior album italiano Progressive Rock del 2007, i concerti in giro per il mondo e l’inizio della collaborazione con Richard Sinclair. Come ricordate gli anni intercorsi tra “Kinesis” e il nuovo album “Kublai”, uscito nel 2011?</strong></p>
<p>G.P.: Fu un periodo molto stimolante: in quegli anni si cominciò a suonare dal vivo anche in Europa. Sfumò l&#8217;opportunità di suonare negli Stati Uniti soltanto per l&#8217;annullamento del NEARfest 2011, per il quale eravamo già stati ingaggiati. Un vero peccato.</p>
<p>L&#8217;incontro con Richard fu importante. Richard ci insegnò che cosa veramente fosse il “giro di Canterbury”: non soltanto una “scuola musicale”, ma anche e soprattutto un modo di vivere le relazioni personali, mettendo l&#8217;amicizia al servizio dell&#8217;arte e l&#8217;arte al servizio dell&#8217;amicizia. Un&#8217;idea, questa, in cui personalmente mi ritrovavo e in cui, al tempo, penso ci ritrovassimo tutti. Il quartetto (allora c&#8217;era anche Daniele Piccinini al basso) era affiatato e procedeva a pieno regime, e si crearono così i presupposti per un passo più maturo di “Kinesis”&#8230;</p>
<p><strong>“Kublai”, appunto. Secondo il mio modesto parere c’è un qualcosa che lo rende ancor più “complesso” rispetto al vostro esordio (difficile da esprimere a parole). Ma quali sono, secondo il vostro punto di vista, le differenze e i punti di contatto con “Kinesis”? Mi parlate un po&#8217; di questo lavoro? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Eravamo certamente cresciuti come gruppo. In “Kublai” c&#8217;è l&#8217;intensità di “Kinesis”, ma con un afflato <em>canterburiano</em> più evidente (soprattutto in brani come “L&#8217;ombra di un sogno” e “Battery Park”), accentuato dal fatto che la musica non è, passami l&#8217;espressione, “gridata” e (quasi) sempre aggressiva, come quella di “Kinesis”, ma più chiaroscurata e variegata: il gruppo aveva acquisito la maturità per interpretare le composizioni mie e di Marco accentuando le dinamiche e il dialogo strumentale (e in questo riprendendo e sviluppando quanto già lasciava intuire “OM”, l&#8217;ultimo brano di “Kinesis”, la cui parte centrale è, in effetti, un&#8217;improvvisazione programmata). In “Kublai” c&#8217;è il sussurro, lo spazio e la tensione (“Dark Magus”), la contemplazione e l&#8217;attesa (“Arabesque”), la decisione e lo slancio (“Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta [parte I]”), l&#8217;emotività del ricordo e l&#8217;inseguimento del passato (“L&#8217;ombra di un sogno”)&#8230; Ma, in fondo, i brani di “Kublai” sono le sei sezioni di un solo affresco, o i sei capitoli di una sola narrazione, se preferisci, come già i brani di “Kinesis” e come poi i brani degli album successivi (con la sola eccezione, intenzionalmente asimmetrica, di “Violato Intatto”, che<em> de facto </em>è un album doppio).</p>
<p>Gli anni di “Kublai” furono per me molto creativi: composi allora brani che, come gruppo, provammo sì ad eseguire, ma senza che fossimo ancora pronti a farlo. Brani che infatti appaiono, da me per l&#8217;occasione ripensati, negli album successivi: penso a “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”, “Dua” e “Seth Zeugma” (apparsi su “AdC”, pubblicato con AltrOck nel 2014) e a “Così respirano gli incendi del tempo” (apparso in “UR-”, Cuneiform 2021).</p>
<p>In teoria, già “Kublai” poteva essere un album doppio. Ricordo che avevo pensato anche a due album realizzati a stretto giro l&#8217;uno dall&#8217;altro. Se non fu realizzato un album doppio, né furono pubblicati due album ravvicinati, è perché, al di là di certe contingenze, che ci impegnarono su fronti anche diversi da Accordo dei Contrari, avemmo l&#8217;accortezza di capire che serviva ancora tempo: cuore e testa non erano ancora sufficientemente “educati”, diciamo così, per eseguire certa musica.</p>
<p><strong>Come mai decidete di inserire un brano cantato, affidando la voce a Sinclair?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> L&#8217;opportunità si presentò per caso. Avevo già composto un brano strumentale, “L&#8217;ombra di un sogno”, che eseguivamo anche dal vivo. Un amico di Daniele conosceva personalmente Richard, e Richard era incline a collaborazioni, di modo che Daniele mi chiese se avessi del materiale che poteva ospitare la voce di Richard. Pensai allora a parti specifiche di “L&#8217;ombra di un sogno” e contattai Richard, dandogli poi, dopo riflessione, carta bianca sul testo<em>.</em></p>
<p>Richard apprezzò moltissimo la composizione e fece un ottimo lavoro. Chi conosce la discografia di Sinclair, ha riconosciuto che “L&#8217;ombra di un sogno” è uno dei brani più riusciti e più ispirati della sua discografia recente. Mi è stato riferito che anche Dave Stewart, il tastierista/compositore di “Egg”, “Hatfield and the North” e “National Health”, ha ascoltato “L&#8217;ombra di un sogno” e l&#8217;ha apprezzata tanto. Per molti è il fiore all&#8217;occhiello di “Kublai”.</p>
<p><strong>Una curiosità riguardante la sua uscita come autoproduzione (cosa che succederà anche per il vostro quarto lavoro “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/19/accordo-dei-contrari-violato-intatto/">Violato Intatto</a>” del 2017): come mai questa sorta di “alternanza” negli anni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Anche questo fu un caso: Accordo dei Contrari, <em>nomen omen. </em>Ci fu qualche contatto con Leonardo Pavkovic (Moonjune) e con Marcello Marinone (AltrOck). Leonardo ci stimava, ma le cose non funzionarono. Intendevamo poi realizzare il vinile con AltrOck, ma anche in questo caso non se ne fece nulla. Ci accontentammo del CD autoprodotto.</p>
<p><strong>E il 2014, invece, è l’anno di “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari-adc/">AdC</a>” (che vede il vostro ritorno nella famiglia AltrOck Productions). Peculiarità dell’album è, come ricordato da Giovanni precedentemente, il contenere al suo interno anche dei brani del periodo “Kublai” “scartati” per quella pubblicazione. Come si sono “amalgamati” con le nuove composizioni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Non fu necessario cercare alcun amalgama. Vedi, tutti i brani che compongo sono parte di uno stesso percorso in divenire: quand&#8217;anche concepiti in tempi diversi, sono tra loro in un&#8217;interazione, diciamo così, naturale. Certo, alcune parti dovevano essere riviste, e il fatto che siano state riviste ha comportato anche che, di uno stesso brano, esistessero, alla fine, versioni differenti: di “Nadir”, ad esempio, esiste una versione dal finale alternativo. Un giorno spero, anzi, di pubblicarla.</p>
<p>Saremmo probabilmente arrivati prima ad “AdC” se io, Cristian e Marco non fossimo stati coinvolti da Umberto Giardini nel suo nuovo progetto (UMG) nel biennio 2011-12, in cui realizzammo l&#8217;album “La dieta dell&#8217;imperatrice” e l&#8217;EP “Ognuno di noi è un po&#8217; anticristo”. Anni, anche questi, stimolanti, caratterizzati ancora dalla composizione (miei brani sono “Il sentimento del tempo” e “Omega”, mentre di Marco è “Il desiderio preso per la coda”) e da un&#8217;intensissima attività dal vivo (qualcosa di inconsueto per noi). Impegni extra ad Accordo dei Contrari finirono per rallentare l&#8217;attività del quartetto, e forse per sfibrarlo un po&#8217;; ma dal 2013 l&#8217;attività riprese a tempo pieno ed era quello che più volevo. Avendo, del resto, già “assaggiato” gli States nel 2012, volevamo intensamente tornarci: già allora eravamo coscienti del fatto che oltreoceano avremmo trovato il <em>nostro</em> pubblico.</p>
<p><strong>“<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/24/accordo-dei-contrari-adc/">AdC</a>”, inoltre, vede la presenza anche degli archi in due dei brani (un utilizzo che definirei quasi un classico nella vostra produzione, anche successiva, eccezion fatta per “Kublai”). Quanto conta, dunque, l’apporto di strumenti del genere nella riuscita dei vostri brani e come nascono, di volta in volta, le collaborazioni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Hai ragione a evidenziare l&#8217;importanza degli archi, sono da sempre appassionato di musica da camera, per archi in particolare. Già “Kinesis” prevedeva parti di violino per tutti i brani (Vladimiro Cantaluppi, appunto un violinista, era stato membro di Accordo dei Contrari nel periodo 2004-6); queste parti furono inizialmente sovraincise in vista della pubblicazione dell&#8217;album, ma vennero per lo più rimosse: allora si convenne che il quartetto rendeva meglio senza strumenti “aggiunti”&#8230; Come sempre, si tratta di acquisire quella maturità che sola permette di impiegare strumenti anche non elettrici al meglio del loro potenziale espressivo, una direzione, questa, che sta tuttora trovando sviluppo, e che ha raggiunto fin qui un apice nella sintesi elettroacustica di “UR-”: nel 2014, l&#8217;anno di “AdC”, questa sensibilità poteva ritenersi acquisita. Quanto all&#8217;individuazione di collaboratori agli archi per “AdC”<em>,</em> fu certamente agevolata dalle conoscenze personali. Nessuna “audizione” formale: fu tutto piuttosto semplice. C&#8217;era Vladimiro, che dopo la sua rapida apparizione in formazione prima di “Kinesis”, rientrò per “AdC” apposta per collaborare all&#8217;incisione di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta (parte II)”. Marco coinvolse una sua amica e collega, Marina Scaramagli, insegnante di violoncello nella stessa scuola di musica in cui, al tempo, lui insegnava. Poi ebbe un suo peso anche l&#8217;amicizia che ci legava, e ancora ci lega, ai Deus ex Machina: arrivammo così a Enrico Guerzoni, già violoncellista dei Deus. Questo fu il presupposto per la collaborazione con Alessandro Bonetti<em>, </em>il violinista storico dei Deus, negli album successivi.</p>
<p><strong>E, mentre la vostra attività live internazionale prosegue senza sosta, il 2014 vede anche l’uscita di Piccinini dalla band. Com’è stato proseguire a tre per circa un paio di anni, prima dell’arrivo di Stefano Radaelli nel 2016? Sostituire un bassista con un sassofonista può sembrare strano per un “comune mortale”…</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Non è stato per niente traumatico. Innanzitutto, l&#8217;assenza di un bassista permanente non fu sentita, e non costituiva, in effetti, una lacuna da colmare: le mie idee spesso nascono dalla mia mano sinistra (dunque da linee di basso che compongo); dovevo soltanto colmare le frequenze basse con l&#8217;organo, synth e piano elettrico. Il nostro concerto in trio senza basso elettrico, a margine del festival organizzato da Paolo Fresu a Berchidda (estate 2014), consolidò la sensazione che si potesse procedere in questa direzione senza farsi carico della ricerca di un nuovo bassista, cosa che avrebbe potuto anche rallentarci. Avevo molte nuove composizioni, alcune pensate anche per strumenti a fiato (ad esempio, “Folia saxifraga”), altre pensate esclusivamente per il trio senza basso elettrico (è il caso di “Di eccezione in variante”). Un sassofono, comunque, serviva ai fini della progettata registrazione del nuovo album, e Marco conosceva un ragazzo, lui diceva, che, anche per carattere, si sarebbe integrato bene nel gruppo: Stefano Radaelli. Stefano (al sax alto e baritono) si è integrato immediatamente, con entusiasmo e abilità, arricchendo il nostro potenziale sonoro e solistico. In meno di un anno (!) eravamo nuovamente in studio per registrare (estate 2016).</p>
<p>In retrospettiva, i mesi tra il 2015 e il 2016 sono stati forse i più felici per Accordo dei Contrari. Negli spazi estremamente angusti della nuova saletta (un piccolissimo container nel garage di casa Franchi: ancora mi chiedo come potessimo starci tutti, considerati gli spazi già occupati dalla batteria, dalle mie tastiere e dagli amplificatori!) facemmo miracoli. C&#8217;era molta curiosità, ed eravamo convinti che, una volta usciti da quella piccola saletta, il sound del gruppo sarebbe letteralmente esploso. E così fu.</p>
<p><strong>Stefano, anche per te la domanda fatta a Marco: anche se Giovanni l’ha un po&#8217; anticipato, come entri nella famiglia Accordo dei Contrari e cosa c’è prima di Accordo dei Contrari nella tua vita artistica?</strong></p>
<p><strong>S.R.:</strong> Ho iniziato a suonare con Accordo dei Contrari a inizio 2016, dopo aver incontrato Marco a una <em>jam session</em> grazie alla comune conoscenza del pianista bolognese Nicola Guazzaloca. Già dalle prime prove ci siamo trovati in forte in sintonia, sia artisticamente che umanamente, e pochi mesi dopo eravamo in sala di registrazione per incidere “Violato Intatto”. Il primo impatto con i brani, per me, è stato entusiasmante. C&#8217;era tutto quello che cercavo da un punto di vista musicale, e non ringrazierò mai abbastanza il destino che mi ha fatto incontrare Giovanni, Marco e Cristian.</p>
<p>Prima di Accordo dei Contrari le mie esperienze musicali sono state diverse ma anche molto discontinue. Il periodo in cui sono entrato nel gruppo è stato forse uno dei più intensi e stimolanti da quel punto di vista. Nel 2015 avevo partecipato a un seminario al Jazz Club di Ferrara organizzato e diretto da due musicisti straordinari, molto eclettici e di idee aperte: il sassofonista e compositore Piero Bittolo Bon e il tastierista Alfonso Santimone (anche lui compositore e arrangiatore). Per me è stata un&#8217;esperienza veramente importante; lavoravamo su composizioni di autori jazz contemporanei come Henry Threadgill, Steve Coleman, Tim Berne e Anthony Braxton, e non c&#8217;è dubbio sul fatto che questo lavoro su pezzi complessi, non di rado con metri irregolari, mi abbia preparato a quello che mi aspettava di lì a poco con il repertorio di Accordo dei Contrari.</p>
<p><strong>In tre, dunque, iniziate a comporre quello che sarà il vostro quarto album “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2020/01/19/accordo-dei-contrari-violato-intatto/">Violato Intatto</a>” (2017). Una novità importante è la sua “fisicità”, un doppio album con undici brani in totale. Come mai la scelta di “esagerare”? L’essere slegati da un’etichetta vi ha concesso più spazio di manovra?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Vero, è un doppio album “muscolare”. Probabilmente anche in ragione del suono dell&#8217;organo, che andava irrobustito per via dell&#8217;assenza di un basso elettrico: così trovammo il sound denso e graffiante che in effetti volevo. Ma il fatto che sia un album doppio dipende esclusivamente dall&#8217;ispirazione e dall&#8217;entusiasmo della band in quel periodo: Marco portò due brani, Stefano uno, io addirittura otto (avevo tantissimo materiale, più del solito). Questa volta non si selezionò, come si era fatto ai tempi “Kublai”: il gruppo era pronto per eseguire praticamente tutto (a parte “Marienkirche” e “Il violato intatto”, un brano, quest&#8217;ultimo, che avevamo provato soltanto a spezzoni, e di cui Cristian, Marco e Stefano “compresero” il senso soltanto a registrazione ultimata), e c&#8217;era la maturità per non lasciare da parte nulla.</p>
<p><strong>Nella recensione che scrissi nell’occasione, dissi che <em>in Violato Intatto troviamo tutta l’anima eclettica e “ossimorica” di Accordo dei Contrari riversata in undici micro(macro)mondi irrequieti e onirici, frizzanti e ponderati, in cui i quattro riescono quasi con semplicità disarmante a “piegare” la volontà degli strumenti a proprio favore in quel “gioco degli opposti” che è elemento insito nel DNA della band</em>, concludendo poi dicendo che <em>sarebbe quasi riduttivo citare confronti ed “echi” […] la musica di Accordo dei Contrari suona essenzialmente come la musica di Accordo dei Contrari</em>. Vi ci rivedete? E come si riesce ad essere così “(molto) sopra la media”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Direi che hai fatto centro. Dei nostri primi quattro album, nessuno incarna l&#8217;identità musicale di Accordo dei Contrari meglio di “Violato Intatto”<em>. </em>Non c&#8217;è molto altro da dire, hai praticamente detto tutto tu. Se poi sia un album “(molto) sopra la media”, questo è un giudizio che ci fa molto piacere e lasciamo, ovviamente, all&#8217;ascoltatore. Quel che posso dirti, personalmente, è che mai come in quel periodo ho sentito la necessità di esplorare simultaneamente sentieri espressivi diversi: in “Violato Intatto” l&#8217;unità del concetto “accordo dei contrari” è declinata in forme tutte nitidamente distinte tra loro.</p>
<p><strong>Oltre ad essere un album doppio, c’è anche un’altra novità “numerologica”: dopo tre album da sei brani (e così sarà anche per “UR-”, il lavoro uscito nel 2021), “Violato Intatto” ne ha undici. Che significato ha, dunque, per voi il numero 6? Io, onestamente, mi attendevo sei brani per “facciata”! Ma anche questo fa parte della vostra imprevedibilità…</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Ecco, l&#8217;aspetto numerologico <em>non è</em> casuale. Il numero 6 è simbolo di completezza, e le mie composizioni spesso constano di due o tre parti/ movimenti (2 e 3 sono numeri primi che, moltiplicati tra loro, danno 6). “Violato Intatto”, il nostro quarto album (le cui iniziali, <em>V ed I,</em> formano insieme il numero romano corrispondente a 4, quando rovesciati [<em>IV</em>], come si vede anche sulla copertina) consta di “Violato” (6 brani) e “Intatto” (5 brani). La violazione della norma dei 6 brani doveva essere in “Violato”, ovviamente, data la definizione; ma anche in questo caso ho optato per il rovesciamento: così proprio la seconda parte, che si intitola “Intatto”, consta di 5 e non di 6 brani, la violazione è nell&#8217;integrità. Ovviamente, quando più tardi si è trattato di aggiungere due brani per pubblicare il doppio in vinile (in tutto 13 brani), li ho distribuiti secondo il principio opposto: 7 brani per “Violato” (primo vinile) e 6 brani per “Intatto” (secondo vinile).</p>
<p>Il concetto “accordo dei contrari” autorizza simili giochi, invero particolari e, per quanto mi riguarda, significativi: come ogni brano (o parte di brano) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti i brani precedenti e susseguenti, così ogni album (o parte di album) va considerato sia in se stesso sia nel contesto di tutti gli album precedenti e susseguenti.</p>
<p><strong>E il 2021, come anticipato, vi vede tornare con un nuovo album: “UR-”. Una prima domanda: cosa significa il titolo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> “UR-” è un prefisso della lingua tedesca che, attaccato a un sostantivo, ne proietta automaticamente il significato indietro nel tempo. Così, ad esempio, la parola <em>Geschichte</em>, che in tedesco significa “storia”, diventa, con l&#8217;aggiunta di <em>ur-</em>, <em>Urgeschichte</em>, “storia delle origini” o “storia originaria”. L&#8217;album “UR-” ha molto a che vedere con il concetto di “passato”: in un certo senso riparte dall&#8217;ultimo brano di “Violato Intatto”, appunto “Il violato intatto”, che conteneva già elementi sonori evocativi del mio passato personale (ad esempio, la scala simmetrica in apertura del pezzo, in 15/8, che avevo trovato autonomamente ed ero solito eseguire in continuazione quando, da piccolo, mi accostavo al piano). “UR-” riguarda le mie radici.</p>
<p><strong>Vi va di presentare il nuovo album?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Come ogni album di Accordo dei Contrari, anche “UR-” è sintesi e superamento di tutti gli album precedenti, e con questi è in un rapporto di continuità e di dialettica al tempo stesso. “UR-” riprende e sviluppa la vocazione cameristica più spigolosa di “Kinesis” e la forma cameristica più organizzata e consapevole di “AdC”, fondendole con la dimensione invece orchestrale e, però, flessibile, quasi elastica per varietà di forme, di “Violato Intatto”<em>. </em>“UR-”, poi, è parallelo a “Kublai”: ne riprende l&#8217;attenzione verso le categorie di “spazio” e “colore” (i chiaroscuri) associandole a (o meglio, letteralmente facendole precipitare in) quella di “tempo”. Infine, “UR-” si contrappone a “Violato Intatto”(monolitico il primo, flessibile il secondo), ma lo sviluppa approdando a una nuova “musica totale” elettroacustica. In questo senso, “UR-” è l&#8217;esempio più compiuto di “musica totale” di Accordo dei Contrari. Per me non si tratta né di Progressive Rock né di jazz-rock né di rock da camera: è altro, è Accordo dei Contrari. Ci sono brani nati al di fuori della strumentazione caratteristica del quartetto: “Tergeste”, ad esempio, è nata per solo organo liturgico, e soltanto in un secondo momento l&#8217;ho riarrangiata per formazione elettroacustica. Anche questo è indicativo del fatto che, se proprio si vuole insistere nel cercare una definizione per la musica di “UR-”, quella di “musica totale” sarebbe forse più consona.</p>
<p><strong>E visti gli anni difficili che abbiamo vissuto a causa della pandemia, con quale spirito avete composto, registrato e pubblicato l’album? C’è qualcosa di tutta questa strana situazione attuale che si può “leggere” nelle note di “UR-”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> La composizione del materiale risale al periodo 2018-19, durante i miei viaggi in treno da Bologna a Trieste e viceversa; la registrazione fu in quattro giorni tra la fine di gennaio e l&#8217;inizio di febbraio 2020, subito prima della pandemia. Poi la pandemia ha ritardato terribilmente i tempi per le sovraincisioni e il mixaggio; per non parlare della masterizzazione, realizzata da Udi Koomran a Tel Aviv sotto la minaccia dei razzi palestinesi&#8230; Il complicato “parto” di “UR-” finisce per essere un po&#8217; lo specchio di quel periodo difficile; le circostanze hanno poi reso il brano intitolato “UR-”, in un certo senso, l&#8217;apice drammatico dell&#8217;album, quasi profetico.</p>
<p><strong>Novità importante è il cambio di etichetta: dalla AltrOck Productions alla Cuneiform Records. Come nasce la collaborazione con gli statunitensi e quali sono, se ci sono, le differenze nel lavorare con loro rispetto alla AltrOck? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Avevamo avuto contatti con Steve Feigenbaum fin dai tempi di “Kublai”<em>.</em> Conobbi poi Steve personalmente in occasione del ProgDay 2012, il nostro primo concerto oltreoceano. Steve ha sempre apprezzato tanto la musica di Accordo dei Contrari ma la tradizionale “politica” di Cuneiform gli impediva di prenderci in scuderia. La svolta è avvenuta, non a caso, quando Cuneiform si è rinnovata, e quando abbiamo avuto l&#8217;opportunità di suonare qualche concerto in più negli States, nel 2018. Steve, dopo il nostro concerto all&#8217;Orion di Baltimora (poco giorni dopo il ProgStock, nell&#8217;ottobre 2018), mi disse che si sarebbe preso cura di noi. Così è stato e continua ad essere, in effetti: Steve è molto attento ai gruppi Cuneiform; lavora seriamente, come in passato ha lavorato seriamente per noi anche AltrOck.</p>
<p><strong>Un aspetto, tra i tanti, che mi stupisce della vostra carriera è che ogni album è stato registrato con “sessioni lampo” in studio. Come si riesce ad essere così rapidi mettendo, però, su disco qualcosa di una qualità così elevata?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Credo dipenda da due fattori, la fiducia nella bontà della musica in gioco e la “chimica” tra i componenti di Accordo dei Contrari. Concentrazione, sensibilità e amicizia reciproca hanno sempre fatto la differenza; l&#8217;energia, anche nei momenti (ineludibili) di tensione, è sempre orientata dalla chiarezza di visione verso un preciso obiettivo condiviso, tenacemente perseguito. Serve molta disciplina, attenzione e resistenza per sostenere il carico mentale di Accordo dei Contrari: non è da tutti disporne.</p>
<p><strong>Tra le altre numerose cose che mi incuriosiscono della vostra attività è quella che riguarda il brano “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta”. Cosa vi lega ad esso tanto da “aggiungere” una nuova parte ad ogni nuovo album (più o meno)?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Si tratta di un testo poetico che scrissi molti anni fa e che si può leggere nel <em>booklet</em> di “Kublai”: <em>Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta / ti tuffi e deflagri abbagliante / nel magma dei miei giorni / folgorando / Ti ricordo / istantaneo fremito di vita / nel rapido battito d&#8217;ali / della tua fuga. </em>Queste parole descrivono forse la <em>facies</em> più infiammata, dinamica e, però, al tempo stesso, contemplativa di Accordo dei Contrari. “Chiarezza”, “impressione”, “folgore”, “ricordo”, “fremito”, “istante”, questi pure sono tra i concetti che declino in forme diverse sul piano compositivo, quando se ne presenta l&#8217;occasione. Ovviamente, le tre parti fin qui realizzate di “Più limpida e chiara di ogni impressione vissuta” costituiscono, a loro volta, tre movimenti di una stessa unità compositiva. Se sia completa o no, dipenderà dalla composizione o meno di movimenti ulteriori in futuro. Come sempre per Accordo dei Contrari, anche questo è un discorso aperto, in divenire.</p>
<p><strong>E anche gli artwork che accompagnano i vostri album sono sempre piuttosto particolari ed ermetici. Vi va di spendere qualche parola al riguardo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> La sfera e la piuma, visibili nella copertina del primo album (<em>artwork</em> di Davide Guidoni), vengono da una definizione di sintesi della musica di Accordo dei Contrari che escogitai quando si era ancora agli inizi. L&#8217;ho voluta riportare apposta nel <em>booklet</em> di <em>Kinesis</em>, a mo&#8217; di “manifesto”: <em>“&#8230;una linea agile e curva, che imprevedibilmente si sposta, vuole segmentarsi, ridursi a un punto o spezzarsi bruscamente, lasciando tuttavia come un segno nella memoria – un&#8217;eco lontana e coloratissima. Afferrarla sarebbe forse come calcolare la leggerezza di una piuma impercettibile, misurare la perfezione di una sfera”.</em></p>
<p>Un po&#8217; tutti i nostri album, anche “Kublai”, “AdC”, “Violato Intatto” e “UR-” (di questi, gli ultimi tre realizzati con l&#8217;<em>artwork</em> di Dario D&#8217;Alessandro degli Homunculus Res), inseguono linee, curve e colori. Diciamo che questo tratto “minimal”, su cui ho sempre fortemente insistito, è una riproduzione visibile, cangiante di album in album, della musica dalle architetture fluide, agili e potenti di Accordo dei Contrari.</p>
<p><strong>Parlando in generale, come “prende forma” un brano di Accordo dei Contrari e qual è, di volta in volta, il nesso tra musica e titolo (dei brani e degli album)? Avete programmato sin da subito di “evitare” l’utilizzo della voce nelle vostre creazioni (salvo rarissime eccezioni)?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Il nesso è sempre profondo, sia tra il titolo di un brano e il brano relativo, sia tra il titolo di un album e l&#8217;album relativo. A volte la corrispondenza è totale: la musica traduce il titolo e viceversa. Altre volte, la corrispondenza è parziale: il titolo è effettivamente l&#8217;<em>input</em> di un&#8217;argomentazione musicale, in cui si comunicano cose che non necessariamente sono comprese nel titolo ma da questo dipendono. La musica finisce comunque per essere più eloquente, nella misura in cui, se la parola è espressione del dicibile, la musica è espressione <em>anche</em> dell&#8217;indicibile.</p>
<p>Non abbiamo dovuto studiare a tavolino se fare musica strumentale o con voce. Comporre musica strumentale è stato per me, fin dal principio, del tutto spontaneo. E naturale l&#8217;hanno sempre sentita tutti i membri di Accordo dei Contrari, nel corso degli anni. La stessa voce, in fondo, è uno strumento musicale, a prescindere dal fatto che si accompagni a parole o meno.</p>
<p><strong>Traendo una sorta di bilancio, come è cresciuto e cambiato in vent’anni Accordo dei Contrari? Siete soddisfatti del vostro cammino artistico?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Siamo molto soddisfatti. E, se posso permettermi, orgogliosi e senza rimpianti. Accordo dei Contrari ci ha permesso di creare uno nostro spazio artistico, originale e intimamente creativo, e di coltivare tra noi, nel tempo, un legame fraterno. Le difficoltà (tante) ci hanno fortificati. Accordo dei Contrari è cresciuto nel tempo come cresce un corpo vivente e continuerà a crescere finché avrà qualcosa da dire.</p>
<p><strong>Prima parlavamo del premio ai ProgAward vinto con “Kinesis”, ma, in generale, come sono stati accolti i vostri album da pubblico e critica negli anni?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Sono stati accolti sempre in modo entusiasta, soprattutto da pubblico e critica estera, in particolare negli Stati Uniti. “Violato Intatto” e “UR-” sono stati considerati i nostri migliori lavori. L&#8217;Italia, con qualche eccezione, si è dimostrata talvolta avara di particolari apprezzamenti: <em>nemo propheta in patria</em>, del resto. Marco sostiene, tanto per ridere, che, se fossimo stati svedesi, e non italiani, avremmo avuto ben altra risonanza nel nostro paese&#8230;</p>
<p>Siamo sempre andati avanti per la nostra strada, sfruttando consapevolmente la libertà che ci viene dal fatto di operare fuori dal mercato, senza velleità commerciali e con obiettivi squisitamente artistici. Non dobbiamo rendere conto di nulla a nessuno. E così continueremo a fare.</p>
<p><strong>Tornando sul fronte live già menzionato qualche volta in precedenza, negli anni vi siete esibiti sui palchi di mezzo mondo. Che idea vi siete fatti dell’attuale cultura musicale internazionale, del modo in cui il pubblico ne fruisce e dello spazio che si dedica alla musica dal vivo? E quali sono le differenze con il nostro Paese?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Le differenze sono tangibili. Il pubblico in Europa e negli States si è dimostrato sempre molto entusiasta, assistendo ai nostri concerti: partecipa e, soprattutto, ascolta senza preconcetti. Anche se gli ultimi concerti che abbiamo tenuto in Italia, nel 2022 e 2023, segnano forse un&#8217;inversione di tendenza e fanno ben sperare, in Italia ricordo raramente manifestazioni di interesse altrettanto vive e spontanee. Tutto tende ad essere inibito, come frenato. Ciò capita quando chi ascolta teme di essere giudicato troppo entusiasta dai suoi pari (gli altri ascoltatori), o quando, peggio, ci si atteggia a critici/giudici della musica che si ascolta, dimenticando di essere appunto, in primo luogo, ascoltatori. Ma è una protervia, questa, che si paga cara: si crede di continuare a saper distinguere la “buona musica” dalla “cattiva musica”, perdendo però, di fatto, la <em>sensibilità</em> che è presupposta al discernimento della “buona musica”. In pratica, è come diventare sordi (senza avere, ahimè, il talento di Beethoven).</p>
<p><strong>E, ancora a proposito di live, come è Accordo dei Contrari sul palco? Io vi ho visti per la prima volta a Roma qualche anno fa ed è stata un’esperienza travolgente.</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Ti ringrazio. Può sembrare paradossale che Accordo dei Contrari suoni poco dal vivo, poiché la musica di Accordo dei Contrari è e resta comunque <em>live</em>, nella misura in cui registriamo programmaticamente in presa diretta, senza clic o accorgimenti simili: tutt&#8217;al più si effettua qualche sovraincisione, ma mai abbiamo registrato per singole tracce (prima la batteria, poi uno strumento, poi l&#8217;altro, ecc.).</p>
<p>Il concerto dal vivo dovrebbe essere sempre un&#8217;esperienza appagante per chi suona. Qualche volta lo è, qualche volta meno. Riesci a goderti pienamente la <em>performance</em> quando puoi proporre al pubblico la tua musica con continuità e frequenza; se questa continuità manca, le preoccupazioni tecniche (gli strumenti funzionano perfettamente? L&#8217;esecuzione è all&#8217;altezza? Il pubblico sente bene?) possono a volte prendere il sopravvento, soprattutto quando non puoi affidarti, ed è il nostro caso, sempre allo stesso fonico. Un fonico abile e di fiducia, quel fonico di cui avresti bisogno perché proponi musica complessa sul piano della strumentazione (pensa alle complicazioni dovute anche soltanto all&#8217;assenza del basso elettrico) e per di più estremamente dinamica, musica che lui <em>deve</em> conoscere nei singoli passaggi, non puoi permettertelo, se non fai spesso concerti. Il fonico ideale è, a tutti gli effetti, un membro aggiunto della band: fino a questo momento non abbiamo purtroppo avuto la fortuna di trovarlo. E aggiungerò: ci farebbe comodo trovare, sempre come elemento aggiunto della band, anche un tecnico delle luci. Le luci sostengono la musica con più efficacia dell&#8217;immagine, perché l&#8217;immagine orienta, definisce e perciò limita l&#8217;immaginazione dell&#8217;ascoltatore, mentre le luci non imbrigliano la forza evocativa che il suono ha in se stesso e che si manifesta diversamente in ciascun ascoltatore, a seconda della sua personale capacità di immaginazione e del suo grado di sensibilità.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> C&#8217;è un vantaggio evidente e innegabile: web e social contribuiscono a una divulgazione facile e immediata di musica che altrimenti, per una ragione o per l&#8217;altra, non si conoscerebbe, o perlomeno sarebbe difficile scoprire. Molti ci hanno conosciuti grazie al web, e questo è senza dubbio un bene. Ma il dazio che si paga è grave: alla prova dei fatti, gli svantaggi pesano molto più dei vantaggi. Tutto ne esce appiattito, livellato, uniformato. L&#8217;ascoltatore/spettatore viene educato a non cogliere più la differenza che passa, ad esempio, tra un concerto dal vivo a cui si assiste in presenza e un concerto dal vivo a cui si assiste via web. Sappiamo bene che non sono la stessa cosa: il web ti nega la comunicazione tridimensionale della musica, quell&#8217;energia che lega musicista e ascoltatore quando interagiscono entro uno stesso spazio fisico. Il web scinde l&#8217;ascoltatore e il musicista innaturalmente; rende l&#8217;ascoltatore pigro; nega al musicista l&#8217;energia del pubblico in presenza, impoverendo la <em>performance</em>. L&#8217;orecchio dell&#8217;ascoltatore, poi, ne viene depotenziato, e l&#8217;ascoltatore stesso finisce per non maturare (o per perdere) sensibilità per le sfumature e gli aspetti caratterizzanti del suono. La conseguenza di ciò è devastante anche per chi fa musica: il pubblico non discrimina più tra un gruppo e l&#8217;altro, si accontenta (più o meno) di ricondurre questo o quel gruppo a questo o a quel genere musicale. La “civiltà 2.0” di cui parli è ricca, temo, di “musica impoverita”.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Gli ostacoli che si incontrano, e abbiamo in effetti incontrato, sono tantissimi. Non viviamo di musica e nessuno di noi ha tempo per seguire, con la costanza che sarebbe necessaria, i meccanismi di promozione. In queste condizioni, è difficile farsi conoscere e ricavare quegli utili che, per quanto ci riguarda, si reinvestirebbero in nuovi progetti musicali (fare musica costa, almeno se si vuole realizzare lavori di qualità sonora eccellente, come nel nostro caso). In termini economici, l&#8217;autoproduzione a volte ci ha dato di meno (“Kublai”), a volte di più (“Violato Intatto”, ad oggi forse l&#8217;album in assoluto più apprezzato da pubblico e critica); ma servono risorse ed energie che non sempre si hanno. D&#8217;altra parte, proprio il fatto di operare fuori dal mercato e senza velleità commerciali finisce per agevolarci: se le risorse ci sono, non abbiamo la necessità di doverle investire per averne un ritorno economico a tutti i costi. Il nostro vero ritorno è la musica, che resterà nel tempo.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Purtroppo non esistono tanti spazi. Festival ci sono, in Italia, ma sono centrati sulle “vecchie glorie”, ammiccano alle preferenze del pubblico (l&#8217;adeguamento alle tendenze garantisce pubblico pagante) e non danno, in linea di massima, il debito spazio a realtà emergenti (in quanto poco note, le realtà emergenti infatti non garantiscono pubblico pagante): chi riesce a procurarsi uno spazio lo deve, in fondo, ad agganci diretti con i vertici organizzativi, una logica a cui Accordo dei Contrari, forse anche con suo demerito, non si è mai piegato. Sia chiaro, non critico la politica dei festival in Italia: sarebbe impossibile anche soltanto ideare un festival, se non si facessero i conti con introiti/spese e non si pensasse agli incassi. Se, però, ci fosse più azzardo e generosità, il desiderio, voglio dire, di investire qualche volta anche affrontando il rischio di andare in perdita, il desiderio di far conoscere al pubblico delle novità che si ritengono effettivamente interessanti e di valore, forse si potrebbe restare piacevolmente sorpresi da un&#8217;affluenza imprevista e, magari, assistere a un piccolo miracolo: il passaggio di un gruppo dall&#8217;avere un piccolissimo seguito all&#8217;avere un seguito più grande. Qualcosa, credo, di emozionante, sia per chi fa musica, sia per chi la produce, sia per chi promuove eventi.</p>
<p>Quanto ai gruppi/progetti italiani di musica originale, ne conosciamo diversi di livello eccellente: penso ai Deus ex Machina e ai D.F.A. (oggi, purtroppo, non più attivi), Ske, gli Slivovitz, giusto per citarne alcuni. L&#8217;Italia è sempre stata e resta una garanzia. Ma i concerti sono rarissimi, e raramente, dunque, ci si incontra e ci si frequenta. Gli stessi “giri” musicali (penso alla realtà di Bologna negli anni Novanta, con gruppi come i Deus ex Machina e gli Ella Guru) non esistono più. Il villaggio globale del web e la crisi della musica dal vivo hanno smantellato le realtà musicali locali. La perdita è incalcolabile.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Accordo dei Contrari e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Mi capita occasionalmente di dedicarmi a scrittura e disegno: la passione per il disegno, anzi, si accese in me prima di quella per la musica. Avevo l&#8217;abitudine, fin da piccolo, di sedermi d&#8217;estate a un tavolo in giardino, circondato dal verde, innanzi a un foglio bianco: mi proponevo di non alzarmi finché non avessi fatto un disegno, oppure scritto qualcosa di originale. Il vento a volte mi portava via i fogli, che pazientemente raccoglievo e fermavo sotto un sasso perfettamente levigato, per poi riprendere a disegnare o a scrivere. Questa autodisciplina mi ha aiutato sia nella musica sia, più in generale, nella vita.</p>
<p>Ho poi la fortuna di occuparmi di storia e storiografia antica greca per mestiere, e ti posso assicurare che nell&#8217;intuizione scientifica c&#8217;è una componente artistico-creativa molto elevata. Chi oppone la scienza all&#8217;arte e alla creatività, dimentica che l&#8217;intuizione fonda entrambe, ed è nei fatti arido: non ha e non avrà mai niente da dire e da dare, né alla scienza né all&#8217;arte.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Non so se posso definire la mia attività quotidiana un&#8217;attività artistica ma, secondo me, e per come la vivo io, penso che in parte lo sia. Io faccio il fabbro, un lavoro che mi sono scelto e che porto avanti già da diversi anni. Ho sempre respirato il profumo del ferro in famiglia perché mio padre aveva un’azienda di carpenteria meccanica, dove ho lavorato per tanti anni. Ho avuto anche una parentesi di insegnamento della batteria, ma negli anni mi resi conto che mi mancava qualcosa, e così decisi di avviare una mia attività. Non è semplice, soprattutto di questi tempi, ma la passione per il mio lavoro, come per la musica, mi spinge ad andare oltre e sognare. Ti confesso che a volte arrivo a casa alla sera che non ho proprio molta voglia di andare a fare le prove, ma ormai Accordo dei Contrari per me non vuole dire solo fare musica, significa condivisione, rispetto, onestà. Tutti valori di cui mi nutro ogni giorno e che ritrovo in Giovanni, Marco e Stefano.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Pensare a un podio sarebbe impossibile: avrei un numero incalcolabile di primi posti, spaziando dal rock al jazz, dalla classica all&#8217;avanguardia. Confesso il mio amore per Steve Coleman e Tim Berne in tutte le loro incarnazioni; per la scuola organistica italiana, tedesca e francese di ogni secolo, fino a quella contemporanea, passando per Bach, Vierne, Dupré e Messiaen; e per Haydn, Beethoven, Schubert, Schumann, Debussy, Mahler, Bartok, Stravinskij, Ravel, Prokofiev, Shostakovich e tanti altri: vanno ascoltati.</p>
<p>Limitando il <em>range </em>alla musica rock e jazz, e alla capacità di esprimere i concetti di “mistero” e di “indefinito”, che personalmente trovo altamente poetici, ti dirò: le prime note di “We&#8217;ll let you know” in “Starless and Bible Black” dei King Crimson, quelle di “Ruins” in “Unrest” degli Henry Cow, il riverbero nell&#8217;attacco di batteria, piano e basso di “Pataphisical Introduction, part I” in “Volume Two” dei Soft Machine, l&#8217;esordio lontano di “Out-Bloody-Rageous” di “Third”, sempre dei Soft Machine, l&#8217;inizio del brano “Bitches Brew” nell&#8217;album omonimo di Miles Davis. E il finale di “Lemmings” dei Van der Graaf Generator. A parte quest&#8217;ultimo, tutti inizi, tutti semplicemente eccezionali.</p>
<p><strong>C.F.:</strong> Io nasco dagli ascolti di mio fratello maggiore. Police, Bruce Springsteen, Bob Marley, U2, sono tra i suoi gruppi più amati. Poi un giorno mi regalò un disco dei The Who e ne rimasi folgorato. Da lì in poi sono sempre stato influenzato dalle sonorità di quegli anni, Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, gli stessi The Who, per citarne alcuni tra i miei preferiti. Negli anni Novanta anche il <em>grunge</em> mi ha influenzato. Non penso di avere un’anima totalmente “progressive”, ma mi piace ascoltarlo e forse ancora di più suonarlo. Mi rendo conto di non avere un genere o un artista preferito, ma se devo sceglierne uno tra tutti che, secondo me, incarna al meglio la mia visione di musica, allora dico Jeff Buckley.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Anche qui scegliere è difficilissimo&#8230; Senz&#8217;altro opere immortali come “1984” di Orwell, “Viaggio al termine della notte” di Céline, o gli scritti di Borges. Guardando più indietro nel tempo, Erodoto, sottile, avvincente e spassoso; o Tucidide, se si preferisce la filosofia applicata alla storia; o il sempreverde Omero, enciclopedia del tutto, un po&#8217; come Dante. Sul versante cinematografico, suggerirei Christopher Nolan. Sul versante pittorico/grafico, Paul Klee. E già mi pento per tutti quelli, innumerevoli, che sto omettendo.</p>
<p>S.R.: Senza dubbio lo scrittore americano Kurt Vonnegut. Oltre al famoso “Mattatoio n. 5”, che rielabora in modo toccante e visionario il trauma sperimentato da Vonnegut come prigioniero americano dei tedeschi durante la II Guerra Mondiale (in particolare l&#8217;esperienza, vissuta in prima persona, del bombardamento di Dresda), “La colazione dei campioni”, “Madre notte”, “Il grande tiratore” e “Le sirene di Titano” sono tra i libri che porterei sulla proverbiale isola deserta.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Si è trattato di resistenza, o meglio, di resilienza: fu un periodo durissimo anche perché fu impossibile ritrovarsi per suonare insieme. Il famigerato <em>smart working </em>trasformò la mia attività di docente in sportello web h24: uno snaturamento inaccettabile, una vera barbarie. Per gli altri del gruppo non fu poi molto diverso. A salvarmi è stata la composizione di nuova musica, cui mi dedicavo in previsione del ritorno di Accordo dei Contrari all&#8217;attività, e l&#8217;affetto della mia famiglia.</p>
<p>La musica italiana ha pesantemente risentito di questo stato di cose, ma si è trattato senz&#8217;altro di una pausa, per quanto ben poco salutare: di una “ferita di striscio”, per mantenere la tua metafora, e non di un “colpo mortale”. Il “colpo mortale” verrà se non prenderà coscienza del fatto che l&#8217;uomo è una creatura analogica, non digitale, e che la musica, la <em>vera </em>musica, deve avere un ruolo centrale nella formazione della persona.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Gli aneddoti sarebbero tanti. Ricordo la gioia di salire sul pulmino del gruppo al termine di una mattinata di lavoro in un liceo di Bologna, al tempo insegnavo ancora a scuola, per partire alla volta del Belgio con Cristian, Marco e Daniele, e tenere l&#8217;indomani un concerto (al festival ProgRésiste di Verviers) avendo, a meno di un metro da me, il registro personale che, per disattenzione o fretta, non avevo lasciato a scuola come avrei dovuto (e che non potevo proprio permettermi di smarrire!). Mi andò bene: se mi avessero fermato alla frontiera italiana con il registro, avrebbero potuto incriminarmi per esportazione illecita di documenti ufficiali&#8230; Era il 2009. Tanto tempo è passato, anche se a me non sembra affatto: l&#8217;emozione di allora è ancora viva. Il concerto poi andò benissimo. Quei quattro ragazzi, i ragazzi che eravamo, in fondo mi mancano.</p>
<p><strong>Una domanda per Marco, che esula dal contesto Accordo dei Contrari ed è una curiosità tutta mia</strong><strong>, mi preme farla! Sul mio podio personale tra gli artisti che più adoro in assoluto ce n’è uno che ben conosci (così come Giovanni e Cristian, in realtà) e con cui hai spesso collaborato negli ultimi anni: Umberto Maria Giardini/Moltheni. Il quesito è banale: com’è Umberto, artisticamente e umanamente, e com’è lavorare con lui?</strong></p>
<p><strong>M.M.:</strong> La mia collaborazione con Umberto oramai ha superato i dieci anni&#8230; quattordici per la precisione! Anni molto intensi e formativi, carichi di produzioni e concerti. Moltheni mi ha dato la possibilità di entrare a far parte di un ambiente musicale molto interessante, soprattutto nei primi anni di questa lunga collaborazione. Ci siamo da subito intesi con Umberto. E questo pur avendo un <em>background</em> di ascolti e conoscenze musicali non sempre uguali: mi sono sempre fidato delle sue proposte musicali e lui delle mie! Quando lavoriamo sia in sala prove che in studio di registrazione condividiamo gran parte delle idee musicali che ci vengono per la testa. C&#8217;è molta affinità! E poi ha sempre avuto una certa stima e predilezione per gli Accordo dei Contrari. Non a caso, nelle radici di Umberto Maria Giardini (UMG) ci sono tre componenti degli Accordo dei Contrari: quando mi propose di coinvolgere Giovanni e poi, a ruota, anche Cristian nel germe del suo nuovo progetto, ero molto eccitato e curioso di capire ciò che poteva succedere. Ed è successo che insieme abbiamo realizzato “La dieta dell&#8217;Imperatrice”, che a mio avviso è un album molto bello e intenso, e l&#8217;EP “Ognuno di noi è un po&#8217; anticristo”.</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro di Accordo dei Contrari che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>G.P.:</strong> Stiamo lavorando al sesto album, in cui confluirà il materiale che ho composto nel periodo della pandemia. Questa volta sarà necessario un bassista. Proprio in questi ultimi tempi è entrato in formazione Paolo Narduzzo: da quartetto siamo quindi diventati un quintetto. Il sesto album, per la cui realizzazione contiamo di avvalerci ancora del violino di Alessandro Bonetti, sarà un ulteriore passo avanti. E non vediamo l&#8217;ora di registrarlo.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!      </strong></p>
<p><strong>Accordo dei Contrari:</strong> Grazie a te, Donato. E un saluto ai lettori.</p>
<p><em>(Ottobre, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/14/intervista-ad-accordo-dei-contrari/">Intervista ad Accordo dei Contrari</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista agli Aether</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 13:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto ad Andrea Ferrari (A.F.), Andrea Grumelli (A.G.), Matteo Ravelli (M.R.) e Andrea Serino (A.S.): Aether. A.G.: Grazie Donato per lo spazio concesso al nostro progetto e per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/02/intervista-agli-aether/">Intervista agli Aether</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15035 alignleft" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Aether-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Aether-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Aether-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2025/10/Aether-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto ad Andrea Ferrari (A.F.), Andrea Grumelli (A.G.), Matteo Ravelli (M.R.) e Andrea Serino (A.S.): Aether.</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Grazie Donato per lo spazio concesso al nostro progetto e per il prezioso lavoro che fai per la promozione e diffusione dei piccoli progetti come il nostro.</p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono gli Aether e cosa c’è nelle vite di Andrea F., Andrea G., Matteo e Andrea S. prima degli Aether?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Gli Aether nascono un paio di anni fa in embrione, inizialmente con lo scopo di arrangiare e preparare alcuni pezzi per la mia tesi di laurea al biennio di basso elettrico jazz presso il Conservatorio di Piacenza. L’obiettivo principale era quello di fondere gli elementi che amo di più nella musica e quindi le armonie del jazz con un approccio più rock, influenzato sia dal Progressive Rock di scuola Canterbury che dalle tendenze più moderne, una sorta di incontro ideale tra Soft Machine, King Crimson e Rymden con il jazz europeo di scuola ECM, utilizzando strumenti non proprio super canonici del jazz come chitarre molto effettate e distorte e sintetizzatori.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Di tutto, ho suonato dal death metal al <em>mainstream</em> jazz, Progressive, psichedelia e quant’altro. No fastidio. Ho preso una laurea in batteria jazz ai Civici Corsi di Jazz di Milano studiando con Tony Arco e musicisti come Marco Visconti Prasca, Franco Cerri ed Enrico Intra, che hanno aperto i miei orizzonti musicali a suoni e metodi che per me erano completamente nuovi.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Per quanto mi riguarda, prima degli Aether ci sono anni di studio di musica classica, jazz ed elettronica, categorie che metterei in un unico contenitore chiamato “musica colta”. Non mi sono mai interessato ai generi di facile ascolto: al liceo, mentre i miei compagni ascoltavano i Guns N&#8217; Roses, io divoravo il “Live at Pompeii” dei Pink Floyd o “Selling England by the Pound” dei Genesis.</p>
<p><strong>Aether: come cade la scelta sul nome?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> La scelta del nome è arrivata un po’ tardi, prima della registrazione dei brani nell&#8217;estate 2022. Volevamo un nome che rappresentasse molto da vicino la musica delle nostre composizioni e desse anche un’idea dell’amalgama delle differenti attitudini al suo interno. La sua scelta è quindi caduta su <em>ether</em> che, forse, non è il massimo dell’originalità, ma che ben rappresenta il concetto di viaggio sonoro presente nei brani, con un richiamo al processo alchemico di fusione degli elementi come metafora della fusione delle nostre diverse influenze.</p>
<p><strong>Il progetto Aether <em>mescola Jazz, Progressive Rock e Ambient</em> e da questa “convivenza sonora” nasce il vostro esordio discografico “Aether” (2023). Come ricordato da Andrea G., i brani nascono, in realtà, in occasione della sua tesi di laurea. Mi narrate, dunque, qualcosa in più sulla sua genesi? </strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Dopo la stesura dei brani per la tesi, essendo rimasti molto soddisfatti del risultato sull’arrangiamento dei primi pezzi, ed essendoci trovati molto bene anche dal punto di vista umano, che a mio avviso è un elemento essenziale per poter condividere e lavorare su un progetto, abbiamo continuato con la produzione e l’arrangiamento di altri brani che erano stati composti nello stesso periodo e con lo stesso obiettivo ma accantonati. Da qui siamo partiti con l’arrangiamento di questi nuovi brani e il rimaneggiamento di alcuni altri in modo meno canonico e più vicino alle nostre sensibilità, e così è nato il primo disco degli Aether.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Tutto è successo in maniera molto lineare, fino alla tragicomica registrazione del disco in un giorno di luglio in cui, a Milano, c’erano 45 gradi all’ombra e un’umidità del 200%.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Andrea aveva scritto armonie e melodie interessanti, dallo stile semplice e complesso allo stesso tempo. Per fare un esempio, una frase del tema di “Pressure” copre una nona minore all’interno di due battute da 7/8; non è una cosa che scriverebbero tutti. Questo per me è uno stimolo a suonare cercando soluzioni a cui non sarei arrivato suonando, ad esempio, uno standard jazz.</p>
<p><strong>Come coabitano, dunque, le tre “anime” citate poco sopra nella vostra musica (pienamente riconoscibili e godibili all’ascolto)? E quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?</strong></p>
<p><strong>M.R.:</strong> Io non mi pongo limiti quando bisogna scrivere. I miei ascolti ancora oggi possono andare dal <em>grindcore</em> a Fever Ray e ai Grateful Dead, ogni canzone può dare un’idea nuova e credo che questo abbia portato una buona dinamicità al disco.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Il jazz per natura è un genere che incontra altri generi, li assorbe, li rielabora e, così facendo, evolve in qualcosa di nuovo. Mescolare generi diversi è una cosa a cui sono abituato da tempo; è uno stimolo, spesso è difficile farlo in modo originale ma non è faticoso proprio perché mi piace farlo.</p>
<p><strong>Come mai la scelta di realizzare musica esclusivamente strumentale?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Perché i cantanti sono mediamente insopportabili! Scherzi a parte, all’inizio, avendo scritto l’arrangiamento dei brani per quartetto, studiando l’incastro delle diverse parti, la voce non era contemplata, anche perché, spesso, la presenza della voce diventa un focus primario fin troppo importante che distoglie l’attenzione dell’ascoltatore sul resto dell’arrangiamento, cosa che si voleva evitare. Inoltre, cercando di utilizzare questo progetto anche come laboratorio di sperimentazione dove ci spingiamo vicendevolmente a cercare soluzioni meno inflazionate possibili, dovremmo riuscire a trovare un musicista che intenda la voce in maniera meno canonica, più come strumento che come “la linea melodica sopra l’arrangiamento”. Ciò non esclude che in futuro possa esserci un disco targato Aether con all’interno parti vocali o addirittura tutto cantato.</p>
<p><strong>Mi parlate un po&#8217; anche della parte grafica che accompagna &#8220;Aether&#8221;?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> La grafica del disco nasce dalle bellissime foto di Fabio Volpi (<u>Dies Project</u>). Fabio è un amico che si occupa di audiovisuale performance/<em>digital scenography</em>/<em>projection mapping</em> e <em>sound engineering</em> creando delle installazioni a mio avviso bellissime e molto suggestive. Poco prima della registrazione dei brani ha pubblicato online queste sue foto molto suggestive di una sua escursione sull’Etna e, appena le ho viste, mi sono sembrate perfette per rappresentare la musica di Aether. Idea che sta alla base e avere un soggetto profondamente italiano (l’Etna) che riporta alle nostre radici e, in questo caso, in ambito musicale, la spiccata tendenza alla melodia dei brani, e, dall’altra parte, un chiaro riferimento alle copertine della ECM che richiamano alle influenze del jazz nordico ben presenti nel nostro lavoro.</p>
<p><strong>Il disco esce per Overdub Recordings. Come entrate in contatto con l’etichetta e come si è svolta la collaborazione?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Subito dopo le registrazioni in estate 2022 ci siamo dedicati alla post-produzione con l’inserimento di un po’ di elettronica in alcuni brani ed il mix del disco. Nell’autunno, quindi, abbiamo contattato un po’ di etichette e, anche se la natura molto sperimentale del progetto ha portato con sé qualche difficoltà nel presentarlo a casa discografiche specializzate sia in jazz che in Progressive, abbiamo ottenuto risposte da diverse etichette. Con diverse di loro abbiamo avuto contatti per capire come progettare l’uscita del disco ma, alla fine, dopo diverse <em>call</em> con Marcello di Overdub Recordings, ci siamo convinti che fosse la scelta più azzeccata per la <em>release</em> e la promozione del disco. Al momento sia noi che Overdub ci stiamo concentrando quindi sulla promozione, per far conoscere il più possibile il disco.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Essendo nati negli anni ’80, abbiamo vissuto la transizione della fruizione della musica da cassette a CD, sino a mp3 e piattaforme online. Come per ogni strumento, ci sono pro e contro. Certamente la facilità di avere tutto a portata click permette la scoperta di mondi e progetti “insospettabili”, con l’ovvio vantaggio di poter essere esposti a molteplici idee e influenze che in passato richiedevano una maggiore dose di sforzo personale. Personalmente, però trovo che questo “sforzo” della ricerca portasse a una maggiore consapevolezza e un attaccamento maggiore ai progetti/band/generi che si seguivano, un po’ proprio per la fatica necessaria a scovare nuove proposte, un po’ perché la scena era meno satura di proposte come quella attuale. È un discorso molto simile a quello che si può fare per la produzione discografica. La diffusione dei mezzi di produzione ha, da una parte, permesso a molti di incidere a casa propria prodotti di indiscussa qualità, dall’altra parte ha livellato verso uno standard meno personale la scelta di suoni e proposte e inondato il mercato di proposte.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Io compro ancora CD e vinili in abbondanza ma il mondo della musica digitale ha dei vantaggi incredibili a livello di distribuzione. Uno svantaggio è che mette più o meno tutti allo stesso livello per cui spesso è molto difficile arrivare al pubblico desiderato, oltre ovviamente ad aver troncato gli introiti degli artisti.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Forse l’aspetto che più mi infastidisce dei social è uno dei suoi effetti collaterali. Chi usa i social si aspetta un contenuto breve, immediato, che arrivi in poche righe o pochi secondi o poche immagini, a seconda del mezzo di comunicazione. Questo mi sembra stia abbassando la nostra soglia di attenzione: oggi registrare un brano di venti minuti sarebbe quasi impossibile (ammesso di voler raggiungere un target abbastanza ampio). Sui social siamo costretti a pubblicare piccoli estratti di una musica che dovrebbe essere ascoltata per intero, se vuoi capirla. Non abbiamo tempo di ascoltare quattro minuti di un brano, di leggere un post lungo 500 parole. Anche chi scrive per il web deve rispettare l’<em>F-pattern</em>. Siamo impazienti. Quindi ci fermiamo spesso alla superficie delle cose. Così non ci accorgiamo che esistono dischi molto belli perché ne abbiamo ascoltato trenta secondi, i quali probabilmente non ci hanno colpito così a fondo. Se Coltrane pubblicasse oggi mezzo minuto di “Giant Steps”, io non lo capirei e probabilmente deciderei di non ascoltarlo per intero, e sarebbe un bel peccato.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Sicuramente oggi la promozione e la realizzazione di progetti di musica originale, ancora più se non inserita in determinati canoni e stilemi, è molto complessa. L’autoproduzione è l’unica via e, tuttavia, rimane paradossalmente un primo passo/investimento poiché, senza un’adeguata promozione (la quale anche richiede molto tempo per la realizzazione del materiale e, di conseguenza, di denaro), l’autoproduzione rischia di essere confinata tra amici e conoscenti e, quindi, si perdono un sacco di proposte valide nel mare magnum di ciò che esce ogni mese. Con i mezzi a disposizione oggi, l’autoproduzione comunque è molto più alla portata del musicista, sia professionista che amatore. Il problema principale sono i canali, molto pochi purtroppo, per la diffusione della propria opera.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Il termine Progressive ha in sé un’ambiguità di fondo. Il Progressive Italiano che si rifà più o meno velatamente al Progressive degli anni ‘60 e ’70, e quindi al periodo d’oro del genere e alle formazioni italiane che hanno avuto più successo e conosciute poi in tutto il mondo, è, ovviamente, al momento una nicchia abbastanza piccola dove dentro si trova un po’ di tutto, dallo sperimentatore al talebano del Progressive. Se si intende, invece, Progressive come una ricerca all’interno della musica, lo spazio è purtroppo ancora più ridotto a una nicchia della nicchia e, quindi, le possibilità di proporre la nostra musica dal vivo non sono tantissime, anche perché il pubblico che ama i generi più contaminati è comunque un pubblico di nicchia, anche se ci sono diversi festival molto importanti e molto ben strutturati (tipo il “Jazz is Dead”) a cui, però, al momento per noi è ancora difficile accedere visto che il progetto è ancora abbastanza giovane.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Ci sono gruppi che sembrano delle cover band, altri più interessanti ma, in generale, pochissime occasioni per suonare live in contesti decenti che valorizzino la musica.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Aether e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Essendo una mezza pattumiera musicale e apprezzando diversi generi, mi trovo catapultato in diversi progetti musicali che spaziano dal jazz (Luca Tagliabue Quartet, con cui abbiamo inciso il disco “Brezza”, uscito a giugno ’23 per Barnum), al rio/avantgarde con i Nichelodeon, al death metal melodico con i Wake Arkane (disco in uscita a fine ’23), alla collaborazione oramai ventennale con la pianista Francesca Badalini con cui componiamo e suoniamo musiche per film muti in cine-concerti. Per l’aspetto live, invece, suono con la cover-party band Sick Brain, classici del Rock anni ‘70-‘80-’90.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Dopo la fine dei King Bong, con cui ho scritto e suonato per 15 anni, ho aperto il mio progetto solista (Borda) con cui faccio elettronica (drone, ambient, glitch, suonacci). Nel frattempo, suono una batteria “riciclata” nel progetto Zi Rock and His Little Toys, con cui stiamo avendo un discreto successo. Collaboro anche con Claudio Milano nel duo RaMi e nel suo progetto Nichelodeon.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Al momento sono molto interessato all’arrangiamento per medie o grandi formazioni. Collaboro con Artchipel Orchestra, per la quale ho arrangiato un brano di Jonathan Coe nell’ultimo disco che ha ricevuto molti riconoscimenti (il disco, non il brano) e continuo ad arrangiare e, occasionalmente, a suonare il piano o strumenti elettronici. Collaboro anche con big band strutturate in modo più tradizionale, come la Maxentia Big Band guidata da Eugenia Canale, una giovane pianista con molte idee interessanti.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Da giovane sono stato metallaro incallito e seguo ancora la scena, anche se, in realtà, le novità più interessati mi sembrano arrivare dall’area più estrema, dove c’è una ricerca di nuove sonorità e un tentativo di integrare nuove tendenze, come oggi fanno i Liturgy o gli Imperial Triumphant. Sono un grande appassionato del funk anni ’70 e della Motown, a causa degli studi sullo strumento, e mi piacciono molto alcune cose del jazz contemporaneo più volto alla fusione di stili (penso agli ultimi lavori di Brad Mehldau, Avishai Cohen e Rymden, da cui abbiamo in parte preso ispirazione). Rifuggo abbastanza I talebani della musica, per i quali esistono classifiche o categorie, e spesso mi trovo ad ascoltare musica della più disparata natura.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Prince, Grateful Dead, King Crimson. Ma questo lascia fuori i Today Is The Day, i Toto, i Depeche Mode, Aphex Twin… troppa roba.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> La tradizione jazzistica (diciamo Bill Evans); qualcosa di elaborato dal punto di vista compositivo (diciamo Richard Beirach); uno standard di 80 anni fa suonato in modo sorprendentemente moderno (diciamo Brad Mehldau). Ho citato tre pianisti ma potevo anche nominare Miles Davis, Kenny Wheeler e Chris Potter.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Della letteratura contemporanea mi hanno affascinato molto i libri (quasi tutti) del collettivo Wu Ming, poi Chuck Palahniuk e Michel Houellebecq.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Consiglio a chiunque di leggere “Ocean of Sound” di David Toop, un saggio meraviglioso sulla musica ambient.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Douglas Adams. Per portarsi avanti con il lavoro (<em>spoiler alert</em>).</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Suddividerei la questione dal punto di vista della produzione musicale e dei live. La pandemia personalmente ha dato modo di scrivere diverse cose (tra cui questo album) e registrare diversi progetti nel cassetto, oltre a dedicare un po’ di tempo in più allo studio. La parte live, invece, ne ha risentito in maniera devastante. Personalmente ritengo che il mercato musicale per le proposte inedite fosse già morto prima, a causa della mancanza di un pubblico e del graduale degenerare della musica da forma artistica a forma di puro e mero intrattenimento. Covid e <em>lockdown</em> hanno accelerato un trend che ha obbligato diversi luoghi della cultura a serrare i battenti, o a ridurre drasticamente le proposte (soprattutto quelle meno <em>mainstream</em>), per incentrare le programmazioni su eventi di intrattenimento che assicurino un certo incasso, e visto il periodo non posso biasimarli.</p>
<p><strong>M.R.:</strong> Ero chiuso in casa con poco da fare, ho scritto materiale per nove dischi.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Ho scritto molto. Che altro potevo fare?</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri primi anni di attività?</strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Diciamo che, essendo nati non da tantissimo tempo, non abbiamo grandi momenti epocali da condividere, se non la certezza di non voler registrare più nei mesi estivi, visto che quattro persone in uno studio milanese di luglio è un’esperienza che vorremmo evitare di ripetere per la nostra sanità fisica e, soprattutto, mentale.</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro degli Aether che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Nel periodo successivo alla registrazione del primo album non siamo rimasti particolarmente con le mani in mano e abbiamo composto l’ossatura di quello che sarà il secondo disco degli Aether. Se l&#8217;ossatura dei brani del primo disco è stata sostanzialmente composta da me e poi arrangiati tutti assieme, a questo giro abbiamo partecipato tutti più attivamente alla stesura dei brani che, quindi, risentono maggiormente delle influenze di tutti quanti. I brani <em>in nuce</em> sono praticamente già pronti e contiamo di registrare un nuovo album questo inverno o con l’inizio dell’uomo anno.</p>
<p><strong>A.S.:</strong> Credo che tutti noi stiamo cercando di fare un disco diverso dal primo, anche se non ce lo siamo detto in modo esplicito. Sarebbe anche abbastanza noioso pubblicare un disco che è una fotocopia del primo con note diverse, no?</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!      </strong></p>
<p><strong>A.G.:</strong> Grazie a te per lo spazio concesso e l’attenzione data al nostro progetto, invito i tuoi lettori sui nostri social e link per ascoltare qualcosa di Aether e farci sapere cosa ne pensano.</p>
<p><em>(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/10/02/intervista-agli-aether/">Intervista agli Aether</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista a Le Vele di Oniride</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 12:44:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Jacopo Cenesi (J.C.), Nello De Leo (N.D.L.), Eleonora Gasparri (E.G.), Lorenzo Marani (L.M.) e Francesco Ronchi (F.R.): Le Vele di Oniride. Iniziamo la nostra chiacchierata con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/09/10/intervista-a-le-vele-di-oniride/">Intervista a Le Vele di Oniride</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15087 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Le-vele-di-Oniride-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Le-vele-di-Oniride-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Le-vele-di-Oniride-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Le-vele-di-Oniride-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Jacopo Cenesi (J.C.), Nello De Leo (N.D.L.), Eleonora Gasparri (E.G.), Lorenzo Marani (L.M.) e Francesco Ronchi (F.R.): Le Vele di Oniride.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nascono Le Vele di Oniride e cosa c’è nelle vite di Jacopo, Nello, Eleonora, Lorenzo e Francesco prima de Le Vele di Oniride?</strong></p>
<p><strong>N.D.L:</strong> Questo progetto è per me il frutto di un lungo percorso nato nel 2006, quando fondai la band Ellephant (con cui ho vinto vari concorsi, tra cui il videocontest di Imola con la canzone &#8220;Il Mio Cielo Distrutto&#8221;); l&#8217;idea era quella di sperimentare il più possibile con le sonorità che più mi hanno formato musicalmente. Quell&#8217;idea è sempre rimasta prioritaria in me e nel 2017 ho deciso di ripartire dalla stessa formula.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Io arrivo molto dopo la nascita de Le Vele di Oniride. Sono stata, infatti, contattata dal gruppo per sostituire il precedente tastierista, quando il progetto era già oltre la fase di sviluppo.</p>
<p>Prima di entrare in questo gruppo, la musica faceva già parte della mia quotidianità. Sono una pianista classica, studentessa al Conservatorio. Insegno pianoforte in due scuole del territorio imolese e ho all’attivo un altro gruppo di genere pop.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Quindici anni di basso elettrico, una infinità di progetti, demo e due lauree in Conservatorio, purtroppo.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Io sono entrato solo nel 2022 nella band, per cui non ne so molto al riguardo, ma so che il progetto nasce, come ricordato da Nello, dalle ceneri di un altro gruppo rock sperimentale, gli Ellephant. Al tempo già guidati dallo stesso Nello, dopo essersi sfaldati, sono stati ripresi brani da quel repertorio e trasformati, mentre altri sono stati creati <em>ex novo</em> nel corso degli anni passati. Infatti, alcuni dei pezzi che compongono questo disco hanno svariati anni di tribolazioni alle spalle, altri invece sono più nuovi.</p>
<p>Riguardo alle mie esperienze passate in altri progetti, posso dire che ci sono state due costanti nella mia vita: la musica Prog e la musica folk/world. Ho avuto un progetto Progressive/Folk Metal giovanile, i Sundale, per circa cinque anni e col quale sono cresciuto. Purtroppo eravamo molto giovani e non con la giusta testa per arrivare a concretizzare un disco, per cui il gruppo si disgregò dopo qualche live. Successivamente ho avuto un gruppo indie folk, gli Holocene, con testi legati alle tradizioni della nostra valle del Santerno. Anche questo gruppo durò poco (un paio d&#8217;anni), per poi evolversi nell&#8217;Antico Lunario, un progetto (neo)medieval/folk con influenze Progressive e all&#8217;attivo con un <em>full length</em>, attualmente con un secondo in fase di mix.</p>
<p><strong>Le Vele di Oniride: come cade la scelta sul nome?</strong></p>
<p><strong>F.R.:</strong> Domanda complessa a cui Nello saprà rispondere sicuramente meglio. Il nome è stato proposto dal nostro produttore Loris Furlan, al tempo io ancora non ero presente. A Nello sicuramente piacque molto, e anche a me piace assai in quanto mi evoca delle immagini di lietezza e cupezza allo stesso tempo, come di un grande vascello in mare aperto, che deve affrontare un lungo viaggio di giornate miti e altre totalmente burrascose, alla ricerca di un approdo che è quasi un miraggio, ma che probabilmente esiste: Oniride.</p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Inizialmente presentai la band con il nome del vecchio progetto, cioè Ellephant, ma subito Loris Furlan Lizard ci consigliò di non utilizzare un nome in lingua inglese, perché non ci avrebbe rappresentato bene, viste le liriche in italiano e le sonorità Progressive nostrane. Successivamente, ascoltando tutti i brani, lo stesso Loris ha immaginato che la nostra musica potesse rappresentare un viaggio verso un&#8217;isola onirica ed ha suggerito il nome Le Vele di Oniride.</p>
<p><strong>Dalla commistione del Progressive con la psichedelia, con l&#8217;aggiunta di venature dark e cantato in lingua italiana, nasce &#8220;La Quadratura del Cerchio&#8221; (2023), il vostro esordio discografico. Mi narrate la sua genesi?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> La genesi è molto tribolata, basti pensare che fino ad un anno fa cantavo io, per mancanza di vocalist, ma, con una buona autocritica, ho capito che ero il punto debole della mia stessa band e, a quel punto, mi sono ricordato di Francesco, che avevo sentito anni fa con un&#8217;altra band e che, secondo me, rappresentava la vocalità perfetta per i miei testi. Altro aspetto è che Eleonora in questo album non ha suonato, perché l&#8217;abbiamo conosciuta di recente e noi eravamo in cerca di un/una tastierista e lei ha accettato (naturalmente la sentirete nel secondo album). Le tastiere sono suonate da Cristiano Costa, che, però, per impegni personali, non poteva seguire appieno il progetto e, molto generosamente, ha scritto le parti e le ha suonate. Io, Lorenzo e Jacopo abbiamo creato, dal 2018 al 2020, la stesura dei brani praticamente in trio. Ecco perché ho voluto chiamare l&#8217;album &#8220;La Quadratura del Cerchio&#8221;.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Io sono entrato a far parte del progetto da fine gennaio 2022 (sebbene già conoscessi da tempo Nello, in quanto i musicisti a Imola si conoscono praticamente tutti e anche perché ero solito, ogni tanto, andare nella sala prove da lui gestita) e fu in quel periodo che Nello mi disse del materiale di questo nuovo progetto che era già stato interamente registrato, ma che serviva appunto una voce adatta per fare &#8220;quadrare il cerchio&#8221;. In quel periodo, tra l&#8217;altro, ero presissimo all&#8217;interno di un corso da tecnico del suono che stavo seguendo presso la Scuola APM di Saluzzo, in Piemonte, per cui è stato un po&#8217; impegnativo conciliare le lezioni, lo studio per i test che ci venivano fatti quasi settimanalmente e le registrazioni delle mie voci demo. Ma appena ascoltai i pezzi pensai che il progetto avesse qualcosa di speciale e unico, e che sarebbe stato fantastico prenderne parte. Per cui cercai al meglio che potei di conciliare il tutto. Entro qualche settimana ebbi tutte le voci demo pronte (le registravo la sera in una delle aule del corso! Ahah!), e a fine corso, a giugno 2022, stavo registrando le voci definitive presso la stessa sala prove gestita da Nello.</p>
<p><strong>Ascoltando il <em>teaser</em> dell’album, nonostante la sua breve durata, si può decisamente affermare che le caratteristiche sopra riportate si colgono nitidamente. Ma quali sono le fonti d’ispirazione sonore che vi hanno “guidato” nella composizione dell’opera?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Tanti ascoltatori colgono i Pink Floyd, che indubbiamente fanno parte del mio <em>background</em>, anche se mi ispiro molto più probabilmente ai Radiohead e ai Tool, in certi momenti, in altri ai primi Genesis, agli Yes e ai King Crimson; avendo poi una bellissima tradizione Progressive e sperimentale anche &#8220;in casa nostra&#8221; cito sicuramente il Banco, Le Orme e Franco Battiato, anche se poi spazio veramente in tantissimi altri ascolti e, se ho bisogno di una certa sonorità, la cerco anche altrove.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> A parte qualche coro aggiuntivo a fare da sfondo, io non ho composto nulla di questo disco, in quanto le linee vocali erano già state scritte e registrate da Nello… Le ho solo riadattate al mio stile di canto, modulando alcune linee in modo leggermente diverso e cambiando alcune note a mio gusto. Ad ogni modo, le mie fonti d’ispirazione nel canto sono diverse. Ho sicuramente fatto miei vari stili differenti nel corso di tanti anni di ascolti, sebbene non possa dire di aver mai imitato consciamente dei cantanti. Ho però sicuramente fatto mie le emozioni che mi facevano provare alcune voci caratteristiche, come quelle di Ian Gillan (Deep Purple) e Roger Wootton (Comus), pensando a due gruppi importanti del passato, ma anche quelle di Eddie Vedder (Pearl Jam) e Tom Englund (Evergrey, Redemption), pensando a due voci di successo contemporanee.</p>
<p><strong>Vi va di approfondirne il contenuto delle liriche?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> I miei testi sono talvolta intimisti, talvolta diretti, anche se non hanno mai un nome e cognome e non descrivono situazioni particolari, ma più i sentimenti che ne derivano; mi piace pensare che se qualcuno ne ha bisogno possa appropriarsene per qualcosa di personale.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Le liriche sono state quasi tutte pensate da Nello, per cui per la maggior parte di queste, passo la parola a lui. Ad ogni modo, ho potuto contribuire all’aggiunta di alcune parti in “L’Illusione dell’Oblio” e “Catarsi”. Nel primo caso ho scritto un testo coerente con l’andamento delle liriche già esistenti, andando a evidenziare il concetto di “oblio” che si vuole esprimere, interpretando le sensazioni che io stesso provo nel momento in cui forze esterne mi prevaricano. Nel secondo caso, ho interpretato il testo esistente scritto da Nello a modo mio. Quando canto “ci risvegliammo intrisi d’acqua…” ho pensato a due esseri umani, uomo e donna, che si risvegliano in un mondo nuovo e lo esplorano insieme, così ho aggiunto una porzione di testo immaginando l’uomo che cerca il suo centro di equilibrio (la sua compagna) all’interno del bosco (bosco come metafora di una vita complessa e intricata, una sorta di “selva oscura”), e una seconda porzione di testo, che è puramente un omaggio emozionale alla relazione con la mia compagna.</p>
<p><strong>Mi parlate un po&#8217; anche della parte grafica che accompagna &#8220;La Quadratura del Cerchio&#8221;?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Per quanto riguarda la copertina, un giorno Loris mi girò alcuni lavori fatti da un suo amico e collaboratore della Lizard e mi disse che era disposto a regalarcene uno; a quel punto ho preferito che fosse lui a completare tutto il <em>packaging</em>, proprio per ricompensarlo della generosità e per essersi appassionato attivamente al progetto, oltre che per la continuità artistica. L&#8217;artista è Egidio Marullo.</p>
<p>L&#8217;opera rappresenta bene l&#8217;album, perché è anch&#8217;essa molto soggettiva e aperta ad interpretazioni e ben rispecchia i nostri brani.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Tutto l&#8217;<em>artwork</em> è un lavoro di pittura contemporanea curato da Egidio Marullo, artista che, appunto, collabora spesso con Lizard Records. Per disegnare il tutto si è avvalso di acquerelli e bicchieri per fare le forme circolari. Mentre, per l&#8217;interno del <em>booklet</em>, la tecnica di realizzazione mi è ignota. Noi gli abbiamo solo inviato le registrazioni del disco e lui si è lasciato guidare dalle sensazioni che la musica gli evocava per la realizzazione grafica. Direi che ha colto il giusto spirito dell&#8217;opera: l&#8217;<em>artwork</em> è oscuro, tormentato, misterioso e, al tempo stesso, onirico.</p>
<p><strong>Il disco è uscito, appunto, per Lizard Records. Come entrate nell’orbita dell’etichetta di Loris Furlan e come si è svolta la collaborazione?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Nel 2017 registrammo una demo di 3 brani e la inviammo a varie etichette; alcune risposero positivamente, anche se, fin da subito, Loris Furlan mi sorprese, perché iniziò a darmi tanti consigli molto generosi, che avremmo potuto tranquillamente usare senza poi collaborare con l&#8217;etichetta. Diciamo che lui ha veramente saputo cogliere in noi le potenzialità nascoste, aiutandoci a crescere e a formare quello che poi è l&#8217;album d&#8217;esordio, tra l&#8217;altro con una visione in linea con noi.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Come ricordato da Nello, diverso tempo fa lui inviò del materiale demo (c&#8217;era ancora la sua voce e le tastiere erano profondamente diverse, con una timbrica più adatta a un gruppo metal che a un gruppo Prog Rock) a diverse etichette italiane, che non citeremo in questa sede. Solo un paio risposero. Una aveva un pubblico che si discostava un po&#8217; troppo dalla nostra proposta musicale, mentre la Lizard Records aveva il giusto bacino di utenti per questa pubblicazione. Per quel poco che so, Loris ha aiutato molto nella produzione artistica, fornendo spunti di riflessione sugli arrangiamenti. Ha aiutato nello snellire gli orpelli inutili e focalizzando il tutto sulle giuste sensazioni che le canzoni dovevano evocare. Ci ha tra l&#8217;altro lasciato quasi completamente carta bianca, non ha imposto nulla, fornendoci dei suggerimenti per la migliore riuscita del disco.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>J.C.:</strong> Da un lato la musica è diventata più democratica, si fa per dire, nel senso che, sia da parte del pubblico sia da parte degli artisti, quelli che un tempo erano i canali preferenziali di fruizione e proposta della musica hanno, ad oggi, molto meno potere di quello di un tempo; chiunque può ascoltare chiunque in qualunque contesto (specialmente online e sui social). Tanti artisti del passato sono stati riscoperti, grazie ad internet, così come tanti tipi di musica arrivano alle nostre orecchie con una facilità che era impensabile anche solo quindici anni fa. D’altra parte, e questo a mio parere quasi azzera i pro che ho appena detto, questo appiattimento dell’industria musicale su una superficie così vasta, unita ad una bulimia contenutistica data soprattutto dai progressi tecnologici (bastano un microfono collegato ad una scheda audio, o anche solo uno smartphone, per creare contenuto musicale) e, forse la cosa più importante, la pressoché totale scomparsa del supporto fisico, hanno di fatto inoculato l’idea sotterranea che questo tipo di arte sia ormai da considerarsi gratis, poiché alla facile portata di tutti; non a caso la stessa idea di “vendere” un disco oramai è totalmente fuori dal mondo.</p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Noi possiamo dire di aver usufruito della parte buona del web, perché abbiamo inviato il materiale su Messenger, quindi c&#8217;è molta più rapidità in tutto; in più ti puoi promuovere e farti conoscere meglio, anche se è un oceano troppo vasto e la soglia d&#8217;attenzione sui social è sempre più bassa.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Sicuramente questa nostra ormai quotidiana connessione ha permesso a molti artisti di farsi notare, anche in Paesi lontani dal loro. Si sono fatti un seguito, sono nate collaborazioni e sono divenuti fonte di ispirazione per altri giovani artisti.</p>
<p>La nota negativa che mi sento di esprimere è che in un mondo così pronto ad esporre sui social media tutti questi artisti, molti vengono messi in secondo piano, e altri non vengono presi in considerazione perché ormai sono una copia di qualcosa di già esistente. Si fa più fatica a fare una scrematura, perché ormai tutti possiedono i mezzi necessari per esprimere la propria arte senza filtri.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Non credo ci siano pro. Abbiamo a nostra disposizione talmente tanti prodotti che si ha la sensazione di non avere più tempo né spazio per essere curiosi né per esprimersi. I big della musica, e chiunque abbia avuto un qualsiasi riscontro pre-internet, è chiuso in una sorta di nostalgia tour continuo e chiunque altro rimane irrilevante. Forse è andata peggio a loro, ad essere onesti.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> La “civiltà 2.0”, come detto già in queste risposte, permette a tutti di poter mostrare le proprie doti artistiche online, il che è contemporaneamente un pro e un contro. La parte positiva è il poter arrivare potenzialmente alle orecchie di chiunque &#8211; certo, con la giusta targetizzazione e comunicazione sul web -, la parte negativa è che, appunto, tutti oggi si sentono legittimati a dire la loro (che sia un&#8217;opinione o la pubblicazione di una canzone), il che ha portato a una tremenda saturazione. Siamo costantemente immersi in un miasma di input, talmente tanti che abbiamo ottenuto l&#8217;effetto contrario. Invece che avere interesse nell&#8217;ascoltare con curiosità nuove proposte musicali, siamo spesso annoiati o addirittura nauseati da tutti questi input. Nuova musica che merita di essere ascoltata e piccoli capolavori escono ancora oggi, ma è diventata molto più ardua la loro ricerca. Una cosa che so per certo è che, se nel 2023 decidi di non pubblicare il tuo disco interamente sui servizi di <em>streaming</em> per lasciarlo valutare al pubblico, sei davvero tagliato fuori. Quindi state tranquilli, anche &#8220;La Quadratura del Cerchio&#8221; arriverà presto online.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino?</strong></p>
<p><strong>J.C.:</strong> Sono le dirette conseguenze delle circostanze descritte prima! In un mondo in cui l’industria musicale non ritiene più conveniente investire in un disco o in un album, in quanto ormai prodotti desueti e poco affini alla musica da TikTok, quasi diventa necessario, per creare prodotti di qualità dignitosa, ma soprattutto con la libertà artistica che si desidera, autoprodursi in toto e affidarsi, piuttosto, a una buona agenzia di <em>booking</em> o a un’etichetta che utilizzi i propri contatti per sponsorizzare il progetto tramite live ed eventi vari, o tramite i social stessi.</p>
<p>Nel nostro caso la scelta è stata più o meno obbligata, data la scarsità di fondi. Abbiamo deciso di registrare il disco “alla vecchia”, con qualche microfono, una sala prove e un fonico a supervisionare tutto. Inizialmente sono emerse molte difficoltà nel gestire i suoni ma, considerando la strumentazione di cui disponevamo e il tempo investito da ognuno, il risultato finale è stato più che buono, soprattutto grazie a Francesco, che ha lavorato molto sul <em>mixing</em> delle tracce ed è riuscito pian piano a tirare fuori il mood che cercavamo, a metà tra puro <em>“do it yourself”</em> e prodotto professionale.</p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Personalmente la cosa peggiore è sapere che, anche se un album piaccia, tante persone non siano disposte a comprarlo perché possono ascoltarlo gratuitamente; io continuo a comprare album, perché lo considero un gesto per far vivere il nostro settore.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Proprio perché molti artisti vogliono farsi conoscere, l’autoproduzione credo sia la via più veloce per avere un accesso rapido su piattaforme social o incentrate esclusivamente sulla riproduzione musicale.</p>
<p>C’è anche da tenere in considerazione che lavorare in uno studio, seppur porti a dei risultati sicuramente più professionali e ragionati insieme a degli esperti, è abbastanza dispendioso. Un giovane artista, che ancora non è certo della via che vuole percorrere, non rischia di spendere soldi in qualcosa che non sa se gli può portare frutti.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Dell’autoproduzione parlava già Moroder in tempi non sospetti; da un certo punto di vista è bello pensare che chiunque ha i mezzi per esprimersi come più gli piace. Il problema credo siano appunto i soldi che mancano nell’industria della musica da una decina d’anni.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Oggigiorno oggettivamente non ci sono i soldi per registrare e far mixare un disco intero in uno studio di registrazione professionale. Parliamo di cifre tra i 2000 e i 7000/8000 euro per un lavoro completo, in base al prestigio dello studio. Ovviamente non sto considerando gli artisti già con le spalle ben salde, parlo dei piccoli gruppi o dei giovani cantautori. Come ben immagini, questo problema è ricaduto anche su di noi. La soluzione è stata far registrare il disco da un nostro conoscente all&#8217;interno della sala prove gestita da Nello, poi, fortunatamente, essendo un tecnico audio, ho potuto cimentarmi io stesso nel missaggio e nel <em>mastering</em> del tutto, abbattendo in questo modo la maggior parte dei costi. È stato comunque dovuto sostenere un discreto costo per la stampa dei dischi, quello era imprescindibile. Non ci piace pubblicare musica senza un supporto fisico e personalmente non riesco ad adeguarmi al trend delle uscite solo digitali.</p>
<p>La raccolta fondi può essere un&#8217;idea futura per avvalersi di un fonico di grande esperienza in uno studio vero e proprio, ma penso si debba già avere un bacino di ascoltatori che ti seguano attivamente e siano così appassionati da sostenerti economicamente.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> La cosa bella del Progressive è che c&#8217;è sempre una nicchia interessante, invece i locali che propongono musica originale scarseggiano, ma è proprio un problema culturale italiano.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Ammetto di non essere molto ferrato sull&#8217;argomento, il che è paradossale. Riguardo al Prog Italiano, ascolto più quello degli anni &#8217;70 che quello degli anni 2000; in generale trovo più fantasioso e immaginifico quello&#8230; I progetti attuali che mi sono capitati sotto le orecchie li ho trovati piuttosto blandi e poco ispirati. Diverso discorso per quello estero, ho trovato più innovazione e sperimentazione.</p>
<p>Riguardo agli spazi per i live, già ce ne sono pochi per la musica originale in generale, figuriamoci per il Prog originale. Staremo a vedere col tempo.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Le Vele di Oniride e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Sul piano artistico ho vari lavori in testa, ma dovrei trovare il tempo per iniziarli, tra cui un romanzo e un cortometraggio, mentre, per ciò che riguarda la musica, la mia vita c&#8217;è dentro a 360°, in quanto ho conseguito sia il triennio che il biennio in jazz in Conservatorio e il mio lavoro è insegnare chitarra e fare laboratori.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Sono una pianista classica e studio al Conservatorio G. Rossini di Pesaro. Faccio parte di diversi cori, sia come cantante che come pianista e da tre anni suono in un gruppo pop, I Congiunti, con cui portiamo in giro per il territorio la nostra musica.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Lavorando come tecnico in un service audio/luci/video, il tempo libero dove svolgere altre attività artistiche è per me diventato una perla rara. Quello che posso fare è cercare di raccogliere e godermi tutti i momenti artistici che il mio lavoro mi offre, sia in live che in studio. Essenzialmente adoro missare musica, scolpire suoni e coltivare un progetto in tutte le sue parti, comprese quelle grafiche e promozionali. Come musicista suono anche la ghironda – uno strumento tradizionale ben conosciuto in Piemonte e nelle aree occitane – in un paio di progetti folk. Mi piacerebbe integrarla prossimamente in alcuni dei brani nuovi de Le Vele di Oniride.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> La band che mi ha traghettato verso ciò che faccio sono i Radiohead perché, quando ascoltai “Kid A”, capii che era stupendo poter creare nell&#8217;ascoltatore dei colpi di scena imprevedibili; della stessa scuola cito i Pink Floyd e i The Beatles. Sicuramente poi ci sono Genesis, Yes, King Crimson, il Banco, Le Orme, gli Area, la P.F.M., Franco Battiato, ma anche i Gong e Mike Oldfield e, passando per la Germania, cito i Tangerine Dream, i Popol Vuh, i Kraftwerk, Klaus Schulze. Per chiudere, cito Pat Metheny e Miles Davis, nel contesto jazz.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Sono una grande ascoltatrice della radio, proprio per cercare di portarmi alle orecchie più informazioni musicali possibili. Non nego però di avere delle preferenze. La musica italiana d’autore è senz’altro in cima alla lista, insieme alla musica blues e soul degli anni ‘60-‘70.</p>
<p>Trovo stupenda anche la musica appartenente alla branca del <em>cool jazz</em> e mi piace scoprire la musica brasiliana.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Se dovessi indicare tre dischi che mi piacciono direi “Heavy Weather” dei Weather Report, “Ok computer” dei Radiohead e “Close to the edge” degli Yes.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Domanda difficilissima per un ascoltatore che va a periodi, come me. Ti citerò alcuni dei progetti che adoro per motivi ed emozioni in gioco diverse, che mi hanno cambiato e formato:</p>
<p>&#8211; Amorphis, Evergrey, Moonsorrow, per citare tre nomi dalla musica heavy che tutt’ora continuo ad ascoltare come quando avevo 15 anni;</p>
<p>&#8211; L&#8217;Ham de Foc e, in generale, tutti i progetti di Efrén Lopez e dei musicisti con cui lavora, per citare le mie influenze dalla world music eclettica di ricerca (a mio avviso accostabile alla musica classica, per certi aspetti);</p>
<p>&#8211; Sleepytime Gorilla Museum, Univers Zero, Henry Cow e Samla Mammas Manna, se penso al Prog d’avanguardia nell’ambito “rock in opposition”;</p>
<p>&#8211; Pink Floyd, Yes, Mike Oldfield, Genesis, Renaissance e Pendragon, se penso al Rock Progressive britannico;</p>
<p>&#8211; alcuni nomi dal folk rock: Fairport Convention, Pentangle; e dal folk psichedelico: Comus, Third Ear Band, Hexvessel;</p>
<p>&#8211; non posso non concludere con alcuni dei miei progetti Prog Italiani preferiti, come Le Orme, il Banco, gli Area, Città Frontale, Procession, il Canzoniere del Lazio, gli Aktuala e i siracusani Fiaba.</p>
<p>La lista potrebbe andare avanti per pagine, meglio che mi fermi qui!</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Pensando a noi, mi verrebbe da dire Pirandello, perché, a nostro modo, spesso i nostri testi dipingono degli scenari riflessivi, che anche l&#8217;autore crea, anche se in modo più paradossale e grottesco.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Essendo io una pianista classica, mi sento di citare Claude Debussy. Fu un grande innovatore per quello che era il diciannovesimo secolo, davvero anticonvenzionale. La sua musica è oltre il tempo e l’anima, nulla mai è stato in grado di trasportarmi così nel profondo come la sua musica.</p>
<p>Guardando più ai giorni nostri, un altro uomo di cui tenere nota è senz’altro Fabrizio De André, l’anticonformismo per eccellenza. Sempre “in direzione ostinata e contraria”, ma da sempre la voce di tutti.</p>
<p>Osservando, invece, il mondo dell’arte, e più nello specifico della fotografia, mi piace sempre ricordare Robert Doisneau. Al centro dei suoi scatti c’è la quotidianità dell’uomo e tutte le emozioni che si porta dentro. Ha sempre voluto rappresentare una realtà ricca di tenerezza e benevolenza, che seppur ai nostri occhi non sempre sia riconoscibile, è pur sempre un mondo che può esistere.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Consiglio la lettura di un libro: ‘’Talent Is Overrated’’ di Geof Colvin.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Uno scrittore da approfondire che personalmente mi ha lasciato a bocca aperta per la qualità della scrittura e delle tematiche impegnative ottimamente integrate alla narrazione: Neal Stephenson e il suo &#8220;Ciclo Barocco&#8221;. Un tema centrale della serie è la trasformazione dell&#8217;Europa dal dominio e dal controllo feudale verso sistemi di governo, finanza e sviluppo sociale razionali, scientifici e più basati sul merito che definiscono ciò che oggi è considerato &#8220;occidentale&#8221; e &#8220;moderno&#8221;.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Personalmente ho composto materiale per un altro album solo nel primo mese di pandemia, naturalmente dai toni molto scuri e un po&#8217; nevrotici; credo che il nostro paese non abbia subito troppo da questa situazione, ma solo perché già precedentemente la schiera di band che fa musica propria, aveva difficoltà a proporsi.</p>
<p>Purtroppo l&#8217;ascoltatore medio non vuole novità e i locali o le varie manifestazioni musicali prediligono cover e <em>tribute band</em>, anche se, prima o poi, finirà questa storia, perché anche chi suona in queste situazioni inizia a non soddisfare più i ragazzini che tra dieci anni diventeranno i consumatori. A questo punto sarebbe meglio vedere cosa di nuovo esce fuori, magari non dai talent, e sperare.</p>
<p><strong>E.G.:</strong> Personalmente la pandemia mi ha aiutato a scrivere la mia musica. Avere il tempo per riflettere, non dover correre dietro a tutte le tempistiche e alle pressioni sociali a cui quotidianamente siamo sottoposti, mi ha dato proprio la voglia di dire qualcosa di mio.</p>
<p>Riconosco, però, che a livello globale l’arte ne abbia risentito parecchio. Per troppo tempo gli artisti di qualsiasi ambito hanno avuto difficoltà nel riprendere il proprio lavoro, e quindi a poter tornare ad una normalità perduta.</p>
<p><strong>L.M.:</strong> Il Covid è stato effettivamente un periodo buio per tutti noi ma credo che abbia dato anche tanto tempo di riflettere sull’effettiva rilevanza di quello che facciamo ogni giorno. In un certo senso vedo una nuova curiosità verso la musica che fa ben sperare.</p>
<p><strong>F.R.:</strong> Nel primo anno del Covid non lavoravo e avevo un sacco di tempo. L’ho vissuto personalmente abbastanza bene, essendo una persona che ha bisogno dei suoi spazi e momenti per ricaricarsi. Ricordo che ero nel pieno della composizione di un disco world dalle molte influenze (tra Prog acustico, musica mediterranea e sapori arabi) e sulla contemporanea registrazione del prossimo disco dell’Antico Lunario – il mio progetto (neo)folk –, che spero veda luce alla fine del 2023.</p>
<p>Durante il secondo anno ero, invece, fuori regione per motivi di studio, per cui anche in quel periodo sono riuscito a non farmi troppo influenzare dal mondo esterno.</p>
<p>Sicuramente fra quelli che ci hanno rimesso di più ci sono stati i tecnici <em>freelance</em> nell’ambito dello spettacolo… molti hanno dovuto semplicemente adattarsi e cambiare lavoro, perché per loro non ce n’era più. Mentre, riguardo alla musica, i gruppi piccoli che propongono musica propria erano nella m*rda in quel periodo, come lo erano prima del Covid e lo sono anche ora. Forse oggi, però, c’è ancora meno voglia di ascoltare musica nuova, complice la pesantezza che ha portato il Covid, forse, ma anche, a causa della saturazione continua di cui dicevo sopra. Mentre la TV spazzatura e i talent che propongono i soliti artisti “meteora” (che fanno spettacolo per qualche anno e poi cadono nel dimenticatoio) hanno continuato indisturbati. La solita storia.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri primi anni di attività?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Di aneddoti ce ne sarebbero troppi, perché, a parte io, Jacopo e Lorenzo, nella band abbiamo avuto svariati musicisti, prima di trovare l&#8217;assetto giusto. Forse la cosa più interessante da dire è che siamo riusciti a registrare le parti dell&#8217;album (chitarre, basso e batteria) durante le vacanze di Natale del 2020, in <em>lockdown</em>, ma sfruttando in modo misurato i giorni arancioni sul calendario.</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro de Le Vele di Oniride che vi è possibile anticipare?</strong></p>
<p><strong>N.D.L.:</strong> Sicuramente il nostro primo live a Porretta Cafè ad agosto 2023, poi una cover che Loris vede adatta a noi (ma che non voglio svelare), ma soprattutto direi la preparazione del secondo album.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!</strong></p>
<p><strong>F.R.:</strong> Grazie mille a te Donato per questo spazio!</p>
<p><em>(Agosto, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/09/10/intervista-a-le-vele-di-oniride/">Intervista a Le Vele di Oniride</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Inervista a Il Sentiero di Taus</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 12:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Fabrizio “Jesus” Biondi (F.B.), Claudio “Buddha” Buonfiglio (C.B.), Tiziano Taccini (T.T.) e Gennaro Lucio Zinzi (G.L.Z.): Il Sentiero di Taus. Iniziamo la nostra chiacchierata con una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-15083 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Il-sentiero-di-taus-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Il-sentiero-di-taus-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Il-sentiero-di-taus-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2026/04/Il-sentiero-di-taus-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Fabrizio “Jesus” Biondi (F.B.), Claudio “Buddha” Buonfiglio (C.B.), Tiziano Taccini (T.T.) e Gennaro Lucio Zinzi (G.L.Z.): Il Sentiero di Taus.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda “classica”: come nasce Il Sentiero di Taus e cosa c’è prima de Il Sentiero di Taus nelle vite di Fabrizio, Claudio, Tiziano e Gennaro Lucio?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Prima di entrare nei Taus ero in altre due band locali. In una di queste militava anche il precedente chitarrista (quello che ha suonato su &#8220;La grande perla”) ed è stato lui a coinvolgermi nel progetto, che ai tempi era ancora quasi in fase embrionale.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Prima de Il Sentiero di Taus, ho suonato in varie band e progetti musicali, spaziando tra pop rock, hard rock, heavy metal e Prog. Con il Sentiero di Taus ho fatto una centrifuga di tutti questi generi.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Prima dei Taus ci sono state diverse esperienze con altri gruppi e diversi generi musicali.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Prima dei Taus ero una persona sana di mente! No, scherzo. Per anni ho militato in diverse formazioni musicali.</p>
<p><strong>Il Sentiero di Taus: come cade la scelta sul nome?</strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> È un’idea del nostro cantante Lucio, con la volontà di seguire uno stesso filone narrativo in tutti i nostri brani e album.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Il nome nasce all&#8217;inizio come Taus e basta, in onore del mito curdo Malek Tau. Poi abbiamo aggiunto “Il sentiero” perché volevamo raccontare la via spirituale di questo popolo.</p>
<p><strong>Il 2013 è l’anno dell’esordio: esce, infatti, “La grande perla”, un’opera dalle forti tinte hard rock. Mi parlate un po&#8217; del lavoro?</strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> Il primo nostro “esperimento”, un po’ ancora acerbo nella realizzazione, ma comunque un buon lavoro che ha all’interno brani a cui siamo particolarmente legati e che cerchiamo di riproporre nelle nostre sessioni live.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Non militavo nei Taus al tempo.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Il primo album è frutto delle influenze che ognuno si era portato appresso nel progetto. Non aveva ancora una matrice ben definita e le canzoni sono state scritte da me e da un precedente componente, che poi è andato via. In quel frangente preferimmo soluzioni più dirette e meno filosofiche, ma già da &#8220;Sogno&#8221; e &#8220;La grande perla&#8221; stavamo cambiando direzione.</p>
<p><strong>Passano cinque anni e, nel 2018, siete pronti per qualcosa di decisamente nuovo: “Macrocosmosi”. <em>“Il Sentiero di Taus evoca iridescenti immagini musicali che partono dal progressive sinfonico e si spingono fino ad abbracciare la musica etnica, la psichedelia, l’hard-rock e molto altro. Un vero caleidoscopio di suoni che accompagnerà in un immaginifico viaggio senza ritorno”</em>: queste le parole di presentazione usate da Fabio Zuffanti per descrivere il vostro lavoro. Voi, invece, come lo descrivereste musicalmente?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Come una sintesi delle nostre influenze musicali e un po&#8217; di voglia di divertirsi a provare a stupire l’ascoltatore.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Un lavoro certamente più maturo del precedente, questo sicuramente anche grazie all’importante supporto di Fabio Zuffanti, come tu stesso hai citato. In questo lavoro, tra l’latro, si delinea ancora di più la “trama” e il racconto che portiamo con il nome della band.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> “Macrocosmosi” è il primo di una trilogia, ha una caratterizzazione di suoni e armonie che concettualmente è in linea con quello che racconta, questo è stato il nostro intento, e Fabio ci ha aiutato a mettere ordine alle nostre idee.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> I suoni, le canzoni, tutto è strutturato per accompagnare le fasi salienti della storia. Il caos prima della Genesi, ecc. Abbiamo cercato di dare un colore musicale alle parole.</p>
<p><strong>Mi narrate, invece, la genesi di “Macrocosmosi”? E vi va di approfondire anche la tematica piuttosto particolare trattata nei testi?</strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> Lascio la parola al nostro Lucio.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Concordo. A questa può rispondere il nostro Lucio.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Dopo la dipartita del vecchio chitarrista, Io e Gesù siamo diventati ufficialmente coautori delle musiche, mentre per i testi sono rimasto ad occuparmene io. Abbiamo praticamente musicato una parte dei testi sacri Yezidi ma abbiamo inserito paure e debolezze umane comuni a tutti i popoli.</p>
<p><strong>A proposito di Zuffanti, come avviene l’incontro con Fabio e quanto è “tangibile” il suo contributo nella vostra svolta musicale (e, in particolare, in “Macrocosmosi”)? </strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> Il suo supporto è stato assolutamente determinante per la scelta stilistica, per i suoni e per la produzione finale. E ci ha fatto “crescere”.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Cercavamo un’etichetta che ci distribuisse e stampasse l’album, e trovammo Loris Furlan della Lizard Records. Dopo aver ascoltato il nostro demo, non ha avuto esitazioni a metterci in contatto con Fabio. Con lui ci siamo trovati subito benissimo, il suo contributo è stato assolutamente importante per il disco e per noi, a livello di composizione e crescita artistica.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Avevamo dato il nostro demo a Loris Furlan della Lizard, appunto, il quale ci ha messi in contatto con Fabio, perché ne venisse una collaborazione</p>
<p><strong>Al netto di tutto, quali sono, secondo il vostro punto di vista, i punti di contatto e le differenze sostanziali tra i due album?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Sicuramente il principale punto di continuità tra i due album (oltre l&#8217;impianto lirico) è la ricerca di soluzioni per offrire un ascolto “a più livelli” dei pezzi. Ma, mentre ne &#8220;La grande perla&#8221; il processo è stato più acerbo (per inesperienza e per il fatto che alcuni brani arrivavano da un pacchetto compositivo &#8220;pre-Taus&#8221;), in “Macrocosmosi” eravamo più consapevoli di cosa volevamo fare e di come farlo. Inoltre, il mio ingresso in formazione ha aggiunto ulteriori influenze e ha contribuito in maniera importante al nostro sound attuale.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> In “Macrocosmosi” siamo riusciti ad esprimerci meglio.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Per quanto posso dire del primo disco, in quanto non ci ho suonato, rispetto a “Macrocosmosi” la differenza, per me, sta nel genere netto che il gruppo ha deciso di intraprendere.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Più rock e arrabbiato il primo, più introspettivo ed esoterico il secondo (e più curato anche nei suoni).</p>
<p><strong>Vi va di spendere anche qualche parola sul poetico ed evocativo <em>artwork</em> che accompagna il disco?</strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> Lascio la parola a Lucio e Tiziano.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> I nostri lavori grafici li realizziamo tutti in “famiglia”, in quanto le idee vengono da Lucio. Io, che sono un grafico di professione, li realizzo in digitale, e poi tutte le illustrazioni sono realizzate da Donatella, la ragazza di Fabrizio, che è bravissima a mettere su carta quello che ci passa per la testa.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> L&#8217;idea mi venne durante un viaggio a Rodi, in Grecia. Dopo una scarpinata, mi trovai a contatto con una ventina di pavoni e una chiesa bizantina, le quali pareti, ornate con arte bizantina, mi fecero immaginare noi come dei provetti profeti.</p>
<p><strong>L’album è uscito per Locanda del Vento / Lizard Records. Il “punto di contatto” tra di voi fu, dunque, il demo di “Macrocosmosi”?</strong></p>
<p><strong>T.T.:</strong> Come detto prima, cercavamo un’etichetta che ci distribuisse e stampasse l’album, e trovammo Loris della Lizard Records. Quando ha ascoltato il demo ne è stato subito entusiasta.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Eravamo consapevoli di non avere competenze per diffondere nella maniera corretta un album. Così abbiamo registrato un piccolo demo di “Macrocosmosi” e lo abbiamo inviato a qualche etichetta, più che altro per avere qualche consiglio. Abbiamo avuto un po&#8217; di offerte, ma la Lizard era quella che più faceva al caso nostro.</p>
<p><strong>Com’è stata accolta la vostra “svolta Prog” dal pubblico? E come, invece, sono stati accolti da pubblico e critica i vostri lavori negli anni?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> È stata accolta molto bene! Sia gli &#8220;addetti ai lavori&#8221; che il pubblico hanno apprezzato questo nuovo corso della band.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Il nostro intento, fin dall’inizio, era in effetti “entrare” nel mondo Prog. Personalmente penso che ci siamo riusciti meglio con “Macrocosmosi”. Nei nostri live, il pubblico si è dimostrato sempre molto interessato e incuriosito dalle nostre canzoni.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Direi ottimamente! Noi volevamo inserirci nell’ambiente Prog e con l’aiuto di Loris e della Lizard abbiamo avuto diverse recensioni positive in tutto il mondo.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Diciamo che essendo stato distribuito meglio, “Macrocosmosi” ha avuto subito il suo discreto seguito. È stato piacevole, inoltre, parlare ai concerti, dei contenuti dei testi col pubblico.</p>
<p><strong>So che siete alle prese con la registrazione del vostro terzo album: vi è possibile anticipare qualcosa al riguardo? Si collega, in qualche modo, al precedente? E potremo ascoltarlo presto?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Sì, attualmente stiamo completando la fase compositiva. A livello tematico porterà avanti il discorso di &#8220;Macrocosmosi&#8221;, mentre a livello musicale speriamo possa risultare un ulteriore passo avanti. A breve speriamo di potervi fare ascoltare qualcosa.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Lascio la parola al nostro Lucio. Attualmente, comunque, è in una fase avanzata di lavorazione e composizione, con la maggior parte dei brani praticamente già pronta.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Sì, è il secondo della trilogia che stiamo componendo e prosegue la storia narrata in “Macrocosmosi”. Siamo a buon punto e stiamo già registrando materiale, presto sentirete…</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Stiamo per andare a registrare il primo singolo del nuovo album. Sarà più incentrato sulla parte umana del popolo Yazida. Abbiamo da poco iniziato una nuova collaborazione con un&#8217;altra etichetta: la Sorry Mom!.</p>
<p><strong>Spostandoci, per un attimo, sul fronte live, com’è Il Sentiero di Taus sul palco? Cosa c’è da aspettarsi da un vostro concerto?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Sul palco la nostra intenzione è quella di &#8220;narrare una storia&#8221; e di coinvolgere nell&#8217;atmosfera &#8220;mistica&#8221; e onirica del <em>concept</em>. Purtroppo, al momento siamo poco attivi sul fronte live, ma speriamo di rimediare presto.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Noi mettiamo sempre il nostro entusiasmo in sede live, anche perché ci piace proprio suonare i nostri pezzi. Come ho risposto in una domanda precedente, il pubblico comunque si dimostra sempre interessato ed incuriosito dalle nostre canzoni.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Cerchiamo, dal palco, di coinvolgere il pubblico con una “storia in musica”.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> La definirei una “Storia in musica e parole”, da sedersi e ascoltare.</p>
<p><strong>Sulla vostra pagina Facebook possiamo leggere: <em>Il Sentiero di Taus. Una miscela di rock, psichedelia, progressive e melodia</em>. Come convivono, dunque, queste vostre anime nella vostra musica?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Convivono abbastanza pacificamente, direi.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Ci convivono benissimo!</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Direi bene!</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Anche questo credo che arrivi dalle nostre influenze. I gruppi di riferimento che ci hanno cresciuti musicalmente dall&#8217;adolescenza fino ad ora.</p>
<p><strong>Una nota particolare: nella band troviamo due figure “divine”, Jesus e Buddha! Come nascono questi soprannomi? E, visto anche il tema di “Macrocosmosi” e l’immagine di copertina della vostra pagina Facebook (voi quattro “immortalati” in una vetrata gotica), che peso ha la religione nella vostra vita e nella vostra arte?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> È una lunga storia, principalmente legata al quartiere dove sono cresciuto&#8230; No, non mi ritengo una persona particolarmente religiosa.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Per quanto mi riguarda, il soprannome non è legato al Sentiero di Taus. In effetti può sembrare una coincidenza. Ma non mi dilungo oltre…</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Non sono una persona religiosa, mi interessa la parte storica ed esoterica di quello che narriamo.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Da sempre sono appassionato di miti e religioni. Sono una persona molto spirituale, più che religiosa, e questo credo si riversi nella musica.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Chi fa musica ha l&#8217;enorme vantaggio di poter arrivare in tutto il mondo. Questa situazione permette uno scambio di idee, collaborazioni, informazioni che sono sicuramente un bene per chi vuole creare qualcosa. E permette di fare arrivare il proprio lavoro dove sarebbe impensabile appoggiandosi solo al sistema &#8220;tradizionale&#8221;. Di contro, costringe l&#8217;artista a doversi occupare di altri aspetti che non sono prettamente legati alla musica, tipo la promozione online, gli algoritmi dei social, ecc., altrimenti corre il rischio di &#8220;sparire&#8221; nella moltitudine di uscite giornaliere.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Guardando l’aspetto musicale in questo scenario, ciò che personalmente mi rammarica un po’ è il fatto che, sempre di più, la realizzazione fisica del CD (chi come me è ama avere o acquistare i CD originali, con copertina, testi e tutto il corredo) si sta perdendo a scapito della diffusione in rete e nelle varie piattaforme social dei brani o degli album interi.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Tramite il web raggiungi TUTTI in TUTTO il Mondo, questo è un pro. Il contro? Bah, forse si è un po’ tutti standardizzati.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Tra i pro, sicuramente la facilità di diffusione e la possibilità di raggiungere il globo intero con un click. Un contro, la velocità di consumo dell&#8217;arte e la relativa poca attenzione ai dettagli.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> L&#8217;ostacolo principale è legato al cambiamento del mercato discografico. Essendo completamente cambiato (sia come formati che come mezzi di diffusione), molti ingranaggi del &#8220;meccanismo&#8221; (tipo le etichette) hanno dovuto adeguarsi e cambiare i propri servizi. A fronte di un volume di soldi minore nel settore per la diffusione (ad esempio) dello streaming, molte etichette non possono più investire &#8220;scommettendo&#8221; sulle band e hanno iniziato a vendere vari servizi (promozione, servizi stampa, distribuzione, ecc.) spostando l&#8217;investimento sulle spalle delle band&#8230; Però, con i mezzi attuali, tempo, impegno e una gestione mirata delle spese, una band può quasi ottenere gli stessi risultati, occupandosi da sola di tutti gli aspetti legati alla diffusione e promozione rendendo in alcuni casi superfluo cercare un’etichetta.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Molte difficoltà, certo, ma sicuramente un aiuto in tal senso ce lo potrà dare l’etichetta con la quale abbiamo iniziato a collaborare recentemente.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Collegandomi alla domanda precedente, il web ha aiutato tanti a farsi “conoscere” ma l’offerta è aumentata così tanto che una promozione, fatta bene, deve essere studiata molto attentamente altrimenti non basta. Il mercato discografico è totalmente cambiato, non si investe più, per assurdo ora devi già essere famoso per diventare famoso.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Credo sia dovuta al numero esagerato di proposte musicali e quindi una difficoltà maggiore per scremare gruppi e artisti validi sui quali investire. Nel frattempo, gli artisti si organizzano da soli.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Le band e i progetti ci sono, ma purtroppo gli spazi per suonare dal vivo si sono ridotti notevolmente dopo la pandemia e questo rende più complicato creare quelle situazioni da &#8220;collaborazione spontanea&#8221; che spesso avviene durante le serate.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Secondo me le possibilità di esibirsi dal vivo, proponendo il nostro genere, ci sono. Certo, rimane un mondo di nicchia, ma con tante band che gravitano intorno al mondo Prog.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Assolutamente! C’è un underground pieno zeppo di talenti con cui confrontarsi e gli spazi per suonare dal vivo ci sono, bisogna però cercare.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Ci sono molte proposte interessanti, tante si rifanno in maniera diretta ai mostri sacri, ma altri sperimentano. Bisogna solo avere la pazienza di cercare.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Il Sentiero di Taus e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Oltre che ne Il Sentiero di Taus, suono in altre due band e saltuariamente faccio uscire qualche traccia come solista. A parte la musica, la mia passione sono gli origami.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Già da qualche anno, suono a tempo perso con un altro gruppo: facciamo cover di gruppi hard rock e heavy metal, ma nulla di impegnativo.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Mmm, ultimamente l’unica cosa artistica fuori dalla musica sono gli acquarelli con mio figlio di 5 anni.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Il podio è sempre in movimento&#8230; Al momento direi metal estremo, colonne sonore e ambient.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Iron Maiden, Metallica, Dream Theater. Sono cresciuto fin dall’adolescenza con questi gruppi e, comunque sia, me li porto sempre nel cuore.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Ehmmm… dovrei scrivere un elenco enorme! Io musicalmente sono nato con i Nirvana e Guns N&#8217; Roses agli inizi degli anni ’90.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Al primo posto i Beatles assolutamente. Poi la scena Prog Italiana degli anni d&#8217;oro, il doom metal e tanta, tanta musica folk e world music.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> &#8220;Piranesi&#8221; di Susanna Clarke è un libro che non smetterò mai di consigliare. E Lovecraft.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> I libri di Valerio Massimo Manfredi.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Mi piacciono i romanzi storici e fantasy, quindi sicuramente i libri di Tolkien.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> È stato un periodo complicato per tutti&#8230; Sicuramente un duro colpo per tutto il settore legato all&#8217;arte, con locali che non son riusciti a ripartire (con tutto quello che ne consegue), ma non lo definirei un &#8220;colpo mortale&#8221;. L&#8217;arte sopravvive sempre, in modalità spesso imprevedibili.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Io l’ho presa malissimo. Su questo argomento preferisco non aggiungere altro.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> C’è stato un grosso stop, sicuramente, ma vedo che ora si sta riprendendo tutto per fortuna.</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Ci siamo dovuti fermare a più riprese e questo ci ha scombussolato un po&#8217;. Ma vedo che c&#8217;è una gran voglia di ripartire. E credo sia universale, data la mole di concerti ai quali sto assistendo.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Una volta ci siamo trovati a suonare su un camion per il trasporto auto&#8230; Con i buchi tra le assi, nella stessa piazza dove si stava tenendo in maniera indipendente un raduno di auto &#8220;elaborate&#8221; con gli stereo talmente alti da coprire la batteria. Buffo.</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Ogni qual volta c’è da comporre/sviluppare un nuovo pezzo, ecco che magicamente compaiono nei nostri discorsi per gli arrangiamenti, le scelte ritmiche, ecc., le “slide”, in quanto, durante il lavoro di composizione, ci divertiamo ad incastrare le note con le parti ritmiche e ci vorrebbero, appunto, delle slide per disegnare e spiegare questi passaggi! Eheh!</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Ora non me ne viene in mente nessuno degno di nota…</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche altra novità sul prossimo futuro de Il Sentiero di Taus che vi è possibile anticipare?</strong></p>
<p><strong>C.B.:</strong> Ne vedremo delle belle!</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Quest’anno usciranno un sacco di cose per i Taus, seguiteci!</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Dopo la registrazione del singolo ci sarà un video. Restate sintonizzati perché a breve usciranno tutte le novità. Tutto veramente interessante.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!    </strong></p>
<p><strong>F.B.:</strong> Grazie a te per lo spazio concesso! Yeaaah!</p>
<p><strong>C.B.:</strong> Grazie a te per questa opportunità che ci hai dato.</p>
<p><strong>T.T.:</strong> Grazie a te!</p>
<p><strong>G.L.Z.:</strong> Grazie a te per l’interessamento.</p>
<p><em>(Aprile, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2025/08/10/inervista-a-il-sentiero-di-taus/">Inervista a Il Sentiero di Taus</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista a Michele Conta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2024 19:09:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto al tastierista e compositore Michele Conta. Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini. Quali sono i tuoi primissimi passi nel mondo della musica e i primi “amori”? M.C.: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-14987 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/05/conta-michele-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/05/conta-michele-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/05/conta-michele-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/05/conta-michele-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto al tastierista e compositore Michele Conta.</strong></p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini. Quali sono i tuoi primissimi passi nel mondo della musica e i primi</strong> <strong>“amori”?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Da bambino mi piacevano le trasmissioni televisive dove c&#8217;era la musica leggera italiana&#8230; cercavo di ricantarle dopo averle registrate col registratore a bobina degli anni ’60 (il mitico Gelosino). Un giorno mio padre mi portò nell&#8217;unico negozio di musica della mia città, mi comprò una chitarra acustica e mi iscrisse all&#8217;Istituto Civico di Musica di Asti. Al terzo anno di teoria solfeggio, quando dovevamo scegliere lo strumento musicale, non ebbi dubbi sul pianoforte!</p>
<p>Quindi andando spedito con gli studi, mi iscrissi al conservatorio di Alessandria per continuare a studiare il pianoforte. Intanto all&#8217;età di 16 anni, durante una manifestazione nella mia città, rimasi letteralmente sbalordito da una band che faceva cover di <em>rhythm and blues</em> e rock: era la Locanda delle Fate.</p>
<p>Il caso, o il destino, ci mise del suo. Infatti, mio padre lavorava nella stessa azienda di Luciano Boero (il bassista) e così, parlando spesso tra di loro di musica, venne a sapere che nella band erano rimasti in tre e cercavano un pianista, un chitarrista e un cantante. Subito non ero molto convinto perché non volevo contaminare i miei studi, poi, alla fine, dopo qualche mese, si decise per una serata a casa mia dove, con grande timore, mi esibii davanti a Giorgio, Oscar e Luciano. Alla fine della serata mi ricordo i commenti che più o meno dicevano: molta tecnica, impronta classica, però vale la pena tentare un innesto con noi.</p>
<p>Nello stesso periodo si aggiunse anche Alberto Gaviglio (cantante, flautista) ed Ezio Vevey (chitarrista). E così iniziammo a provare cover di gruppi Rock Progressive inglesi (ad esempio Yes, Gentle Giant, Genesis, ecc.) e io, man mano che passavano i mesi, acquistavo sempre di più dimestichezza con i giri armonici del rock, e quindi con un nuovo modo di suonare il pianoforte, e con l’uso delle tastiere elettroniche.</p>
<p>Ci indebitammo parecchio con la nuova strumentazione e quindi cominciammo ad accettare ovunque ci facessero suonare e, negli anni ‘70, non era difficile perché nelle feste dei paesi o nelle discoteche era normale dedicare un paio di ore all&#8217;ascolto di una band senza ballare. Quando anche l&#8217;ultima rata fu pagata, io ed Ezio fummo categorici: adesso dobbiamo metterci a fare musica nostra&#8230; Quindi ci chiudemmo letteralmente nella nostra cantina per circa un anno. In quel periodo scoprii la mia vena compositiva, per cui, per fartela breve, riuscì a partorire quattro dei sette brani che andarono a comporre l&#8217;album “Forse le lucciole non si amano più”.</p>
<p><strong>E, d’un tratto, appunto, nella tua vita arriva la Locanda delle Fate. Ma, prima di loro, hai avuto qualche altra esperienza in band locali?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Qui devo fare un passo indietro perché io avevo già conosciuto Ezio un paio di anni prima, all&#8217;età di 15 anni. Lo avevo sentito suonare con una band scalcinata su un palchetto del sobborgo chiamato Valgera ed entrammo subito in sintonia. Così convinsi mio padre, il sabato pomeriggio, a portarmi a casa di sua nonna in campagna per dar sfogo a tutto volume alle nostre idee.</p>
<p>Ricordo bene le lamentele dei contadini delle cascine vicine che dicevano a sua nonna che le mucche nelle stalle erano nervose a causa nel volume troppo forte della musica. Quindi quando ci ritrovammo nella Locanda questo facilitò molto l&#8217;amalgama della band.</p>
<p><strong>Come hai ricordato, la Locanda delle Fate nasce poco prima della metà degli anni &#8217;70 come cover band. Come cambia, dunque, l’“essenza” della band con il tuo ingresso in formazione?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> A questo punto per merito di tutte le esperienze da me fatte fino ad allora: il conservatorio, il periodo delle cover, l&#8217;ascolto dei gruppi inglesi, ecc. Scoprii che facilmente riuscivo a trovare mie idee fino a costruire col piano un intero brano Progressive e devo dire che, per nessuno dei quattro brani che sono stati accettati, è stata cambiata una virgola della struttura musicale. In pratica, io partivo col piano, facevo ascoltare tutto il brano per intero e nulla veniva cambiato nella sequenza delle varie parti ritmiche e melodiche. Da qui iniziava poi l&#8217;inserimento dei vari strumenti che letteralmente si incastravano con le varie parti del piano. Questo inevitabilmente ha portato il piano a dare un&#8217;impronta importante ai brani poiché ne costituiva la trama su cui venivano inseriti tutti gli altri strumenti. Avere il piano come struttura portante ci ha facilitato anche in sala di registrazione a Milano perché si partiva a registrare in sincrono piano e batteria e successivamente venivano addizionati gli altri strumenti.</p>
<p><strong>Dopo aver registrato professionalmente i brani su nastro da proporre alle case discografiche, il vostro materiale viene ascoltato da Giorgio Calabrese, autore e conduttore Rai di un programma dedicato alla scoperta di nuovi talenti. Siete così invitati a Roma dove, in tre giorni, registrate mezz&#8217;ora di concerto live, poi trasmesso nel gennaio 1976. Che ricordi hai di quell’esperienza?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Lo speciale RAI dedicato alla Locanda delle Fate fu innanzitutto l&#8217;occasione per passare da band di provincia all&#8217;attenzione nazionale e poi diede la spinta finale per la firma del contratto con la Polydor, nel senso che Niko Papathanassiou si era già impegnato nel produrre il nostro disco, e questa trasmissione convinse i vertici della Polygram ad accelerare la firma, forse nel timore che altre case discografiche si facessero avanti.</p>
<p>Ti racconto alcuni aneddoti tratti da quell’esperienza. Uno personale: la sera prima di iniziare le registrazioni, andammo a cenare in una tipica trattoria romana e io fui messo KO da due bicchieri di vino bianco dei Castelli, per cui passai la notte in bianco in albergo con il conforto di Ezio, che condivideva con me la camera. Ma a vent&#8217;anni questi “effetti collaterali”, per fortuna, passano in poche ore e il giorno dopo ero perfettamente in forma per suonare.</p>
<p>Il secondo ricordo è lo stupore dei tecnici audio della RAI nel vedere le capacità di Giorgio e Oscar nell&#8217;organizzare le registrazioni, dalla microfonazione degli strumenti alla taratura dei nostri amplificatori e delle apparecchiature elettroniche che erano molto più all&#8217;avanguardia di quelle degli studi RAI. Insomma, si capiva benissimo che stavano imparando qualcosa da noi.</p>
<p>Poi, durante le registrazioni, ci fu qualche disaccordo nell’impostazione del programma, nella scelta dei brani, nei livelli sonori, ecc., perché comunque noi volevamo dare una certa immagine. Per questo, alla fine della registrazione, non ci aspettavamo i complimenti dalla regista Fernanda Turvani e di Giorgio Calabrese che ci raccomandarono di continuare a tenere alta la qualità della musica e non scendere a compromessi commerciali.</p>
<p><strong>Il 1977 è l’anno del vostro esordio discografico “Forse le lucciole non si amano più”, uno dei dischi più apprezzati del periodo giunto, però, “fuori tempo massimo”. I brani del disco li avete composti in una formazione a sei e, solo dopo, Leonardo Sasso, con il suo timbro vocale inconfondibile, è giunto nella squadra. Chi era la persona destinata allo “strumento vocale” prima del suo arrivo? E, a proposito, come entrate in contatto con Leonardo?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Ritornando un po&#8217; indietro nella mia storia mi chiedi dell&#8217;incontro con il cantante Leonardo Sasso&#8230; Eravamo ormai verso la fine della parte compositiva, sia degli arrangiamenti che dei testi, e sentivamo la mancanza di una voce che desse un’identità vocale alla band. Durante il periodo “cover” il compito di cantare era di Alberto (ex cantante e chitarrista della band La polvere nera), sicuramente il più dotato fra noi.</p>
<p>L&#8217;incontro con Leo avvenne un po&#8217; casualmente, nel senso che Luciano ci parlava di questo personaggio conosciuto ad Alba con una voce molto personale e potente, e anche molto esuberante (tra l&#8217;altro aveva attirato la sua attenzione poiché si era lanciato con la bici dal trampolino della piscina comunale). Lo conoscemmo. Leonardo ci raccontò la sua storia di ragazzo romano con una famiglia di artisti, padre attore e mamma pianista; aveva militato nel gruppo delle Esperienze, primo nucleo del Banco del Mutuo Soccorso, ed era grande amico di Francesco Di Giacomo.</p>
<p>Le prime volte che venne alle prove si limitò ad ascoltare la musica ed assimilare i testi e poi ci fu la sera in cui fece la sua prima prova con noi. Fummo davvero colpiti da come i brani acquistassero un suono particolare con la sua interpretazione e la voce possente&#8230; ci eravamo accorti che lui si era veramente impadronito dei testi&#8230; Alla fine nessuno di noi aveva dubbi: Leonardo era il settimo elemento che ci mancava.</p>
<p><strong>E poi i brani, come hai anticipato, arrivano all’orecchio anche di Niko Papathanassiou, fratello di Evanghelo Papathanassiou, in arte Vangelis, il quale decide di produrre personalmente il disco (che esce per la Polydor). Conti alla mano, però, tra la prime registrazioni dei brani e la sua uscita ufficiale, trascorrono più o meno due anni. Pensi che sia stato solo questo eccessivo ritardo nella sua uscita ufficiale, al netto della “flessione” che già a metà decennio aveva colpito il genere, a decretarne il poco successo? O “l’orecchio” del pubblico era già rivolto altrove?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Hai ragione, spesso ci sentiamo dire che il disco è arrivato fuori tempo massimo, nel senso che il Progressive era già giunto al culmine della propria creatività contaminando il rock con i generi più diversi: il jazz, il folk, la musica classica&#8230;</p>
<p>Sicuramente il periodo delle cover ci ha fatto perdere un po&#8217; di anni preziosi. D&#8217;altra parte, si potesse riscrivere due volte la storia, magari&#8230;</p>
<p>Posso dirti che noi eravamo sinceri quando l&#8217;abbiamo composto ed era quello che ci sentivamo di dire in musica e parole per rappresentare i sogni e le delusioni dei ragazzi di quella generazione. La sincerità e l&#8217;immediatezza della scrittura e forse parte del segreto per cui l&#8217;album viene ancora ascoltato a distanza di decenni dai giovani e non.</p>
<p><strong>Nonostante tutto, cosa ne pensi di “Forse le lucciole non si amano più”, a poco più di quarant’anni di distanza dalla sua uscita?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Personalmente, quando mi capita di riascoltarlo, è sempre con un piacere nuovo perché la tecnica strumentale non è mai fine a se stessa. Ricordo volentieri che nessuno di noi voleva emergere sugli altri ma, al contrario, ogni strumento offriva lo spunto ad un altro strumento per raggiungere un senso armonico compiuto.</p>
<p><strong>Una curiosità riguardo al periodo “post album”: mi parli del tour condiviso con Amanda Lear?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Così mentre promozionavamo il nostro disco, anche nel tour con Amanda Lear che tu hai ricordato, ci accorgevamo che radio, dj e discoteche erano ormai orientati verso altre sonorità (disco soprattutto ma anche punk).  Ricordo della differenza di partecipazione rispetto al periodo delle cover in cui i giovani occupavano, seduti per terra, le piste da ballo e in religioso silenzio ascoltavano brani non facili.</p>
<p>Proprio durante quel tour ebbi la sensazione, almeno un paio di volte, di suonare più per me stesso che per gli altri&#8230; Mi spiego meglio: nei minuti in cui io ero impegnato nel non semplice intro di piano di “A volte un istante di quiete”, con la coda dell&#8217;occhio percepivo distrazione o rumore e questo mi infastidiva.</p>
<p><strong>La tua esperienza con la Locanda delle Fate termina poco dopo. Prima, però, c’è ancora tempo per un singolo “New York / Nove Lune” dalle sonorità decisamente lontane dal vostro Prog originario. Come mai decideste di “scendere a compromessi” con la “dimensione commerciale”?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Di lì a poco, molte Progressive band (Genesis, Yes, Banco&#8230; per citarne alcune) sfornarono prodotti più orecchiabili e semplici e a me venne naturale comporre “New York” e il suo retro “Nove Lune” (per inciso, quest&#8217;ultima tutt&#8217;altro che facile dal punto di vista ritmico).</p>
<p>“New York” arrivò, se non sbaglio, all&#8217;undicesimo posto nella mitica Superclassifica Show di TV Sorrisi e Canzoni, però ci consegnava un futuro musicale che non ci apparteneva, dove la nostra tecnica strumentale e l’accuratezza nella ricerca sonora contavano ben poco. Veniva a mancare la passione e l&#8217;entusiasmo per quello che suonavano, per cui mollare tutto fu una scelta inevitabile.</p>
<p><strong>I concerti, la band, il fervore socio-artistico del periodo: come ricordi quella decade magica? C’è qualche aneddoto che ti va di condividere?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Certamente l&#8217;essere vissuto da ragazzo negli anni ‘70 è stato un privilegio unico. Non vorrei ripetermi, ma in quel decennio è avvenuta una rivoluzione musicale e del costume che vedi raramente nella storia dell&#8217;uomo. I Beatles diedero il via ad opere innovative e immortali, seguiti da Pink Floyd, King Crimson e via via tanti altri&#8230;</p>
<p>Ricordo, ad esempio, che all&#8217;età di 16 anni, durante una vacanza estiva nel campeggio di Albenga, ebbi l&#8217;opportunità di vedere i Genesis, ancora sconosciuti, in concerto nel loro primo tour italiano, nel palazzetto dello sport con non più di trecento ragazzi e seduto a pochi metri da un mito come Peter Gabriel. E se cresci con queste opportunità e questa educazione formativa che ti sta intorno, è molto difficile adattarsi ad una qualità così bassa come quella che ascoltiamo tutti i giorni.</p>
<p>Non credo ci siano parole per descrivere la differenza tra un <em>rave party</em> e un concerto di Carlos Santana visto con mio papà da ragazzo e quali influenze possono avere sul nostro animo le due diverse esperienze.</p>
<p>Mi sta venendo in mente un altro piacevole ricordo di quella “vacanza romana” e cioè, quando arrivammo nell&#8217;albergo di Piazzale Clodio per sistemare le nostre valigie, trovammo ad augurarci buona fortuna un amico musicista astigiano di nome Adelmo Musso, tastierista del cantante astigiano Piero Cotto. Superfluo dire che ci fece un gran piacere.</p>
<p><strong>E poi ti ritrovi di fronte al “bivio della vita”: musica o studi. Scegli la seconda e intraprendi la carriera medica. Cosa ti ha spinto a mettere da parte i “tasti” (va detto, non definitivamente)?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Ripresi con tenacia gli studi interrotti di medicina e faticai non poco per recuperare gli esami persi&#8230; Fare il medico ti cambia, nel senso che non è un lavoro come tanti&#8230; ma diventa tutta la tua vita&#8230; e gli <em>hobbies</em>, bene che vada, vengono confinati al fine settimana (&#8230;leggi musica…).</p>
<p><strong>Il nuovo interesse per il Progressive Rock degli anni ’90 coinvolge anche la Locanda delle Fate e, nel 1993, la Mellow Records pubblica “Live”, la registrazione di un vostro concerto del 1977. Poi, negli anni successivi la band sente che è giunto il tempo di una <em>reunion</em> e nel 1999 pubblica “Homo Homini Lupus” (in cui compari in un solo brano). Come mai decidi di non partecipare alla rinascita (anzi, dovrei dire “alle rinascite”) del gruppo?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Con i vecchi amici della Locanda ogni tanto ci si sentiva e si parlava della possibilità di riprendere a suonare insieme. Riuscimmo a ritrovarci in sala prove alla fine degli anni ‘90 ma il progetto musicale era già stato portato avanti molto da Ezio con un’impronta non Progressive. Così la poca disponibilità di tempo e una proposta musicale che sentivo poco vicina alle mie corde, mi fece decidere di abbandonare il progetto che uscì con il nome di “Homo Homini Lupus”.</p>
<p>Intorno al 2010 i Locandieri mi chiesero di partecipare ad un tour per suonare i vecchi brani di “Forse le lucciole non si amano più” ma, intanto, era ritornata in me la voglia di comporre brani nuovi e così decisi di dedicare il poco tempo per dare corpo a queste idee&#8230;</p>
<p><strong>E poi incontri il rap. È il 2015 quando il rapper Dr. Dre inserisce il tuo arpeggio di piano tratto dal brano “Vendesi saggezza” nella sua &#8220;For The Love of Money&#8221;. L’album che la contiene, “Compton”, riceve una <em>nomination</em> quale Best Rap Album ai Grammy Award 2015 e, inoltre, diventa anche un film con tanto di candidatura agli Oscar. Ti va di raccontarmi come si è svolto il tutto? Cosa si prova a “ritrovarsi” catapultato in una dimensione come quella statunitense (e in un genere musicale molto distante dal Progressive Rock)?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> È proprio nel 2015 successe che ricevetti, un mattino presto, una telefonata dal direttore artistico della Universal Music italiana che mi informava, con grande entusiasmo e gratitudine (perché proprietari delle edizioni) della grande opportunità che avevo negli States e così fu organizzato un viaggio a Los Angeles dove conobbi i vertici della Universal, gli studi di registrazione di Dr. Dre, Hollywood e tutto quel mondo che neanche lontanamente pensavo di poter conoscere.</p>
<p>Nacquero dei bei propositi di collaborazione per altri brani rap e non solo e devo dire che, al ritorno in Italia, ero abbastanza su di giri e spedii a Los Angeles diverse idee&#8230;</p>
<p>Ma alla fine mi sono detto che avevo già un mio lavoro per vivere e il solito poco tempo lo avrei dedicato alla musica che mi piace realmente suonare&#8230; e non è certamente il rap!!</p>
<p><strong>Il 2019 ti vede tornare “sulla piazza” con il tuo primo album solista “Endless Nights”, lavoro che contiene composizioni nate già negli anni ’80. Come mai questa “gestazione” così lunga prima di fare il “salto” e quando senti che è giunto il momento di pubblicare? </strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Come accennato, intorno al 2010 tornò in me la voglia di comporre brani nuovi e dedicare il poco tempo nel dare corpo a queste idee&#8230; Così affrontai da solo il difficile lavoro, passando dalla parte compositiva agli arrangiamenti e poi le registrazioni, prima a Torino e poi a Londra agli studi Abbey Road.</p>
<p>ll caso ha voluto che incontrassi musicisti in sintonia con le mie idee, tipo il chitarrista Ermanno Brignolo, il tecnico del suono Simone lampedone e, non per ultimo, Gavin Harrison.</p>
<p><strong>Tra i vari collaboratori, in “Endless Nights” troviamo, appunto, anche Gavin Harrison. Come nasce la cooperazione col batterista, tra gli altri, di Porcupine Tree e King Crimson? </strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> L&#8217;incontro con il grande batterista è stato veder realizzato un sogno. Mi dicevano che Gavin non era facilmente raggiungibile, non rispondeva alle mail e suonava solo la musica che gli piaceva.</p>
<p>Una sera, alla fine del lavoro, ero nel mio ambulatorio e decido, prima di spegnere il PC, di mandare una mail a un certo Gavin Harrison, ad un indirizzo che avevo trovato in rete, così come si prova a comprare un biglietto della lotteria (poche righe sulla mia storia e il progetto in corso). Con indicibile sorpresa, dopo qualche giorno apro con emozione la risposta che più o meno diceva così: <em>Hi, sono Gavin Harrison, tu non hai scritto a me ma ad un mio omonimo che anche lui suona la batteria e vive in Inghilterra, ci conosciamo e lui mi ha girato la tua mail perché gli sembrava interessante&#8230;</em></p>
<p>E così, da un errore, è nata ed è proseguita una bellissima collaborazione ed amicizia&#8230;</p>
<p>In quel periodo Gavin era impegnato solo nelle prove del tour con i King Crimson, per cui aveva delle mezze giornate “libere” ed accettò di aiutarmi.</p>
<p>Finii le registrazioni a Londra nel novembre 2015 ma l&#8217;album fu commercializzato solo a fine 2019, dopo l&#8217;incontro con il produttore Matthias Scheller della AMS Record.</p>
<p><strong>“Endless Nights”: notti senza fine. A cosa fai riferimento nel titolo dell’album? </strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Il titolo “Endless Nights” nasce dal fatto che mi capita il fine settimana di rubare un po’ di tempo alla notte e, quindi, al sonno per raccogliere le idee musicali&#8230; Nei momenti in cui tutto intorno è silenzio.</p>
<p><strong>Com’è stato accolto il tuo lavoro da critica e pubblico? Ed emergenza sanitaria a parte, avevi previsto anche un lato live promozionale?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Era programmata una bella occasione musicale per presentare il disco a livello internazionale a Londra, alla Chelsea e Westminster Foundation, se non ricordo male il 25 febbraio del 2020, purtroppo sfuggita all&#8217;ultimo minuto per il brusco avvento in quei giorni della pandemia Covid: quindi volo e albergo annullati.</p>
<p>E proprio l&#8217;impegno indescrivibile nel mio lavoro per tutto il periodo della pandemia, non solo non mi ha dato la possibilità di presentare dal vivo “Endless Nights”, ma ha praticamente cancellato la musica dai miei pensieri per mesi e mesi&#8230;</p>
<p>Comunque il CD è stato ben accolto dalla critica e dalle radio che trasmettono Prog, soprattutto americane, giapponesi e inglesi&#8230; oltre ogni aspettativa della casa discografica. E questo mi ha dato l&#8217;input per tentare ancora un progetto musicale che sarà diverso da “Endless Nights” (che è, appunto, una raccolta di brani composti nell&#8217;arco di più decenni) e tenterò di raccontare, a modo mio, il declino e le contraddizioni del mondo in questo periodo della mia vita (sempre, però, con un senso di ottimismo per il futuro&#8230; che è proprio del mio carattere).</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il tuo punto di vista per chi fa musica? E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? </strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> L&#8217;avvento del digitale e la diminuzione dei costi per realizzare un CD sicuramente hanno reso più facile concretizzare le proprie idee, a scapito, però, della qualità sonora. Quindi io continuerò a cercare il giusto compromesso, anche perché, per fortuna, non ho venduto i vecchi synth analogici (a partire dal Minimoog).</p>
<p><strong>Qual è la tua opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Dai gruppi Prog Italiani degli ultimi anni che ho avuto modo di ascoltare non ho sentito proposte sonore che mi abbiano “catturato” l&#8217;attenzione e spesso ho notato una carenza di linee melodiche.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo musicale di Michele Conta e parlando di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), ti va di confessare il tuo “podio” di preferenze personali? E c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che ami e di cui consiglieresti di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Mi chiedi se ascolto musica o leggo libri. Certamente sì, quando posso sono molto curioso per ogni aspetto dell&#8217;arte&#8230; Ascolto i generi più disparati, da Tchaikovsky e Debussy ai Tool e Steven Wilson sino ad Ennio Morricone, per citarne alcuni. Di recente ho riascoltato il bellissimo tema d&#8217;amore di “Blade Runner” di Vangelis e l&#8217;intensità dell&#8217;ultimo live dei The Cure.</p>
<p>Recentemente ho voluto rileggere poesie di Alda Merini e di Michele Mari e chissà se un giorno potrò andare in Ucraina in pace e tranquillità per poter ammirare gli ultimi murales di Banksy.</p>
<p><strong>E tornando per un attimo ad </strong><strong>“Endless Nights”: quanto ti è mancato suonare e registrare la tua musica in tutti questi anni? E, dunque, </strong><strong>per chiudere: cosa prevede il futuro di Michele Conta?</strong></p>
<p><strong>M.C.:</strong> Hai notato che più volte ho detto della quotidiana mancanza di tempo per suonare tutta la musica che vorrei e, forse, questo desiderio spesso rimandato e mai completamente appagato è uno dei motivi per cui ho ancora voglia di suonare e penso che debba ancora trovare le note più belle.</p>
<p><strong>Grazie di cuore Michele!</strong></p>
<p><em>(Giugno, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2024/05/20/intervista-a-michele-conta/">Intervista a Michele Conta</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ai Supercanifradiciadespiaredosi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 20:28:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Brodolfo Sgangan (B.S.), Randy Molesto (R.M.) e Nestor Fasteedio (N.F.): Supercanifradiciadespiaredosi. B.S.: Grazie a te dell’invito! R.M.: Ciao e grazie a te. N.F.: Ciao. Iniziamo la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2024/01/18/intervista-ai-supercanifradiciadespiaredosi/">Intervista ai Supercanifradiciadespiaredosi</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-14965 aligncenter" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/01/Supercanifradiciadespiaredosi-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/01/Supercanifradiciadespiaredosi-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/01/Supercanifradiciadespiaredosi-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2024/01/Supercanifradiciadespiaredosi-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Brodolfo Sgangan (B.S.), Randy Molesto (R.M.) e Nestor Fasteedio (N.F.): Supercanifradiciadespiaredosi.</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Grazie a te dell’invito!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Ciao e grazie a te.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Ciao.</p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Supercanifradiciadespiaredosi e cosa c’è prima dei Supercani nella vita di Brodolfo?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Se intendi la vita musicale, almeno altri dieci gruppi (con alcuni si è anche inciso qualcosa, <em>demotape</em> soprattutto), sai, quando si è giovani e si ha tempo, si usa così. I Supercani sono nati una sera ad un concerto, quando Gianluca (ora Granfranco Baffato, primo batterista della band) mi incontra (eravamo entrambi a quel tempo senza gruppo) e mi propone di formare una band. <em>“Ho già il nome: Supercanifradici”</em> e io di rimando <em>“adespiaredosi”</em>. Una settimana dopo eravamo già a provare, era l’inverno 2001/2002. Il primo concerto l’abbiamo fatto il primo maggio 2002. È andata subito bene, ci hanno cacciato dal palco per via di un testo. Il titolo era “Perineo Song”. Ah ah ah!</p>
<p><strong>Hai già accennato alla sua nascita, ma il nome assurdo Supercanifradiciadespiaredosi cosa significa?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Beh, principalmente è la storpiatura della frase liberatoria del film “Mary Poppins” <em>“supercalifragilistichespiralidoso”</em>: è una parola che dicendola ti fa stare bene. Super Cani (come musicisti) che sono “bagnati” (essere “bagnato da qualcosa”, significa che il ricordo ti strapazza l’anima, ti tocca) e con questo combo creativo “espiamo le dosi” di (non si dice) che ci siamo fatti in precedenza, in pratica espiamo tutte le esperienze fatte fino a quel momento e le sudiamo fuori. E questo sudore tu lo percepisci con le orecchie. Chiaro no?</p>
<p><strong>Sin da principio decidete che l’occhio nero, la canottiera puzzolente e il collare saranno gli elementi distintivi nei concerti. Un comune mortale si chiederebbe: perché?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> E io ti rispondo: perché no? Mi è sempre piaciuto che una band sia riconoscibile a prima vista. L’occhio da dalmata (e il collare) puoi ricondurlo ai “supercani”, anche se, in realtà (e non c’entra nulla), è stato ispirato dal grande Paolo Migone. Inizialmente è vero, avevamo le canottiere puzzolenti, quelle bianche di lana. I primi tempi non le lavavamo neppure, le abbiamo indossate per anni, fino a che non ci si sono sciolte addosso. Con quelle potevamo “sudografare” i CD. Poi abbiamo optato per delle magliette con il logo.</p>
<p>Avevamo anche le Dominatrix (amiche che si prestavano): ci “guinzagliavano” e salivamo a quattro zampe sul palco abbaiando tra la folla, poi indossavamo gli strumenti e via! Son cose carine che adoro ricordare.</p>
<p>Per quanto riguarda i collari ce li confeziona la nostra cuoiaia di fiducia Maria Clara. Per noi indossare queste cose è come entrare nel personaggio e cliccare “on”, come quando Stallone, in “Over the top”, gira il cappellino.</p>
<p><strong>Tra 2003 e 2004 registrate la demo “Colosso Bauroso” e l’album “Mondo Cane”, lavori che suggellano un periodo in cui la chitarra viene gradualmente messa da parte in favore di due bassi (e un computer). Mi parli un po&#8217; di questi due lavori?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> “Colosso Bauroso” è stata la prima registrazione in assoluto fatta “rigorosamente in mono” da Christian Marchi che ci ospitava, nel primo periodo, nella sua cantina. Poi ci ha cacciato e siamo stati costretti a cercarci una sala prove. Questo promo-CD è molto grezzo ma incarna già il nostro sound che all’epoca era alquanto anarchico e, in pratica, ci è servito come base per “Mondo cane”: è questo è il nostro primo CD. Ricordo di aver progettato e disegnato la cover in cartoncino e poi assieme ne abbiamo ritagliate e assemblate a mano nel tempo quasi 400 copie. Conteneva anche un adesivo. Diciassette pezzi totalmente eterogenei, tra punk, HC, pop, metal, eccetera. Oltre ai due consueti bassi, in qualche pezzo suonavo la chitarra (abbandonata perché era una menata per me portarmi dietro ogni volta due amplificatori e uno strumento in più) e in più c’era un altro cantante, Remo (o Re(u)mo, che ora vive in Spagna). L’utilizzo del computer verrà dopo il secondo CD: “Millanta Cosae”. “Mondo Cane” lo considero un disco meraviglioso e imprevedibile perché è “poco pensato” e molto istintivo e ci abbiamo buttato dentro tutto, forse troppo. Pensa che lo abbiamo registrato in un giorno(!). Adoro ascoltarlo in mp3 perché rende meglio. È un’autoproduzione.</p>
<p><strong>E i primi anni si confermano vivacissimi, tra palco e studio, tanto da ritrovarvi ancora con nuovo materiale pronto da far ascoltare. Ne sono testimonianza la “The Denny Bordello Sesshon” (2006), il singolo “Forza di gravidanza” (2006) e “Millanta Cosae” (2007). Quanto differiscono dai precedenti due lavori (o quanto proseguono il cammino iniziato pochi anni prima)? E cosa troviamo al loro interno?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Ogni nostro CD è preceduto da un “promo” che noi titoliamo e “copertinizziamo” come se fosse un disco a sé. In realtà ci serve per capire cosa funziona e cosa no, quale sarà la sequenza dei pezzi, ecc. “The Denny Bordello Sesshon” è stato registrato nell’allora nostra sala prove da… Denny Bordello (Davide Buldrini). Ne abbiamo anche una versione dove ci canta un nostro amico, Felix Lalù (fa il cantautore pazzo). Questa collaborazione è proseguita nel singolo “Forza di gravidanza” (pezzo presente in “Millanta Cosae”) e nella realizzazione del mini concerto acustico che avevamo tenuto poco prima della presentazione del CD successivo, “Millanta Cosae”(2007). Questo concerto acustico conteneva tre pezzi del disco ma anche cover e inediti. Utilizzavamo oggettistiche e sguazzavamo nel cabaret. Durante questo concerto fatto in una galleria d’arte abbiamo distribuito in regalo le trentacinque copie del singolo (confezione fatta a mano e fotocopiata) a tutti quelli che ci hanno raggiunto in studio per i cori del pezzo. Per cui è introvabile. Questo concertino acustico (durava 45 minuti) l’abbiamo replicato una decina di volte… ed era stato pensato solo per quell’occasione…</p>
<p>Poi è uscito “Millanta Cosae”, autoprodotto, che forse è il CD che ha caratterizzato di più l’immaginario dei SCFAED di quel periodo. È piaciuto molto, ne sono andate negli anni tutte e 500 le copie stampate (autoprodotte). In questo disco ci sono i due soliti bassi, la batteria e una tastierina Casio amplificata. Una figata. Pensa che nel solo 2007 abbiamo fatto circa 70 concerti.</p>
<p><strong>…e, in questa fase, scoprite anche le vostre voci!</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Esatto! È con “Millanta Cosae” che cominciamo a sperimentare con le voci, cantiamo in tre e scopriamo la bellezza dei cori e degli incastri.</p>
<p><strong>Ciò che segue è un rallentamento, qualche defezione e, infine, si riparte con forza: è il 2011, la “rinascita”. In questo momento si palesa <em>un&#8217;esperienza nuova dal punto di vista compositivo: subentra prepotentemente un nuovo modo creativo di comporre</em>. Ti va di approfondire questa novità?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Purtroppo Granfranco se ne va (non prima di un clamoroso concerto spalla ai NoMeansNo) e perdiamo un po’ di tempo per trovare il sostituto. Lo troviamo in Maglio Perforante (Manuel Pisoni) che registra le parti batteristiche di “Superbau” tutte alla prima <em>take</em>. Un mostro. La novità è rappresentata nel consolidamento delle due voci rimaste (Findut e Brodolfo) e dai campioni gestiti da Findut con il suo Poteidofono. Tutti i campioni sono stati suonati e creati da noi, un bel click nelle cuffie del batterista e tanta voglia di riscatto, dopo la ferita e l’abbandono di Gianluca.</p>
<p><strong>E poi ancora concerti e la celebrazione dei vostri primi dieci anni di carriera con un nuovo album: “Superbau” (2012). A te la parola su questa nuova prova discografica.</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> “Superbau” ha visto la luce grazie alla produzione di Alex Carlin (Gulliver Studio Records) che, memore di un concorso vinto in passato, ci mette a disposizione il suo studio per registrare tre pezzi. Finirà per produrre tutto l’album che è diventato un CD “digibook”, una splendida confezione cartonata con libriccino di quindici disegni fatti da me, descrittivi di ogni pezzo. Sono molto legato a questo disco perché racchiude le nostre due anime del periodo: quella funky e l’altra elettronica. Di base c’è il rock, ma i campioni ti portano in una nuova dimensione. Usciti dallo studio se ne va Manuel (che sforna il quarto figlio – non lui, la moglie – e appende le bacchette al chiodo) e subentra Randy Molesto (Renzo) che dona, come si suol dire, nuova linfa al gruppo. Con Manuel siamo stati <em>unmasked</em> per sette concerti. Poi con Renzo si è tornati a puntare anche sul look collari-occhio-magliette.</p>
<p><strong>E successivamente, appunto, in squadra arriva Randy Molesto. Randy, come entri in contatto con questa “banda di matti” e cosa c’è nel tuo percorso artistico prima dei Supercanifradiciadespiaredosi?</strong></p>
<p><strong>R.M.:</strong> Allora… Mi ricordo che un pomeriggio è suonato il telefono, rispondo ed era Boris che mi contattava per entrare nei Supercani, la mia risposta è stata <em>“Quando ci troviamo?”</em>. Trento è piccola e ovviamente conoscevo già i Supercani e sapevo cosa facevano e il loro potenziale, quindi non ci pensai nemmeno un secondo; per un batterista suonare in una formazione con due bassi e senza strumenti per antonomasia “armonici” è molto appagante perché ti devi inserire e incastrare in un assetto ritmico più elaborato e hai più spazio per giocare su accenti, contrattempi e sfumature ritmiche. A quella telefonata è seguita una fase impegnativa di prove per preparare tutta la scaletta (ai tempi usavamo delle basi, e quindi tutto a metronomo, e non c’era spazio per l’improvvisazione) e portare in giro “Superbau”, che era stato registrato ma non ancora presentato.</p>
<p>Il mio “background” direi che era già molto variopinto, ho 58 anni e ho iniziato a suonare a 13, e senza interruzioni (anche il mio servizio militare l’ho fatto nella fanfara alpina), e quindi gruppi ne ho passati proprio tanti, tra speranze, illusioni e a volte delusioni, ma comunque non cambierei una virgola di ciò che è stato.</p>
<p><strong>Mai domi, nel 2017 siete pronti per il vostro quarto album in studio: “Geni compresi”. Mi narrate la genesi di questo lavoro?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Finalmente esce il disco composto con Renzo in vari anni, ci tenevamo particolarmente. Questo CD, a mio avviso, è il più eterogeneo di tutti, il più vario e colorato, c’è veramente di tutto. E dentro ci sono un sacco di ospiti che caratterizzano ogni brano del lavoro: sono loro i “Geni Compresi” e non noi, come pensato e detto da alcuni. Qui torniamo all’autoproduzione. Grandiosa la copertina di MarPlo (Marcello Plotegher) che ci porta nello spazio (non è e non sarà l’ultima volta) e descrive perfettamente la parabola dei Supercanifradiciadespiaredosi fino a quel momento. Sono molto fiero di tutti i brani e, pur mantenendo le nostre radici, siamo riusciti a “svarionare” di brutto e saltare da un genere all’altro spero senza annoiare. Dal vivo le cose sono leggermente più omogenee.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> “Geni Compresi” è stato l’apice del “vecchio corso”, affronta i generi più disparati, a volte strizza l’occhio a melodie quasi pop ma comunque su tappeti strumentali elaborati, abbiamo coinvolto parecchi amici e tutti hanno dato un contributo “speciale”. È un album che a volte riascolto volentieri e tutto sommato (come capita sovente…) non mi viene da pensare <em>“Potevamo fare molto meglio….”</em>.</p>
<p>La sfortuna di “Geni Compresi” è stata quella di nascere “orfano”, perché non siamo arrivati nemmeno a ricevere le stampe che il nostro organico ha subito uno scossone.</p>
<p><strong>Ogni vostro lavoro è folle e imprevedibile e “Geni compresi” non si tira certo indietro. Ma, secondo il vostro punto di vista, quali sono i punti di contatto e le differenze sostanziali tra questo album e tutta la vostra musica precedente? E come sono cambiati e cresciuti, in tutti questi anni, i Supercanifradiciadespiaredosi?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> “Folle” lo dicono gli altri che sono abituati alla normalità, che è sinonimo di comodità. Per me siamo tutti pazzi e la normalità è la media delle pazzie. Ogni formazione dei SCFAED ha un baricentro diverso e in ogni formazione abbiamo sfruttato le caratteristiche di ognuno. Forse il <em>leitmotiv</em> è il suono del mio basso (e la voce) che non è mai cambiato e non ha filtri. Quello che credo è che la nostra capacità di scrivere pezzi migliori sia stata allenata e usata per i nostri fini. Ciononostante penso che noi non siamo cresciuti, anzi siamo rimasti bambini, che è meglio (detta come la direbbe il Puffo Quattrocchi). Se muore quel fanciullino, siamo fregati.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Come ho già detto precedentemente, “Geni Compresi” è stata l’evoluzione dell’organico di quel momento. Pure io, se prima dovevo eseguire delle parti forgiate dai miei predecessori, in “Geni Compresi” ho avuto l’opportunità di mettere al servizio la MIA creatività e il MIO approccio con la musica creando tutte le ritmiche e partecipando agli arrangiamenti dei brani.</p>
<p><strong>E dopo l’uscita di “Geni compresi” ecco giungere in formazione anche Nestor Fasteedio. Nestor, anche per te le domande poste a Randy: come entri in “orbita” Supercani e cosa c’è nel tuo percorso artistico prima della band di Brodolfo e Randy?</strong></p>
<p><strong>N.F.:</strong> Io e Boris ci conosciamo dai tempi dei Tedio, una formazione che negli anni Novanta sperimentava la rara combinazione di due bassi e una batteria, rivelatasi formidabile e quindi – perché no? – replicabile. Anche dopo lo scioglimento dei Tedio nel 2001 ho mantenuto l’amicizia con Boris e, proprio per questo, già prima di entrare come membro effettivo, giravo nell’orbita del gruppo. Per puro caso mi sono trovato a partecipare alle registrazioni di “Mondo Cane”, poi venni chiamato nel coro di “Forza di gravidanza” e in altre occasioni, mentre suonavo con altre formazioni, ho condiviso il palco e/o la sala prove con i Supercani. Anche nel disco “Geni Compresi” ho contribuito con degli arrangiamenti.<br />
Poi ricevetti una telefonata, se non erro era il giugno nel 2017, in quel periodo mi trovavo spesso a far loro da fonico nei concerti, e Boris mi chiese se ero disponibile ad entrare a far parte del gruppo. Pensavo si trattasse di una sostituzione temporanea, ma intanto sono ancora qui…</p>
<p><strong>Nel 2023 vi fate (ma non solo a voi) un gran bel regalo per festeggiare i vent’anni di attività: “Aggiovaggio”, una <em>suite</em> di 12 minuti pubblicata esclusivamente su vinile. Mi raccontate un po&#8217; questo <em>viaggio spaziale in rock</em>?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Io con questo vinile chiudo la mia triade di desideri in musica. Il primo l’ho raggiunto nel 1997 diventando il cantante live di una delle mie band preferite di tutti i tempi (Rifiuti Solidi Urbani), il secondo quando abbiamo suonato di supporto nella nostra città alla mia band preferita di sempre (i NoMeansNo). Ora ho fatto anche un vinile e sono pure diventato fumettista (Eheh!). La storia di “Aggiovaggio” è il primo fumetto completo che io abbia mai realizzato. Entrando nello specifico diciamo che, grazie ad un colpo di fortuna, siamo riusciti a racimolare i soldini per andare in studio. In due giorni abbiamo portato a casa le riprese che poi sono state manipolate dal nostro Re Udino in persona (Mauro Andreolli). Non ti dico poi l’odissea burocratica per avere in mano tutto.</p>
<p>Di “Aggiovaggio” è stato realizzato anche un video di 13 minuti!!! Il nostro amico MarPlo (Marcello Plotegher), ancora lui, ne è l’autore!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> “Aggiovaggio” è la classica favola del “Principe Ranocchio”, un progetto a suo modo folle, anticommerciale che, da un’idea abbozzata in sala senza grandi presupposti, con il tempo è diventata un <em>concept</em> e, da lì, un vinile accattivante e un video di 13 minuti a mio parere fantastico. Devo dire la verità, mi sento fiero di appartenere alla band che è riuscita sfornare questo prodotto. Devo ringraziare Boris che, con la sua consueta cocciutaggine, ha portato avanti questa idea con uno sbattimento non da poco e con un libretto a fumetti accluso all’album nel quale ha superato sé stesso, Nicola per le sue idee, i suoi arrangiamenti e il suo modo “non del tutto e, a volte, molto poco convenzionale” di suonare il basso, Mauro Andreolli per l’eccelso lavoro di produzione del suono, Marplo (Marcello Plotegher) che ha saputo tradurre in un video tutto e quanto di meglio potessimo immaginare e, non ultimo Sergio Rizzoli per aver creduto in noi fin dal primo momento che ci ha visti e che ha sentito in sala prove “Aggiovaggio” per la prima volta. “Aggiovaggio” per noi è già stato un viaggio pazzesco e a volte tortuoso ma a Giove ci siamo arrivati davvero.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> La genesi di “Aggiovaggio” è stata a sua volta un viaggio fantasmagorico, nato per caso da un <em>riff</em> di basso registrato in sala prove, da successive stratificazioni, revisioni, aggiunte e sottrazioni di parti che hanno conseguentemente portato alla sua versione finale nel giro di un paio d’anni (con in mezzo una pandemia e un <em>lockdown</em> che ci hanno tenuti lontani da prove e concerti). Il risultato è davvero sorprendente per la sua linearità, scorrendo la storia delle numerose registrazioni in sala fatte negli anni, direi che la registrazione in studio, poi impressa su vinile, è senza dubbio la sua versione definitiva.</p>
<p><strong>Fondamentale ai fini della sua comprensione anche la parte grafica, un meraviglioso fumetto che mette “nero su bianco” gli elementi musica/testo. Brodolfo, come nasce il tutto? Mi parli anche un po&#8217; dell’elemento visivo che accompagna anche le vostre altre fatiche discografiche?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Beh, ti ringrazio! Inizialmente il vinile doveva essere un EP. Poi venne l’idea di concentrarci solo su “Aggiovaggio”. Questo progetto non è stato pensato a priori esattamente come è venuto, ma le varie sezioni (composizione del pezzo, fumetto, racconto) sono cresciute assieme e si sono influenzate a vicenda nel tempo. Volevamo però fare un pezzo Progressive, alla nostra maniera. La composizione della musica ci ha portato via circa sette mesi e nel frattempo il racconto cambiava, si evolveva e così il fumetto. L’idea è che solo leggendo il fumetto, il racconto e il testo si può capire la storia, che è fondamentalmente la descrizione di un viaggio spaziale su Giove. Sicuramente Kubrick (“Odissea nello Spazio”, per noi “Ossidea”) è stata una fonte di ispirazione, ma anche Bozzetto con la sua “evoluzione-bolero di Ravel” e “Cuore di Tenebra” di Conrad. Il Bautilus (la nostra navicella) parte e arriva nello stesso punto ma con il bagaglio di esperienza fatta, che è un po’ ciò che succede a noi esseri umani nel nostro percorso di vita. La scelta del bianco e nero è stata fondamentale per la caratterizzazione di questo fumetto. Per me la parte più difficile è stata quella di rendere le otto tavole del fumetto coerenti tra loro.</p>
<p>Riguardo all’ultima domanda, beh, nella band ci sono io, mi piace disegnare ed è logico usare il mio tratto per “raccontare” la band, con i manifesti dei concerti in particolare. C’è il mio zampino anche in tutte le copertine. In questo caso, però, ho “esagerato”… Vedremo in futuro.</p>
<p><strong>Come nasce e si sviluppa la collaborazione con la Lizard Records iniziata con “Geni compresi”?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Stranamente, nonostante la nostra musica non sia proprio “Prog”, siamo subito entrati in sintonia con Loris Furlan, anche lui “impelagato nella musica” da parecchi anni e boss dell’etichetta. L’ho contattato e ci ha aiutato nella stampa e distribuzione di “Geni Compresi”. Ci siamo incontrati anche qualche volta e abbiamo suonato dalle sue parti (Altroquando, Suoni di Marca). Anche lui è venuto a trovarci a Trento. Grazie alla Lizard ho conosciuto un sacco di band fighissime e riempito il mio “bagagliaio culturale” di molti contatti. Con alcuni siamo rimasti amici.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Beh, credo che Loris Furlan abbia saputo “leggere tra le note” e abbia trovato qualcosa di interessante in noi e in quello che facciamo e lo ringraziamo, perché credere nelle cose “controcorrente” non è facile.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Io sono arrivato nel gruppo quando era già nel catalogo della Lizard. Non amo particolarmente essere incasellato in uno stile musicale, ma mi fa piacere che ci siano persone che credono nella nostra proposta a prescindere dal genere di musica che produciamo.</p>
<p><strong>E tornando su “Geni compresi” (ma buttando anche un ampio sguardo all’indietro… e in avanti), nella recensione scritta per l’occasione, quando parlo dei testi affermo: <em>parole surreali con ampi passaggi nel nonsense, una lunghissima supercazzola ottimamente congegnata e resa in modo eccentrico dai due vocalist</em>. Mi parlate, dunque, del processo creativo che si cela dietro ogni vostro testo?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Non c’è una regola altrimenti non c’è gusto. Diciamo che un pezzo, sia musicalmente che con le parole, comincia a funzionare quando si capisce di cosa parla. Quando cogli la sua “essenza” sarà lui stesso a insegnarti come suonarlo/cantarlo. In realtà, personalmente sono un grande fan dei giochi di parole, rebus, anagrammi, cruciverba, eccetera. Amo artisti tipo Bergonzoni o visionari come Terry Gilliam e Monthy Pyton, i primi che mi vengono in mente, per cui, se mi vien voglia di cantare “barabbalillulà”, lo faccio. Poi anche nel nonsense c’è un senso, basta saperlo cogliere e soprattutto averne voglia. Talvolta comunque non è così importante. La musica è intrattenimento e la spontaneità paga molto di più del “cervelloticismo”. È che talvolta è bello addentrarsi in gineprai e uscirne vivi e feriti. Quindi, per rispondere alla tua domanda, ogni nostro testo ha un processo creativo unico.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Il mio apporto in questa componente è quasi nullo. Sì, a volte posso provare a dare dei consigli su qualche piccolo ritocco, ma tutto si ferma lì, ho fiducia nella “pazza genialità” di Boris.</p>
<p><strong>La vostra proposta è difficilmente etichettabile, una sorta di Prog-punk aperto a tutto… Voi vi definite Pro(Ag)gressive (e suona di gran lunga meglio!). Vi va di presentare, dunque, il genere proposto dai Supercani? E come nasce solitamente un vostro brano che definirei banalmente anticonvenzionale?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Molto bello non essere etichettabili, così non si finisce nella credenza con le marmellate. La dicitura “Pro(Ag)gressive” era stata coniata per i Tedio (band che avevamo con Nicola, sempre con due bassi). Ci può stare anche per i SCFAED, ma cambierà sicuramente per il prossimo disco. Il genere serve per inserire il tuo CD o disco, che dir si voglia, nella propria collezione. Infilalo tra la “R” e la “T” o nella sezione “pazzi”.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Credo che tutto parta dal fatto che siamo tre personalità per certi versi “musicalmente esagerate”. Essendo in tre, la nostra “tavolozza sonora” ci lascia molto spazio, a volte lo coloriamo tutto e a volte volutamente lasciamo delle “camere d’aria”, saliamo sul palco e non avremmo nemmeno il bisogno di incrociare gli sguardi perché la macchina Supercani viaggia da sola. Tutto ciò che esce nasce spesso da un <em>riff</em> ripetuto <em>ad libitum</em> tritato, frullato, mantecato, insaporito e alla fine cotto e servito.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Non ho mai pensato a come etichettare ciò che suono, dal punto di vista musicale mi ritengo onnivoro. Concordo con Boris, il prossimo disco potrebbe avere influenze da generi che non abbiamo ancora esplorato, come il dub, la trap, il reggaeton, la polka, i cori russi, il free jazz punk inglese e anche la nera africana.</p>
<p><strong>E come si fa ad essere così potenti ed espressivi con due soli bassi e una batteria (più voce e ammennicoli vari)?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Forse perché siamo abbastanza precisi, abbiamo un buon suono forgiato in anni di esperienze, sappiamo valorizzare i vuoti e, soprattutto, facciamo prove costantemente. Cerchiamo sempre di stare attenti alle dinamiche, sono loro a definire l’espressività. E usare la voce è divertentissimo.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Credo che la prima componente necessaria per essere “una macchina da guerra” sia il senso di appartenenza e “il sentirsi al posto giusto” in una band, dare e godere della massima fiducia in fatto di esecuzione delle parti e arrangiamento dei brani e il credere fermamente in ciò che si fa, oltre naturalmente al rispetto e all’amicizia. Quando esistono queste basi il resto viene da sé.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Il valore aggiunto per me è conoscere bene le potenzialità espressive (infinite) del proprio strumento, ma credo che solamente suonando molto in gruppo si impara a dosare e mescolare le energie. La sola capacità tecnica del singolo non è sufficiente, l’amalgama sonoro si forgia prova dopo prova, a volte anche scontrandosi con visioni diverse, non certo suonando a casa da soli con le cuffie.</p>
<p><strong>Dal 2002 avete più di duecento concerti all’attivo (un sogno per il 99% degli artisti italiani…). Ma come sono i Supercanifradiciadespiaredosi sul palco e cosa c’è da attendersi da un vostro concerto?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Sul palco siamo spontanei, ci piace scherzare e non prenderci sul serio. Contemporaneamente siamo però molto concreti e ci piace andare al sodo. Prendiamo seriamente tutto ciò. Direi che non esiste un concerto dei Supercanifradiciadespiaredosi uguale ad un altro. La riuscita o meno di un concerto può dipendere da molti fattori, anche e soprattutto dall’ energia di rimando del pubblico. Se c’è, amplifica la tua!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Sul palco, siamo estremamente sanguigni ed energici, rimanendo però attenti e concentrati alle dinamiche e all’esecuzione dei brani. Generalmente siamo sempre molto preparati e questo ci permette di affrontare i concerti con la massima tranquillità.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Recentemente mi ha colpito quanto detto subito dopo un concerto da una persona che ci ha visti per la prima volta dal vivo: <em>“Vi conoscevo da dei frammenti di live visti su YouTube, ma non rendono neanche un decimo dell’esperienza di assistere sottopalco ad un vostro concerto”</em>. Ecco, secondo me i concerti &#8211; non solo i nostri &#8211; sono esperienze da godere, possibilmente col telefono spento nella tasca.</p>
<p><strong>Va detto, per onor di cronaca, che inizialmente, per esempio, Brodolfo Sgangan è semplicemente Boris. Quando nasce l’esigenza di cambiare nome? E come vengono scelti questi piuttosto surreali (domanda valida anche per Randy e Nestor)?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Il cambio di nome è accaduto nel 2006, durante le registrazioni del brano “Forza di Gravidanza”. Avevamo bisogno di un coro e abbiamo mandato una mail ai nostri contatti con il giorno, l’ora e l’indirizzo dello studio. Si sono presentate trentacinque persone, parenti più che altro. Abbiamo costretto tutti ad inventarsi un nome con le iniziali giuste, però. E lo abbiamo cambiato anche noi. Da allora tutti quelli che hanno avuto affari con noi hanno il loro nome “canino”.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> La scelta del mio nome è nata dal fatto che un batterista è di norma un essere Molesto e rumoroso, ad esempio a cena, mentre ti parla, tamburella sulla tavola e a volte è più attento sull’evoluzione della sua performance che non a quello che sente.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> La scelta del mio nome d’arte è frutto di un’accurata riflessione semantica… Ehm, no, in verità credo di averlo scelto in maniera del tutto aleatoria.</p>
<p><strong>Poteidofono: a voi l’onore e l’onere di dirmi cos’è!</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Beh, è il “combo” formato da tastierina midi e computer che ha utilizzato il precedente bassista Findut Poteidone (Francesco Penasa) dal 2010 al 2015 circa.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Il Poteidofono è presente solo nel passato dei Supercani, a suo tempo ha svolto un ottimo lavoro ma nella formazione attuale non si addice.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Dicesi Poteidofono… è un piatto regionale abruzzese, ma forse mi sbaglio.</p>
<p><strong>Spulciando la vostra biografia, questo dettaglio datato 2007 mi ha colpito (tra i numerosi altri): <em>Riusciamo incredibilmente a vincere alcuni concorsi, tra cui Rock Targato Italia per poi scoprire che non è così importante… </em>Cosa è andato “storto”?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Non sono importanti perché non portano a nulla, se non a fare curriculum. Lo scopri dopo. Meglio organizzarsi i concerti da soli. Chi organizza concorsi non pensa alla musica o alle band, ma probabilmente a quelle due lirette (“euretti”) che gli arrivano in tasca. Noi, in passato, abbiamo partecipato ai concorsi più “famosi” in Italia, ma francamente è meglio non dilungarsi. Ne dico un paio per tutti: Il fonico da palco di Arezzo Wave che, indicando il mio ampli (che nemmeno volevano farmi usare!), mi chiede se è un ampli da chitarra. E gli avevo anche mandato la scheda tecnica. O a Rock Targato Italia, dove il nostro fonico risolve i problemi a tutti e, alla fine, non ci regalano nemmeno il CD del pezzo che siamo stati costretti a regalargli.  Mi fermo qui perché ne avrei altre. Una vergogna la poca passione che si respira in certe situazioni.</p>
<p><strong>Qual è il vostro legame con il mondo dei cani, un elemento che ricorre molto spesso nel vostro mondo?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> All’epoca avevo due pastori tedeschi. Curiosità: il nome della nostra etichetta fittizia è Aramis Records, nome dell’amatissimo ex cane di Renzo.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Beh, qui potrei scrivere molto, ma mi limito solo a dire che attualmente vivono con me (non utilizzo il verbo avere, si possiede una motocicletta, una macchina, uno strumento musicale, ma non un essere vivente) due Border Collie, Ruby e Django, che adoro.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Beh, è sicuramente un modo diretto di promuoversi e di “mostrarsi” agli altri. A me personalmente piace, poiché adoro foto, grafica e comunicazione. Mi piace diffondere la nostra musica e mi piace pensare che, con un semplice click, anche un australiano può venire in contatto con noi. Certo che così, la musica e i musicisti hanno perso un po’ quella patina di mistero che covava poi nella testa dei fan. Le rockstar pre-internet erano “vere rockstar” proprio perché non venivano messe a nudo come si fa ora e mantenevano chi più chi meno, un alone di mistero. Ora, nel vedere il mio cantante preferito che si fa un selfie col gatto, mi cala la libido, eh? Eheh!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Internet e “l’involuzione” della gran parte dei suoi fruitori hanno portato ottime cose e ne hanno debilitate altre. Se mi limito a dare un’opinione solamente in campo musicale posso dire che oggi è tutto “usa e getta”, si sfoglia senza interesse, non si approfondisce nulla e tutto quanto è digitale (fotografie, film, musica e libri), non ha valore, e da qui la nostra scelta di produrre un vinile, un oggetto fisico tangibile, palpabile e presente nelle case dove arriva. C’è chi dice che Internet permette a tutti di essere presente e di offrire la propria proposta, vero in parte, perché alla fine chi comanda e chi riesce a essere “sul mouse” di tante persone è chi è supportato dai network più potenti, e i gusti di gran parte delle persone sono pilotabili, altrimenti non si spiegherebbero tante cose.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Ho una formazione da informatico e sono stato uno dei più entusiasti fruitori agli esordi dei social, ho visto tutta l’evoluzione di Facebook, di Twitter e di Instagram ma da almeno 5-6 anni li rifuggo e preferisco non interagire su questi spazi virtuali, che spesso rivelano il lato più greve dell’animo umano. Preferisco mantenere la mia innocenza usandoli il meno possibile. Appartengo alla generazione che ascoltava tanta radio, si comprava i dischi e registrava i video di MTV e i concerti in TV sulle VHS. Mi ricordo che negli anni Novanta, la videocassetta del live “A show of hands” dei Rush mi è costata come una settimana di raccolta mele. Adesso, in un paio di click, si ha potenzialmente l’accesso a tutto lo scibile, ma a questo non mi pare corrisponda un proporzionale aumento della qualità della musica.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Per quanto mi riguarda la difficoltà maggiore è quella di convincere i grafici a scrivere giusto (e per intero) il nostro nome e anche quella di procurarci concerti, visto che solitamente non scendiamo a compromessi con il nostro suono. E volume. Per ciò che concerne la raccolta fondi, noi non l’abbiamo mai fatta (tranne che per un’ottima causa durante la pandemia), non ci convince molto. Ostacoli ne abbiamo trovati tanti ma chi la dura la vince.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Inizio con il rispondere che nei magici “anni ‘70 e ‘80” le band di successo guadagnavano con le vendite dei dischi e facevano il tour per promuoverlo, mentre oggi fanno l’album nuovo per promuovere il tour che, assieme al merchandising, è la fonte primaria di guadagno. Si legge di artisti “famosi ma non troppo” che rinunciano al tour o cancellano delle date perché non ci stanno con i costi. Fare musica molto difficilmente risulta un’attività redditizia, lo si fa per passione e per portare avanti “la propria idea”.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> È cambiato totalmente l’approccio alla musica, rimangono gli appassionati, i nostalgici, la nicchia dei fanatici, ma la maggior parte degli ascoltatori di musica non sa ascoltare un album intero e non lo ascolta con un impianto stereo. Noi andiamo in direzione ostinata e contraria con un singolo lungo 12 minuti, vedremo come andrà sulle piattaforme di <em>streaming</em>, che sono formidabili ma si basano su algoritmi che banalizzano tutto e determinano un gusto sempre più standardizzato. Io preferirei ci fosse meno musica prodotta, suonata e riprodotta adeguatamente da dispositivi di qualità, ma so di far parte di una minoranza di snob che storcono il naso sentendo l’appiattimento di frequenze dell’<em>emmepitrè</em>.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> A parte i CD che mi passa Loris, non conosco ”la scena Progressiva Italiana attuale”. Anche perché il genere Progressive non è certo al centro dei miei pensieri musicali. Oltretutto non amo chi si inscatola in un genere. Ascolto robe più estreme solitamente. Grazie alla Lizard ho comunque conosciuto molte valide band. Ricordo con piacere quelli che più mi hanno colpito del loro <em>rooster</em>: feat.Esserelà, Tom Moto, Outopsya, Mezz Gacano e Parafulmini. Io personalmente sono comunque centrato sulla mia musica e sul promuoverla con CD, dischi e concerti e ben vengano le collaborazioni con gli altri. La linea comune dovrebbe essere la passione e la voglia di fare.</p>
<p>Riguardo alla seconda parte della domanda, se gli spazi sono pochi o non ci sono, bisogna crearseli e non mettersi a piangere sulle cipolle.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Onestamente conosco bene la scena Progressive del passato e meno quella attuale, abbiamo avuto modo di dividere il palco con alcune band e le ho trovate valide e preparate. Purtroppo sono un po’ meno preparate le orecchie di una bella fetta di popolazione a sonorità “più impegnative” e generalmente questi sono i più giovani. È triste confrontarsi con un ragazzo di 18/20 anni e scoprire che non sa nemmeno chi sono la PFM, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area o Le Orme. Chissà, forse negli ultimi vent’anni, è stata trascurata parecchio “l’educazione musicale”, sentire un brano e rendersi conto di cosa c’è o NON c’è dietro. Insomma… “sapere ascoltare”.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Di concerti non ce n’è mai abbastanza. C’è troppa burocrazia e molti hanno perso l’entusiasmo di organizzare eventi di musica dal vivo, soprattutto quando è originale. È sicuramente più facile fare una serata con un dj o una cover band di successi. Ma così facendo si crea un pubblico poco incline alla novità e gruppi fotocopia che non osano inoltrarsi in territori sonori inesplorati.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Supercanifradiciadespiaredosi </strong><strong>e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano? </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Per me è il disegno, che comunque, come detto, sfrutto anche per la band (copertine, fumetti, manifesti, loghi, ecc.).</p>
<p><strong>R.M.: </strong>Onestamente no, mi sono sempre dedicato anima e corpo allo studio e alla pratica della batteria, componente che ha contraddistinto da sempre la mia vita.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Sì, in passato ho fatto teatro e video-arte, non si direbbe ora, ma ho partecipato pure a delle performance di danza. Da qualche anno lavoro come educatore scolastico ed è naturale che mi occupi anche di espressione artistica, sia attraverso il video che la fotografia, ma soprattutto col teatro e la poesia. Poi ho un mio progetto di musica elettronica con sintetizzatori virtuali e campionamenti ambientali, ma lo renderò pubblico solo quando smetterò di far vibrare le corde del basso, quindi credo fra molti anni.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Ecco i gruppi che hanno contato più degli altri nella mia vita: NoMeansNo, Voivod, Victims Family, Neurosis, Cop Shoot Cop, Black Sabbath, Rifiuti Solidi Urbani ’92, Led Zeppelin, Iron Maiden, Slayer, Primus, Area, King Crimson, S.O.D., Splatterpink, Battiato, CCCP, Litfiba pre-’88, Einstuerzende Neubauten, The Young Gods, Vinicio Capossela, Mastodon, Killing Joke, Joy Division, Ruins, Elio e le Storie Tese, Suicidal Tendencies, Banda Osiris, Manowar, Zu.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> La mia formazione musicale nasce e pesca maggiormente nel passato. Già in tenerissima età, grazie a un fratello maggiore appassionato e collezionista di vinile, ho avuto modo di seguire e ascoltare le discografie di gruppi come Emerson Lake &amp; Palmer, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Genesis, Pink Floyd, The Who, Deep Purple, Santana, Yes, poi crescendo ho avuto modo di approfondire anche altri generi come la fusion, il funk, e nuove influenze musicali con band come Faith No More, Porcupine Tree, Living Colour e altri.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> In fatto di ascolti spazio veramente a tutta la musica di tutte le latitudini, senza distinzione. Il mio podio vede al primo posto senza ombra di dubbio i The Beatles per l’influenza che hanno avuto su tutto ciò che mi piace ascoltare e per una mia smodata passione per gli album “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road”. Sono cresciuto con la <em>new wave</em>, quindi non posso non citare i The Cure e i The Smiths. Discorso a parte l’istrionico e inetichettabile Frank Zappa. Poi tutti i giganti del rock, in particolare le band formidabili dal vivo come i Led Zeppelin, i King Crimson e i Rush. Della cosiddetta musica classica, Stravinsky e Bartok sono i miei compositori preferiti. Altra mia passione è il jazz, Miles Davis e Charles Mingus su tutti, poi il rap<em> old school</em>, in particolare gli A Tribe Call Quest, i Run DMC e i Public Enemy. Adoro i Tool e apprezzo molto gruppi metal come i Meshuggah. Della scena italiana mi piacciono Battiato, gli Area e De André, apprezzo i Verdena e non disprezzo i Maneskin.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Rimango sulla (pseudo)fantascienza e dico Theodore Sturgeon. Uno scrittore fantastico e unico.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Devo dire la verità, non sono un divoratore di libri, preferisco approfondire temi di attualità o storici sul web attingendo spesso a Wikipedia o testate comunque affidabili. Posso dire che mi affascinano molto i dipinti di Hieronymus Bosch.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Direi Banksy!</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Vergognoso come l’arte (e chi lavora attorno ad essa) sia stata trattata dalla politica in quest’ultimo periodo. È una cosa che non scorderò mai. Noi, causa pandemia, abbiamo perso la sala prove, ma ricollegandomi a quello che ho detto prima, ci siamo rimboccati le maniche e ce ne siamo costruiti una nuova! La voglia smuove le montagne e ci sentiamo più forti di prima. E respiriamo meglio.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Se devo valutare in maniera “egoistica” (con tutto il massimo rispetto e comprensione per chi ha subito delle dolorose perdite) posso dire di averlo vissuto bene, mi ha portato dei vantaggi, lavoro nell’informatica e questo terribile evento ha portato all’introduzione del telelavoro (un discorso che prima era un tabù assoluto), che conservo tuttora e che mi permette di vivere un po’ più serenamente, evitando tempo perso in macchina e lunghe e noiose code in tangenziale. È stato un periodo indescrivibile, un momento di riposo anche per l’ambiente, l’aria in città era tornata più respirabile e la stessa gente, forse (chi non aveva problemi), era tornata ad apprezzare lo stare in casa in famiglia e una pizza fatta in casa.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Lo scopriremo nei prossimi anni. È stato sicuramente un evento traumatico, ma non è stato un cambio di paradigma. Mi preoccupano di più l’impatto che può avere l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico e il declino del pensiero politico che degrada nel populismo, nella xenofobia e nel liberismo sfrenato.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività? </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> In ventuno anni di attività “supercanina” (ma io suono da trent’anni circa) ne sono successe di cotte e di crude. Un aneddoto che ricordo è l’aver suonato al “Concerto delle torte” (come lo abbiamo definito poi). Festa privata, ci arriva una fetta di torta, diciamo “farcita”. La cosa divertente (a parte il concerto psichedelico che ne è scaturito) è stata la reazione di Randy che era convinto di colpire dischi volanti al posto dei piatti! Poi ne ricordo un altro, in un bar a Trento che ci chiama a suonare, montiamo tutto e poi proviamo un pezzo senza batteria. Ci dicono di abbassare e noi rispondiamo che <em>“Manca ancora la batteria”</em>. Inutile andare avanti. Ri-smontiamo e torniamo a casa. In pieno centro, con menate di parcheggi eccetera. Poi ci sarebbe quello di “Millanta Rimborsi”, ma te lo racconto a voce se me lo chiedi!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Un aneddoto divertente che mi piace ricordare è il seguente: suonavo con un gruppo a un motoraduno, prima di noi c’era stato il consueto (per quelle situazioni) spettacolino della spogliarellista di turno, partiamo con il nostro live e, mentre suoniamo, sale sul palco l’accompagnatore della suddetta “artista” a cercare gli indumenti sfilati probabilmente dimenticati, senza nessun riguardo e muovendosi come un elefante tra i nostri strumenti. A un certo punto l’ho visto chinato a quindici centimetri dal mio potentissimo piatto China da 20 pollici. Beh, non ho resistito! Ho sferrato una mazzata degna di John Bonham proprio su quel piatto. Devo dire di averlo visto mettersi le mani sulle orecchie e allontanarsi dalla batteria.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Mi è capitato di ricevere dei complimenti per come ho suonato la chitarra. Ma io non avevo suonato la chitarra. Mi è anche capitato di suonare un intero concerto col tallone appoggiato sulla cassa della batteria per non farla avanzare sul palco. O quella volta che mi si è spento l’amplificatore e ho suonato alla cieca, il pubblico sentiva dall’impianto e io no, ma della differenza non se n’è accorto nessuno.</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro dei Supercanifradiciadespiaredosi </strong><strong>che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Certo, stiamo preparando un nuovo album di inediti che saranno totalmente diversi da “Aggiovaggio”, che rimarrà un’esperienza unica per noi. I nuovi brani saranno più corti e diretti, credo.</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Abbiamo in cantiere già alquanti brani e finita un’avventura ne inizia un’altra. Quindi presumo che la strada da seguire sarà un nuovo album con tanta voglia di cambiare ancora la pelle ma mantenendo la nostra identità.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> Per quanto non sappia che forma avrà perché adesso i dischi non hanno forma, la sostanza, credo sarà qualcosa di più tondo.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!      </strong></p>
<p><strong>B.S.:</strong> Grazie a te per i “ragazzi”! Questa è l’intervista più completa mai fatta!</p>
<p><strong>R.M.:</strong> Grazie infinite a te, è stato un piacere.</p>
<p><strong>N.F.:</strong> È stato un piacere. Alla prossima.</p>
<p><em>(Luglio, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2024/01/18/intervista-ai-supercanifradiciadespiaredosi/">Intervista ai Supercanifradiciadespiaredosi</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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		<title>Intervista ai Sintesi del Viaggio di Es</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Dec 2023 20:29:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un caro benvenuto a Nicola Alberghini (N.A.), Marco Giovannini (M.G.), Eleonora Montenegro (E.M.), Sauro Musi (S.M.), Maurizio Pezzoli (M.P.) e Valerio Roda (V.R.): Sintesi del Viaggio di Es. Sintesi del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-14957 alignleft" src="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2023/11/sintesi-del-viaggio-di-es-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg" alt="" width="900" height="700" srcset="https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2023/11/sintesi-del-viaggio-di-es-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero.jpg 900w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2023/11/sintesi-del-viaggio-di-es-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-500x389.jpg 500w, https://www.donatoruggiero.com/wp-content/uploads/2023/11/sintesi-del-viaggio-di-es-intervista-OrizzontiProg-Donato-Ruggiero-768x597.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" />Un caro benvenuto a Nicola Alberghini (N.A.), Marco Giovannini (M.G.), Eleonora Montenegro (E.M.), Sauro Musi (S.M.), Maurizio Pezzoli (M.P.) e Valerio Roda (V.R.): Sintesi del Viaggio di Es.</strong></p>
<p><strong>Sintesi del Viaggio di Es.:</strong> Ciao, è un piacere!</p>
<p><strong>Iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda di rito: come nascono i Sintesi del Viaggio di Es e cosa c’è prima dei Sintesi del Viaggio di Es nelle vostre vite? Ad esempio, per Marco, Valerio e Sauro, i Sithonia…</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Io ho suonato in diverse band emiliane che facevano cover nei locali di intrattenimento.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Dopo piccole esperienze giovanili, i Sithonia sono stati il mio primo vero gruppo con cui suonare, crescere e divertirsi. Contemporaneamente insieme a Valerio e Roberto avevamo un altro progetto, altrettanto stimolante ma che purtroppo per diversi motivi non è durato molto, gli Opera, e poi Valerio mi chiese di fare parte dei Sintesi e l’ho visto come una naturale prosecuzione di quello fatto in precedenza.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Prima dei Sintesi ho suonato per qualche anno in un gruppo di musica irlandese, finché Valerio mi ha coinvolta in questo progetto.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Io, Valerio e Maurizio abbiamo suonato anche in un gruppo successivo ai Sithonia, per diversi anni, fino creare questo nuovo progetto con l’ingresso di Marco, Nick e, successivamente, di Eleonora.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Sì, ma non solo. Con Marco e Roberto dei Sithonia avevamo anche, tra il ‘95 e il ‘99 anche gli Opera, un gruppo Prog Metal (un po’più metal che Prog).</p>
<p><strong>Sintesi del Viaggio di Es: come cade la scelta sul nome e cosa significa?</strong></p>
<p><strong>V.R.:</strong> Es è un elemento che viene dalla psicologia: c’è l’Io, il Super io e l’Es. Condensando un po’, perché non sono uno psicologo, l’Es è quello che ti guida in quelle scelte che non cadono sotto il raziocinio, sono quelle cose che tu fai e non sai perché le fai. Quindi noi le abbiamo associate a un personaggio, il viaggio di Es come se fosse una persona, perché in pratica è quello che ci guida in questa avventura musicale, che ci fa fare delle scelte, che ci fa scrivere canzoni, testi. Noi raccontiamo la “sintesi del viaggio di Es”, che è lunga tutta la vita. E poi “Sintesi” ha anche un doppio significato perché questo gruppo è anche una sintesi di alcune altre esperienze che, personalmente, ho avuto assieme agli altri componenti dei Sithonia, e poi di altri gruppi che ho avuto in età più giovane. Quindi noi diciamo sempre che il viaggio continua.</p>
<p><strong>Il 2017 è l’anno del vostro elegante e intenso esordio discografico “Il sole alle spalle”. Mi narrate la genesi dell’album? E vi va di spendere anche qualche parola sulle liriche?</strong></p>
<p><strong>V.R.:</strong> “Il sole alle spalle” nasce da musiche nuove scritte per l’album e da musiche che ho suonato con altri gruppi ai quali ho aggiunto e sostituito testi scritti nuovi, riferiti a mie esperienze personali. Ad esempio, “Sabbia” è un amaro pensiero su alcune situazioni nelle quali credevo e che mi hanno lasciato solo sabbia tra le mani e il cercare di recuperare alcuni valori. Il titolo (e la <em>suite</em>), invece, prende spunto da un litigio che ho fatto con una mia collega (che era anche una dirigente) la quale, in un impeto di rabbia, mi ha portato nel giardino dell’azienda per dirmi alcune cose (sicuramente non dovevano essere simpatiche) e appena arrivati in loco, lei si è messa controsole (il sole era alle mie spalle) e non è quindi riuscita subito a parlare. Questa esitazione ha placato gli animi e, da persona di grande intelligenza quale era, ci siamo rappacificati. Questo episodio è quello che ha dato via all’album.</p>
<p><strong>N.A.:</strong> Per me è stato importante capire che cosa Valerio volesse comunicare così poi da portare un <em>drumming</em> coerente alle sue composizioni.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> La vera scommessa è stata, appunto, capire lo stato d’animo con cui Valerio ha scritto i testi e ripotare quelle emozioni, ognuno con il proprio strumento.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Ogni volta che canto un testo scritto da altri, provo sempre ad immedesimarmi in ciò che l’autore ha voluto dire, ma devo ammettere che con i Sithonia prima, e con i Sintesi ora, mi è più facile, in quanto molto spesso rappresentano stati d’animo che sento molto vicini.</p>
<p><strong>E cinque anni dopo tornate con “Gli alberi di Stavropol” (2022), album ispirato agli “abitanti verdi” della città russa omonima, i quali, mossi dal vento, di notte <em>sussurrano fra di loro, parlano, commentano le cose del mondo e il fantastico ed il reale si fondono</em>. Prima di approfondire il tutto, come avviene l’“incontro” con “gli alberi di Stavropol”?</strong></p>
<p><strong>V.R.:</strong> Vado spesso in quella città, mia moglie è originaria di là. È una città collinare, molto ventosa e con molti alberi. Nell’appartamento dove alloggiamo, ci sono, sulla strada, dei lampioni che gettano la loro ombra sui muri interni delle stanze dell’appartamento attraverso gli alberi e le ombre si muovono. Sembra davvero che gli alberi vogliano dire qualcosa e nel brano mi domandavo cosa.</p>
<p><strong>Nella recensione realizzata per l’occasione affermo: <em>Gli alberi di Stavropol mostra una delicatezza e un’intensità spesso spiazzanti, un equilibrio nei suoni sorprendente, dei testi dallo stile immaginifico carichi di poesia e di inquietudine, un’essenza cantautoriale che non guasta affatto, nessuna volontà di eccedere</em>. Qual è, invece, la vostra “lettura” dell’album? Vi va di parlare del suo contenuto sonoro e di come sono stati “trattati” gli alberi nei testi?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Questo secondo album, per me, è stato il sancire i Sintesi come gruppo, con un suo linguaggio armonico e musicale originale forte, anche una maggiore coesione fra i vari componenti.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Come detto prima, i testi di Valerio, anche se a volte parlano di luoghi che non conosco come Stavropol, toccano molto spesso temi a me cari, e quindi ho cercato, di comune accordo con gli altri, di dare una lettura il più possibile intima; e mi piace pensare che tutto quello che è “Gli alberi di Stavropol” sia nato da un lavoro di gruppo, dove ognuno ha portato le sue esperienze musicali, i propri gusti e la propria sensibilità.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Per quel che mi riguarda, questo secondo album è stato per me molto più coinvolgente sia dal punto di vista emotivo che musicale. Sono entrata a tutti gli effetti nel gruppo dopo la collaborazione per “Il sole alle spalle”, e ho vissuto la realizzazione de “Gli alberi di Stavropol” in maniera più completa e profonda. Trovo che sia stato un buon lavoro di gruppo perché si sente molto di più il feeling musicale che si è creato tra noi.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> La prima cosa da segnalare è che, avendo suonato insieme per tanti anni, alcune alchimie musicali si sono concretizzate di più con questo secondo album secondo me. C’è tra noi una maggior “confidenza musicale”. Considera che gran parte degli arrangiamenti nascono suonando insieme. Si provano le parti, si finalizzano i suoni, si cerca di dare un filo unico alla melodia, pur facendo suonare strumenti diversi, e questa è la cosa che ci è riuscita meglio in questo secondo lavoro.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Beh, la tua analisi è molto bella e la condivido.</p>
<p><strong>Al netto di tutto, quali sono, secondo il vostro punto di vista, i punti di contatto e le differenze sostanziali tra i due lavori?</strong></p>
<p><strong>V.R.:</strong> “Il Sole” è un po’ più acerbo, un po’ ingenuo, mentre “Gli alberi” è più maturo, curato anche di più dal punto di vista delle registrazioni e dei suoni. I punti di contatto, a mio parere, sono l’impronta musicale e la voglia di raccontare qualcosa. Le differenze riguardano un po’, come dicevo, il suono ma grosse differenze non ce ne sono.</p>
<p><strong>N.A.:</strong> Condivido in pieno la valutazione di Valerio.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Penso che il nostro secondo lavoro sia più maturo del primo, ma i punti di contatto tra i due album sono certamente che i Sintesi hanno, in ogni istante di musica, messo tutta la loro voglia di esprimere quello che hanno da dire e da fare conoscere.</p>
<p><strong>Discostandosi dalla “norma progressiva”, le copertine dei vostri lavori brillano per la loro apparente semplicità. Come avvengono le scelte di volta in volta? E che significato hanno?</strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Devo ammettere che la copertina de “Gli alberi di Stavropol” è stata più sofferta rispetto al precedente, con diverse prove e anche opinioni e idee diverse, per poi trovarsi concordi nella scelta finale. Penso però che, alla fine, l’immagine rappresenti molto bene quello che si può trovare ascoltando i brani: intimismo, solitudine ma soprattutto la luce che entra da una finestra e trasforma tutto.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> È colpa mia… sono frutto di intuizioni improvvise. Per “Il sole” stavo girando per il centro di Bologna e mi sono infilato in questa stradina, con quel lampione che gli dava un certo tono. Per “Gli alberi di Stavropol”, invece, mentre cercavo qualcosa che rappresentasse il testo dell’omonima canzone (la finestra, gli alberi, la stanza) ho trovato quella foto, sulla quale abbiamo fatto in seguito diverse modifiche, che rappresentava bene il sentimento che volevo rappresentare.</p>
<p><strong>I vostri due album sono usciti per Lizard Records (e Locanda del Vento). Come nasce e si concretizza la collaborazione con la sempre attenta etichetta di Loris Furlan?</strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Loris negli anni è diventato più che un produttore, un amico, sempre attento ai dettagli, prodigo di consigli e molto vicino a noi come gusti e esperienze musicali.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Con Loris Furlan ci conoscevamo già ai tempi dei Sithonia (lui ha distribuito l’ultimo CD che abbiamo realizzato, “La soluzione semplice”): gli abbiamo proposto “Il sole alle spalle”, a lui è piaciuto ed ha accettato.</p>
<p><strong>E come sono stati accolti i vostri lavori da pubblico e critica?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Bene.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Onestamente all’inizio avevo un po’ paura, anche perché, dopo la fine dell’esperienza Sithonia, non sapevo come il pubblico avrebbe accolto questo nostro nuovo progetto, ma alla fine siamo stati molto contenti, soprattutto per “Gli alberi di Stavropol”, con positivi riconoscimenti da parte del pubblico “prog” ma non solo!</p>
<p><strong>S.M.:</strong> A volte, abbiamo avuto apprezzamenti su brani in cui non avevamo dato tanto credito. Questo ci lascia stupiti ma ci diverte molto.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Mi sembra in maniera positiva e, come dice Sauro, c’è stata qualche divertente, ma piacevole sorpresa.</p>
<p><strong>V.R.: </strong>Direi bene.</p>
<p><strong>Spostandoci, per un attimo, sul fronte live, come sono i Sintesi del Viaggio di Es sul palco? Cosa c’è da aspettarsi da un vostro concerto?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Ordine, rispetto delle composizioni e divertimento.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Io amo particolarmente la situazione live, dove mi diverto molto, ed è proprio questo che portiamo sul palco, tanta musica e tanto “groove”, per usare un termine che non è che poi amo particolarmente!</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Ci divertiamo anche molto sul palco, suoniamo la nostra musica, il pubblico apprezza e, anche se non siamo professionisti navigati, quando siamo sul palco c’è molta serenità. Chi ci ascolta lo percepisce.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Un sacco di buona musica! Scherzo! Direi l’esibizione di sei persone che hanno la passione per la musica e che vogliono far vedere e sentire il loro punto di vista musicale, accompagnando il pubblico in un viaggio interiore… il viaggio di Es.</p>
<p><strong>In apertura menzionavamo i Sithonia. Marco, Sauro e Valerio quando nasce, dunque, la necessità di partire con un nuovo progetto quale Sintesi del Viaggio di Es e quanto sono legate tra di loro le due band? Ci sono eventuali novità in casa Sithonia?</strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Dopo la fine del progetto Sithonia, cantavo in un altro gruppo sempre nell’orbita Pogressive /cantautorale, ma quando Valerio e Sauro mi hanno chiesto di entrare nei Sintesi, ne sono stato molto felice e penso di avere impiegato meno di un secondo prima di accettare. Penso che i Sintesi possano essere una naturale prosecuzione del discorso iniziato tanti anni prima con i Sithonia, che penso, però, non abbiamo al momento occasione di ricostituirsi.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> C’è anche un legame musicale importante, più che con me, con la voce di Marco e il suono inconfondibile del basso di Valerio.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Nasce tutto quando i Sithonia si sono sciolti verso la fine del 2012. Io e Sauro avevamo dato vita ad un quartetto acustico e poi abbiamo deciso di tornare all’elettrico coinvolgendo Marco e poi Nicola e Maurizio e nascono così i Sintesi, diventati poi Sintesi del viaggio di Es, o SVE per gli amici. Per i Sithonia nessuna novità. Non credo che si ricostituiranno.</p>
<p><strong>Cambiando discorso, il mondo del web e dei social è ormai parte integrante, forse preponderante, delle nostre vite, in generale, e della musica, in particolare. Quali sono i pro e i contro di questa “civiltà 2.0” secondo il vostro punto di vista per chi fa musica?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> I pro sono che si raggiunge un pubblico maggiore, ma si va a perdere quello che io chiamo il possesso feticistico dell’oggetto CD o vinile, come si fa con i libri.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Io sono un nostalgico della musica fisica (CD, vinili), ma i tempi cambiano, si evolvono ed è giusto dare spazio al cambiamento. Di contro c’è che questo ha tolto un po’ di visibilità, soprattutto live, a chi come noi fa un genere “di nicchia” e non è un professionista (ci piacerebbe suonare e cantare per vivere, ma purtroppo non è così).</p>
<p><strong>E.M.:</strong> I pro riguardano la possibilità di raggiungere più pubblico anche molto lontano e sicuramente per pubblicizzare un evento ha agevolato molto; i contro risiedono nel fatto che se non si sta al passo ci si perde nel marasma dell’offerta musicale&#8230;</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Il problema è anche che la facilità di promozione sul web ha inflazionato molto lo strumento pubblicitario. Sono talmente tanti i gruppi che usano questi canali per farsi conoscere che ormai anche se ne fai parte rischi l’anonimato.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Discorso complesso ma, a mio parere, il web ha dato una grande visibilità virtuale eliminando, però, quasi completamente gli album reali (e non virtuali) degli artisti, togliendo anche molta visibilità live a gruppi come il nostro che non sono professionisti.</p>
<p><strong>E quali sono le difficoltà oggettive che rendono faticosa, al giorno d’oggi, la promozione della propria musica tali da ritrovarsi, ad esempio, quasi “obbligati” a ricorrere all’autoproduzione o ad una campagna di raccolta fondi online? E, nel vostro caso specifico, quali ostacoli avete incontrato lungo il cammino? </strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Quest’estate, dalle mie parti ci sarà una festa paesana con musica live. Tutte le sere si esibiranno <em>tribute band</em>. Questo penso spieghi bene la difficoltà di chi fa musica propria, ad esibirsi dal vivo&#8230; Esistono i festival Prog, è vero, ma non è semplice il contatto con gli organizzatori, e quindi tutto questo risulta un po’ frustrante, ma non molliamo. Per la promozione dei nostri lavori, fortunatamente Lizard ci aiuta molto e anche la promozione sui motori di ricerca musicali ci sta facendo conoscere un po’ di più.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Inoltre, se già fino al 2019 suonare propria musica in un locale poteva essere difficile, con l’avvento del Covid è diventato estremamente complesso. Molti locali non ci sono più o hanno cambiato tipologia, quindi suonare in pubblica è molto difficile</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Gli ostacoli sono rappresentati dai concerti: non se ne riescono a fare e anche l’accesso ai festival Prog  non è facile perché spesso non sai dove si tengono, a parte quelli più famosi, e quando li scopri i giochi sono già fatti. Nei locali al di fuori del Prog non c’è molto coraggio nel volere presentare gruppi Prog, si preferiscono cover band.</p>
<p><strong>Qual è la vostra opinione sulla scena Progressiva Italiana attuale? C’è modo di confrontarsi, collaborare e crescere con altre giovani e interessanti realtà? E ci sono abbastanza spazi per proporre la propria musica dal vivo?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Gli spazi ci sono, ma i creatori di eventi non osano e si buttano più facilmente su tributi ad artisti famosi o cover band.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> La scena Prog Italiana è ancora molto viva e ci sono numerose proposte interessanti, ma i gruppi che propongono brani originali vengono spesso lasciati in disparte perché chi organizza eventi preferisce restare nella &#8220;comfort-zone&#8221;.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Dovrebbero essere più coraggiosi gli organizzatori di eventi. C’è tanta voglia di ascoltare musica dal vivo in questo momento ma poche opportunità per proporre cose nuove.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Dal mio punto di vista, ci sono poche occasioni per confrontarsi con altri gruppi, proprio perché gli spazi per suonare sono pochi. Una cosa che ho notato è che c’è spesso una buona mobilitazione di pubblico quando suonano le “vecchie glorie” del Prog, ma c’è molto meno interesse per gruppi nuovi o attivi, indipendentemente dall’età dei musicisti, ed è un peccato perché il vuoto musicale in chi ascolta musica si fa sentire, in quanto il <em>mainstream</em> ti propone cose che sono sempre meno convincenti e molto consumistiche e il Prog potrebbe avere buoni spazi in questo vuoto. Comunque, quelle volte che siamo riusciti a parlare con altri artisti è stato molto costruttivo, vedi, ad esempio, con Barbara Rubin, con la quale c’è stata una ottima collaborazione nel nostro “Gli alberi di Stavropol”.</p>
<p><strong>Esulando per un attimo dal mondo Sintesi del Viaggio di Es e “addentrandoci” nelle vostre vite, ci sono altre attività artistiche che svolgete nel quotidiano?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> No.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Io mi dedico anima e corpo ai Sintesi del Viaggio di Es!</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Purtroppo no.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Io no.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Sì, io faccio anche un po’ di teatro con una compagnia di Bologna. Facciamo almeno uno/due spettacoli all’anno.</p>
<p><strong>E parlando, invece, di gusti musicali, di <em>background</em> individuale (in fatto di ascolti), vi va di confessare il vostro “podio” di preferenze personali? </strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Pfm, Banco, Porcupine Tree, The Aristocrats, Deep Purple, Le Orme, Dream Theater.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Il mio podio allargato prevede The Beatles, Genesis, Dream Theater e, in Italia, Banco del Mutuo Soccorso e (anche di diverso genere) i Pooh.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Io ho una formazione classica e non riesco a fare classifiche di gruppi in ordine di importanza. Ascolto musica barocca, classica, mi piace la musica tradizionale di varie zone, oltre al rock, al Prog e al folk, talvolta anche musica elettronica e il jazz. Il filo comune è il flauto e il suo utilizzo nei vari generi…</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Difficile fare una classifica, da chitarrista ascolto e apprezzo gruppi con chitarristi iconici, quindi, per citarne alcuni, Led Zeppelin, Genesis, Yes, Queen, Deep Purple, apprezzando più Steve Morse che Blackmore. Per rimanere in casa nostra, il Banco sicuramente e i primi New Trolls.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Genesis, Van der Graaf Generator, Marillion, Iron Maiden, Dream Theater.</p>
<p><strong>Restando ancora un po&#8217; con i fari puntati su di voi, c’è un libro, uno scrittore o un artista (in qualsiasi campo) che amate e di cui consigliereste di approfondirne la conoscenza a chi sta ora leggendo questa intervista?</strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Nick Hornby come romanziere.</p>
<p><strong>E.M.:</strong> In questo periodo sto leggendo “Natura morta con custodia di sax” di Geoff Dyer, che consiglio.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Nella letteratura attuale direi Glen Cooper, giallista avvincente e persona molto colta.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Dal punto di vista musicale, per quel che mi riguarda, i Genesis soprattutto, un po’ di Yes, un po’ anche di Iron Maiden e Metallica, con tocchi di Banco e PFM e anche folk irlandese. In altri settori, scrittori come   H.P. Lovecraft, Edgar Allan Poe, Gogol.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Dal punto di vista musicale, consiglio sempre di ascoltare un po’ di tutto (ma che sia realmente un po’ di tutto e non solo quello che si preferisce), anche se penso che tutto ciò che è suonato e non campionato, meriti di essere ascoltato. Come scrittori, concordo con Valerio su Edgar Allan Poe e Lovecraft.</p>
<p><strong>Tornando al giorno d’oggi, personalmente e artisticamente, come avete affrontato e reagito al “periodo buio” della pandemia che abbiamo vissuto recentemente (e che, in parte, stiamo ancora vivendo)? Pensate che l’arte e la musica, in Italia e a livello globale, siano state solo “ferite di striscio” o ritenete abbiano subito un “colpo mortale”?</strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Colpo mortale no, ma ci siamo andati molto vicini&#8230; C’è stata la crescita esponenziale di tutto ciò che è presente sul web, dove non tutto, ovviamente, è negativo, ma molto spesso ha permesso il copia incolla di tanti prodotti commerciali, togliendo un po’ la voglia di sperimentare e di pensare al di là di ciò che è di moda in quel momento. Fortunatamente oggi la gente ha voglia di musica live, ma troppo spesso, come si diceva poco prima, è sempre rivolta a big o a band che fanno cover, e non musica propria. Personalmente e a livello artistico ho, ovviamente, sofferto di tutto questo, la musica dal vivo e il contatto con il pubblico, è per noi di vitale importanza…</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Personalmente ne ho risentito molto, ma credo che sia uno di quei colpi da lasciarsi alle spalle e che ci si debba concentrare sul presente.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Penso che abbia avuto un colpo pesante, ma non mortale. La gente ha voglia di ascoltare musica live. Ma viene spesso instradata sempre sugli stessi artisti.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Come dicevo prima, del colpo ne abbiamo risentito. Concordo con Valerio quando dice che la voglia di ritornare alla normalità e, quindi, di ascoltare musica dal vivo finisce per dare spazio solo ai soliti noti. Chi organizza un evento non ha più la possibilità di rischiare, se è ancora in attività e sarebbe già un successo, non ha più “le spalle coperte”.</p>
<p><strong>Prima di salutarci, c’è qualche aneddoto che vi va di condividere sui vostri anni di attività?</strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Beh, non è un aneddoto ma al nostro ultimo live era presente un ragazzo proveniente dalla Corea, venuto appositamente per noi (orgogliosissimi di questo), e io, che per la prima volta mi sono presentato truccato, ho visto che avevamo lo stesso smalto nero sulle unghie delle mani. Discreta coincidenza!</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Visto che, oltre a suonare insieme, siamo anche amici, e ci conosciamo da tempo, chi più chi meno, gli aneddoti sono veramente tanti, difficile scegliere… Parlando di me, in un concerto dell’anno scorso, mentre suonavo, ho visto con la coda dell’occhio la mia chitarra acustica che stava cadendo dal porta-chitarra da palco… L’ho presa al volo!</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Ce ne sono tanti… Le cose migliori vengono dalle gaffe live dei pochi concerti che facciamo… tipo una volta ho presentato, accuratamente, un brano che, però, nella scaletta era due brani più avanti… Per fortuna Marco mi ha subito corretto. Ma gli altri avevano fatto delle facce veramente strane!</p>
<p><strong>E per chiudere: c’è qualche novità sul prossimo futuro dei Sintesi del Viaggio di Es che vi è possibile anticipare? </strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Stiamo lavorando a brani nuovi, tutto questo è molto stimolante.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Abbiamo avuto un cambio all’interno della band, con l’entrata di Claudio, e abbiamo iniziato i lavori sul nuovo disco!</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Confermo, l&#8217;arrivo di Claudio e l&#8217;inizio del nuovo lavoro&#8230;</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Stiamo cominciando a lavorare sul nuovo album che sarà un <em>concept</em>. Altro non possiamo dire!</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Beh, Valerio, possiamo dire che quello che stiamo facendo ci piace molto e ci stiamo già legando ai nuovi brani e alle nuove storie che abbiamo da raccontare.</p>
<p><strong>Grazie mille ragazzi!      </strong></p>
<p><strong>N.A.:</strong> Grazie a te.</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Mille grazie a te per questa graditissima intervista!</p>
<p><strong>E.M.:</strong> Grazie a te per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>S.M.:</strong> Grazie a te.</p>
<p><strong>V.R.:</strong> Grazie a te.</p>
<p><em>(Luglio, 2023 – Intervista tratta dal volume “<a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/11/05/dialoghi-prog-volume-4-il-rock-progressivo-italiano-del-nuovo-millennio-raccontato-dai-protagonisti/">Dialoghi Prog – Volume 4. Il Rock Progressivo Italiano del nuovo millennio raccontato dai protagonisti</a>“)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.donatoruggiero.com/2023/12/06/intervista-ai-sintesi-del-viaggio-di-es/">Intervista ai Sintesi del Viaggio di Es</a> proviene da <a href="https://www.donatoruggiero.com">Donato Ruggiero</a>.</p>
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